PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA

Platon_Cave_Sanraedam_1604

All’inizio del settimo libro della sua Politèia, il cui titolo ormai da secoli viene tradotto con Repubblica, Platone narra il mito della caverna, uno dei più conosciuti e suggestivi. In esso Platone, esprimendosi col linguaggio simbolico e allegorico del mito –  quella allegoria che il mio amato Dante chiama “bella menzogna” – descrive un sentiero di conoscenza, che mena dalla maya sensibile, dal mondo delle cose che meramente appaiono e divengono, ma non “sono”, su verso la contemplazione di quel sovrasensibile mondo delle idee e degli archetipi, i quali non divengono bensì perennemente “sono”, e poi, ancora più in alto, sino alla contemplazione dell’Uno-Tutto, di quel Uno-Unissimo, che come idea del Bene, tutto pervade, muove e vivifica.

Per Platone non si tratta semplicemente di una “gnoseologia”, ossia di una sia pur interessante “teoria della conoscenza”, bensì – in maniera identica alle opere “filosofiche”, o meglio “filosofali”, di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, o Verità e scienza, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo, ed altre dello stesso genere – di un’Ascesi che richiede ardore, slancio, tenacia e dedizione estrema. Una tale ardente Ascesi conduce dantescamente dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, attraverso un “cammino alto e silvestro”, alla mirabile visione, ossia a contemplare quella “giustizia senza schermi”, che è il Bene di Platone, ovvero quel “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”. Strumento di una tale Ascesi è, naturalmente il pensiero – che come afferma Hegel, “fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito”, e suo strumento è – lo ripeteremo sino a sgolarci – la Concentrazione, il cui calor cogitationis, è un “fuoco”, che, come afferma Aristotele, “ha il suo luogo naturale in Alto”, ed è dunque strumento dell’ascesa. L’immagine, particolarmente bella, che propongo alla intelligente considerazione del lettore è del pittore neerlandese Jan Pietersz Saenredam (Zaandam, 1565-1607),  che la incise nel 1604, anno fatidico per il movimento rosicruciano del tardo Rinascimento, intitolandola Antrum Platonicum.

In questo mirabile dialogo platonico, Socrate, vero filosofo, ossia “amante di Sophia”, ritiene che colui ha contemplato la Verità nel sovrasensibile, iperuranio, mondo delle idee e degli archetipi creatori debba tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. E Socrate affrontò con tragica serietà la sua missione sacrale di indicatore della vera Sapienza, e affrontò coraggiosamente il martirio, per testimoniare che l’uomo deve “seguir virtute e conoscenza”. In questo dialogo, Socrate ha come suo interlocutore l’amico Glaucone.

 * * *

[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, [c] rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

 – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

   [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

 – Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

 – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Sí, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […] 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342) 

* * * 

Come dice Socrate a Glaucone, questi strani prigionieri somigliano in tutto e per tutto a noi, e noi, suoi lontani discendenti, potremmo aggiungere che essi ancor più assomigliano all’uomo attuale, il cui pensiero razionalistico e astratto, o psichico, sentimentale e istintivo, è prigioniero della natura corporea, avvinto da bronzee catene nell’oscurissimo antro cerebrale.

Questo pensiero esangue è in uno stato cadaverico, esanime, ma all’attuale uomo, colto o incolto che sia, la cosa non suscita né sofferenza – anche se è all’origine di tutto il suo affannato soffrire – né problemi, ch’egli non si pone. Egli non conosce altro pensiero, non lo concepisce, e neppure sospetta che il suo pensare possa partorire qualcosa di diverso da quei morti aborti che sono i suoi esangui e pallidi pensieri. Crede che i suoi pensieri siano solo i riflessi delle sue percezioni sensorie, che ritiene essere realissime. Ma Rudolf Steiner ammonisce che: pensieri degli uomini sono ombre, mentre i pensieri degli Dèi sono esseri viventi. Inoltre, le sue “realissime” percezioni sensibili non sono che ombre esse stesse, pallido riflesso delle idee o archetipi viventi del Mondo Spirituale. Per cui i suoi esangui pensieri riflessi, essendo pallidissime ombre delle soggettive sue percezioni, ombre esse stesse, da lui scambiate per verace e consistente “realtà”, vengono ad essere ombre di ombre: stravolgimenti di una inconsistente irrealtà. Beh, se questa è – come effettivamente è – la “conoscenza” dell’orgogliosissimo uomo razionale moderno, una tale “conoscenza”, annaspante tra le ombre, è cosa miseruccia e vile assai!

Un ben difficile còmpito si pone colui che voglia restituir la VITA a un tale smorto, cadaverico, pensare. A lui si prospetta una risalita su una ripida e aspra china: risalita che scoraggia molti, anzi i più, i quali trovano preferibile rinunciare a cotal tanto faticosa ascesa, e permanere, vilmente e comodamente, nella condizione di prigionia. Le catene, se uno resta immobile, non implicano faticoso sforzo, mentre il lottare per liberarsi dalle catene è sicuramente faccenda faticosa e dolorosa. Comodità e viltà suggeriscono che un tale lottare è inutile, ed anche pericoloso, e che la condizione di prigionia sia l’unica concessa all’uomo, che sia “follia”, “presunzione superuomistica”, “prometeica” aspirare ad una libertà, la quale sarebbe solo “patologica fantasia” ed “evasione”. Una tale concezione avvilente – proprio nel senso che rende l’uomo vile – tuttalpiù si pone il problema di come render piacevole e meno monotona la prigionia, di come eccellere sugli altri prigionieri dimostrando una più raffinata “conoscenza” intellettuale delle ombre sensibili, dichiarate queste esser l’unica realtà. A rendere sopportabile la condizione degli incatenati, e per i meno fortunati – per quelli che non “eccellono” – vi sono le “consolazioni” della religiosità sentimentale, della moralità “virtuosa”, del buonismo, dell’attivismo sociale e politico, dei magismi rituali, del misticismo, della cultura, della psicanalisi, e financo di un fallace “esoterismo” facente appello alle morbide “vie dell’anima”.

Per coloro che, invece, hanno sete d’incondizionato, per coloro nei quali sorge dal profondo – come dice Rudolf Steiner – un “urlo interiore”, si apre una Via eroica, indubbiamente “aspre e forte”, faticosa: la Via della resurrezione del Conoscere dal cadavere del morto pensare, l’impresa della realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero Folgore. Mentre gli incatenati giungono all’abiezione di amare la tenebra che li avvolge, a temere di abbandonarla, innamorati come sono della loro prigione, i coraggiosi osano tentare la via dell’Altezza, e temerariamente abbandonano il vile giaciglio e le catene, delle quali i loro compagni sono innamorati. E gli Dèi amano tali audaci e li soccorrono nella loro temeraria impresa: gli ostacoli e le prove, che con generosità essi disseminano sul loro cammino verso l’l’Altezza e la Luce, li liberano dal morto cascame che si portano addosso e li fortificano nella volontà e nella capacità di mirare l’inesprimibile, abbagliante, Luce.

Strumento aureo di una tale ascesa – di tale Ascesi – è il Rito della conversione del pensiero nella sua originaria Luce: la Concentrazione, che è l’esercizio del neofita principiante, del praticante avanzato, dell’Iniziato. Ad ogni stadio del cammino ascendente, la Concentrazione rivela più vasti e più profondi livelli, talché non si finisce mai di apprenderla, poiché è un aprirsi all’Infinito. E chi giunga alla liberazione del pensiero dalla prigionia somatica – e tutti possono giungervi, se veramente lo vogliono – contempla non più le ombre illudenti e sempre deludenti di un inafferrabile esistere, sempre roso dal veleno della brama, della paura e dell’avversione, MA l’Essere puro, le “cose che sono e non divengono”. Una tale Conoscenza è fonte inesauribile della Gioia, del Coraggio, della Generosità.

Ancora più audace e veramente eroico è, poi, chi, una volta conquistata e realizzata la Conoscenza, ha la generosa temerarietà di voler nuovamente ridiscendere nell’oscurissimo antro, ove ancora giacciono, incatenati, i suoi antichi compagni di prigionia, per tentare di liberarli dalle catene che li avvincono alla loro avvilente e abietta condizione. Egli vuole liberarli dalle catene somatiche, dissolvere il cupo “realismo” che fa sì ch’essi credano vere le ombre che li illudono. Impresa temeraria la sua, perché sovente gli ottenebrati temono e odiano la Luce, e ritengono pericolosa illusione la Verità liberatrice, che l’audace conquistatore della Luce vuole portare loro. Essi temono perdere le loro catene e sono innamorati dei veleni della brama, della paura, dell’avversione che li intossicano, veleni che temono perdere. Facilmente temeranno e odieranno, come sagacemente ammonisce Platone, colui che vorrà liberarli dalle amate catene, dai bramati veleni, e cercheranno di metterlo in condizione di “non nuocere”, talvolta addirittura di ucciderlo. La storia dell’umanità offre numerosi esempi di tali martiri. Ma, come affermava coraggiosamente Arturo Reghini, “i Sapienti si preoccupano di come vive l’anima, e non di come muore il corpo”, che è solo una transitoria ombra.

Infinita gratitudine dobbiamo, quindi, a Maestri spirituali come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, i quali ci hanno indicato La Via eroica della Conoscenza, quel platonismo magico – autentico idealismo magico – che è la Via del Pensiero Vivente, l’aurea Via Regia della liberazione del pensiero.

Questi pensieri mi sono sorti nell’anima nel 36° anniversario del disciogliersi di Massimo Scaligero dall’apparire sensibile, nel ricordo delle parole incitatrici e liberatrici ch’Egli rivolse ad alcuni di noi la sera della vigilia, parole che restano – a lettere di fuoco nella mia anima – come pegno di fedeltà alla Via ch’Egli volle donare a tutti noi.

Hugo de’ Paganis

5 pensieri su “PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA

  1. Caro lei!
    Ma lo sa che abbandonarsi a tali furiose perversioni e financo affermare che: “LA CONCENTRAZIONE E’L’ESERCIZIO DEL NEOFITA PRINCIPIANTE, DEL PRATICANTE AVANZATO, DELL’INIZIATO” è cosa inaudita (udita solo da Scaligero, per la verità. Ma siccome egli è diventato un “usa e getta”, non vale).

    Propongo, per tempi successivi, che l’amministrazione di Eco usi una ragionevole censura cautelativa, almeno per nettare il sito dalla ribalderia insita in certe frasi.

    Mi ricordo che Scaligero, in una conferenza, con un tono tra l’accorato ed l’incredulo disse:”Ma sapete che ci sono persino quelli che credono che con la concentrazione si possa giungere all’iniziazione?”
    Consumatosi il mormorio divertito degli incliti seduti in sala, riprese:”E HANNO RAGIONE!”.

    (Vallo a ricordare ai discepoli che tanto l’amavano…)

    • Isidoro, su una cosa ti devo correggere, avendone precisa memoria, controllata nel tempo coi ricordi di altri amici presenti a quella conferenza di Massimo Scaligero.

      Egli – così ricordo – facendo una ironica affermazione e non una domanda, così disse: “E pensate ci sono persino persone che ritengono addirittura che con la SOLA Concentrazione si possa arrivare alla Iniziazione!”. Alcuni presenti, molto scioccamente, risero. Egli attese qualche secondo e, gelando i facili sorrisi, aggiunse: “Ebbene, HANNO RAGIONE!”.

      Ciò – per così dire – taglia la testa al toro circa la questione della centralità della Concentrazione e della radicalità essenziale della Via del Pensiero, e soprattutto taglia corto con quei discorsi – assolutamente imbecilli e menzogneri – sul fatto che, al dire di taluni non esattamente disinteressati, che riportano in proposito citazioni del Maestro, fatte di frasi monche, affermano a giro per la bella Terra d’Ausonia, che “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo”. Ma di queste “cosucce” – la parte avversa si rassicuri in proposito – avremo presto modo di occuparcene più volte, sia Isidoro che io, sulle accoglienti e benevole pagine di questo di questo “blog” coraggioso e rompiscatolone.

      Hugo, che dopo una gran sfuriata,
      si prepara ad una grande pappata.

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