IL DEMONIACO NELL'ARTE

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Per chi ha cuore e sensibilità di fronte a ciò che vede nell’arte (architettura, scultura, pittura, ecc.), ecco un discorso chiaro e nel quale sono assenti le elucubrazioni che vengono partorite dall’eccesso di onanismi intellettualistici i quali mascherano tutte le nullità, o peggio, le oscenità galleggianti nell’artificioso bacino di molta parte della cosiddetta arte contemporanea.

Nell’epoca della omologazione globalizzata può risultare difficile, persino faticoso l’essere costretti a nuotare controcorrente. Non per stizza o contraddizione aprioristica ma per opporsi necessariamente ad una deriva che si spinge verso il basso e poi più in basso ancora. E non si creda, ingenuamente, che ciò derivi solo da una “beata” incoscienza. V’è, ad esempio e proprio ora, una corrente di architettura che nel suo “manifesto” si oppone ad ogni idea di trascendenza o almeno di bellezza: il suo scopo dichiarato è costruire in nome del brutto e del disgustoso.

Qui propongo un piccolo anticorpo: un breve intervento tenuto a Roma nel 1952 di Hans Sedlmayr (1896-1984), uno tra i più importanti storici dell’Arte del XX secolo.

Certamente ciò che esprime può essere non condivisibile (la sua biografia porta le stimmate del tradizionalismo, del nazismo e del cattolicesimo: che sottendono, nell’esteriore, il bisogno interiore di un “centro” perduto), ma il filo del suo pensiero mi pare, come ho detto nelle prime righe, assai chiaro e di un certo valore. Ho simpatia (che, credo sarebbe condivisa per i contenuti che seguiranno, anche da C.S. Lewis: qualcuno ricorda i dipinti appesi nella stanza iniziatica del dott. Frost in Questa orribile forza?) verso chi parla con conoscenza non raffazzonata, sebbene non possa essere indipendente da un certo punto d’osservazione: condizione inevitabile per ogni uomo che non si finga angelo.

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In quali condizioni un’opera d’arte o l’arte di un artista o di un’ epoca può essere chiamata demoniaca (che significa, come avevamo convenuto, cacodemoniaca, ossia derivante dallo spirito maligno), diabolica o infernale.
Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa:
prendere sul serio le opere d’arte.

A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine
diabolus, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il diabolus è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.
Ecco alcuni esempi per illustrare la tesi.
Un pannello murale della biblioteca del college di Dartmour negli Stati Uniti dovrebbe raffigurare un ‘Cristo’, opera del messicano Orozco, pittore espressionista della seconda scuola. Il personaggio si solleva in aria, i fianchi cinti da un lenzuolo, e sopra il grembiule di cuoio da operaio, con le stigmate che indicano in lui il Cristo. Ha le gambe divaricate, il pugno sinistro teso in avanti, nella mano destra stringe una grande ascia. Il volto, dallo sguardo di una fissità demoniaca, ricorda la fisionomia nota come quella di Lenin. Sullo sfondo, ai piedi di un’immensa piramide formata da armi belliche, fucili, cannoni, carri armati ecc., giacciono gli idoli rovesciati: la Colonna greca e l’immagine di Buddha. Ma giace a terra anche la Croce, rozzamente intaccata. Il Cristo-Operaio l’ha distrutta con l’ascia.
Il quadro costituisce indubbiamente la rappresentazione plastica più radicale del mito del proletario, vero uomo-Dio, che non partecipa del peccato originale dello sfruttamento, che scaccia le potenze delle tenebre, abbatte gli idoli, porta la Salvezza con l’azione e annuncia l’era nuova. L’opera è nata dallo spirito dei manifesti di propaganda dei senza-Dio sovietici, evocati anche dal carattere pubblicitario dello ‘stile’, che spesso addirittura la superano quanto a veemenza blasfema. Infatti, dal punto di vista cristiano, il quadro di Orozco è blasfemo. Ontologicamente parlando, non si tratta solo di una falsa enunciazione: poiché un Cristo che fa a pezzi la sua croce con l’ascia non potrebbe in alcun modo essere il Cristo; è il Ribelle, diabolicamente travestito, con la maschera del Cristo. Ci troviamo qui in presenza del ‘rovesciamento’ insensato di tutte le immagini concepibili del Cristo. Un rovesciamento, evidenziato appassionatamente dallo stile dell’autore, che ci invita con sguaiataggine a dichiarare la nostra appassionata adesione. Il diabolico dell’opera prendendo le parole alla lettera: la confusione volontaria dell’immagine del Cristo con quella del Ribelle si manifesta apertamente e senza veli. Quanto scompiglio degli spiriti anche nel nostro tempo! Basti pensare al fatto che il quadro è stato dipinto per la biblioteca universitaria di un Paese in fin dei conti cristiano.

Un’incisione di James Ensor porta il titolo Diavoli che bastonano angeli e arcangeli. Se la tela di Orozco è il rovesciamento di una raffigurazione del Cristo, questo disegno è il rovesciamento del vecchio tema occidentale della caduta degli angeli ribelli e del loro capo Lucifero. La plasticità dell’incisione, non priva di grande fascino grafico, porta tutti i tratti del caos incarnato. Nel disegno angeli e arcangeli sono provvisti degli stessi elementi di deformazione, bruttezza, perversione e oscenità dei diavoli vittoriosi. Ecco un esempio eclatante d’immaginazione demoniaca.

Ma non facciamoci illusioni: una tavola come l’Angelus Novus di Klee appartiene alla stessa famiglia di prodotti attraenti d’una immaginazione diabolica, checché ne dica un’ interpretazione ad usum delphini dell’arte di Klee. Infatti, qualunque forma possa assumere l’immagine di un angelo nella rappresentazione umana, mai potrebbe rivestire quei tratti grotteschi e idioti. Il leggero tocco di umorismo sardonico, piuttosto che attenuare, accentua l’orrore dell’apparizione.
Un quadro di Max Ernst, tra i protagonisti del sedicente surrealismo, mostra la
Vergine che bastona il Bambino Gesù coricato sulle sue ginocchia. La freddezza glaciale dell’esecuzione accentua il carattere blasfemo del soggetto fino al livello di ironia sacrilega.
Accanto al ‘rovesciamento’ dell’immagine del Cristo, degli Angeli, della Vergine, quasi tutte le scuole di ‘arte moderna’ fanno apparire una deformazione dell’immagine dell’uomo, del volto umano e del mondo familiare che circonda l’uomo, deformazione tendente al demoniaco.
Le varianti di tale
demonificazione sono sterminate, come le negazioni della verità, ma è possibile raggrupparle in alcuni cicli infernali.
L’uomo viene sfigurato sotto le sembianze: dell’insetto (Ensor); della maschera vuota senza sguardo (Picasso); del fantoccio cavo (George Grosz); del congegno (de Chirico); del robot (Archipenko); della macchina (Duchamps); della chimera (Max Ernst); del mostro (Picasso, Moore, Dalì); del demonio (Max Ernst, Dalì e soci). .
Ciò significa che, attraverso l’immagine, si trasferiscono sull’uomo tutti quei tratti che la concezione occidentale dell’inferno aveva attribuito agli esseri dalle smorfie sataniche che popolavano il luogo di dannazione. E ciò che fa subire all’uomo, l’immaginazione dell’arte moderna può ugualmente applicarlo al mondo che ci circonda e a ogni creatura solidale con l’uomo. L’universo dell’uomo si perverte in un tipico paesaggio infernale (basti ricordare i ‘paesaggi’ dei surrealisti).
Se parliamo, a giusto titolo, di deformazione, non intendiamo una deviazione dal canone naturalista. Nel quadro stesso di un’arte sovra-realista si osservano deformazioni della figura umana: in tal caso si tratta di veicoli che devono sollecitare lo spirito, attraverso l’immagine, a elevarsi su un piano superiore a quello ‘meramente umano’. Pensiamo all’
Angelo dell’Apocalisse di Bamberga, che scaglia la macina in mare: la sua mano, quattro volte più grande di quella di un uomo, simboleggia la potenza sovrumana del gesto. Pensiamo all’Angelo dell’Apocalisse di Dürer: le sue gambe sono colonne fiammeggianti, il corpo rilascia raggi immateriali, ma la testa è puro volto d’uomo. Assimilare tali figure agli angeli di Ensor o di Klee equivarrebbe a rinnegare e falsare le distinzioni più certe. E tale osservazione vale in maniera assolutamente generale.

Ci sono poi deformazioni dell’essere umano, della sua figura, del suo volto, che restano ancora nella sfera dell’umano.
Ontologicamente parlando, l’uomo nello stato di decadenza è al tempo stesso sublime e infranto, grande e miserabile, piacevole e brutto. Se dunque altri artisti moderni mostrano l’uomo afflitto da tutti i segni della sua miseria deformato, sfigurato, infranto, talvolta sul punto di decomporsi, segnato da tratti oscuri del nulla dove si trova proiettato, stilizzato sotto le apparenze del criminale, dell’idiota o dell’alienato ciò è unilaterale, ed è molto rischioso mostrare all’uomo immagini simili del suo essere. Ma non è ontologicamente falso, e dunque non è illegittimo. È infatti pregiudizio meschino credere che l’uomo debba abbellire una realtà presunta oggettiva.
Se il Rinascimento e il Barocco hanno mostrato, unilateralmente, l’uomo nella sua nobiltà, magnificenza e divinità astraendo dalla morte e dal peccato, e questo comportava a sua volta dei rischi non è meno legittimo farlo apparire nella sua condizione infranta e precaria. Il Medioevo conosce bene l’immagine del Cristo sfigurato dalla sofferenza e persino brutto, un Uomo-Dio il cui aspetto è privo di bellezza.
Ma le deformazioni dell’uomo sopra menzionate sono di tutt’altro ordine. Si tratta di enunciazioni ontologicamente false, sotto forma d’immagine e attraverso l’immagine, che si rapportano alla natura, all’essenza stessa dell’uomo. Rimproverare tale deformazione verso l’infra-umano alle tendenze dell’arte moderna che la rappresentano, non significa volerla misurare secondo il canone naturalista dell’immagine umana, come insiste a ripetere chi difende tali tendenze. Quella deformazione corrisponde invece a una falsa enunciazione attraverso l’immagine.
Poiché, per quanto in basso sia caduto, mai e poi mai neanche nelle sue degradazioni estreme l’uomo è diventato insetto, maschera, manichino, congegno, macchina, robot, fantasma, chimera, demone.
Tuttavia bisogna riconoscere che questi sono altrettanti pericoli che aspettano al varco l’essere umano; essi non sono apparsi mai così visibili come ai nostri giorni. Ma se dovessimo interpretare in tal senso tutti quei dipinti, le deformazioni plastiche e grafiche dell’uomo dovrebbero venir mostrate con tono di lamento, compianto o minaccia. Ebbene: nella maggior parte dei casi, è proprio quel che non accade.

Da: Avvenire-Agorà,2007.

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2 pensieri su “IL DEMONIACO NELL'ARTE

  1. Caro Isidoro, stranamente questo articolo mi ha fatto rabbrividire per il suo contenuto ed il messaggio che lancia. Poichè egli non vede nelle opere il tentativo di esprimere concetti tramite l’uso di nuove forme e contesti, e bensì immortalare in un quadro l’abominio compiuto dalla religione cattolica tramite l’uso di figure divine come il Cristo, nel caso dell ‘Orozco.
    Egli analizza la situazione solo dal canto suo, proibendo l’uso della fantasia e della trasformazione di figure oggettive in animali, insetti o vegetali.
    Tornando sempre al fatto che la cultura su cui egli si appoggia ( è un filo-nazista ed un cattolico ( abominio del cristianesimo) ) è più diabolica di qualsiasi quadro da lui analizzato.
    Ti ringrazio comunque per lo spunto e la riflessione che questo articolo mi hanno portato ad affrontare, soffermandomi più sulla mancanza di significato di certe opere moderne, che sulla diabolicità di altre.

  2. Caro amico, come ha potuto leggere avevo scritto che la pagina di Hans Seidlmar può essere non condivisibile.
    Però cerchiamo di non mescolare il vissuto personale con il prodotto del pensiero, sennò dovremmo fucilare pure Goethe.

    Del resto (ad esempio) Rosmini era un tantino cattolico, Heidegger un po’nazista e Padre Pio simpatizzava per il Duce…

    Ho citato C.S. Lewis che, per l’appunto non era cattolico e prese vigorosa parte attiva per sostenere il morale dei compatrioti civili e combattenti inglesi. Legga quanto scrive a pag.370/371 di “Questa orribile forza! (Mondadori 1953) a proposito di certa pittura, ossia di “cose di quell’estrema cattiveria che sembra innocente ai non iniziati”.

    Ho anche accennato ad una infinita deriva: Lewis citava la “fantasia” di raffigurare l’uomo con cavaturaccioli come braccia, mantidi violiniste e il violento surrealismo: non avrebbe immaginato il crocifisso immerso nel piscio e consimili opere artistiche.

    Insomma: l’uomo comune è medium di molte cose. Fin troppo spesso l’artista è ancora più medium (Dalì lo ammise pubblicamente, ma la vulgata non lo riporta).
    Mai come ora il mondo è oscurato dal dio tenebroso: infatti menzogna e violenza stanno macellando le anime. Ciò non avviene solo impersonalmente: sciami di esseri ostili, dotati di un istinto fin superiore all’intelligenza umana, affollano ogni spazio animico e modificano persino le nostre rappresentazioni.
    In questo senso le categorie ideologiche sono senza senso, così come non ha senso la scienza spirituale arimanizzata nelle anime.
    Dunque parlare di diavoli e cacodemonia nelle follie politiche o nell’osceno artistico, alla fin fine è un parlar chiaro, almeno in rapporto allo stato delle cose. Ma noto sempre che il parlar chiaro irrita molto le anime belle.

    Ps: queste ultime osservazioni non sono rivolte al gentile lettore.

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