GIOVANNI DELLA CROCE

Giovanni Della croce

Se mi è permesso, pongo Giovanni della Croce tra le grandi individualità dello Spirito. Di lui ne avevo già parlato… ma il nostro non è un campo della vita in cui è meglio ripetere spesso le cose?

E’ un fatto personale: ancora apprendista maghetto, rimasi lungamente colpito nell’anima da alcune sue immagini (La notte oscura): esperienze profonde che mi attiravano e che, giovane com’ero, temevo. Mi perseguitarono per diversi anni con il fascino di un abisso che, essendo pieno di me stesso sentivo come tremendo, eppure incredibilmente volto verso l’alto. Solo una rigorosa disciplina interiore mi permise una serena visione della natura della sua visione, che sfrondata dall’elemento personale (immancabile anche tra i più grandi mistici) resta uno tra i più splendidi gioielli della Scienza spirituale cristiana.

Il tratto fondamentale della scienza mistica di Giovanni della Croce è, probabilmente, l’ascesi del “nulla” quale risulta dalla povertà evangelica, dalla sofferenza eroica e dall’annientamento di di sé fin oltre le radici dell’orgoglio:” Se vuoi possedere il Tutto, studiati di ricercare nulla in nulla”.

Il Nostro nasce nel 1542. Troppo presto la morte porta via il padre e la madre Caterina si logora nel lavoro per sfamare tre figli. Troppo presto il piccolo Giovanni va al lavoro per fronteggiare la miseria: falegname, sarto, scultore in legno, pittore. Nonostante la buona volontà non riesce in alcun mestiere.

La carestia spinge la famiglia a Medina del Campo, ove Giovanni trova nutrimento per corpo e anima tra i “Fanciulli della Dottrina”, lì raccoglie le elemosine per i bambini poveri.

Viene notato, forse per il suo contegno grave e dignitoso, da Don Alonso Alvares che da nobile cavaliere si è fatto servo dei poveri.

Così Giovanni passa nell’Ospedale della Concezione: è adibito al reparto delle pustole. Nel tempo libero gira a chiedere l’elemosina per i poveri.

A 21 anni potrebbe seguire il desiderio di Don Alonso, terminare gli studi e diventare cappellano dell’ospedale, ma una voce gli indica il Carmelo.

Che però, mitigato, è divenuto un luogo mediocre. Ecco perché Francesco di S. Mattia (è il suo nome tra i Calzati), dopo 5 anni, aspira ad una assoluta solitudine che spera di trovare nella Certosa.

Non sa ancora che una donna eccezionale ha già parzialmente realizzato quello che è il suo sogno e che l’ideale carmelitano risplende ancora per l’eroismo contemplativo di giovani castigliane.

Nel 1567 Giovanni incontra Teresa di Gesù. Quella tosta che alle monache che vantavano esperienze spirituali, subito modificava la dieta: più abbondante e carnea. Quella che vedendo il Signore apparirle davanti fece subito le corna (immaginate come si sarebbe comportata oggi con le reincarnazioni delle “dame in lilla” che, per scissione si sono moltiplicate come batteri).

Comunque il piano è stabilito. Nel novembre dell’anno dopo, nel villaggio di Duruelo, in una misera casa che Teresa chiama “stalla di Betlemme” inizia la Riforma dei Carmelitani Scalzi.

Scelto a maestro spirituale della Riforma, Giovanni diventa, con Teresa, la sorgente che alimenterà spirito, vita e dottrina del Carmelo. Ogni riforma porta in sé un germe rivoluzionario. Vi fu lotta dentro e fuori la Spagna. Per 5 anni Giovanni dirige le 130 carmelitane Calzate in Avila, avvalorando con il suo essere, il magistero di Teresa.

Nella notte del 3 dicembre del 1577, la porta della casupola dove vive viene abbattuta e Padre Maldonado, con l’aiuto del “braccio secolare”, arresta Giovanni.

Ricevute per due volte le “verghe”, viene rinchiuso a Toledo. Il ribelle è gettato in un ripostiglio scavato nella roccia: stretto, buio e senz’aria.

Lì marcisce nel rigido inverno e nell’inferno toletano, tormentato dalla dissenteria e dalle febbri, nell’ovvio fetore. Accompagnato in refettorio, mangia per terra. Ordinariamente pane e acqua. Poi arriva la “disciplina pubblica”: Spesso il sangue e le piaghe incollano la veste alle spalle.

Ciò è solo l’esteriore. All’interno imperversa la terrificante notte dello Spirito, più atroce di qualsiasi pena.

Quando, dopo 9 mesi di prigionia, viene “liberato dalla Vergine”, appare alle Scalze di Toledo “così consumato e sfigurato da parere l’immagine della morte”.

Tremendo è il martello di Dio ma sotto i suoi colpi sprigiona le scintille della Notte Oscura e del Cantico spirituale.

Tra il martirio e l’esperienza mistica c’è spazio per la calunnia, processi infamanti, viene persino – lui, Padre della Riforma – spogliato dall’abito.

Così il Dottore del “nulla”, gettato in disparte, vilipeso, martirizzato nel corpo e sovrano nello Spirito, conclude la vita terrena il 14 dicembre 1591, a 49 anni.

A ciò vorrei aggiungere una cosa frequentemente dimenticata o ignorata: la sua statura intellettuale.

Bambino, impara a leggere e scrivere tra i Fanciulli della Dottrina. All’Ospedale della Concezione compie, per 6 anni circa, studi letterari sotto ottimi maestri del Collegio dei Gesuiti. Poi apprende le scienze a Salamanca dove compie l’intero corso filosofico. I Teologia può ascoltare i più quotati maestri del suo tempo, come i domenicani Mancio e Gallo e l’agostiniano Giovanni di Guevara.

Studente, dà ripetizioni ai condiscepoli del collegio di S. Andrea.

Sempre a Salamanca studia il grande Tommaso, anche se come dottore avrà una direzione diversa dall’Aquinate.

Quando il Carmelo di Teresa, nemico come la fondatrice, della mezza ignoranza e della mezza dottrina, fonda i collegi nelle università di Alcalà e di Baeza, Giovanni è il primo Rettore. Tale è la sua profondità che il Maestro domenicano Fernandez ne è rapito. Molti dotti religiosi e professori lo ritengono capace di dirigere le tesi a Salamanca.

Riferisco ciò per non dimenticare la sua statura di uomo terreno, anche se la sua dottrina deriva principalmente da esperienze che trascendono concetti e parole.

Teresa ci dà testimonianza della sua grandezza interiore considerandolo “il vero padre della mia anima”; “Io cerco qua e là la luce: trovo tutto quel che mi occorre nel mio piccolo Seneca”; “Le ricchezze e i tesori che Dio ha riposto in quell’anima nessuno li conosce: sono grandissimi”. Teresa afferma ancora che “egli era arrivato a tanta santità quanto una pura creatura può possedere in questa vita”.

Come altri contemplativi i testimoni ce lo dipingono soave e mansueto, ma che riprende con severità, pronto per altro ad inginocchiarsi ai piedi del colpevole. E’ remissivo, ma quando gli altri tacciono la sua parola è diritta e rovente.

Caccia i demoni con l’orazione e il digiuno; placa le tempeste con un gesto del suo mantello; converte i tentatori con lo sguardo.

Ma non solo: il “contemplativo” lavora coi manovali portando a spalla pietre e legno. Ama la madre che spesso lo segue nei conventi, chiama il fratello e lo presenta a persone di riguardo dicendo: “ecco mio fratello, la persona che più amo al mondo”. Coltiva l’amicizia di nobili e di poveri, come attestano le sue lettere.

Eppure spaventa ancora tanti preti (mi rammento come il parroco della chiesa vicina a casa, che era uomo ben inserito nel mondo, prima cercò di dissuadermi di leggerlo, poi iniziò ad avere qualche timore anche verso di me, nemmeno ventenne).

Dalle Massime spirituali:

E’ meglio essere carico di peso in compagnia del forte che essere spedito in compagnia del debole. Quanto più sei aggravato, stai vicino a Dio che è la tua fortezza e assiste i tribolati; quando sei alleggerito, stai vicino a te, che sei la tua stessa fiacchezza.

La forza dell’anima cresce e si corrobora nel faticoso esercizio della pazienza.

Iddio stima in te più la propensione all’aridità e al patire per l’amor suo, che tutte le visioni spirituali che tu possa avere.

E’ più gradita al Signore l’anima che con pena e aridità si assoggetta a ciò che è ragionevole che non quella che, mancando in questo punto, fa tutte le cose con piacere.

L’opera pura e intera, fatta per amor di Dio, prepara nel cuore puro un intero regno per il suo Signore.

Un solo pensiero dell’uomo vale più di tutto il mondo: solamente Iddio è degno del pensiero umano.

Rifletti che il tuo angelo custode, benché sempre illumini la ragione, non sempre muove l’appetito ad operare. Perciò, per esercitare le virtù non aspettare il gusto, ché ti basta la ragione e l’intelletto.

Beato colui che, lasciando da parte l’inclinazione propria, attende alla ragione e alla giustizia nel fare le cose.

Se vuoi andare al santo raccoglimento, non devi andare ammettendo, ma rinnegando.

Non credere che l’essere gradito a Dio consista tanto nell’operare molto, quanto piuttosto nell’operare con buona volontà, senza spirito proprio ed umani riguardi.

Poiché nell’ora del rendiconto ti dovrai pentire di non avere impiegato il il tempo presente in servizio di Dio, perché adesso non lo impieghi come in punto di morte vorresti aver fatto?

Pensa che devi essere il nemico di te stesso.

L’anima che cammina in amore, non si stanca, né stanca.

Opere spirituali, lettera terza:

D’altra parte, è certo che il progresso di un’anima sulla via della perfezione non è legato al numero di nozioni che acquisisce, bensì all’assimilazione attiva che ne fa.

Ciò che manca, supposto che di qualcosa si senta la mancanza, non è lo scrivere, né il parlare, perché tutto questo anzi abbonda: ciò di cui dobbiamo sentire la mancanza è il tacere e l’agire.

Quando si è fatto conoscere ad un’anima tutto quello che è necessario al suo progredire, essa non ha più bisogno né di prestare orecchio alle parole di altri, né di parlare essa stessa: non ha che da mettere in pratica quanto conosce, con generosità, applicazione e silenzio.

In umiltà, carità e disprezzo di sé, senza l’irrequieta ricerca di cose nuove, che servono soltanto a soddisfare l’appetito delle consolazioni esteriori senza mai esaurirlo, e che lasciano l’anima debole, vuota, spoglia di spirito interiore e di virtù autentica.

Succede a quest’anima quel che accadrebbe a colui che tornasse a prender cibo prima d’aver digerito il precedente:il calore naturale, dividendosi fra tutti questi cibi, non sarebbe sufficiente a fargli assimilare il tutto e convertirlo in sostanza; è di qui che provengono le malattie.

Nella vita dello spirito, infatti, conta soltanto ciò che è tradotto nella pratica. I bei pensieri, i grandi sentimenti che non producono solide virtù non hanno valore alcuno; il collaudo di una dottrina si ha nella pratica.

Il desiderio di istruirsi nella scienza soprannaturale denota senza dubbio uno spirito retto; ma chi si limita a studiare la verità, senza la volontà efficace di mettere a frutto le ricchezze dell’intelletto, dà prova di illogicità e di debole convinzione.

Salita al monte Carmelo:

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

Per arrivare a quello che ora temi

devi andare per dove non ti piace.

Per arrivare a quel che non possiedi

devi andare per dove non possiedi.

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

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