ESPERIENZA

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Sapete cosa sono gli iconoclasti? Certamente sì poiché l’istruzione è un fatto (quasi) universale. Così, gli iconoclasti dell’altro ieri e di oggi, saturi di verità vera, giustizia vera e furore, anche quello verissimo, fanno la barba al mondo, distruggendo sapienza, arte e bellezza.

Come tutti gli esseri che cadono sotto il giogo dell’ipnosi di massa, per gli iconoclasti è del tutto impossibile volgersi verso sé medesimi – mica hanno un soggetto proprio che potrebbe farlo – e dunque non possono accorgersi dei tantissimi oggetti (sculture, quadri, libri, mazze da baseball, bandiere, cubi di Rubik, ecc.) che ingombrano la loro stessa interiorità a guisa di un strampalato e maltenuto museo.

Aristotele ci direbbe che, essendo uomini gli iconoclasti, tutti gli uomini sono – chi più e chi meno – iconoclasti.

Però, come ho già scritto, ben pochi sembrano capaci di rivolgere gli occhi all’interno di se stessi, fosse almeno per sgomberare (far fuori) il caotico magazzino che intasa la mente. Perciò scalcionano tutto quello che è fuori di loro.

Gli uomini completamente rivolti all’azione mondana sono quasi sempre privi di interesse o incapaci a prender tempo con l’interiore ma neppure i caratteri misticheggianti, sebbene rivolti all’animaccia propria, amano riordinare il caos degli oggetti sepolti dentro la loro buccia.

Questo genere di persone preferirebbe stipare ancora di più il poco spazio libero dell’anima, ritenendo ogni gingillo, anche vecchio e sgualcio, un inestimabile tesoro: in parole povere, amano ciò che hanno, amano smodatamente ciò che sono, con l’aggravante dello spiritualismo. E da lì non si schiodano.

Gli addetti alle pulizie (se il mondo fosse migliore) in definitiva dovrebbero essere dei puri scienziati, dei puri filosofi, dei veri artisti…in pratica dei cultori dell’arte dell’Io.

Non ho menzionato gli antroposofi, poiché dopo oltre cinquant’anni di ininterrotta militanza (ma da tempo assai rarefatta) in tali nobili schiere, non ho ancora capito, in senso generale, se essi siano carne o pesce o altro.

Per mio limite, non sono troppo convinto che parlare, cinguettare o blaterare di antroposofia (specie “In relazione a…”) abbia la concretezza e la ragionevole funzionalità posseduta, ad esempio, dal mio portacenere.

Anzi, a dire il vero, ben poco scorgo in essi dell’afflato dell’Intelletto che, per l’ottimo Charles de Bouelles è più antico della materia e non è da essa generato. Secondo uno schema rinascimentale, per questo autore sono cinque le condizioni attuali create da Dio: sostanziale, vitale, sensitiva, razionale e intellettuale o angelica. Quest’ultima è immateriale, non ha nulla in comune con la materia, non è parte o manifestazione del sensibile: l’esistenza attua la pietra, la vita attua la pianta, il senso attua l’animale e la Ragione attua l’uomo. Mentre l’Intelletto è l’atto che permette all’uomo l’eccelsa condizione di immortalità e visione celeste propria dell’atto angelico.

Linguaggio desueto, diranno i miei pochi lettori, ma credo che l’osservazione sia giusta, è solo il modo che ha dovuto cambiare: “Solo agli uomini è stato concesso di stare in piedi, d’avere diritta statura, di guardare le cose celesti. Ne deriva che i primi gradi sono di esseri acefali, privi non solo di testa, ma anche di ogni differenziazione di parti e d’ogni ornamento di membra; radicati nelle viscere della terra…Gli altri esseri sono forniti di testa, di parti differenziate. La testa dei vegetali è tuttavia radice ed è nascosta in terra né può scostarsi o separarsi dalle mammelle della madre”.

Questo veniva pubblicato nel 1509 e ditemi, cinquecento anni dopo, escludendo il Dottore, se c’è qualcuno che abbia la stessa limpidezza nel guardare così l’anima e il mondo.

Mi correggo: qualcuno c’è ma preferisce il silenzio.

Oggidì si pensa molto e male. E’ il mondo della quantità, inversamente proporzionale alle altezze che danno le vertigini e alle profondità che fanno paura.

La croce senza asse verticale che croce potrà mai essere? Il legno orizzontale non sta su per forza divina ma cade a terra per primordiale legge fisica: somigliando perfettamente al cristianesimo che nelle Chiese e nelle belle parole gira senza il Christo.

Già, cos’è il Christo per l’anima umana? Per il mio ininfluente parere Esso è esperienza – anche ammesso che vi siano molti gradi di esperienza – o non è nulla o è altro da quello che si dice sia. Nel mezzo trovi solo le variopinte penne di pavone ossia gli atteggiamenti del sentimento di Tizio, Caio e Sempronio che, essendo soltanto sentimenti personalissimi, vanno bene solo per Tizio, Caio e Sempronio.

Per piacere, leggetemi con un briciolo d’attenzione: non ho detto che ciò è “ il male” ma solo che tra gli alti sentimenti personali e l’esperienza obbiettiva c’è sempre un largo fiume senza ponti nonostante l’invadente presenza di tanti zelanti pontefici di corta taglia che pontificano sui ponti che non esistono.

In effetti provo una leggera nostalgia, probabilmente senile, verso il ricordo degli occultisti che conobbi da giovane.

Erano forse una massa poco raffinata, Atena latitava ma – per Giove – erano sperimentatori e se qualcuno tra essi chiacchierava, lo faceva dopo l’esperienza. Il parler pour parler era visto con giustificato sospetto.

D’accordo, erano esperienze ben poco elevate, assai spesso si traducevano in esperimenti di veggenza con la stimolazione delle placche del dott. Calligaris, con i viaggi in astrale, con cerimonie magico-spiritiche, ecc.

Però vorrei vedere che strizza prenderebbe ora chi avvertisse come l’intero senso di sé si inclinasse a 75° e scivolasse fuori dal corpo fisico-sensibile…con tutte le avventure e disavventure seguenti e conseguenti.

Non convenite che discettare sulle alte mete verso cui l’uomo si protrae è un pochino più sicuro? Ecco perché importa non far niente: immaginare alla buona non costa e la ghirba rimane ben ancorata ad un lembo di tranquillità.

Però qualche granello di scomodità potrebbe persino fare del bene: sarebbe come una camminata in salita in cui si sbuffa e si suda: gli esperti dichiarano che sarebbe un toccasana per tutti i sistemi del nostro organismo.

Pari pari, qualche contraddizione che scuotesse un tantino il nostro impietrito palazzo concettuale potrebbe fare un gran bene all’anima.

Di questi tempi si assiste ad un rifiorito interesse nei confronti dei 5 ausiliari, magari non molto sereno. E fioccano le interpretazioni alcune piuttosto stravaganti. Ma questo è secondario, accidentale, perché ognuno, se vuole, può recarsi alla fonte più sicura.

Quello che non mi piace è che si tiri Scaligero per la proverbiale giacchetta. Se qualcuno afferma che Massimo Scaligero indicava a tutti i 5 esercizi come una condizione assoluta e necessaria, rispondo che ciò, nella prassi, non era assolutamente vero.

Vedete, chi abitava lontano da Roma, appena uscito da via Cadolini, si fiondava nel più vicino bar d’angolo e trascriveva tutto quello che riusciva a ricordare. Così potei leggere, nel tempo, più di una ventina di riassunti: bene, solo in un caso Scaligero invitò un giovane amico a praticare intensivamente il controllo del pensiero e l’atto puro. Ciò ha senso: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Seppure infastidisce gli sbandieratori del proprio sentire spiritoso.

A tutti gli altri, oltre la Concentrazione che non mancava mai, diede altro; cioè meditazioni ed esercizi che poi apparvero in suoi scritti come Yoga Meditazione Magia e Tecniche della Concentrazione interiore.

Chi scrive, quando incontrò per la prima volta Scaligero, faceva già ciò che credeva fosse l’esercizio di Concentrazione. Scaligero, dopo essersi gentilmente espresso su ciò, caricò ulteriormente il meschino con due discipline che si trovano nei volumi di Ur e con una terza, di cui chiarì poi il significato in Tecniche senza però indicarne (nel medesimo testo) la forma pratica, che viene considerata avanzata.

Ci fu persino il caso di un giovane artista a cui, davanti a richieste specifiche, Scaligero rispose letteralmente: “Tu che sei Poeta, puoi fare tutto quello che vuoi”.

Poi, se ad altri mille venne suggerita una rigorosa pratica dei 5 ausiliari, io non lo so e certamente non è impossibile. Vorrei solo che non si pensasse ad essi come ad un imperativo universale. Perché questo non è vero. E’ solo ortodossia antroposofica.

Come è procustiano il continuo tentativo di spacciare i 5 secondo una fisionomia di “moralità” che è stata loro appiccicata in tempi in cui la solare via occulta ed il borghesismo spiritual- cattolicheggiante hanno, di necessità, preso strade diverse!

Non faccio le pulci ai termini, ma mi chiedo come non ci sia proprio nessuno che sappia dire che lo scopo dei cinque è accendere una importante sequenza di correnti eteriche nei veicoli dell’uomo incarnato, per poter accedere a stati non dialettizzabili? Esse – le correnti – sono reali: uno può “vederle” nella forma di luce argentea, un altro percepisce un raggio o rivolo vuoto che fluisce lungo il pieno che percepiamo di solito in noi, ecc. Quello che vale per tutti è la direzione che prendono se si permette loro di funzionare. Certo che provocano cambiamenti, ma essi non sono miserie psicologiche.

C’è una cosa che mi disgusta: le volgarizzazioni e le schegge che troncano la completezza dell’informazione (che non ci appartiene, è del Dottore): esse sono pensiero leso, respiro troppo corto per dare vita, caos concettuale.

Che la situazione sia, all’incirca questa, lo si nota di continuo nella (patologica?) incapacità di distinguere la Concentrazione dal controllo del pensiero…e su questo ammutolisco! Perennemente sbigottito. Pure il grande pubblicista, nelle poche intemerate su temi riguardanti la scienza spirituale strambotta di concentrazione e meditazione come primo dei 5 ausiliari: sì, come il Duca quando canta “Questa o quella per me pari sono”. Già, timbro tenorile ma senza tenore.

Non c’è uno che non indichi come assoluti i “tempi” della disciplina: che non esistono giacché sono individuali, non appartengono all’orologio e, sia detto genericamente, sono piuttosto calibrati su elementi qualitativi, talvolta inversamente proporzionali alla continuità e intensità dell’Opera. Come a dire che il discepolo che fa di più può giungere, per maestria nella intensificazione, ai primi risultati dell’esercizio in tempi passabilmente brevi e pure questa non è regola perché la coscienza pensante polarizzata non lavora nel tempo comune.

In definitiva, affinché l’anima possa almeno lambire la possanza solare, regole e ricette (utilissime nella cottura delle uova sode e di cibi più complicati) servono come un tempo serviva l’asta e filetto per passare alla scrittura.

Già una quarantina di anni fa, Scaligero indicò a dei giovani che avevano da poco iniziato il cimento con “l’esercizio a sé sufficiente” un approccio di cui ho già scritto ma che sembra necessario ricordare: iniziare la giornata con una ricostruzione rigorosa, pedante dell’oggetto, per poi, durante il giorno, ridurre al minimo la ricostruzione e persino non compierla, polarizzando tutte le forze sull’oggetto. Atto immediato che qualcuno tra i pochi sa fare bene.

Ci sarebbe da aggiungere che le ricostruzioni, consigliate o pensate con la testa propria, sono a misura umana cioè sempre complicate, complesse: piuttosto si pensi di essere come un bimbo di II elementare, poco dotato, che butti giù un tema sullo spillo. Perché perdere energie e attenzione oltre i quattro o cinque concetti subordinati o immagini sufficienti?

E, già che ci siamo, persino lo scrivente conosce l’indicazione di risalire dall’immagine estranea che ci ha distolto…solo che il pensiero, spesso e velocemente, per un infinitesimale blackout della destità, ci ha trascinati su pianeti lontani e rifare l’esatto percorso per il ritorno è impossibile perché l’Io era mancato. Allora non sarebbe meglio iniziare l’esercizio daccapo? Con più attenzione, più dedizione e così ci diamo da soli un colpo di bastone, cosa che fa più che bene. Destità dell’Io è un altro nome per il nostro cammino.

In sintesi, vedo come sbuchi dal terreno sempre la stessa, vecchia storia. Sembra che si parli per non comunicare, per celare addirittura il senso più genuino del severo sentiero Occulto che, mi crediate o meno, non è una passeggiata corroborante in un giardino fiorito ma piuttosto sa di passi stentati nel deserto.

Il moderno discepolato occulto non toglie nulla a nessuno, ma nei brevi momenti operativi toglie invece tutto: sarebbe impossibile fare qualcosa di reale se si volesse portare nelle discipline l’immagine di sé e la potenza della propria ricca impotenza.

Ogni minimo passo comporta, come sottolinea il dott. Colazza, un mutamento di coscienza…che mai avverrà se non si smuovono mattoni, muri e pilastri del museo (mausoleo) che riempie la nostra anima…con radicale spregiudicatezza.

Amici cari, credo di avere le prove provate che la via dell’Occulto muove da esperienza a esperienza mentre la sistematica del sapere, pastorizzato e filtrato e sempre più manomesso, appartiene all’Accademia della Disgrazia e della Grande Inutilità. E se, come è giusto che sia in piena libertà, chi legge sente disaccordo con ciò che ho scritto ed è contento, buon per lui e…contenti tutti.

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