Scienza dello Spirito e fede

Minerva Botticelli

Non sono pochi, oggi, coloro che rivolgendosi all’esoterismo, alla ricerca di una Conoscenza spirituale in generale, o alla Scienza dello Spirito in particolare, cercano in essi qualcosa di analogo alla fede religiosa, un surrogato, un sostitutivo, o un completamento di ciò che da quasi venti secoli in Occidente viene offerto dalle varie Chiese, ossia dalle varie confessioni religiose organizzate. Sempre più spesso, oggi, nella fede religiosa si cerca semplicemente una consolazione nei confronti dei mali e dei dolori che affliggono la vita, e talvolta un sedativo o addirittura un narcotico nei confronti dell’angoscia esistenziale, della paura della morte e dell’aldilà.

Dall’esoterismo in generale, o dalla Scienza dello Spirito in particolare, si ritiene di poter ricevere – per via di rivelazione – una serie di “verità”, le quali vengono accolte, “credute”, e soprattutto “sentite”, senza per questo avvertire minimamente, nella maggior parte dei casi, l’esigenza di sperimentare realtà e fondamento di tali “verità”. 

Per il sopravvivere indebito di un antico e ormai esaurito atteggiamento passivo dell’anima, si tende a riprodurre nei confronti dell’esoterismo in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, un rapporto “religioso”, ossia fideistico, nel quale si accolgono acriticamente e dogmaticamente – sulla base di simpatie personali, di suggestioni sentimentali o istintive – tutta una serie di “verità”, che vengono accettate come “rivelate”, sulla base di un principio di “autorità” che per definizione si sottrae ad ogni forma di verifica. È la codificazione di uno stato di paralisi e di impotenza dell’anima, la quale teme e non vuole uscire dallo stato di passività e di dipendenza, alle quali millenni di servaggio alla natura corporea e psichica l’hanno costretta e abituata. L’anima umana, assuefatta alle proprie catene, è giunta ad innamorarsi delle mura della propria prigione, che teme abbandonare, e a scambiare per generosi e compassionevoli benefattori i propri carcerieri e aguzzini, i suoi spietati sfruttatori che la prostituiscono e l’asservono.  

Uno dei compiti della scienza moderna, la missione che costituiva il fine peculiare del suo sorgere, avrebbe dovuto essere proprio quello di liberare, in ogni campo, l’anima umana da questa forma di credula passività nei confronti di qualsivoglia principio di “autorità”, di qualsiasi forma di “fede” mistica e sentimentale nei confronti di uno Spirituale, sempre più semplicemente sognato. Ciò portò inevitabilmente al contrasto tra fede e scienza, alla condanna di Copernico e di Galileo, alla condanna e al rogo di Giordano Bruno.

Il problema del contrasto, del possibile o impossibile accordo tra scienza e fede, non è affatto – come molti credono – qualcosa di relativamente recente nella storia dell’umanità e nell’evoluzione culturale e filosofica della medesima. Certo, negli ultimi secoli, un tale contrasto, in seguito allo sviluppo della scienza moderna, è giunto a deflagrare in maniera davvero dirompente nel mondo occidentale, dando luogo a tutta una serie rapidissima di trasformazioni, talora convulse, sul piano religioso, politico e sociale. L’Illuminismo settecentesco, con la sua vasta influenza, è solo uno dei molti esempi possibili di tale fenomeno e delle conseguenti trasformazioni che, ad ogni livello, ne sono scaturite. Ma tale contrasto ha dietro di sé quello ben più importante e tragico, che sorse al tramontare dell’antico Mondo Classico, tra Conoscenza sovrasensibile e cieca fede confessionale.

Il problema della differenza tra Scienza o Conoscenza e fede era ben presente già nel mondo antico, sia in quello dell’Occidente pre-cristiano, sia in quello dell’Oriente prima pre-cristiano e successivamente a-cristiano. In un certo senso, esso è connaturato all’essere umano, alla sua costituzione interiore: al suo sentire, al suo pensare e conoscere. Ma tale problema nel mondo antico veniva risolto secondo una gerarchia di valori metafisici, filosofici e religiosi, che rendevano impossibile ogni contrasto e, in quel senso, rendevano saldi l’ordine e la coesione sociali.

Prima di entrare a fondo nel tema, è bene considerare il significato etimologico originario di parole come “scienza” e “fede”, il significato che esse hanno nella lingua italiana, e nelle lingue latine e greca dalle quali la nostra lingua deriva, perché il significato di tali parole si è operato in modo che nel corso dei secoli cambiasse alquanto: et pour cause – come dicono i nostri cugini francesi – ossia a sommo studio. Per cui chiedo venia al candido lettore per la pazienza che sono costretto a chiedergli riguardo a talune considerazioni filologiche, le quali a prima vista possono apparire noiosette anzichenò – lo ammetto volentieri – ma che hanno la loro importanza.

La parola “scienza” ha la sua origine nel vocabolo latino scientia, che deriva dal verbo scire, significante appunto conoscere, sapere, ed indica il conoscere sicuro, oggettivo, accertato, rigoroso, appunto “scientifico”, contrapposto alla mera opinione, puramente soggettiva, la quale, se può talvolta casualmente cogliere nel segno, rimane tuttavia senza autentica certezza, dipendente dalle preferenze personali, dai subrazionali condizionamenti psicologici, personali e collettivi, ed è per sua natura incerta e variabile, senza basi razionali e indimostrabile, ma soprattutto molto facilmente manipolabile.

La parola “fede” deriva dalla parola latina fides, la quale aveva originariamente un significato morale e non dogmatico, come invece ha assunto – anzi si è voluto che assumesse – sempre più negli ultimi venti secoli. Da essa deriva la parola fedeltà, in latino fidelitas, da fides (prima ancora feides) = fedeltà, lealtà. Concetto che ritroviamo nella parola greca πιστεύω (pistèuo) = fidarsi, credere, affidarsi. Per cui, fedeltà è la qualità di essere leali e coerenti nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti.

La fides era appunto la fidelitas, la fedeltà del legionaro romano verso i propri capi, quella del cives, del cittadino romano, nei confronti della Res Publica, verso la stessa Roma. Il venir meno alla fides, ai patti di fede giurata, era nel mondo antico motivo di sommo disprezzo. Per esempio, la locuzione latina Punica fides, tradotta letteralmente, significa fedeltà cartaginese. Il termine si basa sul nome con cui i romani chiamavano i cartaginesi, poeni, cioè puni, il quale deriva a sua volta dal greco φοίνικες-phòinikes, ossia Fenici dai quali i Cartaginesi discendevano. Nella cultura romana antica, questo termine era sinonimo di non mantenere la parola data, di mala fede, di fedeltà ambigua e sospetta. Infatti i Romani consideravano i Cartaginesi, loro acerrimi nemici, infidi e ingannatori. Purtroppo – e lo dico con molta melanconia – ho dovuto fare l’amara esperienza, sulla mia orsolupesca pellaccia, di come una tale punica fides, con tutto quel che implica di inganno, intrigo, menzogna, calunnia, simulazione, manipolazione, tradimento e spergiuro, abbia ampiamente preso campo – oltre che nella giungla della vita profana, dove oramai è data per scontata – nella Comunità spirituale, che dovrebbe invece esserne immune.

La fides o fede, nel senso di fiducia, naturalmente ha ben la sua ragion d’essere nelle ordinarie cose umane, ed anche nella ricerca della Conoscenza. Ma non si tratta di fede cieca, nel senso teologico che tale termine ha assunto in Occidente in talune confessioni religiose. Per esempio, se mi rivolgo ad un docente di matematica superiore affinché mi spieghi le equazioni differenziali a derivate parziali del primo, del secondo e del terz’ordine, naturalmente mi rivolgo a lui proprio perché io non conosco – ancora non conosco la materia in questione –  ed ho fiducia nella sua competenza e nella sua disponibilità ad istruirmi in quel particolare campo dell’analisi matematica superiore. Io non conosco la materia da apprendere e credo, ossia ho ragionevole fiducia, che essa mi verrà da lui insegnata. Il docente, invece, conosce l’analisi matematica ed è in grado di insegnarmela. Nel mio caso vi è fede, nel senso di fiducia, non certo di fede cieca. Nel caso del docente vi è, invece, scienza, e non fede: egli non ha fiducia che l’analisi matematica sia vera: egli lo sa che è vera, ossia ne conosce la verità, perché è in grado di dimostrarla a se stesso e agli altri con strumenti rigorosamente logici. Infatti, io non gli crederò semplicemente sulla base di una sua supposta “autorità”, bensì perché egli, dimostrandomi i teoremi e svolgendo i calcoli con algoritmi rigorosi, farà sì che io possa fare a meno di credere, per invece sapere.

A rigor di termini, anche il neofita che si accosta all’esoterismo o alla Sapienza Celeste si trova nella medesima situazione. Infatti, egli inizialmente nulla sa di che cosa sia realmente la Scienza dello Spirito. Certo, nella maggior parte dei casi, egli avrà sentito parlare o forse anche letto qualcosa sulla Scienza dello Spirito, ma questo non vuol dire conoscerla. Perché, come direbbe Dante Alighieri, è giusto affermare: “che ̕ ntender no la può chi no la prova” (Vita Nova, Cap., XXVI). L’Iniziazione è una trasformazione radicale, ontologica, di tutto l’essere umano, ed essendo un vissuto, in quanto tale è indicibile. La Conoscenza vera, autentica, è l’esperienza personale diretta, vissuta, perché occorre con Tommaso Campanella affermare chiaramente che: “tangere per manum alienam, non est scire, sicut comoedere ore aliorum non est manducare”, ovvero, tradotto il tutto nella bella lingua di Dante, così suonerebbe: “toccare, sperimentare attraverso l’altrui mano non è conoscere, non è sperimentare, così come mangiare mediante la bocca di altri non è certamente nutrirsi”. E per questa ragione nella scienza, nella conoscenza in genere, il principio di autorità, sul quale si basano da venti secoli le fedi confessionali dogmatiche, non vale un bel niente. Quindi, è sempre l’esperienza diretta e vissuta – regina sovrana in questo campo – quella che soprattutto conta, quella che sola ha diritto di chiamarsi autenticamente Conoscenza. L’esperienza della Conoscenza, della Scienza, porta al superamento del principio di autorità, al farne completamente a meno.

La fede, intesa come credenza, non è sapere, non è e non può essere, di per sé, conoscenza. Perché sapere non è credere, e credere di sapere, non è sapere. Così come neppure la mera informazione intellettuale, ancorché erudita e dialetticamente elaborata, non è e non può essere vero, autentico, vitale, sapere: non è scientia, non è Sapientia. Nel discepolato occulto – in ogni Iniziazione che sia autenticamente tale – si deve formare, e non meramente informare, o peggio ancora – come da taluni ci si sforza perfidamente di fare con un’abile operazione di “trasbordo ideologico inavvertito” – disinformare e deformare. La Sapienza non è “cultura”, o “informazione”, o “erudizione”: anzi spesso è proprio il contrario di essa.

Nel Medioevo, e ancora nel Rinascimento, per coloro che cercavano la conoscenza occulta, la Sapienza era un vissuto, più che un saputo. Così, per esempio, erano spesso degli illetterati quei Cavalieri Templari, dal coraggio ardente, che affrontavano la morte corporea sul campo di battaglia e la morte iniziatica nel Tempio, o nella solitudine della loro cella, con identico slancio. Essi il più delle volte non avevano “cultura”, non leggevano libri – sovente erano degli illetterati – eppure erano “sapienti” nel senso iniziatico del termine. Massimo Scaligero parlò più volte ad alcuni di noi di come, per esempio, rispondesse ad assoluta verità il fatto che, nella seconda metà dell’Ottocento, l’occultista tedesco Franz Hartmann, di ritorno dall’India, avesse incontrato a Napoli una cerchia rosicruciana, guidata da Iniziati del tutto illetterati, i quali lo stupirono con la vastità della loro percezione spirituale e la profondità della loro sapienza.

Venendo al mondo antico, nella tradizione classica mediterranea, si distinguevano due livelli di conoscenza, dei quali solo uno era considerato reale, e di conseguenza “scientia”. Nelle tradizioni sapienziali e filosofiche pitagoriche, eleatiche, platoniche e neoplatoniche, del mondo ellenico prima e di quello romano poi, si distinguevano bene “scienza”, ἐπιστήμη-epistème, che letteralmente indica la “conoscenza fondata” su solide basi, oggettiva, e quindi certa, dalla mera opinione, δόξα-dòxa, soggettiva, incerta, variabile, fondamentalmente ingannevole. Ancora oggi l’epistemologia indica la filosofia della scienza, mentre è significativo che la “DOXA” sia una nota agenzia di sondaggio delle pubbliche opinioni, con quanto di sommamente incerto, variabile e sin troppo facilmente manipolabile vi è nelle volubili opinioni delle masse.

È estremamente pericoloso, che nelle comunità spirituali abili “pupari” arrivino ad usare la mala arte, per inconfessati e inconfessabili fini, di “insufflare” per via di suggestione in fidenti anime semplici “opinioni utili”, della cui veridicità non si deve dubitare, e tanto meno osare verificare e discutere. Anni fa, verso la fine del trascorso secolo e millennio, mi trovai in quel di Roma di fronte al fatto che una persona, alla quale avevo fatto notare una serie di palesi contraddizioni, cercasse di chiudermi la bocca col dirmi: “Ora tu stai zitto, perché io ho ‘esperienze sottili’ e tu no!”. A parte il fatto, che io non sono certo il tipo che va a raccontare a giro le sue esperienze interiori, non potei fare a meno di ricordarmi le parole che Massimo Scaligero mi rivolse già nel primo nostro incontro, nel giugno del 1970, invitandomi apertamente “a non credere una cosa perché la diceva lui, o l’amico L. che da lui mi aveva accompagnato, o gli antroposofi, ma di verificare sempre e sperimentare rigorosamente ogni affermazione che mi venisse fatta: verificare sempre se era vero quel che mi veniva affermato come verità”. Il prendere alla lettera una tale indicazione di Massimo Scaligero mi avrebbe poi, negli anni, portato in rotta di collisione nei confronti di molti, che credevo amici, e ad andare incontro a disillusioni e sempre più amare esperienze. Mi resi conto che talune persone avevano, more jesuitico, della verità un concetto, per così dire, “a geometria variabile”, così come le medesime persone avevano un “concetto creativo”, ossia alla bisogna alquanto “elastico”,  dell’onore, dell’amicizia, della sacralità dei giuramenti fatti, del rispettare la parola data e i patti di fede giurata. Tutte cose, queste – avrebbe detto un tempo il Frosini – “che vanno bene per i macachi e i piccoli uomini”. 

Un fatto analogo mi venne raccontato da una cara amica di Roma – persona molto coraggiosa, della quale ho la massima stima – alla quale la stessa persona dalle ‘esperienze sottili’, che aveva cercato di mettermi a tacere, in una riunione nella quale la mia amica aveva sollevato una serie di obbiezioni più che fondate, tentò di tapparle la bocca dicendole: “Io sono gerarchicamente superiore a te, per cui tu ora stai zitta e ascolta quello che dico io!”. Beh, quando si usano di questi sistemi, è facile che una Comunità spirituale vada poi all’aceto: è un chiaro ritornare al principio teologico di “autorità”, per cui tanto varrebbe per costoro andare a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di una delle varie Chiese. Infatti…  

Per tornare al nostro tema, dobbiamo osservare come Platone distingua la conoscenza intelligibile o scienza, ἐπιστήμη-epistème, dalla conoscenza sensibile o opinione, δόξα-dòxa. Mentre l’opinione ha per oggetto il mondo dell’apparire sensibile – e chi per lunghi anni abbia studiato la fisiologia della percezione sensoria, per es. su testi rigorosi come Sui fondamenti dell’acustica e dell’ottica e la Genesi del mondo apparente del Prof. Vasco Ronchi, sa bene quanto soggettiva, variabile nel tempo e nei vari soggetti, in definitiva ingannevole, sia non solo la percezione visiva, bensì l’intera esperienza percettiva sensoria umana, quando essa non sia integrata dall’atto cosciente del pensare –  la scienza ha invece per oggetto l’essere, non sensibile bensì intellegibile.

L’opinione è frutto e dà luogo all’immaginazione, εἰκασία-eikasìa, e alla credenza, πίστις-pìstis, relative al sensibile, che per loro natura sono incerte, irrazionali, ingannevoli. La scienza è frutto e dà luogo, invece, prima, ad un livello inferiore, al pensiero logico-discorsivo, διάνοια-diànoia e poi, ad un livello superiore, all’intellezione diretta e intuitiva, νόησις-nòesis, relativa all’essere e all’essenza.

La vera scienza o epistème per Platone rappresenta la forma più certa, se non addirittura l’unica certa, di conoscenza, che possa assicurare un sapere vero e universale. Una tale conoscenza certa può essere ottenuta in due modi: tramite ragionamento logico-discorsivo (diànoia) o attraverso l’intuizione (nòesis), a-verbale e sovrazionale, che sono a ogni modo complementari tra loro, e delle quali però la seconda, l’intuizione folgorante, è assolutamente superiore alla prima. Si tratta infatti di un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole, di un vissuto come nella maieutica socratica, che ha il suo fondamento, nella sfera ontologica e intuitiva delle idee. Un tale sovrasensibile mondo delle idee – come vivente esperienza spirituale – è, per Platone, accessibile solo a pochi.

Come in Platone, anche per Aristotele la scienza o epistème rappresenta la forma di conoscenza più certa e più vera, contrapposta all’opinione (doxa). Pure Aristotele distingueva due percorsi conoscitivi: al livello più alto c’è lintuizione intellettuale, la nòesis, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche, che si ha quando l’intelletto umano, non limitandosi a recepire passivamente le impressioni sensoriali dagli oggetti, svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le loro particolarità transitorie e di coglierne l’essenza in atto. Il secondo procedimento è quello della logica formale, di cui Aristotele è stato il primo teorizzatore in Occidente, e da lui enunciata nella forma deduttiva del sillogismo. Tuttavia, Aristotele collocava l’intelletto al di sopra della stessa razionalità sillogistica. Infatti, mentre l’intuizione intellettuale, la nòesis, è una percezione diretta, di ordine spirituale, nella quale l’anima conosce diventando tutt’una con l’oggetto conosciuto, nel sillogismo logico della mente ragionante si ha una deduzione logica, e quindi una conoscenza indiretta, e non una percezione diretta.

Se si coglie la differenza tra la conoscenza certa della Scienza – intesa nel senso antico, classico, del termine – o della Sapienza, e la variabilità, l’incertezza, l’arbitrarietà delle volgari e soggettive opinioni umane, che sono in fondo soltanto dei pensati, si comprende perché la moderna Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero, che vuole trasmettere una Conoscenza, si disinteressi delle precedenti opinioni del neofita che giunga ad essa. Non se ne disinteressa – come facilmente potrebbero pensare molti – per una sorta di facile buonismo, per un comodo pressappochismo scambiato per tolleranza, bensì perché le opinioni del neofita che si accosta alla Scienza dello Spirito – siano esse politiche, religiose, culturali o altro – sono, appunto, mere opinioni: soggettive, arbitrarie, sentimentali, istintive, variabili, irrazionali, non Conoscenza. E tali opinioni non devono – o non dovrebbero – essere portate nella ricerca spirituale: in quanto pensati sono veri e propri pesi morti e ostacoli, come lo sono istinti, brame, passioni, sentimentalismi, del cui gravame ci si deve liberare – o ci si dovrebbe liberare – entrando nella Via dell’Iniziazione.  

L’epoca della intellettualità ragionante oramai è definitivamente tramontata e finita. Ed è esaurita la funzione della razionalità come veicolo del puro Spirituale. Ancora in Platone e in Aristotele il pensare dialettico e discorsivo, in quanto nuova facoltà emergente nell’anima umana, poteva essere veste di un impulso spirituale. Oggi non il pensiero discorsivo, rigorosamente logico, ossia la diànoia di Platone ed Aristotele, bensì il pensare pre-verbale, pre-dialettico e pre-cerebrale, che come nòesis sia capace di conoscere mediante “intuizione”, ossia mediante un atto di identità immedesimante, è il veicolo dello Spirituale autentico nell’uomo. Solo il lampo del pensiero vivente – nel quale colui che conosce, l’atto del conoscere, e l’oggetto della conoscenza sono uno – apre il varco all’autentica esperienza spirituale. Ma ciò è ardua conquista, e presuppone la consacrazione dell’asceta alla pratica della Concentrazione.

Gnosi è una parola proveniente dal greco γνῶσις-gnòsis, significante “conoscenza”. Nel mondo ellenico, la parola Gnosi la troviamo usata spesso nel senso di conoscenza personale vissuta, di esperienza vitale concreta, in contrapposizione a un sapere astratto, meramente intellettualistico, appreso da altri o da libri, e non direttamente vissuto. Gnosi è la conoscenza certa, sperimentata personalmente e direttamente, alla quale nessun ragionamento dialettico, o dubbio, può sottrarci. Un po’ come nel francese connaître paragonato a savoir, o al tedesco kennen paragonato a wissen.  E nei primi secoli della nostra èra, venivano chiamati “gnostici” coloro che aspiravano alla realizzazione della Iniziazione cristiana. Per loro la Gnosi era l’esperienza trasfigurante e trasformante la quale, nella travolgenza folgorante di un solo istante, faceva sì che l’Iniziato non più credesse, bensì conoscesse. Ma nulla le Chiese hanno tanto temuto quanto questa esperienza di vivente Conoscenza trasfiguratrice, e si sono adoperate per secoli con ogni mezzo – anche i più crudeli e sanguinosi – per estirpare una tale Conoscenza, perseguitando spietatamente gnostici, manichei, bogomili, catari e tutti coloro che erano innamorati della divina Sophia. I fedeli dovevano – con sottomessa obbedienza – credere, e non conoscere. Ed oggi la situazione non è affatto cambiata, se ancora nell’immediato dopoguerra quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini era costretto a scrivere che:

“I cristiani comuni sono e si chiamano credenti; potranno anche talora essere dei sapienti, ma i due termini non sono sinonimi, anzi; perché chi sa non ha più bisogno di credere. Ascoltate come si recita il credo e vi convincerete che il credente, non solo non ne capisce nulla, ma lo recita senza menomamente pensare al senso od a un senso qualsiasi di quanto sta recitando”. 

Gli antichi, sia Latini che Greci, connettevano il concetto di Conoscenza con quello di generazione. Aristotele definì Socrate lo scopritore del concetto sul piano filosofico, e chiama il concetto stesso “parto mascolino della mente o dell’intelletto”. Ed è usuale parlare, ancor oggi, di “mente fertile”, di “intelletto fecondo”, di mente che “partorisce idee geniali”, e così via, mentre la stessa parola concetto è legata all’atto del concepire, del concepimento, che sia nelle lingue antiche che in italiano, ha un duplice senso legato alla fecondazione, sia biologica che mentale o intellettuale. Naturalmente, una tale Conoscenza, o Sapienza, non ha nulla a che vedere con i processi della generazione fisica, come invece va affermando una pseudo-spiritualità deviata e trasgressiva, che da un po’ di tempo tenta, sempre più esplicitamente, di asservire il pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero alle depravazioni di un magismo sessuale spacciato per Alchìmia. La Dea della Sapienza, la casta Minerva, osserva nei suoi scritti il recidivo e impenitente Arturo Reghini, nel mito classico è totalmente estranea al processo della generazione sessuale: Ella, infatti, nasce, balzando armata, dalla testa di Giove, e rimane vergine, ossia non si concede alla generazione fisica: la sua generazione è unicamente di ordine spirituale: la Sapienza. E l’incorreggibile Arturo Reghini aggiunge, che questo era il senso allegorico e spirituale che i Pitagorici davano alla figurazione simbolica della Immacolata Concezione.

Ora, l’asceta che affronta le prove dell’Iniziazione, per un verso muore al mondo profano – e quindi si libera di opinioni, di dubbi, di stati d’animo irrazionali, sentimentali, passionali e istintivi – per un altro verso egli nasce, o rinasce, e quindi ha luogo su un piano spirituale un processo di fecondazione e ri-generazione, per il fatto che l’Io superiore feconda l’anima attraverso la luce-folgore del Pensiero Vivente, e l’anima partorisce la Sapienza.

Ma, come abbiamo visto, il sorgere nell’Iniziato di una tale Sapienza non è il frutto di una mera escogitazione razionale, non è informazione, o cultura, o istruzione: è la fulminea, folgorante, diretta percezione di un’essenza spirituale, perché come ammonisce Dante, “Trasumanar significar ‘per verba’ / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Par., I, vv. 70-73). E quindi abbiamo a che fare con una esperienza vissuta, la quale, come ogni autentico vissuto, non è mai completamente traducibile in parole, ed è comprensibile, intuibile, solo a chi l’abbia anche lui sperimentata in modo vivo. Il dialettismo verbale, o verboso, è spesso la morte della esperienza spirituale autentica: non lo studio dialettico, bensì la Concentrazione, la Meditazione, la Contemplazione, rendono possibile l’intuizione, aprono il varco alla folgorazione interiore, all’irrompere della illuminazione, della esperienza spirituale diretta.

In effetti, sappiamo dagli Classici, che negli Antichi Misteri, non si disquisiva intellettualmente su qualcosa, bensì si sperimentava direttamente qualcosa, che sommuoveva tutte le forze dell’anima, trasformandola radicalmente. Aristotele, parlando dei Misteri Eleusini – sotto certi aspetti i più elevati dell’Antichità classica – dice che “coloro che penetravano nelle iniziazioni, non tanto imparavano qualcosa,  quanto piuttosto sperimentavano qualcosa”: ’ου μαθέιν ̕ αλλά παθέιν – ou mathéin, allà pathéin, ossia non per imparare, bensì per sperimentare un  πάθος – pàthos, che deve purificare e trasformare l’anima dell’iniziato, conducendola infine alla ἐποπτεία – ‎epoptèia, la visione folgorante della realtà spirituale essenziale: alla Gnosi.

La Gnosi è l’esperienza conoscitiva, di ordine sovrasensibile, e quindi spirituale, per sua natura intuitiva, pre-verbale e a-verbale, non ir-razionale e soggettiva, semmai sovra-razionale e oggettiva. Nel suo dialogo “Il Politico”, oltre che nel senso di significato “mistico”, o “esoterico”, “occulto”, “segreto”, Platone usa un tale termine addirittura col significato di superiore intelligenza, attitudine o abilità analoga al talento, o al genio, posseduti, nel muoversi nelle vicende della Polis, da chi abbia conseguito una superiore conoscenza spirituale, ossia la Gnòsis. E Pitagora definiva la sua filosofia esoterica γνῶσις των όντων – gnòsis ton ònton, “conoscenza delle cose, delle essenze intellegibili, che sono”, in contrapposizione alle cose o fenomeni che meramente appaiono.

Fuori della Conoscenza, certa, della Gnosi, vi è la l’opinione, la credenza, frutto della fede soggettiva, la quale non è conoscenza, e non dà certezza. Nella vita pratica l’opinione, la credenza, la fede, sono una necessità ed indubbiamente hanno il loro diritto d’esistenza. Non tutti giungono alla Conoscenza attraverso l’Iniziazione – intesa in senso reale e completo – e quindi è giusto lasciare un campo alla πίστις-pìstis, alla fede, alla fiducia.

Nella mitologia greca, la dea Pistis (Πίστις) è la personificazione della buona fede e dell’affidabilità. Così come sono personificazioni simboliche altre dee come Elpis (Speranza), Sophrosỳne (Prudenza) e Charìtes (Carità), che sono tutte associate all’onestà e all’armonia in ambito sociale. Il suo equivalente romano è, appunto, Fides, la fede, la fiducia. In Platone, il termine pìstis designa non tanto la conoscenza certa quanto l’opinione affidabile.

I problemi, il contrasto tragico, sorse allorché la parola fede fu portata dall’ambito dei rapporti sociali – ambito in cui aveva il significato morale di fiducia, fedeltà, affidabilità, e quello conoscitivo di opinione soggettiva affidabile – in quello religioso e confessionale, ove divenne credenza, obbligatoria ai fini della salvezza eterna, in dogmi, che non erano frutto di una esperienza spirituale diretta, di una conoscenza intuitiva sovrarazionale, bensì erano affermazioni, opinioni enunciate, che dovevano essere acriticamente accettate sulla base dell’autorità religiosa che le emanava. Si giunse al “credo quia absurdum”, al “credo perché assurdo” di Tertulliano, al “credo ut intelligam”, “credo per capire” di Anselmo d’Aosta, e alle varie posizioni della Scolastica medievale. Il “credere” obbligatoriamente alle affermazioni della “ortodossia”, ossia alla “giusta opinione” – ovviamente decretata “giusta” da una autorità religiosa assoluta e irresponsabile – divenne motivo non solo di “salvezza eterna” dopo la morte, ma anche di salvezza e integrità fisica in vita, perché si giunse alla più violenta intolleranza di ogni altra opinione diversa da quella decretata “giusta” dalla ortodossia imperante. Si giunse alla tortura, alla mutilazione, al rogo, nei confronti di coloro che venivano dichiarati “eretici”.

Nel Mondo Classico, la parola “eresia” designava semplicemente una scuola di pensiero: l’Accademia di Platone, il Liceo di Aristotele, il Giardino di Epicuro, il Portico degli Stoici, designavano semplicemente tali “eresie”.  

“Eresia” proviene dal greco αἵρεσις – hàiresis :  scelta, preferenza per una idea o una dottrina o un modo di pensare. In tale mondo antico, nel quale la religione era più rituale che dogmatica, l’hàiresis non aveva l’aspetto drammatico che rivestirà con l’avvento del Cristianesimo. In effetti, l’Antichità politeista separava il mito dalla filosofia e, di conseguenza, la fede, la credenza religiosa dalla scienza. Per tale motivo non erano possibili conflitti tra fede e scienza. Il monoteismo, invece, introdusse, la teologia, lo studio scolastico del Divino, rendendo filosofia e scienza “ancelle” sottomesse al servizio della teologia, la quale detta “verità rivelate” su Dio, di cui non è lecito dubitare o investigare il fondamento di certezza. Tali verità rivelate sono i dogmi.

E’ curioso notare come il termine “eresia” derivi dal greco αἵρεσιςhaìresis, derivato a sua volta dal verbo αἱρέωhairèō, nel senso di “afferrare”, “prendere”, e più specificamente “scegliere” o “eleggere”. In tale àmbito indicava, come abbiamo visto, scuole filosofiche come quella pitagorica, quella platonica o quella stoica. Dunque, in origine, eretico, era colui che sceglieva, colui che era in grado di valutare più opzioni prima di aderire ad una filosofia, o una dottrina, o ad una corrente religiosa, e il termine hàiresis era normalmente usato persino nel mondo ebraico più o meno ellenizzato per indicare le varie scuole filosofiche o religiose, come quelle di SadduceiCristiani, Esseni e Farisei. E, sia nel mondo greco antico, che in quello ebraico ellenizzato questo termine non possedeva, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria. Con l’avvento al potere nell’Impero romano da parte dei Cristiani, a partire dall’era costantiniana, cominciò un’era di dogmatismo, di passionalità, di intolleranza, di repressioni, di violenza, di stragi, di torture, di roghi.

Una intolleranza ancora più feroce rispetto a quella usata nei confronti di coloro che, all’interno del Cristianesimo, non si uniformavano ai dogmi della proclamata Ortodossia, venne esercitata nei confronti di coloro che, attraverso l’Iniziazione, cercavano non la soggettiva opinione-doxa, ma la Conoscenza spirituale diretta e oggettiva: la Gnosi. Esempi illustri di Iniziati, martiri dell’intolleranza confessionale, sono Giuliano Imperatore e la filosofa alessandrina Ipazia, ambedue vilmente assassinati, e Ipazia in maniera particolarmente feroce e raccapricciante.

Il mondo classico, greco e romano, non ebbe mai una Ortodossia, e di conseguenza non conobbe dogmi, ossia concetti religiosi cristallizzati. Ebbe una Ortoprassi, ossia la pratica devota di riti familiari, gentilizi, statali, o misterici, che erano alla base dell’ordine e della coesione sociale, e miti: riti e miti che ognuno era libero di interpretare come voleva o poteva, a seconda del proprio livello di maturità spirituale. Vi era, in tale àmbito, assoluta libertà di opinione, con tutta la varietà che tale libertà comportava. Poi vi era, inoltre, l’Iniziazione ai Misteri per coloro che aspiravano ad una esperienza e ad una conoscenza più elevata e diretta dello Spirituale e del Divino. Ma non vi erano dogmi, o dottrine da credere obbligatoriamente. La stessa cosa avviene tutt’oggi in Oriente: in India, in Cina, in Giappone. In Oriente convivono negli stessi luoghi, e a volte nelle stesse famiglie, i culti religiosi rivolti alle Divinità più diverse, ognuna delle quali vista e sentita dai singoli fedeli come la principale, come la suprema. Perché si è coscienti, secondo il detto vedico, che: “la Realtà è una, le verità sono molte”. Ciò porta facilmente alla più ampia e generosa tolleranza, perché nessuno che ami la propria verità, sente di possedere l’interezza della Verità, e concede volentieri che altri possano possedere altre verità, o aspetti diversi e complementari dell’Unica Verità-Realtà. Questa è al di là delle opinioni umane, delle molte e frammentarie piccole verità parziali umane. Ma l’Iniziato può innalzarsi, attraverso l’Iniziazione, l’Illuminazione, l’Estasi, alla vivente esperienza, alla Conoscenza dell’Uno-Tutto, del Divino-Uno che trascende ogni parola o rappresentazione umana. Ma per giungere ad una tale così elevata esperienza, bisogna spogliarsi delle opinioni, delle credenze, delle fedi, delle teorie, delle dottrine, dei dogmi, e trasformare totalmente se stessi, affrontando il morire nella discesa agli Inferi, e il rinascere nella resurrezione iniziatica al mondo dello Spirito.

In Occidente, la fede irrigidita in dogmi cristallizzati, che non chiedevano comprensione e conoscenza, bensì esigevano accettazione incondizionata e imponevano sottomissione, andò in rotta di collisione frontale prima con la Sapienza del Mondo Antico, e poi a partire dalla fine del Rinascimento andò a scontrarsi con la nascente scienza moderna copernicana, kepleriana, galileiana e newtoniana. Scontrò che portò, per esempio, alla condanna del sistema eliocentrico copernicano – rimasto al bando dalle scuole cattoliche sino al 1828 – al rogo di Giordano Bruno, all’umiliante abiura imposta a Galileo Galilei, ad infinite altre atroci persecuzioni.

D’altra parte, l’oscurantismo clericale spinse alcuni settori della scienza, nella lotta sempre più acerba contro il dogmatismo curiale, ad un materialismo sempre più radicale ed anch’esso divenuto sempre più dogmatico. Certo, non tutti gli scienziati sono caduti in un tale rozzo e intollerante materialismo, ed è giusto riconoscere i grandi meriti della scienza moderna. Ma quella che oggi soprattutto manca, drammaticamente manca, è una scienza delle cose spirituali, una Scienza dello Spirito rigorosa, come lo sono le scienze matematiche o quelle fisiche e naturali, ossia una Gnosi, che nasca da esperienza spirituale diretta, e non da credenze, dogmi, tradizioni, sopravvivenze di antiche mistiche, oramai esaurite, e così via. L’attuale contrapposizione tra scienza e fede, è la conseguenza della più antica contrapposizione tra Gnosi e fede, provocata dalla lotta che le confessioni religiose dogmatiche hanno aspramente condotto contro il principio dell’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, contro il principio dell’esperienza spirituale diretta, contro la Conoscenza. Vi è urgenza che venga, come nell’antico Mondo Classico, ristabilita una gerarchia di valori, che doni nuovamente la prevalenza alla Sapienza, alla Scienza, alla Conoscenza, alla Gnosi, altrimenti invece di civiltà, dovremmo parlare di intolleranza, di violenza e di barbarie.

Ci si può chiedere che cosa spinga molti esoteristi, e in particolare coloro che hanno conosciuto la Scienza dello Spirito, ad una morbida accondiscendenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, ad un bisogno di condividerne gli aspetti liturgici e comunitari, a cercare un rapporto o addirittura l’approvazione della gerarchia ecclesiastica. Alcuni amici hanno avuto modo, rimanendone oltremodo perplessi, di leggere nel numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si vorrebbe presentare come antroposofica, un ripetuto e abbastanza esplicito invito ad accostarsi alla vita sacramentale della Chiesa. A parte l’esser funzionale agli inconfessati e inconfessabili finalità di chi vuole deliberatamente operare nella Comunità spirituale un “trasbordo ideologico inavvertito”, una tale proposta può essere espressione unicamente di una rinuncia all’eroica impresa spirituale, di una paura, di un incoercibile spavento di fronte all’esperienza, alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il dogma – sia esso cattolico, antroposofico, o catto-antroposofico – è un qualcosa che chiede solo di essere accettato e “creduto”, non sperimentato. Si rimane nella passività dell’anima senziente o dell’anima razionale-emotiva: non si esce dal servaggio alla natura caduta, non si compie l’esperienza attiva dell’anima cosciente.

Certo, la Via del Pensiero è dura, ed è sicuramente dura la pratica intensa, fedele, costante della Concentrazione, che vuole condurre all’esperienza dell’originaria forza-pensiero attraverso l’annientamento volitivo del pensato, di ogni pensato, di qualsiasi determinazione o forma del pensiero che non sia il suo nudo contenuto originario, libero da ogni determinazione e forma. Percorrere concretamente la Via del Pensiero è abbandonare tutti gli appoggi, rinunciare ad ogni “credenza”, ad ogni opinione, sperimentare la più radicale solitudine interiore. E chi teme ciò, facilmente rinuncia all’impresa interiore, la quale non può non essere eroica, e cerca nella Chiesa e nella sua liturgia un rifugio comodo e consolante, sia pure illusorio.

In una lettera del 17 marzo 1972, così mi scriveva Massimo Scaligero a proposito di quanto sopra è stato descritto:

“…Come il cristiano esoterista che si ricongiunge con la Chiesa Cattolica, perché vi trova sicurezza, sistematicità, affabilità, e, perché no?, anche appoggio. Il reciproco appoggio che sarebbe vero se fosse quello di esseri liberati e liberanti, non se è il reciproco appoggio e la codificazione associativa delle debolezze. Il Mondo Spirituale oggi necessita di combattenti puri, capaci di reggersi da sé, non di appoggiarsi a ciò che si è costituito secondo la formale aspirazione, che conceda all’umano permanere, comunque, col suo dominio su tutto. […] certo non si può essere tutti eroi secondo il Christo cosmico e l’impulso del Graal, e Platone e la virtù trasfigurante dell’idea che dà l’assoluto coraggio; ma occorre almeno tendere per fedeltà all’impossibile, provare, prepararsi, distinguere il vero sentiero: per i più scomparso”.

A volte mi chiedo se coloro che hanno avuto la ventura di incontrare la Via del Pensiero, e taluni il dono impagabile di incontrare un Iniziato come Massimo Scaligero, siano capaci della radicalità, dello slancio, della consacrazione che dimostrano molti asceti, seguaci delle Vie orientali. K. Lakshama Sarma, un discepolo tra i più avanzati, coraggiosi e fedeli, di Ramana Maharshi – che Massimo Scaligero affermava essere l’unico ad avere realizzato e additato in India l’esperienza dell’Io – così descrive il Maha Yoga, o Grande Yoga (com’egli chiama l’Atma-vichara, o Via di ricerca dell’Io di Ramana Maharshi):

“Il Maha Yoga è il metodo diretto di trovare la Verità di noi stessi. Esso non ha nulla in comune con ciò che comunemente è conosciuto come ‘Yoga’, essendo semplicissimo – privo di misteri – perché riguarda la Verità assoluta del nostro Essere, la quale è Essa stessa estremamente semplice.

Il Maha Yoga libera il suo seguace dalla sua fede, non per legarlo a nuove fedi, bensì per renderlo capace di perseguire con successo la Cerca del Vero Sé, che trascende tutti i credo.

Il Maha Yoga viene descritto come un processo di disimparare. Il suo seguace deve disimparare tutta la sua conoscenza, perché essendo nella relatività, essa è ignoranza, e quindi un ostacolo”. [Maha Yoga, by “Who” (K. Lakshmana Sarma) Tiruvannamalai, 2002, p. XIII].

 Ed è esattamente quello che dobbiamo avere la forza e il coraggio di compiere nella Concentrazione: l’annientamento di tutto il pensato, di tutto ciò che non è l’atto pensante allo stato puro. Non abbiamo bisogno di dottrine, di dogmi, di fedi, di credenze, ma dell’esperienza interiore diretta che sorge dall’annientamento di ciò che non è l’atto pensante allo stato puro.  

2 pensieri su “Scienza dello Spirito e fede

  1. Ottimo Hugo, sinceri complimenti!

    Articolo – che dico? articolone! – chiaro, ben fatto ed esaustivo ( in effetti lascerà esausto più di un lettore).

    No, sto scherzando. In effetti il “trasbordo ideologico” ha avuto un successone:
    nell’antroposofismo che è divenuto uno spiritualismo snervato, all’acqua di rose, mentre tra i discepoli (?) dell’Iniziato le sirene della Chiesa hanno, consapevolmente o subliminalmente, portato troppi apprendisti dalla severa e terribilmente responsabile Via del Pensiero al confortevole tepore di Mammà.

    Nonostante la sua palese inadeguatezza essa incanta col suo canto: “Vieni da me, io sosterrò ogni tuo fardello, monderò ogni tua pecca e ti garantirò la salvezza”.

    A proposito di salvezza, mi ricordo l’articolo dell’abbagliante figura che, dopo aver messo in pasto a tutti una tua lettera privata, col pathos di Rossella O’Hara ti gridò (amorevolmente):”Ma alla fine chi si salva, Hugo? Chi?”.
    Vedi: al netto del discorso ecco come emerge il concetto di salvezza. Termine evitato dalle grandi spiritualità e dagli Iniziati ma assai caro a romana Chiesa. Immagina Ramana che hai citato, dire ai discepoli: “Ora vi insegno il vicara, così vi salverete”.

    Con tale grande sciocchezza si grida al mondo: Chi si salva? Beh, nel divenire quasi tutti, mentre se non si va un dito oltre la persona storica, quasi nessuno.
    Se il sepentesco amico non fosse stato contagiato dal sentire cattolico assai più che dal vostro “comune Maestro” (cosa da me messa più volte in gran dubbio), saprebbe e sentirebbe diversamente la cosa: in questo tempo il vero operatore non è né mistico né sapiente. Anche se con “obtorto collo” non può essere altro che guerriero. E se non lo è si è già perso. Ed il guerriero non cerca salvezze. Agisce secondo lo schema del Bhagavad gita, anche se non lo conosce.

    Sa di dover combattere, indifferente alla vittoria come alla sconfitta e la salvezza non è cosa che gli appartenga.

    • Isidoro, il cercar salvezza – soprattutto tra le accoglienti braccia ecclesiali – è quanto di più egoistico si possa pensare. Ma non è solo egoistico, è pure mediocremente egoistico: è cosa da “parvenu” piccolo-borghese!

      Mi si allarga il cuore a veder citare un testo di ascesi guerriera come la Bhagavad Gita, e mi torna alla mente – e al cuore – l’incitazione del Supremo, che Massimo Scaligero ci rivolgeva, come essenziale al clima dell’ascesi, che diceva:

      METTETE LE VITTORIE SULLO STESSO PIANO DELLE SCONFITTE E LE SCONFITTE SULLO STESSO PIANO DELLE VITTORIE!

      Chi segue l’Ascesi del Pensiero – avendo calpestato speranza e paura – no sa che farsene di una egoistica salvezza, che nasce dal desiderio, ed è nutrita dai fantasmi della paura e della speranza.

      L’uomo libero agisce “kamaragavivarjitam”, senza brama né passione, per solo amore della sua azione, indifferente ai frutti dell’azione, al “successo”, al biasimo e alla lode. Egli è unica legge a se stesso. Una volta che abbia agito, dirà – come i discepoli del Buddha Shakyamuni – “katam karaniyam”: è stato fatto quel che andava fatto: in libertà e per amore! Il resto, Isidoro, è “fuffa”, una presa in giro, inganno, debolezza, evasione, sentimentalità, illusione.

      Hugo de’ Paganis,

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