SUI DEFUNTI

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Per i primi giorni di Novembre volevo spendere qualche parola per i defunti. Dopo qualche riga un pensiero invadente mi ha fermato.

Mi ha sussurrato, senza complimenti: “No caro mio, così non va bene!

Ho chiesto subito il perché ed il pensiero, con un tono che mi è parso leggermente canzonatorio, ha continuato: “Tu hai cominciato a pensare e sentire con la compunzione rassegnata che si accende davanti la povertà, all’ingiustizia, ai maltrattamenti, alle sofferenze, ai lutti…se sbagli così dal principio non scrivere nemmeno una parola!” “Noi” – perché il “noi”? Era solo un pensiero tutto mio? – “siamo vivi, più vivi di voi”.

Smettete una buona volta di credervi, voi vivi e noi morti…guarda, mi spiego meglio: immagina di andare per due ore al cinema: segui lo spettacolo, fatti afferrare dalla vicenda che si svolge sullo schermo. Poi esci dall’edificio, dall’oscurità artificiale, e ti muovi, c’è il sole, persone vere che ti salutano.., ora sei rientrato nella realtà. Così è per chi rientra nella Luce dello spirito, nella gioia della libertà e in una coscienza moltiplicata.

Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, sognando da bruco s’è risvegliato trasformato in farfalla!

*

Così riprendo in altro modo. Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, tanto avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle riflessioni per chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: dimenticarlo è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.

Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.

Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.

Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.

E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali. E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li abbiamo chiamati Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido come scorza.

Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, intuisce il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite cercherò di riferirlo agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!

Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

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