LA SCIENZA DELLO SPIRITO E LE PROPOSTE INDECENTI

paradiso

Sul numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si presenta come “antroposofica”, ma che ha la celata (molto mal celata, anzi sempre più esplicita…) intenzione di “ortopedizzare” in senso confessionale il pensiero e l’opera di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, ritenuti ambedue pericolosamente dirompenti, uscì un articolo – non firmato, ma con ogni verosimiglianza attribuibile ad una persona precisa – che ha lasciato tutti oltremodo perplessi. Alcuni amici, che come me avevano avuto modo di leggerlo, mi hanno chiesto di affrontare varie affermazioni contenute in tale articolo, e di dire coram populo senza infingimenti quel che ne pensassi, soprattutto alla luce della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno trasmesso.

L’invito fattomi da questi amici è maliziosamente birbonissimo, perché costoro sanno molto bene come io la pensi in proposito, e conoscono quanto io sia oltremodo polemico per carattere e collerico per temperamento. Costoro sanno altresì benissimo com’io, presentandosene l’occasione, giammai rifugga dal mettermi nei guai con l’azzuffarmi una volta sì e l’altra pure, anzi come i guai, io – saepe et libenter – li vada sconsideratamente cercando e, a loro dire, dentro voluttuosamente vi sguazzi. Ma, in fondo, perché deluderli, questi simpatici amici così birbonissimamente maliziosi? Che cos’altro potrei oramai perdere, dopo che per decenni sono stato fatto oggetto delle “premurose” e “caritatevoli” attenzioni – cristianissime, si capisce – di coloro che hanno sempre sulla bocca espressioni come “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, “guardare sempre al punto di luce nel cuore dell’altro”, “mitezza”, “mansuetudine”, “compassione”, “disponibilità”, ed altre “virtuose” espressioni, altamente commendevoli peraltro, mentre che nella mano gli stessi “caritatevolmente” stringono quel pugnale, preventivamente immerso nel veleno, col quale darti il Dolchstoß, ossia quella pugnalata inferta rigorosamente alle spalle, tra le scapole o nelle reni, che solo da “fraterni amici” puoi ricevere, anche se non te la dovresti o vorresti aspettare?!

E siccome, oramai da decenni, il look e la reputazione me li sono irrimediabilmente rovinati, mi posso ben permettere una libertà di parola che altrimenti non userei. Evidentemente non tutto il male vien per nuocere, e persino le più grandi sciagure possono presentare notevoli e inaspettati vantaggi, ed avere addirittura talvolta persino lati divertenti. Ma veniamo al nostro argomento. Leggendo il suddetto articolo, ci è capitato di soffermarci in modo particolare sulle parole:

«La partecipazione ai riti religiosi è anch’essa una scelta libera, come in un àmbito del tutto profano, la partecipazione alle competizioni elettorali, la militanza in un partito, ecc. Lo è anche l’accedere ai sacramenti, la cui natura rinnovellatrice chiede all’asceta la consapevolezza di ripercorrere con essi, in forma simbolica e talvolta comunitaria, esperienze relative al meditare di profondità, al puro percepire, al volere consacrato, al sentire celeste. Sono queste esperienze a rendere facoltativa la loro pratica, ma in quanto condizioni o gradi di coscienza ricevuti in dono possono essere testimoniati, non per sola fede o pia attitudine come d’ordinario, là dove le circostanze lo richiedano. Essi sono l’occasione per dar prova di un discepolato e di un culto sovrasensibile indipendenti, perché antecedenti, dal magistero e dalla mediazione formale».

Quando lessi queste parole, confesso che mi si gelò letteralmente il sangue nelle vene. A parte il fatto che la politica – nell’attuale immondo mondo, ogni tipo di politica, sia essa di destra, di centro o di sinistra, moderata o radicale – è cosa sudicetta assai, ed oramai sempre di più se ne accorgono anche le persone semplici e meno edotte in materia, come dimenticare la più che giustificata avversione di Massimo Scaligero per la politica tutta intera, senza eccezioni di sorta? Egli affermava apertis verbis che i politici erano dei medium, posseduti da forze impersonali le quali, dopo averne scalzato l’io, li usano come pupazzi, come burattini svuotati di ogni sostanza interiore autentica. Egli insisteva sul fatto che nella politica vengono ad espressione i più bassi e peggiori istinti dell’uomo animale, rivestiti di una illudente verbosa dialettica, la quale può fingere la presenza di qualsiasi idealità, ma che nella sostanza è veicolo del più mendace e spietato cinismo. Ogni politica, e qualsiasi ideologia, di qualsivoglia orientamento e colore, è la manifestazione e lo strumento del Principe dell’Oscuro Pensiero: non vi è mai, in realtà, nella politica una lotta tra bene e male, bensì una lotta tra mali di segno contrario, ossia una lotta tra dèmoni, sempre tra loro segretamente concordi, sia pur nell’apparente discordia, al fine di eccitare, ovunque e sempre, brama, paura ed avversione, e spingere così i rispettivi seguaci al reciproco massacro. Quello messo in atto da tali dèmoni si chiama “giuoco delle parti”. E mi ricordo bene quel che A.V., discepolo di Massimo Scaligero sin dall’immediato dopoguerra, mi raccontava a proposito di come questi levasse brutalmente la pelle di dosso a lui e ad E.E. perché con giovanile foga si erano dati alla politica attiva, nell’illusione sentimentale di servire i propri ideali. Un episodio analogo me lo raccontò M.D., che assieme a D.E., allora adolescenti ambedue, si erano dati ad un entusiastico attivismo politico: in questo caso Massimo Scaligero procedette al loro decorticamento non in un incontro personale, bensì pubblicamente, all’interno di quella riunione del martedì, ch’egli teneva a Roma nel suo studio di Via Cadolini, con il gruppo dei giovanissimi. Per Massimo Scaligero l’esoterismo era ed è affatto incompatibile con ogni forma di politica.

Per cui mi stupii alquanto, allorché anni fa mi giunse da oltre oceano la telefonata di una persona, la quale perorò, come cosa doverosa, una mia auspicata compromissione con la politica e quella della Comunità spirituale, “perché noi – a suo dire – dobbiamo portare lo Spirito nella politica”. Gli obbiettai che a mio parere quel ch’ei proponeva mi sembrava l’esatto contrario, ovverossia un portare la politica, e le sue sozzerie, nella Scienza dello Spirito. Ora, se già è inaccettabile, oltre che inutile, il versare acqua pura di fonte in uno stagno putrido, ché ciò servirebbe solo a sporcare l’acqua versata e a smuovere il fango del fondo, lo è ancor più il versare graveolenti e sozzi liquami di fogna nelle pure linfe di un’acqua di sorgente. E proprio questo sarebbe stato il risultato della sua proposta indecente, se accolta e attuata. Naturalmente rifiutai e la lunga telefonata – come facilmente intuibile – finì a male parole. Il rifiuto fu motivo, una volta di più, delle suddette “premurose” e “caritatevoli” attenzioni, sempre cristianissime, ovviamente.  

Ben più indecente e ben più pericolosa è, invece, la proposta avanzata, anzi – come vedremo – imposta, dall’anonimo articolista sopra citato. Ci vien detto, abbastanza esplicitamente, che la Via del Pensiero non sarebbe l’assolutamente nuovo nell’evoluzione spirituale dell’uomo e del mondo, l’elemento radicalmente diverso e mai prima venuto ad esistenza nell’universo, e quindi ignoto anche agli Dèi, i quali ne attendono dall’essere umano la realizzazione e il dono come Autocoscienza, Libertà e Amore. Ci viene, invece, affermato che quel che l’asceta cerca nell’individuale meditare profondo, nella percezione pura, nell’ascesi della volontà e in quella del sentire – la disciplina della Concentrazione non viene neppure nominata, ma già sappiamo come per l’anonimo articolista essa possa essere una pratica potenzialmente molto pericolosa la quale, se non proprio abolita, dovrebbe essere perlomeno alquanto limitata nella durata e nella frequenza – già si troverebbe presente, a suo dire, nei sacramenti della liturgia della chiesa cattolica, i quali avrebbero una mirabile “natura rinnovellatrice”, la cui “virtù” l’asceta “sacerdotalmente consapevole” è chiamato a testimoniare, anche comunitariamente, ove “le circostanze sociali lo richiedano”.

Beh, se così fosse, non si vede proprio il motivo di impegnarsi in un’ascesi individuale, oltremodo esigente, nonché indubbiamente molto dura e faticosa, se quel che si va cercando fosse già presente in sacramenti e riti, vecchi di molti secoli, della chiesa cattolica. Che quel che per la Scienza dello Spirito è l’assolutamente nuovo, sia in essi presente è cosa di cui – a parer mio, ma non solo mio – è lecito dubitare fortemente. Ma non solo di una tale presenza, come vedremo, è lecito e savio fortemente dubitare. Infatti, una tale libera scelta – l’accostarsi ai sacramenti e partecipare alle liturgie comunitarie o meno – in realtà non esisterebbe, e l’innominato autore dell’articolo citato lo mette in evidenza, poche righe dopo, con parole che non lasciano soverchie illusioni circa “compassione”, “mansuetudine” e “mitezza” da adoprarsi nei confronti di chi operi una tale hàiresis, ovvero una scelta diversa da quella dogmaticamente prescritta dal Sacro Soglio pontificio. Infatti, così come l’infallibilissimo papa Pio IX, proclamato beato da uno dei suoi successori (che a Roma e altrove non pochi “scaligeropolitani”, in maniera insana e improvvida, anni fa proclamavano entusiasticamente “essere antroposofo”, mentre in realtà è ben documentata la sua attiva opera di distruzione dell’esoterismo in generale e dell’Antroposofia in particolare), nella enciclica Quanta cura del 1864 e nell’annesso Sillabo, dichiarò ex cathedra essere “delirio, cioè la libertà di coscienza e dei culti”,  e così il nostro articolista in maniera sommessamente minacciosa, ma neanche poi tanto sommessa, afferma:

«Si può parimenti decidere di non accedervi proprio per non turbare, in determinate circostanze, il succitato tenore interiore, ma sarebbe proprio per questo mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà. Soprattutto occorre verificare, con sacra onestà e sincerità, che la ripulsa, in questo caso del rito cattolico – ma sarebbe la stessa cosa nei confronti di altre chiese, e perfino di altre religioni – non celi in realtà l’opposizione segreta al Cristo, per l’impossibilità pagana – non certo dello spirito olimpico commovente ed eccelso dei Misteri, di un Socrate, Plutarco, Apuleio, o Seneca – di concepirne l’incarnazione la morte e la resurrezione, ossia il passaggio della trascendenza attraverso l’immanente, compiuto per un inconcepibile impulso d’amore dissipante l’autorità dei vecchi dei, questi sì ordinanti l’uomo in una rigida chiesa interiore».

Queste parole, messe nero su bianco dal nostro anonimo articolista, mostrano quanto poco sinceramente, a mio modesto giudizio, egli creda nella libertà – la stessa concessione nei confronti di altre chiese cristiane o di diverse religioni, nella fattispecie orientali, naturalmente è puramente formale e di facciata – ed evidenzia quanto poco egli riesca a concepirla se non come adeguamento alla norma dogmaticamente prescritta, perché per lui scegliere, more haeretico, di sottrarsi ad essa in nome di quel “delirio”, “errore velenosissimo”, che per Pio IX, come per il suo predecessore Gregorio XVI, è la libertà di coscienza, è naturalmente cosa perversa, che il beatificato pontefice, spietato carnefice di innumerevoli italiani, dall’altezza della sua dogmaticamente proclamata infallibilità, alla quale tutti i cattolici devono obbligatoriamente credere, nella suddetta enciclica Quanta cura, così stigmatizzava: «E mentre affermano ciò temerariamente, non pensano e non considerano che essi predicano la libertà della perdizione».

Già il suo predecessore, Gregorio XVI, nell’enciclica Mirari vos, del 15 agosto 1832, con tono apocalittico, così tuonava contro la libertà di coscienza: «Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella assoluta e smodata libertà d’opinare che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata, provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione. “Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore?” diceva sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo dell’abisso […]. Di là infatti proviene l’instabilità degli spiriti, di là la depravazione della gioventù, di là il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante, di là in una parola la peste della società più di ogni altra funesta».  

Personalmente, mi fa una notevole impressione il papale richiamarsi di Sua Infallibilità ad Agostino di Ippona, l’attivo e solerte persecutore di pagani, cristiani ariani, e manichei – quest’ultimi da lui vilmente traditi, derisi, infamati e calunniati con la coscienza di mentire, come gli rimproverò apertamente il suo antico amico, il manicheo Secondino – contro i quali chiese e ottenne l’uso del braccio secolare del Proconsole romano d’Africa. E contro i manichei egli fece impiegare la tortura talché, come egli stesso scrive, diligenter investigati, vix confessi sunt, ovverossia, i poveri manichei, fatti torchiare per benino, a malapena, e faticosamente, il torquator, torturatore e torcitore delle loro povere membra, riuscì nell’impresa di farli confessare. Né ciò bastò al solerte vescovo di Ippona: egli volle che il torquator, con le sue male arti e “competenze” professionali, trasformasse i malcapitati manichei da rei confessi in “pentiti collaboranti”, ossia che venissero trasformati, aut spinte aut sponte, in delatori dei propri compagni di fede, senza omissione alcuna di nomi od omertoso occultamento di fatti. In quegli stessi anni, a cavallo tra il III e il IV secolo d.C., avvenivano a Roma e in tutto l’Impero, per volontà dell’imperatore Teodosio e dei suoi pii ed augusti successori, la proibizione, pena la morte, di ogni culto pubblico e privato degli antichi Dèi, la chiusura dei Misteri di Eleusi prima e, in seguito, la distruzione nel 396 del Telesteriondel Tempio di Demetra, la Cerere Eleusina dei Romani, da parte dei Goti di Alarico, guidati da “cristianissimi” monaci nerovestiti. Ad Alessandria d’Egitto, in quegli stessi tragici anni, avvenne la confisca dei beni e l’espulsione degli ebrei, la distruzione del Tempio di Serapide, il rogo della sua mirabile biblioteca, l’assassinio da parte di altri monaci nerovestiti, con modalità particolarmente efferate e raccapriccianti, della sapiente filosofa, Iniziata e Ierofantide, Ipazia, la figlia del matematico Teone.

Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanto accanimento, sin dalle origini della chiesa, soprattutto nei confronti di coloro che, pagani o cristiani che fossero, non si piegavano a conformarsi a credere i dogmi prescritti e alla “osservanza”, ossia alla disciplinata partecipazione ai sacramenti e alla liturgia, di cui la chiesa pretende in privativa l’esclusivo monopolio? Le ragioni sono molte, ma in definiva son tutte riconducibili alla fatale opposizione di Scienza o Conoscenza e fede, della quale ho avuto modo di scrivere nel mio precedente articolo. Entrando più a fondo nel retroscena spirituale si tratta dell’opposizione, della radicale contrapposizione, tra Jahvè e il serpente del giardino dell’Eden, serpente caro agli gnostici ofiti o naasseni, il quale col frutto dell’Albero della Conoscenza dona agli esseri umani, tramite Eva, madre dei viventi, quella Gnosi o Conoscenza che rende “come gli Dèi, conoscitori del bene e del male”: Eritis sicut dii, scientes boni et mali. La cosa suscita apprensione, invidia e gelosia in Jahvè-Adonai, il quale – come ho avuto già modo di scrivere – mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesis greca e latina: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». È lo stesso contrasto fatale che si presenta, sino a diventare aperto conflitto, tra Caino e Abele, tra Hiram e Salomone, tra Promèteo ed Epimèteo.  

Ed è notevole che Rudolf Steiner non solo parli in termini altissimi degli antichi gnostici, dei quali elogia la profondissima sapienza, ma è ancor più notevole addirittura ch’egli dia come temi di meditazione e mantram, invocazioni tratte da un testo attribuito agli gnostici valentiniani, la Pistis Sophia – in GA-165, p. 132 – e addirittura un salmo – in GA-40, p. 183 – di quegli gnostici ofiti (dal greco ὄφις-òphis, “serpente”) o naasseni (dall’ebraico ‏נָחָשׁ‎ , nachash, ugualmente “serpente”, variamente trascritto come nahas naas). Questi gnostici, non solo gli ofiti o naasseni, ma anche i cainiti e i perati ad essi affini, del II secolo d. C., non disprezzavano affatto il serpente del giardino dell’Eden, tanto vituperato nell’Antico Testamento, e anzi lo veneravano come essere divino, e precisamente come  essente l’Anima Mundi, cioè come quella Anima del Mondo che, similmente alla Mente del mio amato Virgilio – secondo il quale in Eneide, VI, 727, Mens agitat molem, ovvero che lo Spirito tutto anima, vivifica e muove, compresa la materia apparentemente inerte – e lo veneravano come colui che, inviato di Sophia (la quale, ad insaputa del malvagio Demiurgo del mondo materiale, aveva instillato negli uomini una scintilla divina), ha donato ad Eva e ad Adamo, col frutto dell’Albero della Conoscenza, quella Gnosi, che libera l’uomo dalla schiavitù alla fatale necessità del mondo fisico, fattura dell’arrogante Demiurgo, ch’essi identificavano con lo Jahvè dell’Antico Testamento. 

La cosa giunse presto all’orecchio dei Padri della nascente chiesa cristiana, i quali ne lasciarono ampia polemica e calunniatrice testimonianza, ed iniziarono una lotta feroce al fine di estirpare la Gnosi, lotta che dapprima fu solo verbale, ma a partire dal IV secolo, una volta impadronitisi i cristiani del potere politico, anche sanguinosamente violenta. Abbiamo, a proposito della loro concezione, la testimonianza – una tra le tante – di uno dei primi Padri della chiesa, Ippolito, il quale ci riporta un testo di questi ofiti-naasseni (Refutationes V, 16,9 s.):

«Questo Serpente universale è anche la Parola sapiente di Eva. Questo è il mistero dell’Eden: questo è il fiume che scorre dall’Eden. Questo è anche il se­gno con cui è stato marcato Caino, il cui sacrificio non fu accettato dal dio del mondo, mentre egli accettò il sacrificio sanguinoso di Abele: perché il signore di questo mondo si diletta del sangue. Questo Serpente è quello che apparve in for­ma umana negli ultimi giorni al tempo di Erode …».

È evidente che sia al serpente dell’Eden che a Caino viene dato dagli gnostici ofiti e cainiti un significato “pneumatico”, ossia un significato spirituale elevato, e in qualche modo il serpente dell’Eden viene identificato con la Sapienza e con la Parola, ossia con il Logos stesso. Del resto, là dove nell’unico punto dove nel Vangelo di Giovanni, Cap. III, 14-15, si parla del serpente, il Signore ne parla in termini più che positivi: «E come Mosè innalzò nel deserto il serpente, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna». Il riferimento è al libro dei Numeri, XXI, 8-9, dove gli ebrei ribelli sono afflitti da serpi velenose, per cui vien detto nella traduzione ottocentesca del Martini: «E il Signore gli disse: Fa un serpente di bronzo, e ponlo come segno: chiunque essendo ferito lo mirerà, avrà vita. Fece adunque Mosè UN SERPENTE DI BRONZO, e lo pose come segno: e mirandolo quelli che eran piagati, ricuperavan la sanità». E nel libro della Sapienza, XVI, 4-7, viene ricordato che: «Perocché conveniva che irremediabil rovina venisse sopra di quelli che la facevano da tiranni: a questi poi solamente si dimostrasse in qual guisa straziati fossero i loro nemici. E allora quando contro di questi infierirono bestie crudeli, eglino erano messi a morte per le morsicature di velenosi serpenti. Ma non per sempre durò il tuo sdegno, ma per poco tempo furono spaventati per loro emendazione, avendo ricevuto il segno di salute, perché si ricordassero de’ comandamenti della tua legge. Al qual segno chi si rivolgeva, diventava sano, non in virtù dì quel ch’ei vedeva, tua per grazia di te salvatore di tutti». Il Signore, nel dialogo notturno con Nicodemo, stabilisce un parallelo ben preciso tra quel segno di salvezza – ossia il serpente di bronzo innalzato sulla croce a forma di Tau – e «il Figliuol dell’uomo innalzato». Quanto alla somiglianza con le parole che il serpente rivolge ad Eva, in Giovanni, X, 34-35, il Signore dice: «Rispose loro Gesù: Non è egli scritto nella vostra legge: Io dissi: siete dii?  Se dii chiamò quelli a’ quali Dio parlò, e la scrittura non può mancare, a me, che il padre ha santificato, e mandato al mondo, voi dite: Tu bestemmi: perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».   

Va da sé che se, come l’Ulisse dantesco, noi non “vogliamo viver come bruti”, ma al contrario “seguir virtute e canoscenza”, per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, è assolutamente necessario che gustiamo il frutto dell’Albero della Conoscenza e che tendiamo la mano pure al frutto dell’Albero della Vita, ma un tale atto non è gradito al geloso ed arrogante Demiurgo, il dio di questo mondo, il quale considera l’uomo – direbbero in India –“un animale utile agli Dèi”, e l’umanità “bestiame” parimenti “utile”, ed egli non vuol certo perdere capi di bestiame o intere mandrie. Né tampoco un tale atto può risultare gradito ad una chiesa per la quale i fedeli sono “agnelli”, “pecorelle” e “gregge” da pascolare, mungere e tosare, per cui è chiaro che se i “fedeli”  conquistano Scienza e Conoscenza e – per usare una espressione di Dante – cominciassero ad essere “uomini e non pecore matte”, la chiesa perderebbe tutti i clienti: per lei sarebbe davvero un pessimo affare. Per cui non è tollerabile per Jahvè e per la chiesa che l’uomo voglia affrancarsi da ogni vincolo, che voglia non credere, bensì conoscere, che voglia essere unica legge a se stesso, e libero.

E ciò porta alla concezione che la chiesa cattolica ha del cosiddetto “peccato originale”, ossia di quella colpa – a parer mio, e non solo mio, felicissima culpa – compiuta dai nostri progenitori Adamo ed Eva, con l’accettare l’invito fatto dal serpente nel giardino dell’Eden a gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza. Infatti, si può leggere nel mai abrogato Catechismo di S. Pio X, alla domanda n° 70, le seguenti parole: «Che peccato fu quello di Adamo? II peccato di Adamo fu un peccato grave di superbia e di disubbidienza». Ecco perché l’ignoto articolista attribuisce il non accostarsi ai sacramenti della chiesa cattolica – delle altre chiese e religioni diverse, malgrado altisonanti affermazioni in senso contrario, in realtà, come direbbe la mia amica S., non gliene importa un tubero – a colpa grave e per lui sarebbe «mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà», il non voler partecipare alla liturgia della medesima.  

Curioso, poi, è l’uso da parte dell’anonimo articolista dell’aggettivo verbale “mortificante”. Infatti, tale participio alla lettera significa “che fa morire”, “che dà o provoca la morte”. E chiunque abbia letto il libro mosaico della Genesi, sa bene che a destinare l’uomo alla morte non è il serpente, che donandogli il frutto dell’Albero della Conoscenza, gli dona al contempo la Gnosi liberatrice, bensì il geloso, vendicativo, e dispettoso Jahvè, il quale non tollera il fatto che «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». Perciò Jahvè cacciò via l’uomo dal giardino d’Eden, e pose ad oriente del giardino d’Eden un Angelo con la spada fiammeggiante sguainata, «per custodire la via dell’albero della vita». E la chiesa, per non esser da meno dell’invido Demiurgo, per molti secoli ha condannato coloro che, ad essa disobbedienti, facevano una “scelta”, hàiresis, da lei giudicata appunto “eretica”, prima alla morte corporea tra le fiamme fisiche del rogo e poi – a suo dire – a quella spirituale tra le fiamme dell’Inferno. Beh, arrivato oramai alla mia non più verde età, ancora devo capire qual male vi fosse nel voler divenire, come gli Dèi, conoscitori del bene e del male, e soprattutto liberi. 

Invece, nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6, il Signore dice: «Io sono la Via, la Verità e la Vita», cioè Egli, ovvero l’Io Sono, principio e fondamento dell’autocoscienza dell’Io, contrariamente al Demiurgo arrogante e geloso, non condanna affatto alla morte, bensì apre il varco ed è la Via per giungere a conoscere la Verità e gustare il frutto dell’Albero della Vita. Infatti, nel precedente Cap. VIII, 32, Egli proclama: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Per me, semmai, oltremodo “mortificante” – al contrario di quanto afferma l’anonimo articolista – è il rinunciare all’impresa spirituale, l’intrupparsi in un gregge, l’obbedire disciplinati e fidenti, senza fare domande inopportune ed importune, ad un pastore, il calunniare coloro che non si piegano alla mediocrità e alla meschinità del gregge, il diffamare la Via del Pensiero, la Concentrazione, chi le pratica, e il Maestro che ce le ha donate.

Non è vero che l’anonimo articolista, malgrado le comode affermazioni di facciata, metta alla pari, ossia, per così dire, sullo stesso piano la Scienza dello Spirito e Via del Pensiero, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno mostrato, e la partecipazione alla vita sacramentale e liturgica della chiesa cattolica. Infatti, in un numero precedente della suddetta rivista, egli – proponendo, come rimedio di salvezza, una orripilante e agghiacciante “circoncisione eterica” – scriveva che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», il che è apertamente contro quanto Rudolf Steiner indica per es. nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, e Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, nonché nell’intera opera di ambedue. Del resto, io stesso ebbi modo di udire dalla sua bocca – suis ipsissimis verbis – che «la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», e che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo» – frase che, come uno slogan o un ritornello, sappiamo essere il cavallo di battaglia dei fans della «via dell’anima». 

Infatti, il nostro anonimo articolista cerca, con consumata e suadente arte dialettica, di dare per scontato che il cristianesimo e la religione coincidano con la chiesa cattolica e la sua liturgia, sfumando in uno stile passabilmente contorto i molti punti problematici, che invero potrebbero lasciare perplessi i lettori più avvertiti. E, con ragionamenti contorti, cerca altresì di instillare sottilmente nei lettori una “salutare” diffidenza nei confronti di un esoterismo e di una Via del Pensiero, ed eziandio nei confronti di coloro che non ne vogliono saperne di piegarsi disciplinatamente alla contortodossia di una chiesa, da sempre nemica di qualsiasi gnosi, e di ogni esoterismo che portino all’esperienza e alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il nostro articolista, inoltre, cerca di far passare l’idea che l’esoterismo, compreso quello rosicruciano e antroposofico, non siano altro che la continuazione e il prolungamento – il completamento, a suo parere –  di quanto vi sarebbe già nell’insegnamento della chiesa, mentre è vero esattamente il contrario. Qualsiasi volontaria autonomia o, peggio, qualsiasi critica da parte di impenitenti esoteristi nei confronti del magistero ecclesiatico, dal nostro articolista viene stigmatizzata come grave e nefanda colpa, che cela una consapevole o inconsapevole avversione al Christo, e da lui additata alla pubblica riprovazione. Egli – peraltro amico e frequentatore di ambienti che si definiscono “cattolico-tradizionalisti”, e che in realtà sono, in àmbito religioso e sociale, quanto di più reazionario, integralista e fondamentalista, con tentazioni “politiche” alquanto problematiche – rimprovera alla chiesa cattolica unicamente quello che gli ambienti più reazionari di essa le rimproverano da tempo, e pure con parole assai più dure delle sue. Ma il nostro articolista è uso ad esprimersi con una – chiamamola così… – prudenza benedettina, come nel seguente passo:

«A ben vedere, dunque, la responsabilità delle chiese, anche dal punto di vista storico, incomincia quando, a seguito di una lettura psicologica o sociologica dei Vangeli, esse si volgono con convinzione, e inevitabile rozzezza, alle molteplici applicazioni del pensiero che è stato chiamato “spaziale”, recidendo le radici platoniche e aristoteliche dal cui coinnestarsi, fin dalla stagione più luminosa della loro storia, sarebbe potuto nascere il tronco del riconsacrato Albero della Conoscenza, i cui frutti, al contrario del Pomo fatale, avrebbero avuto il sapore di cielo e terra insieme».

A parte la poetica “venustà del periodare”, come la chiamerebbe quel paganaccio di Arturo Reghini, la degenerazione – e il tradimento spirituale – della chiesa, non risale certo ai tempi recenti del modernismo del primo Novecento, scomunicato da papa Pio X, o a quelli recentissimi della fumosa teologia della liberazione, ma è ben più antica. Infatti, risale – già secoli prima dell’infamissimo Costantino – alla calunnia dei Misteri del mondo classico, alla calunnia e alla lotta contro la Gnosi ed ogni forma d’Iniziazione cristiana, e una volta impadronitisi del potere politico, alla persecuzione e allo sterminio degli Iniziati pagani, dei cristiani ariani, dei manichei, della crociata contro i catari nell’Occitania medievale e in Italia (roghi con centinaia di “eretici” a Montségur e nell’arena di Verona, per menzionarne solo due tra migliaia di casi), lo sterminio dei Templari, gli orrori dell’Inquisizione, lo sterminio di intere popolazioni in America latina, la Guerra dei Trent’Anni che in Germania portò allo sterminio di metà della popolazione (otto milioni di morti, una intera città come Halle passata a fil di spada…) proprio al fine di annientare l’impulso rosicruciano appena allora affacciatosi, le guerre di religione e la “notte di San Bartolomeo” in Francia, l’assassinio per combustione sul rogo di esseri luminosi come Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli (e per poco il suo amico Dante Alighieri non fece la stessa fine), Jan Hus, Giordano Bruno, la persecuzione e l’assassino “lento”, o forse invece repentino, di Alessandro Conte di Cagliostro,  la “crociata” del Cardinal Ruffo e dei suoi sanfedisti contro l’eroica Repubblica napoletana del 1799, affogata – con episodi di autentica “matta bestialità” – nel sangue per le strade e sui patiboli di Piazza del Mercato, a Napoli, la violenta persecuzione dei patrioti italiani, la loro diffamazione e la recente falsificazione del Risorgimento da parte clericale, che oggi ha la sfrontatezza di rivendicarne paternità e attuazione, per dirne solo pochissime: tutte cose delle quali per il nostro anonimo articolista non si deve parlare. Per lui è preferibile rivolgere accuse all’esoterismo:

«È tuttavia singolare, da questo punto di vista, che vi siano ambienti esoterici che rimproverano alla chiesa quello che potrebbero altrettanto giustificatamente rimproverare a se stessi. Della chiesa, essi che avrebbero dovuto percorrere il sentiero più alto e difficile, riproducono le dinamiche interne: essi che di quell’Albero avrebbero dovuto sorvegliare e incoraggiare la crescita, pur avendolo visto, non riescono a valicare il confine spaziale della conoscenza e a stabilire da anima ad anima la relazione resa possibile dalla comune frequentazione del lόgos [sic] nel pensare».

Dal nostro solerte, indubbiamente intelligente e abile – sin troppo – anonimo articolista, viene risolta e risolta, invero, con disinvolta eleganza ed una audace petizione di principio, la situazione di progressiva degenerazione e decadenza della chiesa cattolica. Ecco come si esprime qualche riga dopo la precedente considerazione di accusa delle cerchie esoteriche, che non si allineano alle posizioni del magistero ecclesiale e non intendono riconoscerne l’autorità:

«È inevitabile, e sotto certi aspetti perfino comprensibile, che già al secondo anello di trasmissione di un magistero, tanto più quanto più esso sia stato di incomparabile fattura, il pensare, anche per sincera devozione, tenda ad adagiarsi orizzontalmente sulla sua autorevolezza, consegnando agli anelli successivi una forza progressivamente meno viva. Ciò non era grave ai tempi in cui l’attuale funzione del pensare era assolta dalla ripetitività dei riti, il cui principale obiettivo era distruggere e ricreare il cosmo, annientare lo spazio e rinnovare l’atto originario; non è stato grave sino a pochi decenni addietro, quando per esempio la tradizione cattolica risolveva le sue molte contraddizioni con la fiducia assoluta nei sacramenti, consapevole di trasmettere con essi qualcosa di non toccato  dall’umanità dei trasmissori, al riparo dalla loro inadeguatezza e partecipato dalla fede vivificante dei semplici, in uno scambio tra officianti e officiati che poteva non eccezionalmente evocare il sacerdozio invisibile di entità aiutatrici. L’affievolirsi di tale certezza, che nei secoli ha nutrito l’essenza della fede antica e sostanziato la vita morale e di pensiero del cattolico, edificato le cattedrali gotiche e la filosofia scolastica, ispirato poemi e opere d’arte, animato ordini monastici e cavallereschi, ha lasciato man mano prevalere la dialettica della mediazione e della strategia politica – nella cui forma il Cattolicesimo si era calato già dal suo approdo nella città dei Cesari – fino a depotenziarsi nell’adesione alla communis opinio dei grandi temi sociali. Da Chiesa dello spirito, a Chiesa dell’anima e infine dei corpi».  

A tutto questo bel discorso, una volta spogliato dagli artefici dialettici e dalle figure retoriche, vi è molto da eccepire. Rudolf Steiner è chiaro che più non si potrebbe esserlo, sul fatto che fine e mèta che la chiesa cattolica si propone è la paralisi, la narcosi e l’annientamento dell’anima cosciente nell’uomo, mostrando apertamente la Schattenseite, il lato tenebroso della decadente liturgia cattolica. E questo sin dai suoi inizi, quando ancora era molto lontana dal mettere le sue mani grifagne sul potere politico romano. Strumento per realizzare paralisi, addormentamento e distruzione dell’anima cosciente, un tempo e ancor oggi, è la ritualità, della quale essa fa un uso magico, e non sacrale e religioso. Come mette in rilievo Rudolf Steiner nel ciclo Il mistero della Trinità, GA-214, nella conferenza del 23 luglio 1922, la chiesa attraverso un collegio pontificale segreto, tenuto in Italia nel III-IV secolo, iniziò la lotta per combattere col ferro e col fuoco il principio della Iniziazione, per distruggere ogni traccia di quei testi che non erano per lei accettabili, per modificare a suo libito e comodo gli altri, dichiarando infine che la rivelazione doveva considerarsi definitivamente chiusa, e che all’esperienza spirituale diretta doveva da allora in poi sostituirsi il dogma. La chiesa agì decisamente con azione di saccheggio: rubò e confiscò la morale agli ebrei, la filosofia ai greci, la religione e i suoi riti a romani ed egiziani. Tutta la liturgia è tratta dai riti delle religioni classiche, dalle cerimonie dei Misteri soprattutto eleusini, mitriaci, isiaci e romani. Persino il titolo di pontifex maximus del quale si fregia il capo della chiesa cattolica è stato rubato, anzi violentemente scippato, alla sacertà della antica religio romana. Questo è ampiamente ammesso nell’insegnamento all’interno delle pontificie facoltà di teologia, ma non deve essere detto al popolo, che deve rimanere, ignorante e ciuco.  

Quanto ai sacramenti della chiesa primitiva, persino il padre Antoine Dondaine, il domenicano scopritore del Liber de duobus principis, da molti attribuito al cataro bergamasco Giovanni di Lugio, riconosce apertamente che i riti della “Chiesa d’Amore” catara erano di origine apostolica, ed i soli praticati dalla chiesa primitiva, prima delle successive stratificazioni rituali dovute al saccheggio delle religioni e dei Misteri del Mondo Classico, ovverossia la traditio orationis con la trasmissione rituale del pater noster, il consolamentum o battesimo spirituale con l’imposizione delle mani, la fractio panis come simbolo del panis supersubstantialis, la lettura in comune della parola evangelica come presenza e nutrimento spirituale da parte del Verbum o del Logos, e questo nella sua spartana semplicità era tutto. Come scrive, nel Seicento, alla fine della Prefazione al suo Novum Lumen Chemicum l’Adepto rosicruciano Michele Sendivogio, Simplicitas sigillum Veritatis.

Quanto poi alla “confessione”, posso testimoniare che Massimo Scaligero a molti di noi disse esplicitamente che era “una turlupinatura”. Mentre per quanto riguarda la messa cattolica, voglio riportare un colloquio avvenuto nel 1919, subito dopo la fine della prima Guerra Mondiale, tra Rudolf Steiner e il conte Ludwig Polzer-Hoditz, suo discepolo molto intimo, e perché non si dica ch’io m’invento le cose – questo tipo di pratiche le voglio lasciare tutte a chi agisce “creativamente” sull’opera di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero con “chirurgici” interventi editoriali, di tipo “cosmetico” a fini ideologici e confessionali, con eliminazione di parti e trapianto di altre, nonché col raccontare la loro storia in maniera altrettanto “creativa” – riporterò alla lettera il testo tedesco di parte dell’interessante colloquio, e la sua traduzione:

Rudolf Steiner: Da habe ich gewusst, dass wir den Michael-Dienst  wieder aufrichten müssen nach dem Krieg. Denn die katholische Messe gehört einer untergehenden Epoche an, das hat man in Gutau doch wieder gesehen. Aber Riten brauchen wir, denn sie haben Formen, und Formen sind ein Ausdruck des Ewigen. Suchen wir in der Form das Ewige, so finden wir es. Und Sie, mein guter Polzer, werden dann Lehrer in der Esoterischen Schule sein, und den Menschen den Weg zu dem Christus weisen.

Ludwig Polzer-Hoditz: Aber kann man den Christus nicht auch in der katholischen Messe finden?

Rudolf Steiner: Ich habe ihn dort nicht gefunden.

«R.S.: Poiché ho conosciuto che dobbiamo nuovamente istituire il Culto Michaelita [n.d.t: il Dottor Steiner allude ai rituali della Mystica Aeterna, che venivano eseguiti all’interno della II e III Classe della Scuola Esoterica, che allo scoppio della prima Guerra Mondiale egli aveva dovuto sciogliere per gli attacchi da parte cattolica e di quelli del partito militarista in Germania]. Giacché la messa cattolica appartiene ad un’epoca decadente, il che lo abbiamo visto a Gutau. Ma noi abbiamo bisogno di riti, poiché  essi hanno forme e le forme sono un’espressione dell’eterno. Se nella forma cerchiamo l’eterno, allora lo troviamo. E Voi, mio buon Polzer, diverrete istruttore nella Scuola Esoterica, e mostrerete agli uomini la Via al Christo.

L.P.-H.: Ma non si può trovare il Christo anche nella messa cattolica?

R.S.: Là io non ce L’ho trovato».

Il Dottore mette in evidenza sin dalle prime conferenze del ciclo tenuto ad Amburgo sul Vangelo di Giovanni, come la concezione teologica cattolica della “transustanziazione” sia crassamente materiale e, come tale, occultamente all’origine del successivo materialismo scientifico e positivista. Mentre, nei suoi scritti relativi alle Opere scientifiche di Goethe, egli espone una concezione altamente spirituale, in questo molto simile a quella catara, con le parole:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo».

Parole che ricordano quelle di Massimo Scaligero che, nel Trattato del Pensiero Vivente, scrive: «L’ideare umano è il fiorire dell’Alberto della Vita».

Il nostro anonimo articolista afferma temerariamente che i sacramenti della chiesa cattolica, alla cui frequentazione egli apertamente invita, sarebbero intoccati dalle colpe, dai crimini, dalle perversioni, dalla malvagità degli officianti i riti. Beh, questa è una petizione di principio, una sorta di “autocertificazione” interessata, che i rappresentanti della chiesa sono costretti a fare, altrimenti dovrebbero strapparsi tutti i capelli. Infatti, nella storia, sin dal IV secolo, essi hanno perseguitato, e persino sanguinosamente sterminato, coloro che in àmbito cristiano sostenevano il contrario.  

Per il nostro articolista, teologicamente dogmatizzante in materia liturgica, il valore e l’efficacia di sacramenti e riti officiati – quelli della chiesa cattolica, naturalmente, perché gli altri, nella fattispecie quelli delle altre chiese non cattoliche, protestanti o riformate, non varrebbero un tubero, anzi quelle chiese per l’attuale pontefice emerito (ipse apertis verbis hoc dixit) non sarebbero neppure chiese – non sarebbero affatto dipendenti dallo stato di purità, di moralità, di sapienza, di giustizia, di grazia, e di santità dell’officiante il rito, bensì dipenderebbero unicamente dai mezzi operati, agenti in maniera per così dire meccanica, ossia dalle parole, dai gesti, dai segni, dai simboli nella loro oggettiva aseità, e così via. Avrebbero, dunque, non un valore spirituale ex opere operantis, ossia secondo un concreto atto cosciente dello Spirito di chi compie il rito, bensì essi agirebbero ex opere operato, perciò alla stregua di un mero fatto meccanicamente costringente. Questa non è una concezione spirituale, iniziatica o religiosa, bensì una meccanica concezione magica: certamente non di una magia solare o divina, ma proprio di una inferiore magia di potenza, attuata per scopi tutt’altro che spirituali: una forma – ci si passi questa espressione paradossale – di materialismo magico. Lo Spirito è unico presupposto a se stesso, non avendo niente fuori di sé. Quindi non si fa costringere proprio da un bel niente, neppure da un sia pur potente ed efficace rito magico, e non si fa usare come strumento per fascinare, dominare, e manodurre le anime per gli scopi mondani di una struttura di potere com’è la casta – e lasciamo perdere quanto sia casta la casta… – che governa nella chiesa cattolica.  

Per la chiesa cattolica, l’essere umano non è – come affermavano Paolo di Tarso, e gli stessi primi Padri della Chiesa – corpo anima e spirito, bensì unicamente corpo e anima. Potremmo affermare ironicamente che, secondo l’infallibile e supremo magistero cattolico, dopo il Concilio di Costantinopoli dell’869, l’essere umano sia composto di corpo, anima e chiesa, in quanto l’elemento spirituale non apparterrebbe all’uomo, il quale lo riceverebbe unicamente attraverso la mediazione  sacramentale e liturgica della chiesa, beninteso s’egli è “in comunione”, deferente e obbediente, con essa. Da una tale “comunione”, coloro che, “per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà” (come si esprime il nostro articolista), operano un’hàiresis, una scelta “diversa”, “eretica”, o anche solo nel loro opinare dissentono, da pontefici e vescovi possono venire esclusi e, a loro dire, privati dell’elemento spirituale, ossia scomunicati e, di conseguenza, condannati alla dannazione eterna. Perché, sempre a loro dire, extra Ecclesiam nulla salus. La chiesa si serve di sacramenti e liturgia per asservire le anime, e non per liberare lo spirito.

Il nostro anonimo articolista, con abile ma insincera mossa, rivendica la continuità tra rosicrucianesimo e chiesa cattolica. Ecco cosa troviamo scritto nero su bianco sulle pagine della suddetta rivista:

«La via rosicruciana non esclude, anzi comprende, la via cristiana. La rende possibile come mai prima di questo tempo. La completa, perché ai misteri della Morte aggiunge quelli della Resurrezione».

Naturalmente, per il nostro intelligentissimo articolista, la via cristiana è quella cattolica e viceversa, del che è lecito fortemente dubitare. Come un tempo, con i riti delle religioni classiche e delle antiche misteriosofie, la chiesa cattolica cerca, ora, di annettersi l’esoterismo rosicruciano, come del resto sta già facendo nei confronti delle vie d’Oriente. Peccato che, sin dal XVII secolo, il movimento rosicruciano si sia sempre rifiutato ad un tale mortale abbraccio. Basta leggere la letteratura rosicruciana del Seicento, cercare nella Fama Fraternitatis e nella Confessio Fraternitatis Rosae Crucis, per vedere quali espressioni dure  – e risparmio al candido lettore le espressioni più forti, che potrebbero apparire ingiuriose, usate dai seguaci del rosicrucianesimo –  vengano usate nei confronti dell’arrogante potenza straniera d’Oltretevere e dei suoi rappresentanti. Voglio riportare solo due brevi citazioni, a mio parere molto eloquenti, una dalla Fama : «Noi anche crediamo fermamente, che se i nostri fratelli e padri avessero vissuto nella luce chiara del momento presente, avrebbero trattato molto più rudemente il Papa, Maometto, gli scribi, gli artisti, i sofisti e si sarebbero mostrati molto più pronti ad aiutare, non semplicemente con sospiri, e augurandosi la loro fine e consumazione», e l’altra dalla Confessio : «Noi condanniamo sia l’Oriente che l’Occidente, (ovverossia il Papa e Maometto) entrambi blasfemi contro il Nostro Signore Gesù Cristo».

La continuità sovrasensibile e storica della via rosicruciana  è nei confronti dell’iniziazione cristiano-gnostica, di quella cristiano-kabbalistica, del cristianesimo cataro, dell’esoterismo templare,  della via ermetica, e persino delle antiche misteriosofie del mondo classico, sapiente e pagano, ma certamente non della chiesa cattolica.

Ci viene fatta la proposta, davvero indecente, di rendere omaggio feudale ad una istituzione che si è resa responsabile della persecuzione e diffamazione di Rudolf Steiner, del suo avvelenamento, dell’incendio del Goetheanum, della chiusura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca per fare sparire le opere del Dottore stampate in italiano, della denigrazione e della persecuzione personale di Massimo Scaligero – cosa che io seppi dalla sua stessa bocca – e di altre “simpatiche” intraprese, nonché la proposta, altrettanto indecente, di accostarci con devota compunzione ad una liturgia dalle origini davvero poco limpide e molto controverse, della quale quella istituzione – e del livello “morale” (si fa per dire…) di molti suoi rappresentanti è meglio tacere – si serve per scopi tutt’altro che spirituali. Ma via!

 

10 pensieri su “LA SCIENZA DELLO SPIRITO E LE PROPOSTE INDECENTI

  1. E siccome io sono un lupaccio cattivissimo, e la mia orsolupesca reputazione più rovinata di così non potrebbe essere, voglio affrontare il periglioso problema della LOTTA DELLA CHIESA CATTOLICA CONTRO LO SPIRITO. Tuttalpiù, poi, mi toccherà esiliarmi sulle nevose e accoglienti balze himalayane, ove la tolleranza viene praticata e non predicata. Quello che scriverò potrà chiarire alcuni aspetti ben peculiari – aspetti ch’egli forse preferirebbe lasciar celati nell’ombra – delle motivazioni che spingono il suddetto anonimo articolista ad esprimersi in varie occasioni in maniera apparentemente insana contro la Via del Pensiero, donataci da Massimo Scaligero. Ma in cotale apparente “insania”, potremo rilevare, shakespearianamente, esservi “molto metodo”.

    Chiunque abbia letto il Nuovo Testamento, sa bene come Paolo di Tarso distingua bene tra l’uomo “psichico”, o animico, e l’uomo “pneumatico”, o spirituale. Ora, l’ottavo concilio di Costantinopoli dell’869, sedicente ecumenico – infatti tale concilio NON è riconosciuto né dalle chiese orientali dell’Ortodossia greco-slava, né dalle chiese monofisite copte egiziana, armena, e abissina, né dalle varie chiese non antiochene, come quella nestoriana etc. – vieta di credere alla tricotomia, ossia alla tripartizione dell’uomo composto di corpo, anima E spirito. Nella formulazione dogmatica della chiesa cattolica romana dei “Canones contra Photium”, nei quali ci si scagliava contro il Patriarca di Costantinopoli Fozio, l’undicesimo canone stabilisce – e ciò deve essere obbligatoriamente creduto da ogni cattolico, pena la scomunica – che l’uomo NON ha un’anima E uno spirito, o DUE anime, bensì “unam animam rationabilem et intellectualem”, ossia l’uomo avrebbe UNA SOLA anima razionale e intellettuale.

    Ovviamente, l’attacco dei cattolicissimi Padri conciliari, oltre che contro il Patriarca Fozio, troppo platonizzante, era volto contro la tripartizione dell’essere umano in corpo, anima e spirito, esplicitamente affermata dagli gnostici, dai manichei, dai pauliciani, dai bogomili, ed inseguito dai catari. Nella Scolastica medievale, nella sua formulazione tomistica – e dalla fine del XIX secolo, con la enciclica “Unam sanctam” di papa Leone XIII, il tomismo è dichiarato “ex cathedra” essere dottrina ufficiale della chiesa cattolica, da credersi obbligatoriamente da parte dei fedeli – quest’anima dotata di facoltà razionali ed intellettuali viene dichiarata, aristotelicamente “forma corporis”, ossia forza informante del corpo. Da qui – è facile accorgersene – non è che un passo per giungere alla concezione dell’attuale scientismo materialista, il quale afferma essere l’anima, anzi la “psiche”, mera funzione del corpo. Nei successivi concili, sedicenti ecumenici, soprattutto nel concilio di Trento (1547-1563), non solo verrà rigettata la tripartizione in corpo, anima e spirito, ma verrà affermato il monopolio esclusivo della chiesa cattolica, e del suo suo Sommo Pontefice, definito addirittura nei testi ufficiali “Supremo Oracolo” – altra qualifica rubata alle antiche misteriosofie del mondo classico – all’insegnamento delle verità dogmatiche, da credersi obbligatoriamente.

    Ora, se in pensiero non è – come invece affermano la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero – un atto spirituale cosciente, bensì una mera funzione razionale o intellettuale dell’anima, o della psiche, dichiarata “forma del corpo”, è naturale che per il magistero della chiesa non sia possibile e lecita una Ascesi del Pensiero, che porti all’esperienza individuale, diretta, indipendente da ogni mediazione rituale e sacramentale, dello Spirito da parte del ricercatore spirituale. Infatti, il gesuita P. Otto Zimmermann S.J. nei suoi articoli contro Rudolf Steiner, apparsi per es. sulla gesuitissima rivista tedesca “Stimmen der Zeit”, 1918, p. 561, scrive che: “La coscienza dell’essere umano nel passato e nel presente afferma ininterrottamente non avere essa alcuna percezione o percezione [Geistesschau] spirituale immediata… Noi non abbiamo nessun pensare libero dal corpo [Wir haben kein leibfreies Denken]. Corpo ed anima sono legati in una unità naturale”. E nel terzo dei suoi articoli contro Rudolf Steiner, il nostro ringhioso gesuita spiega al popolo catecumeno come “la chiesa vieti una tale elaborazione dell’anima umana, al fine di trovare le vie per penetrare nel Mondo Spirituale”.

    Purtroppo per il nostro invido gesuita, sappiamo non sono pochi i cattivissimi i quali, temerariamente osando, hanno potuto sperimentare un tale “pensare libero dai sensi”, un tale pensare assolutamente indipendente da qualsivoglia mediazione e coinvolgimento corporeo.

    Adesso, penso che cominci ad essere alquanto più chiaro, perché il nostro anonimo articolista, nel n° 81-82 della suddetta rivista, dopo aver proposto una orripilante e agghiacciante “circoncisione eterica”, affermi che “l’esperienza del pensiero-puro libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica”. E si spiega pure come possa egli ritenere pericolosa l’intensa, alacre, fervida pratica della Concentrazione e della meditazione – secondo il canone rosicruciano sacralmente trasmessoci da Massimo Scaligero – sia nell’ascesi individuale solitaria, sia nell’individuale meditare rituale in comune. E si spiega bene altresì il suo e di altri calunniare la Via del Pensiero come “via del sublime egoismo”.

    Le conclusioni le lascio all’intelligente lettore, al quale mi sembra aver fornito abbondante materiale di riflessione. A lui il diligente meditarci sopra. Come dicevano i nostri antenati Latini: “intelligenti pauca”!

    Hugo de’ Paganis,
    a tutti sempre ricordo,
    che sono un lupaccio,
    e che spesso mordo.

  2. In effetti, quanto di terribile ha dipinto in nefandi colori Hugo, ho potuto constatarlo nei fatti della vita.

    Ecco qualche esempio: un giorno ebbi la sorte di conoscere un archimandrita greco-ortodosso che passava in città. Un po’ scherzosamente accennai al “filioque” che fu una delle grandi cause dello Scisma tra le Chiese. “No” mi disse lui “vi sono cose altrettanto gravi che rendono impossibile una eventuale riunificazione. Una su tutte la visione dell’uomo. L’uomo è fatto di corpo, anima e spirito. La Chiesa cattolica nega lo spirito! Così non sarà mai possibile un’intesa”.

    E, in effetti, dopo un incontro/scontro con il vicedirettore del Seminario Arcivescovile (da giovani eravamo amici e insieme commentavamo le qualità..sensibili delle belle ragazze, inoltre aveva letto – e usato – qualcosa di alcuni libri di Scaligero, diventando più facilmente sacerdote di gran nome), egli, assumendo un tono grave mi disse: “Qui devo mettere un paletto irremovibile: l’anima è un’unità inscindibile col corpo fisico”

    Credetemi o meno, queste parole mi gelarono il cuore.

    Persino Evola quando veniva a conoscenza del lieto ritorno a Madre Chiesa di vecchi compagni di magica o ascetica ricerca dell’Io, osservava come la cosa apparteneva assai poco ad una evoluzione ma aveva i caratteri (psicologicamente simili o uguali in tutti) della regressione.

    E’ un fatto controllabile nel mondo animico come la Chiesa cattolica eserciti una continua opera di seduzione. Un canto di sirena.
    E’ pure un fatto che il sincero ricercatore della Via allo Spirito possa (debba) trovarsi davanti un bivio: se affrontare il “rischio” della responsabilità t-o-t-a-l-e propria o recedere nel tepore sicuro del branco. Qualora, con atto di coraggio, scelga la prima strada, diventa immune dalle seduzioni convenzionali e dai languori mistici.

    Una cosa ancora. Cari amici che stimano i più che notevoli scritti di Hugo, sono un po’ dispiaciuti per i suoi “riferimenti di vecchia data”. Ma evidentemente non è chiaro per costoro che il passato ha prodotto le storture del presente e che, inoltre, è un passato assai attivo anche oggi: che ha lavorato e tuttora lavora sodo nel giro delle falsificazioni & alterazioni.
    Con un’autorevolezza inesistente ed una scimmiesca trasmissione: qui casca l’asino insieme alle brave persone. Ha un senso dare luce a questo buio: non è uno sfogo personale.

    • Ah, caro Isidoro, i tuoi amici si lamentano del fatto che nello scrivere i miei articolacci, vi siano “riferimenti di vecchia data”! Una volta di più è vero l’adagio che “chi non conosce e impara dalla storia, sarà costretto a ripeterla e a riviverla”: errori e orrori compresi! Ma la storia si ripete, perché gli umani nulla, o molto poco, imparano da essa e dai propri errori.

      Beh, allora, anche senza risalire oltre gli inizi del Novecento, ricordiamo agli immemori come il padre Giovanni Busnelli S.J. nel suo “Manuale di Teosofia”, testo con varie edizioni nel 1909, nel 1915, nel 1932, mentendo sapendo di mentire, calunnia e diffama Rudolf Steiner affermando che il Dottore era “un prete spretato”. La stessa calunniosa affermazione di essere “un prete spretato” – accusa, a quel tempo, veramente infamante in àmbito cattolico – la fa, nel 1919, il da me già citato padre Otto Zimmermann S.J. sulla rivista gesuitica “Stimmen der Zeit”, Jahrg. 48, numeri 10, 11, e 12, nella quale costui dedica ben TRE articoli per combattere Rudolf Steiner e l’Antroposofia: “Anthroposophische Irrlehren” (insegnamenti antroposofici errati), “Mensch und Christus nach anthroposophischer Vorstellung” (L’uomo e il Christo secondo la rappresentazione antroposofica), e “Der anthroposophische Mystizismus” (Il misticismo antroposofico). Naturalmente, ambedue i Reverendi Padri Giovanni Busnelli e Otto Zimmermann della Compagnia di Gesù sapevano benissimo che tali accuse nei confronti di Rudolf Steiner erano completamente false, e se c’è una cosa di garantita efficienza nella Compagnia di Gesù – i cui militi e sodali non hanno MAI avuto fama di essere sprovveduti o ignoranti – è proprio un perfetto “servizio di informazioni” o di “intelligence”, come oggi usa dire. Ma ad ambedue i Reverendi Padri non importava un tubero – come direbbe la mia amica S. – la veridicità della loro affermazione, bensì l’effetto che una tale calunniosa menzogna avrebbe avuto su sprovvedute anime semplici e soprattutto credule. Si può ben dire che per loro il fine perverso giustifichi – “cristianissimamente”, beninteso – tutti i peggiori mezzi utili al conseguimento di tale perverso fine: il tutto “Ad Maiorem Dei Gloriam”, naturalmente!

      Massimo Scaligero mi raccontò come, durante la seconda Guerra Mondiale, i gesuiti in Italia misero a giro la calunnia che Rudolf Steiner fosse ebreo, e che quindi le sue opere, edite in Italia, dovevano essere proibite e distrutte, e l’Antroposofia, in quanto concezione di origine ebraica, doveva essere perseguitata. La cosa sotto l’occupazione tedesca era notevolmente pericolosa, tanto più che in Germania, e in Italia la Società Antroposofica sciolta, anche se i libri continuavano ad essere stampati e a circolare. l’Antroposofia era proibita e perseguitata sin dal 1934. Allora Massimo Scaligero, spregiando ogni più elementare prudenza, andò a parlare direttamente con l’ambasciatore germanico, e fece venire da Horn, in Austria, paese di origine della famiglia del Dottore, i certificati di battesimo di quattro generazioni degli antenati di Rudolf Steiner, per dimostrarne la “arianità”, come dicevano a quel tempo, li consegnò all’ambasciatore germanico, e così salvò l’opera di Rudolf Steiner.

      Sempre Massimo Scaligero mi raccontò come nel secondo dopoguerra la Compagnia di Gesù si adoprasse attivamente per far chiudere la benemerita casa editrice dei “Fratelli Bocca”, che tante opere di Rudolf Steiner pubblicò, e come il padre Giuseppe Messina fece rubare e farsi consegnare il testo delle Lezioni della Classe Esoterica dalla casa del lettore di classe Rosselli. Ed ho già riferito il fatto di come Massimo Scaligero mi raccontasse le persecuzioni personali da lui subite.

      Un capitolo a parte sarebbe la nascita della casa editrice catto-antroposofica “La Estrella de Oriente” di Vilazzano di Trento, diretta da un amico dell’anonimo articolista del quale ho parlato, amico che ha avuto una nutrita collaborazione con la nota rivista romana secente antroposofica e “scaligeropolitana”. Tale casa editrice trentina è nata per la diffusione delle opere e del pensiero di Valentin Tomberg, felicemente defunto all’inizio degli anni settanta, e delle opere di Robert Powell. Quest’ultimo – la cosa risulta persino da depliant che mi sono giunti – dopo aver fatto conferenze alla sede ufficiale romana della Società Antroposofica, se ne va tranquillamente a ripeterle alla romana casa gesuitica di Via Merulana. Del resto le opere di Tomberg e di Powell, in Italia, riscuotono notevoli simpatie in àmbito antroposofico e “scaligeropolitano”.

      Molto mi ha dato da pensare l’esaltazione che in àmbito “scaligeropolitano”, molti facevano e fanno di Karol Woityla. Conosco “amici” che andavano alle sue udienze, e compravano, diffondendole, le sue encicliche. Di una in particolare mi fu detto che “vi era contenuta tutta la Scienza Occulta di Rudolf Steiner”! Buuum! Ora, ho informazioni precise sulle precise direttive, diligentemente attuate, emanate dal defunto Karol Woityla circa l’azione di “contrasto” da mettere in atto nei confronti dell’esoterismo in generale e dell’Antroposofia in particolare. Gli stessi “amici” estesero le loro simpatie all’attuale papa emerito, e al suo successore l’attuale papa gesuita. Ho avuto modo di leggere su un “social forum” dichiarazioni di simpatie sperticate nei confronti del papa giunto “a finibus terrae ac mundi”! Una persona, che frequenta le riunioni romane “scaligeropolitane”, molte volte ha scritto di quanto la commuovesse la vista dell’attuale papa, che in Piazza S. Pietro le passava vicino con la papamobile! Parvemi che oramai si sia giunti alla babelica confusione spirituale delle lingue, Fate un po’ voi!

      Hugo, lupaccio cattivissimo,
      ch’è sempre lupo affamatissimo.

    • Sbagli, ottimo Isidoro, a scrivere che la scelta è tra “il rischio di affrontare la responsabilità t-o-t-a-l-e propria o retroceda nel tepore sicuro del branco”.

      Nella fattispecie il “branco” è di lupi e lupacci, mentre il caldo tepore si addice al “gregge” e alle lane di agnelli, pecore e pecorelle.

      Lupi e lupacci sono per vocazione e celeste elezione solitari e d’inverno amano le loro algide tane e non il tepore d’un accogliente ovile. Sono solitari sia che stiano da soli nella tana sia che stiano da soli insieme con altri lupacci. E soprattutto non hanno e non amano avere pastori.

      Le tremule pecorelle, invece, si sentono rassicurate dal tepente ovile, amano e si fidano del loro “buon” pastore. E fanno malissimo, imperrocché il “buon” pastore ama mungerle e tosarle per benino, e non di rado tenere pecorelle e candidi agnellini finiscono ad arrostire sul “barbecue”, al fin di allietar il desco del “buon” pastore!

      E di quanto sia “buono” il cuore dei pastori provenienti dai ricchi pascoli della potenza straniera d’Oltretevere, il candido lettore può farsene una idea – “chiara e distinta”, direbbe l’arcieretico al cubo Spinoza – non solo dall’avvelenamento e dai ripetuti tentativi di assassinio di Rudolf Steiner, ma anche da quel che scrive Giulio Parise nella sua nota biografica su Arturo Reghini – ambedue erano grandi amici di Massimo Scaligero – laddove riferisce questo eloquente episodio: “E poi venne, in abito talare, l’agente provocatore della mai troppo infamata compagnia, che fu a un pelo dal salvare l’anima di Arturo Reghini e mia a colpi di pistola”. Che cuori gentili, che provvida sollecitudine per la salvezza di coloro che salvezza non chiedono!

      Cosa vilissima, e poco consigliabile, caro Isidoro, l’intrupparsi in un gregge. Vita libera, nobilissima, e gioiosissima, lo scorazzar da soli per gli alpeggi, l’ulular da soli alla candida Luna o il far coro in branco con altri trucidi lupacci nelle radure montane, il correr sulla neve o lo starsene placidi nella gelida tana, senza petulanti pastori che vengano a predicarci le svenevoli delizie e i “mistici languori” – come tu li chiami – delle stucchevoli “vie dell’anima”!

      Hugo, orsolupesco tipaccio,
      dall’ispido cuor di lupaccio.

  3. Si usci’ con gran scandalo e schiamazzo dalla Chiesa per entrare nel nuovo regno della Societa’ Antroposofica….. alla fine questa pare non abbia garantito nel tempo godimenti ed estasi… e allora contriti si ritorna al primo amore, i claudicanti non possono fare a meno di un bastone…..e dei pastori.

  4. Isid’oro, d’incenso, e di mirra, o di birra, badi Lei come parla! Se conta sul fatto ch’io sia paziente, Ella si sbaglia di grosso! Io sono un ferocissimo lupo affamato _ nella fattispecie, MOLTO affamato – e Le posso garantire, che un lupo affamato – specie quando in Appennino comincia a far freddo e nevica – di pazienza non ne ha né poca né punta, mentre di fame invece ne ha tanta, ma tanta!

    Indi poscia, rifletta gentil Isidoro, che i lupi affamati non son punto galline chioccianti, come le “Galline Coccodè” di Renzo Arbore in “Indietro Tutta”, semmai quando sono proprio proprio affamati, gli appenninici lupi le chioccianti galline se le pappano!
    Per il resto sono un ammiratore del programma futurista del primissimo Novecento, il quale contemplava la soluzione di tutti i problemi d’Italia – ed oggi cotal soluzione la vedo più valida e necessaria che non allora – in una sola parola: SVATICANAMENTO!

    Hugo, arrabbione,
    che vorrebbe fumarsi
    un bel sigarone!

  5. Caro Hugo: per UNA volta nella tua vita hai ragione!

    Come affermano i piissimi, l’abuso di disciplina procura danni gravi ed irreversibili. Scollamento tra i “misti” che nemmeno gli adesivi molecolari possono rinsaldare.

    Confesso d’aver pensato gregge e aver scritto branco…Forse il mio diavoletto interiore mal si rappresentava certi sozzoni in forma di pecorelle dai bianchi ricci: essi belano davanti al pastore ma sotto la coperta delle tenebre divorano serpi velenose e innocenti bambini e offrono ossa di medium ai malconci seguaci, ecc. ecc.

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