UNA INCURSIONE NELLA MAGIA


Accidenti se fa caldo! In realtà un pensiero molesto zampetta ai bordi della coscienza: “ma non t’accontenti mai…sei delicato come il culetto di un bebè…ti squagli come un gelato…”.

Poi, vicino al Tribunale dove trovo sempre un parcheggio salato, mi si avvicina un africano, uno di quelli che cercano di rifilarti opuscoli sulla negritudine per qualche spicciolo, ma senza prepotenza, direi con garbo. Era la “sua” zona di lavoro da parecchie ore, sotto un sole che cuoceva uova e cervelli. Io cammino veloce. Ma ora rallento, forse perché in questo momento siamo compagni di cottura, e mentre cerco nelle tasche qualche cosa che somigli ad un euro, lo guardo con attenzione. E’ più cotto di me. Già magro, sputa acqua da ogni poro.

Addolcisco il grugno e gli chiedo: “ Tu arrivi dall’Africa, no? Come mai patisci tanto il caldo? E’ contento che qualcuno scambi con lui due parole, sorride e potrebbe fare il testimonial di qualsiasi dentifricio.

Mi risponde, un po’ in italiano e un po’ in dialetto e se la cava bene.

“Da noi non fa questo caldo e poi, di sera, xe fresco.”

Ricordo allora quello che è un assioma per un fine intellettuale italiano che conosco: “Gli africani venuti in Italia hanno portato da noi anche il loro clima”. Ma si sbaglia per difetto: forse hanno aggiunto il loro caldo al nostro, così contribuendo ad alleggerire – nella quantità – il peso delle pensioni. Davvero benemeriti.

Sia come sia, la temperatura nel mio studio bollirebbe tutte le aragoste del Maine, perciò vado giù leggero e, sperando che ai lettori di Eco piacciano le storie, ne racconto una.

*

Tanto tempo fa c’era un ragazzo, non ancora maggiorenne, che trafficava con ogni sorta di sapienza più o meno occulta. Essendo molto giovane fu facilmente sedotto dalla magia (quella più o meno tradizionale) che prometteva poteri e conoscenze straordinarie. Leggeva avidamente il poco che (si) trovava. Poi un giorno, già tormentato dal dilemma – che serpeggia in ogni occultista – tra il sapere e il fare, decise di passare alla pratica.

Laboriosamente mise insieme gli strumenti dell’opera. In realtà poca roba, ma che pareva tanta per uno sbarbatello squattrinato: un tripode con superficie concava per bruciare i profumi e qualche metro di lino bianco.

Per la purificazione della stanza usò fiori di zolfo, inizialmente eccedendo al punto che la colonna di fumo riempì sovente così tanto la stanza da dover aprire porta e finestra per non rimanere purificato forse, ma soffocato certo: ecco i primi pericoli della magia fai-da-te!

Poi i profumi: un mix di incenso, foglie di eucalipto e benzoino (quest’ultimo comperato sotto gli occhi severi del farmacista e lui annichilito dalla domanda “a cosa ti serve?”).

Invece il lino servì a tre cose. La prima fu una rozza tunica, stile KKK senza cappuccio, cucita da una santa donna (“ma a cosa ti serve?”), poi una striscia a cingere reni e pancia come simbolo di castità e purezza, infine quel che rimaneva per avvolgere rispettosamente la bacchetta. La bacchetta non sarebbe servita al rituale. Biforcuta, poteva venir utile solo in casi estremi come arma dissuasiva contro entità moleste. Non fu necessaria in questo caso, ma in un episodio di un’altra storia, funzionò davvero.

La parte importante del rituale fu la preparazione che sarebbe durata 40 giorni. Nella magia le analogie simboliche sono importanti. Per quarant’anni il Popolo Eletto dovette vagare nel deserto e persino Gesù si ritirò nel deserto per quaranta giorni. Il numero 40 è simbolo di espiazione, purificazione, preparazione.

Al sorgere del sole e al tramonto, il nostro aspirante mago – in successione – puliva o rovinava,  a seconda del punto di vista, il pavimento di marmo con acqua marina, accendeva i mistici aromi e, con il pollice della mano destra tracciava nei punti cardinali, in immagini dorate, i glifi della lingua angelica. Poi recitava a bassa voce una lunga invocazione al Sole e un preciso salmo davidico.

Vi sembra poco o facile? Magari per qualche giorno sì ma questo ripetuto lavoro, cammin facendo, si inspessì e gravò sull’anima e nel corpo.

Verso il mondo esterno la segretezza non si incrinò, ma alcuni rapporti col mondo vennero temporaneamente sacrificati. Il maghetto troncò, senza bugie ma pure senza la possibilità di una spiegazione sensata, l’interessante liaison che stava sbocciando tra lui e una bella ragazza, ahimè ben disponibile a focose iniziative. A ruota dovette abbandonare anche le dure sessioni della lotta greco-romana perché non gli fu possibile accollarsi, praticamente alle medesime ore, due fatiche impegnative così diverse. Inoltre cercava di mangiare in solitudine, onde evitare la condivisione coi famigliari, per i possibili rischi di contagiarli con le forze occulte suscitate (?) durante le operazioni magiche.

Se con la cabina telefonica del dottor Who torno a quei tempi, direi che il giovane amico operò (tutto sommato) correttamente, ed i sacrifici – vi ricordo che parliamo di un diciassettenne – furono in pratica pesanti ma necessari.

Mentre nel nostro mondo la preparazione al rito si faceva quasi innaturalmente gravosa, nei mondi dell’invisibile dovette suscitare un gran baccano: almeno in basso, tra baronti, larve e sedicenti spiriti-guida creava preoccupazioni e malcontento.

Prova ne sia che si presentarono alla sua porta, in giorni diversi, due persone, del tutto sconosciute, teleguidate dai propri spiriti per dissuaderlo a continuare. E non erano matti casuali. Sapevano tutto (non nei particolari) quello che l’amico stava facendo. Lo supplicarono di fermarsi – (Nota mia: mai fermarsi durante un rito!) – vaticinando lutti e rovina, lo accusarono di praticare la più empia delle magie…finché (vedo la scena dalle finestrelle polverose del Tardis), il nostro apprendista, persa la pazienza, minacciò, con un tagliacarte molto appuntito, di infilzare lo spirito-guida del secondo missionario. Funzionò: il tipo guadagnò svelto la porta, ululando che il gesto era la comprova di un’anima tenebrosa, volta al male. (Nota mia: in effetti le punte ferrose fanno paura e feriscono i cosiddetti “spiriti” dell’inframondo).

Che io sappia, come lontano testimone degli avventati avvenimenti in questione, il nostro apprendista non cercava poteri mondani ma alate intuizioni di alti spiriti. Mi pare che l’aspirazione di dialogare con gli Dei fosse molto ingenua, esagerata ma onesta.

Come tutte le cose del mondo anche il tempo passò trascinando via i 40 giorni. Per quanto mi è stato concesso di sapere l’ultima settimana fu soggetta ad una tentazione continua: “Questa preparazione è un incubo”, “Puoi smettere quando vuoi” o semplicemente: “Oggi smetti, falla finita”.

Se c’è del vero nel detto: “Dio tace, è il diavolo che parla”, la condizione dell’anima del nostro apprendista rispondeva appieno a questa perla di saggezza.

Poi, analogo ai sette giorni della Creazione, ci fu il rito vero e proprio. Mi dispiace ma in ciò la riservatezza non guasta. Accenno alla poca diversità dalla lunga preparazione, sostanzialmente implementata da una invocazione precisa indirizzata al Dio Alato che è Messaggero tra gli Dei e l’uomo.

(Nota mia: ho sempre detto che in queste operazioni si è come ciechi. Sai poco o nulla delle forze che ti ruotano intorno o che smuovi dentro i tuoi occulti veicoli: per queste cose occorre determinazione, rigore nell’azione ma soprattutto una ineffabile dose di incoscienza. Fai cose che non conosci, cerchi di attirare forze che non conosci…insomma salti ma non sai dove vai a finire. Perciò cerco di dissuadere quelli che vorrebbero tentare: credo che difetti l’incoscienza e la grinta. Per la salute dell’anima nessuno dovrebbe giocare con simboli e invocazioni: funzionano anche oggi e nell’invisibile c’è sempre qualcosa o qualcuno che risponde. Attenzione: per l’amico Meyrink anche la preghiera non è esente dal rischio di venire ascoltata dagli Abissi e non da Dio).

L’amico mi riferì che, tolte alcune incerte, fantasmatiche apparizioni tra veglia e sonno, nei primi sei giorni non accadde nulla. Fu nella notte del settimo giorno che avvenne una intensa successione di esperienze. Leggiamo alcune righe dal suo diario magico: “Mi svegliai in piena notte a causa di un suono. Era come se una indefinibile quantità di palline d’argento (suono argentino) fluisse, cozzando le une con le altre, lungo l’interno della mia schiena (…). Mi trovai (fuori dal mio corpo) in uno spazio stranissimo: era come un cielo infinito azzurro pallido illuminato dappertutto come da puntini di luce dorata. Non avevo alcun timore. Poi, come da un orizzonte lontanissimo, mi accorsi che qualcosa si avvicinava velocemente: vidi avvicinarsi una immensa creatura di fiamma (o di fiamme). Non ebbi paura in un senso fisico ma non potevo sopportare l’intensità che arrivava travolgente. Così, d’istinto, scappai (ma non è il vocabolo giusto) introflettendomi. E’ come essere un calzino consapevole di sé che si rivolta in se stesso (…) non sapevo che si poteva fare questa cosa. (…) …a ogni introflessione si passa a luogo o mondo diverso (…) ero in un luogo scuro da cui si alzavano fiamme senza luce: probabilmente l’inferno dei cattolici ma sono certo che stavo vedendo il chakra di base, il muladhara che si stava attivando. Fuoco buio? Da questa impressione poi (…) e passai immediatamente al senso corporeo di me stesso. Questo fu tutto”. Mi era mancata la forza necessaria (…).

*

Ma, che io sappia, oltre a non rimetterci la salute (in questo genere di cose l’amico era come il classico topo nel formaggio), forse ci fu un successo indiretto ed imprevisto. Forse Atena, talvolta compassionevole dea, mandò il suo gufo a bubulare nel modesto intelletto del nostro apprendista…fatto è che pochi giorni dopo gli capitò tra le mani un vecchio libro di Paul Brunton che si intitolava Il sentiero segreto. Così conobbe, per interposto scrittore, il grande Ramana ed il suo limpido essenziale percorso a cui aderì con slancio: il più lontano possibile dai bric-à-brac della magia.

(Nota mia: molti anni dopo, del tutto convertito a ciò che La filosofia della libertà esprime, il personaggio di questa storia mi confidò un segreto cruccio antico ovvero di non essere riuscito, almeno, a conquistare il potere di formare piccoli fulmini globulari: da lanciare sulle posterga di chi sa lui).

Qui la storia di questa breve avventura finisce, sperando che, pur sforbiciata qua e là, non abbia anche (s)finito i pazienti lettori di Eco. 

10 pensieri su “UNA INCURSIONE NELLA MAGIA

  1. “Per le trippe del gran Putifarre!”, esclamerebbe Kit Carson, amico e fedele “pard” del grandissimo Tex Willer – gente molto sveglia, mano veloce e dito sul grilletto – e aggiungerebbe: “Questa sì che è un’avventura!”.

    Qui comincia l’avventura
    del giovin Bonaventura
    che emettendo alti lai,
    sen va pel mondo astrale
    ricercando molti guai!

    Forse il nostro giovin magista, in quegli anni lontani, si sarebbe risparmiato mal avventurata esperienza e qualche “spaghetto” – eccetto quelli aglio, olio e abbondante peperoncino – se, come sicuramente fece in seguito, si fosse ben meditato le parole del mai troppo stimato e venerato Enrico Cornelio Agrippa, che riporto nella traduzione di Arturo Reghini (molto infamato dalle anime belle, e molto amato da lupacci, orsi ed altre belve selvagge dal pessimo carattere…) il quale, scrivendo al p. Aurelio di Acquapendente, il 23 Settembre 1527, in una lettera da Lione, così dice:

    “E questo è quello che ora voglio tu sappia, perché in noi stessi è l’operatore di tutti i risultati e fenomeni (effetti) meravigliosi, il quale operatore sa discernere e compiere qualunque cosa i portentosi matematici, i prodigiosi maghi, gli alchimisti perseguitori invidiosi della natura, i malefici negromanti peggiori dei demoni osano promettere; e questo senza alcun delitto, senza offesa di Dio, ed ingiuria della religione: Questo operatore delle cose mirabili, dico è in noi

    Nos habitat, non Tartara, nec sidera coeli
    Spiritus in nobis qui viget illa facit”.

    Vi è da dire, che nella giovin età sia inevitabile che gli assetati ed entusiasti dello Spirito e dell’Assoluto si ritrovino a percorrere talvolta temerari sentieri e male avventurate esperienze. Un mio amico, nel lontano 1970, ebbe una consimil esperienza – peraltro da lui non cercata – esperienza che stava prendendo una piega poco desiderabile, allorché dal fondo della sua anima, inguaribilmente “asiatica”, emerse prepotente come un ricordo l’antico insegnamento: “Dalla mente sorge, nella mente scompare”, e l’indesiderata insorgenza si dissolse.

    Certo, queste evenienze, ovviamente, non capitano mai alle ovvie, pavide, e comode anime belle, riposanti in un ben custodito guscio di sicurezza borghese. Ma lo Spirito ama chi si compromette, chi osa, chi si brucia i ponti alle spalle, chi si slancia con temerarietà nell’abisso. Forse ha davvero la sua ragion d’essere il detto:
    “Meglio delinquente che borghese!”.

    Penso che il giovin amico di Isidoro si sia convertito precocemente – o felix culpa! – alla pratica di una cotal stravagante e seducente “massima”.

    Hugo de’ Paganis,
    pel gran caldo liquescente,
    ma pur sempre appetente,
    che s’appresta or col fresco,
    a sedersi al sacro desco,
    ed ecco la prossima tappa:
    gettarsi sulla sacra pappa!

    • Già, Hugo!

      Per quanto mi fu dato sapere, il nostro apprendista nacque borghese ma poi delinquette molto. E la storia che mi raccontò fu una delle più “pulite”.

      Del resto, non essendo (io) un stinco di santo, capitò che a Milano venni a sapere che a Dornach si vociferasse di una infame operazione abortita in tenebrosa notte dalle mie parti e che aveva causato la morte di tre o quattro officianti.

      La storiaccia mi parve un tantino famigliare: ma era stata sovrastimata da eccessi fantastici. Non è vero che qualcosa abortì, né che tre o quattro officianti persero la vita. Due o tre persone ignare invece sì (a causa di un estemporaneo maremoto).
      Non metto nel conto un lungo caso di possessione non diabolica ma incazzata forte (al principio, poi collaborativa).

      E la notte fu ben poco tenebrosa, data la pioggia di fulmini che illuminava il cielo.
      Mi aspettavo, minuto dopo minuto, di venir davvero fulminato.

      Morale: evitare le invocazioni di Pietro d’Abano!

  2. Nelle zone di Hugo deve aver finalmente rinfrescato. Il caldo, il lavoro, deve averci parecchio affaticato come avete ben potuto tutti rendervi conto. Ora pare che stia arrivando la frescura, qui da me ancora no, ma si prepara….mentre il caldo ancora resiste…
    Abbiamo per tanti motivi rallentato un po’ nel blog. Godiamoci pure il fermo della stagione e dei nostri impegni. Ma con calma e nell’astensione dal lavoro stiamo preparando piccole e curate cose per i nostri lettori, magari centellinate ma sempre fedelmente offerte.
    Buona estate carissimi lettori di Eco. Noi siamo sempre qui quando volete venire a farci visita.

  3. Spero si sia debitamente notato che isidoro, seppure semi carbonizzato, non ha mai abbandonato la postazione, LUI!

    Scriveva, poi correva in doccia e SFRIGOLAVA vapori, Lui!

    Che UMILE esempio di IGNOTO EROISMO!!!

    Dite quel che volete, ma io, davanti a simili esempi, mi commuovo ancora: GRAZIE isidoro :)

  4. Si: niente pioggia e tanto casino, tuoni, fulmini e vento, in compenso fresco.
    Ma resistera’ il nostro amico a questa estate africana troppo a nord infiltratasi? Mollera’ prima lui o prima lei? Ma non temere o sommo! Se perirai nel tenere la postazione e il fronte noi prepareremo nel frattempo esequie e commemorazioni. Non sarai dimenticato!

Lascia un commento