UN "ACCORDO" DI MASSIMO SCALIGERO

Cari lettori di Eco, rimaniamo sulla scia de L’Archetipo di questo mese di febbraio proponendo la lettura di uno dei suoi articoli.

Anni fa un antroposofo si cimentò in quella che voleva essere una critica sapiente del linguaggio di Massimo Scaligero: critica che venne presentata e sviluppata in una piattaforma del web.

Egli prese come campione, secondo lui molto rappresentativo, uno dei tanti “accordi” di Scaligero, ponendo l’indice contro il romantico, antiquato, pomposo e ridondante linguaggio che l’Iniziato usava per questo tipo di scritti, tra l’altro privati, in quanto lettere destinate a un discepolo.

Dei contenuti poco o nulla si interessò questo antroposofo, così come ignorò volutamente l’importante Opera di Massimo Scaligero, composta da testi – a dir poco – non suscettibili affatto di essere considerati semplice espressione o esercitazione di forma, di mera e stucchevole retorica, ma piuttosto esemplari di rari apici dialettici al servizio totale di alti contenuti scientifico spirituali assolutamente conformi al pensiero centrale di Rudolf Steiner, pensiero che in tali testi viene altresì sviluppato.

C’è anche da sottolineare che, all’opposto, ma forse più comprensibilmente, molti lettori, per lo più giovani, al primo approccio di lettura dell’opera di Scaligero, hanno giudicato il linguaggio dei suoi maggiori testi di difficile e oscura interpretazione, un muro ritenuto invalicabile, o quantomeno scoraggiante.

Tra questi due opposti giudizi “assoluti” rimane un vuoto, che questi opinionisti non hanno riempito.

Sappiamo molto bene che questa epoca moderna ha abituato l’uomo a trovare esposti concetti pronti e di immediata e facile assimilazione. Cosa può significare ciò per chi desidera di intraprendere la Via indicata dal Dottore dovrebbe esser chiaro: attivare il proprio Sè in primis. Svelare e risvegliare il Chi, colui che viene riconosciuto, che “agisce”, che non è passivo, e non il ricadere e ripetere ad oltranza l’esperienza delle emozioni, dei sentimenti e degli istinti che possano spingere, ritenuti motori primi, a temporanei comportamenti di fratellanza e “amore incondizionato”, ossia proprio tutto ciò che l’antroposofo ha voluto lasciarsi dietro da precedenti e insoddisfacenti militanze cattoliche o simili.

Sappiamo anche molto bene a cosa si è ridotta certa Antroposofia, a bearsi cioè di narrazioni e descrizioni, e a dimenticare, ad ignorare, a mancare di cercare l’esperienza del potente contenuto di “Filosofia della libertà”, un testo, quest’ultimo, divenuto semplice oggetto di conversazione in ritrovi, conferenze e riunioni, per poter illudersi, o ostentare una equivoca aurea di devoto alla Via.

Noi semplicemente proponiamo la lettura dell’ultimo “Accordo” pubblicato nella storica rivista antroposofica “L’Archetipo”, e insistiamo anche noi, assolutamente senza temere di lasciare in ombra libri come, ad esempio, “La logica contro l’uomo”. 

Noi crediamo semplicemente che, chi volesse cimentarsi seriamente nella critica al linguaggio di un autore scientifico spirituale come Massimo Scaligero, previamente si periterà di leggerne con attenzione e obiettività tutta l’opera, e non solo le sue lettere a discepoli. Non sarebbe nemmeno opportuno dimenticare che Scaligero possedeva talento poetico, ha infatti composto delle poesie. Con tutto ciò, anche ascoltando le registrazioni delle sue conferenze, leggendone le trascizioni, e unendo alla fine il tutto, si potrà con evidenza constatare e convenire tutti che Scaligero sapeva bene quando e come usare un determinato linguaggio.

Invito Isidoro, Hugo, tutti i collaboratori di Eco, anche i nostri i nostri utenti, se lo desiderano e riterranno utile, a dire la loro sia su questo “Accordo” di Massimo Scaligero, sia su altro che possa essere ritenuto utile in merito agli argomenti accennati.

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VINCERE LA MORTE

“Intensa esigenza di purificazione, di indipendenza dalla sfera degli istinti, perché sia alleviato il male generale del mondo, perché subisca l’impeto della luce dissolutrice e chiarificatrice. Sono ogni momento poste le cause possenti di un mondo in cui non sia possibile sopraffazione da parte del mondo infero.

Questo combattere è un esercizio di lucidezza della coscienza, perché là dove c’è sforzo c’è aderenza all’Ostacolo: questa aderenza deve essere dissolta: quindi è un combattere per cessare di combattere, cioè per vincere realmente.

Il Calore-Luce può rinascere spiritualmente sulla Terra, come forza individuale d’Amore, grazie al processo d’incarnazione del Christo. Egli ha dovuto debellare la Morte, ma prima assumerne la forza, perché come forza stimolatrice della vita fosse trasmessa agli uomini. Da allora ciascuno si avvicina alla Morte per vincere: il Christo ha assunto la Morte a parte hominis: poteva sgominarla dalla zona divina, ma cosí sarebbe stata sempre sopraffattrice dell’uomo. È questo il senso di ogni sfiorare l’esaurimento della vita, la Morte!

La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra. Perciò una grande purezza attraversata da una grande concentrazione. E questa concentrazione ritrovi la confidenza mirabile con il Logos, il segreto della perennità, della assoluta fedeltà all’Opera.

Assorti nel Logos e nel suo opus terrestre, la fraternità umana può iniziare ad affermarsi sulla Terra, ma necèssita di una donazione assoluta priva di attaccamento egoico, cosí che l’uomo abbia la luce e la gioia del Christo, e la Terra divenga una contrada santa, un luogo di Resurrezione delle forze: il luogo della Pentecoste.

È tutto da meritare, con un lungo e sacrificale operare: con l’ala della intuizione pura che arde il male del mondo e lo restituisce luce creatrice.

Volontà solare, offerta al Christo: il massimo del coraggio, per il Logos vittorioso sulla Terra: l’assoluta purità, l’assoluta forza, l’as­soluta audacia della conoscenza, per servire il Christo. Questo è il còmpito che rende necessario l’accordo piú alto dell’anima, cosí che essa riconosca il sentiero del San Graal, come la direzione già assunta sin dal­l’inizio.”

 

Massimo Scaligero

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http://www.larchetipo.com/2016/02/accordo/vincere-la-morte/#sthash.PNlTGTwG.dpuf

2 pensieri su “UN "ACCORDO" DI MASSIMO SCALIGERO

  1. Cara Savitri,
    hai fatto bene a segnalare in grande, con questa pagina, tutti quegli intensi, impetuosi assoluti che l’immensa anima di Massimo Scaligero vergava per discepoli a lui veramente vicini.

    Massimo poteva sperimentare, sino a limiti estremi, le forze della disgregazione e, in attimi fatali, la più-che-luce che il Logos dona e donerà all’uomo fino al consumarsi del Tempo.

    Radicalmente, nessuno potrebbe fregiarsi di un discepolato minimamente in linea col Maestro (anzi, come preferiva, con l’Amico).

    Egli non chiedeva nulla a nessuno ma il suo cammino chiedeva per noi troppi assoluti. Invece tutto ti avrebbe dato se i rari momenti in cui eri vittorioso sulle dissipanti disperazioni fossero divenuti sostanza della tua vita.
    “Non ho nessuno a cui trasmettere…” Questo avrebbe dovuto far tacere i tanti principini di mente confusa e cuore ottenebrato: tant’è che ancora oggi trasmettono la menzogna…

    …forse oltre l’ekagrata assoluto è pure mancato l’ekagrata relativo o il tentativo dell’ekagrata…

  2. Al gentil invito della savia e sapiente Savitri, Hugo vuol rispondere sia per l’illimitato debito – veramente impagabile – di gratitudine ch’egli ha nei confronti di Massimo Scaligero, il quale – “novello Virgilio”, per dirla col suo amato Dante – veramente lo trasse dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, e conducendolo per un “cammino alto e silvestro”, gli mostrò l’aureo sentiero che mena a contemplar “l’Amore e l’altre stelle”, sia perché contro Massimo Scaligero si son mossi non solo da parte degli estranei alla Scienza dello Spirito – fuori della “città” spirituale – ma anche da parte di molti antroposofi, spesso faziosi, inintelligenti e volutamente ignoranti della sua Opera – questi, quindi, nella “città” spirituale” – e purtroppo spesso anche da parte di coloro che si dicono suoi “discepoli” – quelli che il mio amico C. chiama “scaligeropolitani”, dentro la stessa “cittadella” – attacchi velenosi, talvolta grossolani e stupidi, talaltra più insidiosi e sottili, rivestiti di suadente dialettica, di sciropposa e stucchevole sentimentalità, con le quali sotto mentite spoglie laudative, si vorrebbe appannare la luminosità dell’Opera, e “ridimensionarne” l’Autore.

    Amore della Verità e sentimento di gratitudine esigono che al Maestro si renda aperta testimonianza, e che la Verità amata si difenda contro deformazioni e insinuazioni che provengono da avversari mossi da ignoranza, vanità e livore, che son sempre i segni di una “conglomerated mediocrity” – come la chiamava Orwell, tipica della meschinità piccolissimo borghese.

    Il linguaggio di Massimo Scaligero, nelle sue Opere scritte, scaturiva dall’esser veste di una folgorante e possente esperienza interiore dello Spirito: ciò ch’Egli scriveva, era frutto di ciò che “Amore va dittando”. Il linguaggio delle sue opere era tutto un grande “mantram” donante, a chi accoglieva quelle mirabili parole, la possibilità di rivivere le sue stesse travolgenti esperienze. Negli incontri o nelle “lettere ai discepoli”, il suo linguaggio mutava, perché la sua parola scaturiva allora dalla richiesta interiore di chi lo ascoltava dal vivo o leggeva quanto era a lui diretto.

    Il suo stile non aveva – pur pregevole – MAI esigenze estetiche, né voleva suadere o affascinare né tampoco sedurre: rispondeva sempre e solo alla richiesta interiore profonda di un’anima, richiesta talvolta inconsapevole o addirittura contrastata dalla cosciente – poco davvero cosciente – psiche bramosa e paurosa. Egli diceva ciò che era necessario, non ciò che piaceva o era atteso.

    I suoi scritti richiedono un formidabile lavoro interiore, ed esigono essere accompagnati da un intenso lavoro di Concentrazione: allora dànno frutti veramente aurei. Le sue opere richiedono molto coraggio, perché chi legge deve disfare quanto pregiudizi, reazioni istintive e sentimentali automatiche hanno stratificato e coagulato in lui di morto cascame animico. Ma se un tale intenso lavoro interiore viene fatto con lena, con alacrità e slancio, si giunge ad innamorarci di quelle opere che riversano nell’anima linfa vivificatrice e forza suscitatrice del più temerario coraggio. Infine tale sforzo conduce inaspettatamente al non sforzo cui allude Massimo Scaligero, perché allora è lo Spirito che muove direttamente nell’Io che si è aperto all’infinito.

    Queste poche parole sono la vissuta testimonianza di gratitudine di

    Hugo de’ Paganis.

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