SUL SENTIRE

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Cari lettori, premetto che, come quasi sempre, non offro nulla. Perlomeno nulla di nuovo. Se Eco lo permettesse riproporrei dieci volte note già apparse. E questo vi allontanerebbe. Ma sarebbe, dati i particolari temi di cui questo sito si occupa, l’atto più coerente. Perché qui – guardiamoci idealmente negli occhi – l’arte si chiama approfondimento, non divertimento.

L’approfondimento, in senso nostro, non significa partire da qualcosa per poi erigere monumenti di pensiero sopra, sotto e oltre quel qualcosa ma entrare e rientrare ancora e poi ancora: verso un punto. Ciò è l’opposto di quello che si desidera trovare nei Siti che suppongono di trattare temi riguardanti lo spirituale. Non dovrebbe essere impossibile comprendere che un corso di notizie ed di nobili esortazioni spirituali in continuo scorrimento non aiuta nessuno, salvo il portare a vizio la voracità, il piacere animico per le impressioni fuggevoli e cose del genere.

Ciò non è “impulso alla conoscenza”, piuttosto ottunde quel minimo che, nell’anima, dovrebbe sorgere come elementare bisogno per lambire quella che diviene intima ricerca di verità. La ricerca della verità principia da domande: non esiste proprio che possa iniziare da facili risposte: queste servono a paralizzare il nascente moto interiore. Qualsiasi forma esso abbia temporaneamente usato, viene condotto in un recinto per restarci a languire e talvolta ad estinguersi.

Perciò quanto viene scritto va interpretato soltanto come stimolo alla ricerca, invito a valutare, chiedere al proprio sé quanto di ciò può essere un problema della propria anima.

Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza temporanea delle cose sensibili.

In Eco scrivo spesso (sennò che avrei da sottolineare?) riguardo l’asse dinamica che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…permanenza nella vera concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).

A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere più che convinto che la concentrazione sia completamente sufficiente (e sino ad un certo punto assolutamente necessaria) per giungere alla massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale. In questo senso, non indico la disciplina come l’alfa e l’omega della reintegrazione interiore ma semplicemente come il suo più diretto veicolo: essa non è la realizzazione spirituale: offre l’occasione all’atto fulgureo dello Spirito. Questo dovrebbe esser chiaro ma pare che non lo sia, specie a tacchini e pavoni che, dal canto loro, dopo decenni di amorevole osservanza, fanno una confusione da bar dell’occulto tra controllo del pensiero e concentrazione e meditazione, che per essi sono cose ignote.

Basterebbe essere d’accordo sul fatto che la concentrazione non debba venire rappresentata come un liscio (e infecondo) palo telefonico: essa è piuttosto un albero vivo con i suoi rami: se c’è il tronco (concentrazione), crescono di pari passo pure i rami, come ad esempio il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico, condizione che a sua volta permette di cogliere il quid creativo che si scioglie dalla fissità delle cose create: perciò l’inizio di esperienze che vengono definite col termine di percezione pura, sia verso fuori che verso dentro, ecc.

E’ un linguaggio che l’anima non ha mai pronunciato prima. Inoltre è dalla concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come ad esempio la meditazione, che non viene compresa o fatta male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la concentrazione. Qualora sia possibile distinguere la meditazione dal rumine del soliloquio o da una impressione emotiva qualsiasi, ditemi come può trovare luogo e permanenza un contenuto meditativo nell’ordinario flusso della psiche?

Ma questa è una parentesi, abbastanza condivisa da altri amici che seguono la pratica. Su ciò, quello che scrivo non è di necessità quello che altri fanno. Mica siamo tutti uguali e certamente vi è chi ha trovato esperienze diverse che vanno meglio per i caratteri della propria individualità.

Ritornando al problema del sentire, riferito agli esercizi di preparazione iniziatica, a mio parere le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere (flemmatico) e l’immaginazione personale, per cui ci si vede come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti. Questo è carenza d’anima o solo ipocrisia congenita.

Il solo parlare del III dei 5 esercizi può rendere l’idea ma, in un certo senso, è anche una indicazione grossolana: uno potrebbe prendere la strada di quei suggerimenti operativi che il Dottore ha dato come “Cultura pratica del pensiero” e potrebbe giungere a grandi soluzioni che riguardino il sentire. Credete che contemplare le modificazioni giornaliere di fenomeni naturali sia del tutto fuori tema?

Questione di scelte…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.

L’immagine estremo-orientale del “cavalcare la tigre” è drammaticamente appropriata. Vale sottolineare che un noto esoterista scrisse persino un libro (inteso come un manuale pratico) con questo titolo ma avrebbe dovuto supporre – e questo proprio non lo credo – che i lettori fossero consumati asceti: tali da suscitare il corrispondente potenziale interiore nel tuffarsi in situazioni distruttive. Così le indicazioni contenute nel testo fecero davvero vittime tra gli entusiasti estimatori che fluirono nell’agone: problemi psichici e constatati casi di ricovero.

La sostanza di brama di cui per buona parte si è fatti, non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure essa è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg, ad esempio, conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.

Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da polarizzare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita. Essa si concentra nel torace. Da lì entriamo nel terrestre e da lì ne usciamo dopo l’ultimo respiro.

Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale. Perché sentiamo questo caos così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e in tale misura lo valutiamo d’istinto come una specie di verità inconfutabile. Ciò al punto che nello sfascio della conoscenza antroposofica è sorta una mistica del sentimento che parla a sproposito del “pensiero del cuore”, incapace com’è di distinguere (persino logicamente) una precisa condizione iniziatica dalle emozioni personali.

In effetti l’impersonale sentire ( sentire, non venir sentiti: il termine stesso indica una peculiare attività e non la passività comune) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformata contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono creativamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.

Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza extracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.

Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.

A meno di non atteggiarsi formalmente ad un atteggiamento di imperturbabilità, se si tenta davvero una simile disciplina, la si avvertirà come una dolorosa limitazione nella natura delle manifestazioni dell’anima, anche per molto tempo, prima di giungere a essere dotati dell‘intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, necessaria per poter giungere ad una condizione in cui si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. Nessuno pensi a una condizione percettiva in tale senso come realizzabile nelle condizioni comuni. Essa, per l’appunto, non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale bramoso. Inoltre, seppure non piaccia a molti, questo diventa un lavoro inutile o impossibile senza la guida della disciplina del pensiero: solo il pensare, dapprima arido e disciplinato, poi saturo di volere, possiede la chiave della impersonalità necessaria. Impersonalità che non è una parola ma una condizione più alta dell’anima: fare dell’anima un organo dello Spirito significa darle le caratteristiche che, ad esempio, possiedono gli occhi nel vedere. Ciò che le Potenze hanno fatto con gli occhi, noi dobbiamo farlo con una parte della nostra entità animica. Gli occhi non vedono ciò che vogliono ma ciò che il Soggetto vuol vedere. E’ da qui che inizia quella inegoità di cui si parla a vuoto.

Scaligero consigliava di iniziare provando ad avvertire l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere. Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione dell’essere dal divenire o della luce dal fuoco, che va fatto all’interno, senza metterci le mani ossia senza grucce “psicologiche”. Il delicato lavoro di “separazione del sottile dal denso” può durare tutta la vita.

Però è possibile ed augurabile, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto, dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui si possa rimanere come testimoni distaccati, dove non ci si permetta l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che tutti gli esercizi che si volgono verso la (pre)potenza allucinatoria del mondo esteriore avrebbero dovuto essere preparati meditativamente, creativamente immaginati per settimane o mesi.

L’idea di una vera equanimità, se la si osserva seriamente, senza fantasie in rosa, può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, o persino come una brutale limitazione: però se viene compresa a fondo, non è rinuncia (se non per la psiche) ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter non essere afferrati dalle forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire all’ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione più coercitiva. Ciò consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cali un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.

Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia (il cui frutto può essere l’indulgenza: stare accorti al rischio del disprezzo che potrebbe sorgere se si percepisce dell’altro solo la superficie e la meccanica psichica), la ferrea immedesimazione degli uomini nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vacuità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllati da altro di sé perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.

E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.

Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi”. Questo non significa, come i superficiali pensano, insieme ai ciecobuonisti – ma che Bernardo di Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganascioni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto.

Così, lentamente, i moti paralizzanti della psiche abbandonano la sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’infinito.

2 pensieri su “SUL SENTIRE

  1. Caro Isidoro, permettimi, una volta ancora, di ringraziarti per questo articolo che, dici, “non offre nulla di nuovo” e di esortarti, quando ti è possibile, ad insistere su questa linea che, lungi da allontanare il lettore disinteressato a fruire delle facili e preconfezionate “soluzioni da banco” (offerte a profusione in quello che sembra essere diventato il “mercato dello spirito”), può offrirgli (quando egli voglia coglierla) la impagabile opportunità di capacitarsi della necessità di dissodare il proprio terreno interiore. Processo scomodo e doloroso, certo. Ma che, solo, può avviarci su una via reale. Un caro e grato abbraccio.

  2. Cara Valentina, ti ringrazio.

    Però senza alcuna illusione. C’è forse qualcuno che non abbia svolto un lungo percorso per capire qualcosa di buono?

    E non parlo dei miei vagiti. Non c’è testo di Massimo Scaligero che non contenga ben più del necessario e quanti sono riusciti a comprenderne il filo aureo?

    Faccio un esempio reale che successe dalle mie parti. In tempi in cui si leggevano i libri, si andava ad ascoltare le sue conferenze e si andava da lui per incontri privati, venne in città una antroposofa che – eufemisticamente – si potrebbe definire matta come un cavallo (matto).

    Ebbene, una buona metà dei discepoli o fruitori o estimatori (fai tu) di Scaligero, si riversarono “come un sol uomo” da questa tipa che insegnava l’aggiunta mistica del digiuno, del bere la propria orina e di altre occulte pratiche di cui il tacere è doveroso.

    Tanti erano “abbacinati” dalla magnetica (e freddamente sensuale) personalità della tizia. Fu un fenomeno sufficientemente ampio da giungere alle orecchie di Scaligero che si mostrò allarmato giacché conosceva il tenore interiore ed i misfatti di questa “iniziata”.

    Scaligero mi chiese di fare qualcosa per questi amici che stavano entrando in questa “iniziazione intestinale”. Li chiamò anche “discepoli della cacca” (i virgolettati sono suoi). Poi, tra buone e cattive, il fenomeno si esaurì.

    E dopo la dipartita di Scaligero tali cose successero ancora…ma più ampliate: una mistica menzognera tirò e tira tuttora un velo sulla sua opera e sulla sua figura. Eppure sarebbe stato sufficiente conoscerlo, anche rimanendo in silenzio, per mettere a posto ogni cosa nella nebulosa dello spiritualismo.

    Evidentemente ognuno vede ciò che può vedere e se sogna cosa vede? E se il soggetto è solo apparente manca pure colui che vede.

    Il poco che tento di scrivere vorrebbe rimandare ai maestri ed ai fondamenti. Nient’altro.

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