DIES NATALIS SOLIS INVICTI

sole invicto

Nell’antica Roma, il 17 dicembre cominciavano i Saturnalia istituiti, come racconta Tito Livio, ad opera dei consoli A. Sempronio e M. Minucio, ed erano festeggiamenti appunto in onore dell’italico dio Saturno – che ha caratteri in parte diversi da quelli del dio Kronos-Chronos ellenico – festeggiamenti che si concludevano il 23 dicembre. E proprio il 17 Dicembre dell’anno 498 a.C., si svolse a Roma la consacrazione del Tempio di Saturno, situato nel Foro al termine della Via Sacra. Il tempio di Saturno – il più antico di Roma dopo quelli di Vesta e di Giove, e del quale ci restano sei magnifiche colonne ioniche – era ai piedi del colle del Campidoglio. In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione romana, ben prima di quella romulea sul Palatino, alla mitica fondazione sul colle capitolino da parte di Saturno della città originaria, che da lui prese il nome di Saturnia. Tali festeggiamenti erano preceduti dalla festa del Sol Indiges, che si celebrava l’11 dicembre in onore del Sole Natio, festa di origine sabina e non latina, che era stata introdotta a Roma dal Re Tito Tazio, che regnò assieme a Romolo.

Tali festeggiamenti, che duravano sette giorni nei quali coloro che si incontravano si scambiavano il saluto augurale Io Saturnalia!, e si porgevano come doni augurali le strennae, includevano il solstitium hiemale, ossia il giorno del solstizio invernale nel quale il Sole, nel giorno più corto del ciclo annuale, ha una sorta di stasi e, per così dire, “muore” e “rinasce”. Il 21 dicembre, giorno del solstizio, erano celebrati i Divalia o Angeronalia, ovverossia le celebrazioni e i riti in onore della Diva Angerona. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, era celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, nel quale era celebrata la nascita, o la rinascita del Sole, ma al contempo quella del dio Mithra, che dal Sole veniva distinto, e collegato, ma, talora, addirittura ad esso identificato.

Questi erano – e sono – giorni tra i più sacri nel ciclo dell’anno, e nell’antica Roma erano giorni nei quali, lontano dagli sguardi profani, si celebravano i sacra e gli initia, ossia quelle cerimonie che nella Iniziazione aprivano ai coraggiosi, ai puri, e ai degni, il varco all’esperienza cosciente del Mondo Spirituale. Quei mysteria venivano accuratamente celati agli sguardi profani, talché mentre della religiosità ellenica molto ci è giunto, e dei vari Misteri eleusini, frigi, orfici, samotraci, isiaci, dionisiaci e simili, pur se nessuno in duemila anni mai ne tradì l’intimo segreto, qualche esteriore notizia pure ci è giunta, dei Misteri romani, invece, i più – quasi tutti – ne ignorano tuttora persin l’esistenza. Ciò fu dovuto alla cura somma e gelosa con la quale – e ben a ragione – ne venne custodito l’arcano, che fu efficacemente difeso da ogni profanazione.

Massimo Scaligero, parlando della spiritualità romana, mette in evidenza come essa fosse molto più profonda di quella ellenica. Egli fa notare come alle origini la spiritualità e la religiosità romane, contrariamente all’efflorescenza della mitologia religiosa ellenica, fossero scarne, pressoché prive d’immagini e di miti. E ciò, non per una “povertà” di contenuti, bensì per il loro derivare da una sorgente spirituale “più alta” e soprattutto “più pura”, di tipo ispirativo-intuitivo, rispetto a quella immaginativa, e immaginifica, ellenica. Di ciò erano coscienti le stesse élite spirituali e politiche della Roma repubblicana, le quali parlavano, in termini chiaramente non proprio elogiativi, della graecula fabulositas, come di qualcosa che era il segno di uno sfaldarsi della tenuta interiore e dell’integrità spirituale. Anche l’incontro dell’austero e severo costume romano con la ormai decadente accozzaglia filosofica greca destò il fastidio e la diffidenza dei Romani nei confronti di quei filosofastri scettici, che nel foro facevano sfoggio della loro vuota dialettica, dimostrando che gli uomini erano rane, che le rane erano alberi e che gli alberi erano uomini! Non era più ormai l’aurea età dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele. E se i romani ebbero una simpatia filosofica, l’ebbero per i Pitagorici e per gli Stoici, il cui ethos consonava pienamente con l’aristocratico e austero mos maiorum, col costume della romanità più antica.

Non che da allora i tempi siano poi granché cambiati. Se lo sono, lo sono sicuramente in peggio e in pessima, ruinosa, direzione. L’intellettualismo oggi è una marea dilagante, e la dialettica – mala arte capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto, nonché di giustificare forbitamente ogni tradimento, ogni spergiuro, ed ogni menzogna – viene usata e abusata persino nelle cerchie sedicenti “spirituali” ed “esoteriche”, che dovrebbero proprio guardarsene bene, le quali, invece, come affermava Giovanni Colazza, sono sovente ridotte a congreghe di “chiacchieroni dello spirito”. Oggi sono tutti, proprio tutti – parola di Massimo Scaligero – fastidiosamente intelligentissimi e dialettici, e mai l’intelligenza discorsiva è stata così inflazionata come nella nostra epoca: oggi son tutti intelligentissimi furbastri e nessuno, quasi nessuno, è saggio. La saggezza viene dal silenzio e non dalla dialettica. Il silenzio è l’estinzione della dialettica: di ogni dialettica.   

Non per niente la Diva Angerona, preposta ai sacra, era una Dea del Silenzio sacro. Anzi, come fa notare, in UR-1928, quel paganaccio – incorreggibilissimo paganaccio – di Arturo Reghini, erano ben tre le Dee romane preposte all’Iniziazione, alle quali era sacro il silenzio. Tra queste notiamo: «la Musa Tacita di Numa (Plutarco, Numa, 8), la dea Muta di Tatius (Ovidio, Fast., II, 583), la dea Angeronia del Velabro, rappresentata con un dito sopra la bocca ed in atteggiamento silenzioso (ore obligato signatoque)».

L’italico Saturno era un dio dell’età dell’oro, e lo stesso Virgilio – il mio amato Virgilio – nella quarta Ecloga o Bucolica collega l’aureo Saturno all’età dell’oro:

Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;

màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo 

Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,

iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.

Questi ritmici versi, tradotti nella bella lingua di Dante, ci direbbero che: «L’ultima età, cantata dalla Sibilla Cumana, ormai è giunta; novellamente nasce il grande ordine dei secoli. Torna ormai anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno, e già una nuova stirpe scende dall’alto cielo».

Quella di cui parla il sapientissimo Virgilio, è una vera e propria trasmutazione: una trasmutazione al contempo sia macrocosmica e storica, che microcosmica e umana. In Alchìma il piombo, il pesante e opaco metallo di Saturno – il più esteriore, lontano e lento dei sette pianeti dell’antica cosmologia – è considerato “oro decaduto”, “oro lebbroso”, che deve essere riportato al suo stato originario. Il “piombo” è un decaduto “oro terrestre”, così come il Dio Saturno è un dio “caduto”, che fu prima “cacciato” dall’Olimpo, e poi si nascose nel Lazio. I Latini facevano derivare il nome Latium da latère, che ha il significato di “occultare”, “celare”, “nascondere”. Ma egli è altresì il dio dell’Età dell’Oro, che può riportare l’uomo e il mondo a tale aurea età. Ciò significa, tra l’altro, che l’oro alchemico, del quale vanno in affannosa cerca i discepoli di Hermete, è nascosto, celato, ben occultato nella terra. Per cui passare – secondo l’antico simbolismo astronomico-astrologico tolemaico – da “Saturno” alla “Terra”, è lo stesso che dire passare, ambulando ab intra, dall’esterno all’interno. E si rifletta sul fatto che nella religiosità romana Saturno, rifugiandosi e occultandosi nel Lazio, portò agli Aborigeni, a coloro che ab origine abitavano quella terra, la peritia ruris, l’agricoltura, traendo così gli umani da uno stato selvaggio di barbarie, così come altrettanto fece nell’Ellade la Dea Demetra che a Trittolemo ad Eleusi insegnò l’agricoltura, e Demetra è una Dea identica alla romana Cerere, la donatrice dei cereali.

Questa sapiente coltivazione della “terra”, di cosa ha particolarmente bisogno? Che cosa di particolarmente importante portò Saturno affinché la “terra” potesse germinare? Egli portò quel calore saturnio, quel fuoco, senza il quale la “terra” rimane “fredda” e non fa germinare il grano e le altre piante! E anche la pianta “uomo” necessita, su tutti i piani, di un tale “calore” e “fuoco”. Esiste una “agricoltura celeste”, che è capace di far sbocciare, fiorire e fruttificare la pianta umana, così come con l’Arte Regia ermetica si fa trasmutare il lento e opaco “piombo” umano nell’Oro della Sapienza.  

I sapienti Latini parlavano di una triplice cultura, che non era in quei tempi lontani quanto di narcisistico e corrotto va a giro nel mondo attuale sotto tale nome. Vi era la cultura agrorum, la coltivazione dei campi; vi era la cultura animi, ovvero la coltivazione ed educazione dell’animo umano sotto ogni aspetto; vi era, infine, la cultura o il cultus deorum, ossia la pratica di quella religio, che collega il visibile all’invisibile, l’umano al Divino. Lo stesso buon Orazio Flacco, in una sua Ode, si confessa colpevole, perché parcus deorum cultor et infrequens, ovvero: tiepido, incostante e negligente “cultor degli Dèi”, e si ripromette saviamente di cambiar rotta. E ancor oggi si parla di “uomo colto”, di “coltivar le arti o le scienze”, “coltivare odio” (malapianta questa…), “coltivare amicizie”, “coltivare sentimenti elevati”, ed infine di “culto divino”, ossia della liturgia e dei riti religiosi. Per i Latini era intuitivo poter parlare di cultura animi, o di cultura hominis, in quanto per loro homo e humanus erano parole correlate ad humus, lo strato vitale della terra. Ed anche nel racconto della Genesi, Adam, l’uomo, è tratto da adamàh, la terra rossa e vitale.

Cosmogonicamente, il mondo generato dal Logos è scaturito dall’originario “fuoco” saturnio, perché la Parola, il Verbo stesso, è “fuoco” generatore, “fuoco” che nel trascorrere successivo degli stati cosmici, sempre più “densi”, di “Saturno”, “Sole”, “Luna”, ed infine “Terra”, sempre più si volge alla manifestazione creativa, allontanandosi dall’Uno-Tutto, differenziandosi, specializzandosi – ossia, alla latina, manifestando species, apparenze diverse – e recludendosi nella frantumata, illusoria molteplicità. Nella “terra”, nella “pietra”, è celato il saturnio “fuoco” originario: vi dorme celato, ma da esso è novellamente ridestabile, pronto a divampare come brace da sotto la cenere, e a dissolvere l’esteriore apparire illusorio. Per cui dagli Ermetisti è detto: Omnia ab Uno, et in Unum omnia, cioè tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno esse tutte ritornano”. Ciò che dal “fuoco” è scaturito, nel “fuoco” di nuovo verrà dissolto: ma ciò che viene dissolto è l’illusorio apparire, la maya, ossia ciò che il tempo dal suo seno ha generato e che poi il tempo – come nel mito di Saturno – divora, mentre ciò che permane è ciò che è “originario”, che è ab origine, ossia l’elemento eterno.

A tale proposito, possiamo volgere il nostro meditare a due logia gnostici del Vangelo di Tommaso, che trascriviamo nella mirabile traduzione dal copto di Luigi Moraldi, ove nel primo, il n° 10, il Logos afferma: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco finché divampi», mentre nel secondo, il n° 82, dice: «Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal Regno». Questi due logia rimandano a quanto è scritto nel Vangelo di Luca, Cap. XII, 49, «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e come anelo che divampi!».  

Ora il Logos dichiara di esser l’Alpha e l’Omega, ossia il “principio” e la “fine”. E ciò è comprensibile perché, come nel serpente οὐροϐóρος-urobòros, la “fine” coincide col “principio”, essendovi nell’Uno, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, quel “fuoco” al contempo generatore e dissolvitore della frantumata molteplicità. Ma il Logos dichiara altresì di essere “pietra”, la “pietra” su cui tutto si fonda come solida roccia, e Paolo lo conferma scrivendo – trascrivo il latino della Vulgata di Girolamo – petra autem erat Christus. E tutta l’Alchìmia rosicruciana identifica la “pietra”, il lapis philosophorum, con il Logos.

Ora, come nella profonda tenebra del Solstizio d’inverno si occulta il Sole, per “morire e rinascere”, come nel plumbeo metallo saturnio si cela quell’oro dal quale si deve “togliere” l’oscurante “ombra”, così nella “pietra” si celano la “luce” e la “folgore”. Poiché – secondo l’aureo tema di meditazione donatoci da Massimo Scaligero – “ogni pietra ha la sua folgore”, e poiché, inoltre, – come ammoniva Basilio Valentino – occorre visitare interiora terrae per invenire, ossia trovare, quello occultum lapidem, che è veram medicinam, della quale ha urgente bisogno l’uomo caduto per trasmutarsi da bestia stupida, vigliacca e arrogante, in Angelo, è necessario operare sulla “pietra” o sul “piombo” saturnio col “fuoco”, togliere ad essi la “tenebra”, quella “ombra” oscurante, che ci rende schiavi dell’in-significante menzognero apparire.

Nei Misteri Mitriaci – tanto amati dai Romani al punto di disseminarne i mitrei dal Vallo Adriano, ai confini con celtica Scotia sin nella Mesopotamia, sulle rive dell’Eufrate e del Tigri – il 25 dicembre, nel dies natalis Solis Invicti, si festeggiava non solo la nascita, o la rinascita del Sole vincitore della profonda tenebra solstiziale, ma anche la nascita del Dio Mitra, che del Sole era amico e alleato, o che con lo stesso Sole veniva talvolta identificato. Il Dio nei suoi sacra e mysteria veniva chiamato Mithra petrogenos, ossia generato, sorgente, scaturente, in maniera fulgurea, dalla petra genetrix. Balzando fuori dalla pietra che lo ha generato, Mitra tiene in una mano un ferreo gladio e nell’altra una face accesa: dunque ferro e fuoco. Egli è, dunque, il portatore – come Michael – di una ardente spiritualità marziale, e ciò spiega il grandissimo amore che i legionari di Roma avevano per i suoi mysteria. E come non pensare – sia pure in altro, contesto apparentemente molto diverso, ma neanche poi tanto – all’audacissimo Conte di Cagliostro il quale, nel suo egiziaco Rituale, scrive: Qui agnoscit Martem, cognoscit artem, o qui agnoscit mortem, cognoscit artem : chi conosce Marte o la Morte, costui conosce l’Arte Regia. Ora il marziale gladio è di ferro – o di fiero acciaro, dicevano un tempo i Poeti: l’Acciaio dei Saggi dei Figli di Hermete – e col gladio si fa pugna e si dà la morte, o nella pugna si trova la morteL’oro venne considerato, in ogni tempo e in ogni luogo, essere il più puro e il più nobile dei metalli, al contempo indistruttibile ed eterno – al punto che gli alchimisti affermavano che era più facile “fare” l’oro che distruggerlo o “disfarlo” – in quanto è l’ultima, più “matura”,  e culminante realizzazione tra quelle che si attuano nel seno della Madre Terra o Petra Genitrix. L’oro, essendo il raggiungimento della “perfezione” – nel senso latino di perfectio e di perfectum, da perficere, e in quello greco di τέλειος-tèleios e di τελετή-teletèsimbolicamente rappresenta “sapienza”, “immortalità” e il conseguimento della “beatitudine celeste”: esattamente come nella “rigenerazione” fisica e morale, ovvero la preparazione della “pietra filosofale” e il “pentagono mistico”, della quale parlava il Conte di Cagliostro nel suo “egiziaco” sistema. Chi abbia sguardo sagace, può intendere tali simboli sub specie interioritatis, scorgendone, come direbbe Dante, “l’ascosa significazione”.  

La spiritualità mitriaca è dunque, come quella michaelita, una spiritualità pugnace, battagliera. E Massimo Scaligero, in Kundalini d’Occidente, scrive che a viva forza il discepolo espugna il pensiero puro, il che dimostra – una volta di più – come sia menzognera e ad arte fuorviante l’affermazione dell’anonimo articolista di una sedicente “scaligeropolitana” rivista romana, il quale in maniera insana e improvvida afferma essere “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica”.

Ora, chi affronta la pratica fervida, intensa, fedele della Concentrazione, chi ad essa con tutto se stesso si consacri, sa che in essa l’audace sperimentatore coraggiosamente sfida la Morte e il suo potere. Egli sa di quanto slancio, di quanto impeto, di quanta fredda determinazione, di quanta ardente consacrazione, egli deve essere capace per far risorgere nella Concentrazione il pensare cadaverico dal suo stato di morte. Egli sa che non v’è altra Via, se non quella del combattimento eroico per giungere ad aprire il varco alla travolgenza del Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore capace di dissolvere e rinnovare radicalmente l’umano. Il resto – le morbide “vie dell’anima”, gli stucchevoli mistici languori, le emozioni e i sentimentalismi delle “anime belle”, e via dicendo – è solo illusione, menzogna, vigliaccheria, consapevole o inconsapevole inganno di sé e degli altri.

Ho voluto sollevare appena un lembo sugli arcani di un’antica misteriosofia, e tuttavia qualcosa prezioso penso di averlo celato tra le righe, qualcosa che l’audace e diligente “pellegrino d’Amore”, come lo chiama il mio sempre più amato Dante, saprà ritrovare. E forse ho detto più che non lice…”. Per concludere, voglio trascrivere una traduzione un po’ più esatta di quella, veramente un po’ troppo approssimativa, che circola negli ambienti “scaligeropolitani”, del primissimo mantram che Rudolf Steiner donò nel 1906, al Solstizio d’inverno. Qui potest capere, capiat, e a tutti i nostri affezionati lettori di Ecoantroposophia auguro di tutto cuore un buon Dies Natalis Solis Invicti! 

Die Sonne schaue

Um mitternächtige Stunde.

Mit Steinen baue

Im lebenlosen Grunde.

So finde im Niedergang

Und in des Todes Nacht

Der Schöpfung neuen Anfang,

Des Morgens junge Macht.

Die Höhen laß offenbaren

Der Götter ewiges Wort,

Die Tiefen sollen bewahren

Den friedensvollen Hort.

Im Dunkel lebend

Erschaffe eine Sonne.

Im Stoffe webend

Erkenne Geistes Wonne.

***

Contempla il Sole

Nell’ora di mezzanotte.

Con pietre edifica

nel fondo senza vita.

Cerca così nel baratro

e nella notte di morte,

nuovo principio della creazione,

la giovane potenza del mattino.

Fa’ che le Altezze rivelino

l’eterna Parola degli Dèi.

Le profondità devon custodire

il tesoro colmo di pace.

Vivendo nella tenebra

crea un Sole.

Tessendo nella materia

conosci la beatitudine dello Spirito.

Rudolf Steiner

5 pensieri su “DIES NATALIS SOLIS INVICTI

  1. Capperi!

    E se uno non cappera che fa?

    Hugo non è un Hugo, è un Hugone: ti getta addosso una montagna e tu rimani sepolto non in pace ma con mille interrogativi ed un solo sentimento: di indegnità perché capperi così così.

    Cari lettori, votate per isidoro: è un usato sicuro e non scrive mai niente di nuovo. Così è più facile capperarlo.

    Approfitto di questo sgomento commento per augurare a tutti gli amici (e dai, pure ai nemici) un sereno Natale. Di cuore.

    • Perclarissime Isidore,
      valde scis scriptum esse:
      “quaerite et invenietis,
      pulsate et aperietur vobis,
      petite et datur vobis”.

      Il che – debitamente tradotto nella dantesca “lingua del sì” – significa che la verità è di chi la cerca e la conquista, e che per trovare bisogna proprio cercare, a meno che – come direbbe il prode visconte di Lapalisse – uno non trovi per caso: eventualità rara sulla quale io non conterei eccessivamente.

      Vedi, carissimo Isidoro, oggi vogliono andare tutti in Cielo in carrozza: con l’aria condizionata, l’i-pod, l’i-pad, il tablet, smartphone, con l’ultimo I-phone 7-8-9-10, e il frigo-bar ben fornito. E la pigrotta interiorità invita a cullarsi nella “animica” comodità. Vogliono che il tutto sia piacevole, distraenete, e non troppo impegnativo.

      Conciosiacosaché, davvero meglio votare Isidoro, che è l’usato sicuro, che qual certo novello “pampuriano”, che è l’abusato insicuro!

      Hugaccio, che sull’antico tratturo
      percorre da solo il sentiero sicuro.
      E per fare un bellissimo finale
      del novello Sole augura Felice Natale!

  2. Pingback: “Gesù nero”. Il nazismo inconscio degli antirazzisti postmoderni. | A caccia di guai

    • Il razzismo – qualunque forma di razzismo, tanto più se tradotto in visione e prassi politica – è una forma di becero materialismo zoologico: il limite ultimo della degradazione dell’umano. Oltre quel limite vi è la caduta nel demoniaco subumano, e lo sfracellarsi nell’abisso, dal quale difficile e improbabile un ritorno alla limpidità dell’autentico umano. il razzismo nulla ha a che vedere e a che fare con una verace visione spirituale del mondo, e con un’Ascesi liberatrice e superatrice dell’umano.

      Hugo de’ Paganis

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