CENNI SULLA VITA DI SIGMUND FREUD

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Tra gli uomini che hanno operato per la storia dell’anima nei tempi moderni si presenta quale figura importante il dottor Sigmund Freud, considerato padre della psicoanalisi.

In genere il suo ricordo fu fissato, quasi imbalsamato dai suoi adepti. E le rappresentazioni che seguirono non escono mai da questo sulfureo “santino”. Divenuto una sorta di mito poi si seguono narrazioni manipolate, persino ucroniche, comunque distanti dalla realtà o sottomesse al mainstream della convenzionalità.

Seguendo gli interessi che animano i lettori di questo Sito, cerco di disegnare qualche (più che insufficiente) cenno biografico relativo a Freud che dia conto dell’uomo e del ricercatore che egli fu anche alla luce di indiscrezioni sfuggite a suoi discepoli.

Freud nacque a Freiberg da famiglia ebraica. Intellettualmente assai dotato, si iscrisse all’università a soli 17 anni. Egli raccontò che il suo primo indirizzo era il Diritto poiché attratto dalla politica. Poi, affascinato dagli studi di Darwin e da una conferenza su l’inno goethiano Alla natura, decise di dedicarsi allo studio dell’Arte medica. Non ebbe alcun impulso a fare il medico e curare i suoi simili: “i pazienti sono gentaglia, gli torcerei il collo a tutti”. I discepoli poi testimoniarono che non era minimamente interessato alla professione di medico. In realtà si considerava uno psicologo e, intelligente com’era, terminò l’università con tre anni di ritardo.

Ritardo dovuto agli interessi, assai ampi e assai diversi da ciò che il suo corso richiedeva: l’evoluzionismo darwiniano, le lezioni di filosofia di Franz Brentano (di Brentano, Steiner scrisse con grande interesse in Enigmi dell’anima. Egli fu filosofo e attento psicologo: la sua intuizione si ferma là dove Steiner completa l’osservazione della tripartizione dell’organismo umano).

Una nota (quasi) fuori contesto: quando Freud studiava non sopportava la musica. Per essa non ebbe alcuna attrazione: era del tutto a-musicale.

Laureatosi, le condizioni economiche non gli permisero la pura ricerca scientifica, perciò lavorò nell’Ospedale di Vienna ma si dedicò allo studio delle malattie nervose e conquistò, a 29 anni, la libera docenza in neuropatologia.

Fu una dimostrazione che la relativa povertà e l’origine ebraica non avevano potuto ostacolarlo. Del resto si sentiva come un essere speciale con compiti speciali. Di ciò scrisse più volte alla fidanzata: “Sono consapevole di avere una missione”. E’ un presentimento che risale alla sua infanzia e qualcuno parla anche di profezie. Comunque era “segnato” dalla nascita: un tempo il bimbo che nasceva avviluppato nell’involucro amniotico era speciale: da questo la frase ancora usata “nato con la camicia”.

Nel suo trentesimo anno d’età iniziano a profilarsi i punti fermi del suo percorso di destino: l’incontro con Charcot a Parigi, con Breuer a Vienna e con Fliess a Berlino.

Il dottor Karl König (Die Schicksale Sigmund Freud und JosefBreuer. Verlag Freies Geistesleben, 1962) vede in tali incontri tre tappe (da superare) per iniziare la discesa alle Madri.

Freud, nel 1885 si trasferì a Parigi per studiare neuropatologia alla Salpétrière con J.M.Charcot. Così imparò a conoscere il potere dell’ipnosi nella cura delle malattie nervose e gli incredibili fenomeni che questa pratica svelava.

Ricordiamoci che quello che ora chiamiamo ipnosi appartenne in antico ai Misteri e fece l’ingresso nella medicina semi-ufficiale all’inizio ottocento. Charcot, forte del vasto materiale umano a sua disposizione e di molta autonomia, poté svolgere esperimenti straordinari (a mio parere nemmeno più eguagliati o superati), evocando forze reali ma incomprensibili per l’ordinaria osservazione scientifica.

Freud ne fu molto colpito e Charcot lo accolse nella sua cerchia con amicizia. Quando però il primo ritornò a Vienna gli studi prodotti furono accolti con scetticismo e disprezzo. Ciò lo allontanò dalla vita accademica: dedicandosi ai fenomeni isterici ed ipnotici si staccò per sempre dalla medicina ufficiale e percorse un sentiero isolato ma non antitetico all’agnosticismo ufficiale: volle comprendere fenomeni nuovi con idee antiche.

Josef Breuer, più anziano di Freud di 14 anni, era era uno spirito eclettico e geniale. Era medico di famiglia e vero scienziato. Il giovane Steiner lo conobbe presso la famiglia dove abitò come precettore: “Per me il dottor Breuer era una personalità attraente. Ammiravo il suo modo di assolvere i compiti di medico. Ma anche ad altri campi il suo spirito era grandemente interessato. Parlava di Shakespeare in modo tale che se ne riceveva uno stimolo fortissimo. Era anche interessante sentirlo parlare, con un atteggiamento che era assolutamente quello di un medico, di Ibsen o magari della Sonata a Kreuzer di Tolstoj. Quando egli parlava di tali argomenti con la mia amica, madre dei bambini di cui ero precettore, spesso io ero presente con grandissimo interesse. Allora la psicoanalisi non era ancora nata: ma i problemi che tendevano in quella direzione esistevano già. I fenomeni ipnotici avevano conferito al pensiero medico una particolare colorazione” (La mia vita. Ed. Antroposofica).

Steiner menziona ancora Breuer nel ’17: “Fu particolarmente interessante per lui, che con tanta profondità si immergeva nei fenomeni patologici, un certo caso che lo occupò in modo speciale”. Si trattava di una giovane sonnambula che Breuer curò con l’ipnosi. Essa manifestava tali sintomi isterici che suscitarono in Breuer, sia come medico che come uomo, il massimo interesse per un mondo celato.

Freud e Breuer si incontrarono nel 1879, quasi un incontro tra padre e figlio. Freud alla fidanzata scrisse: “Parlare con Breuer è per me come star seduto al sole: effonde luce e calore. Egli è una personalità luminosa. Non so cosa abbia trovato in me per trattarmi con tanta amicizia. Non lo si caratterizzerebbe giustamente se si dicessero di lui solo cose buone: bisogna soprattutto sottolineare che la malvagità in lui è del tutto assente”.

Breuer aiutò Freud anche economicamente e quando questi ritornò da Parigi gli mandò pazienti con problemi neuropsichici.

Nel periodo che intercorse tra il 1887 e il 1895 Freud, con l’apporto prezioso di Breuer, stabilì le osservazioni ed i fondamenti della psicoanalisi. Poi, la rottura dell’amicizia con Breuer. Secondo König il dissidio trasse origine dal trattamento della giovane sonnambula più sopra ricordata. Il fatto: essa venne posta in sonno ipnotico e da tale condizione affiorarono le cause profonde. Ciò che in questa situazione venne rivelato atterrì Breuer che non volle insistere nella buia sfera dell’uomo notturno. Va ricordato che Breuer era massone e forse non poté comunque rivelare pubblicamente certi fenomeni legati all’ipnosi.

Freud, crudelmente spregiudicato, volle capire anche le tenebre e continuò in solitudine la ricerca. Steiner, riguardo alla rottura tra i due indagatori, dice: “Si potrebbe pensare che, se Breuer avesse ottenuto una cattedra universitaria e avesse potuto seguire la via della psicoanalisi, quest’ultima avrebbe forse assunto tutt’altra forma. Così invece fu principalmente il dott. Freud ad occuparsene”. Si può notare anche che Steiner e Freud partirono con un atteggiamento formalmente simile: osservazione animica col metodo delle scienze naturali. Le direzioni furono opposte. Steiner investigò la natura spirituale dell’anima, Freud denudò la sua vita sub-umana.

Estraniandosi da Breuer, Freud fece amicizia con Wilhelm Fliess. Costui, studioso dei rapporti organici, aveva scoperto una identità di ciclo nella donna e nell’uomo e così trovò certi principi che rimandavano alla natura androgina dell’entità umana. Un suo scolaro, tal Swoboda divenne paziente di Freud e gli fece conoscere gli studi di Weininger, autore di Sesso e carattere.

La psicoanalisi di Freud abbandonò in gran parte l’ipnosi, preferendo la tecnica dell’ascolto dei pazienti, prima con metodo interrogativo, poi tramite la libera associazione. Egli invece si sottopose a due processi: l’autoanalisi e e un’acuta indagine sulle esperienze di sogno. Scoprì molte cause inconsce che si manifestano nel dimenticare, nel lapsus linguae, ecc. Le rivelazioni dei processi inconsci dell’anima lo portarono ad un più profondo isolamento. Così ruppe i rapporti anche con Fliess. Liberatosi da questi rapporti umani e d’amicizia, Freud distrusse ogni ponte con l’umanesimo e forse con una certa parte dell’umano in lui stesso. Iniziò ad avere alterigia e disprezzo per gli altri, una irreligiosità pressoché assoluta, una inflessibilità nel lavoro, una vita scandita con ferrea regolarità.

La missione che gli proponeva l’investigazione dell’anima notturna lo aveva reso spietato e cieco per quanto potesse riguardare altre parti della natura umana, sapendo nonostante se stesso che ciò che aveva svelato non si sarebbe tradotto in una soluzione positiva per gli ammalati. Un giorno, rispondendo ad una domanda sulla “cura psicoanalitica”, rispose che questa era un processo che non poteva terminare mai.

Fu adorato ciecamente dai discepoli: devozione assai analoga a quella tributata dalle folle a certi personaggi storici. La diffusione nel mondo occidentale della psicoanalisi fu più forte dove la tradizione religiosa aveva dovuto ritirarsi dinnanzi la cieca fede nel progresso scientifico: specie nei paesi di lingua inglese la psicoanalisi divenne una religione acritica con Freud come profeta.

Una stravaganza del Nostro era quella di circondarsi di statuette di bronzo o argilla che raffiguravano dei e animali sacri nel tempo antico. Qual’era il muto dialogo tra questi e lo scienziato?

Freud, avendo tra i suoi oggetti anche pietre preziose, ne fece montare sette in corrispondenti anelli: uno per sé e sei per i suoi discepoli più intimi. Scrive Sachs nel 1920: “D’ora in avanti noi sette dovevamo formare un gruppo coordinato ma del tutto anonimo. Perché l’avvenire della psicoanalisi non doveva essere lasciato nelle mani del caso, né doveva dipendere dagli interessi di certi gruppi o da ambizioni personali. Il nostro gruppo aveva il compito di dirigere, secondo un piano comune ed in reciproco accordo, il movimento psicoanalitico. Per ottenere ciò, noi sette dovevamo valerci del nostro influsso personale e della nostra solidarietà (…) Per poter eseguire indisturbati questo lavoro, era necessario che questo nostro accordo restasse un segreto ben custodito. Il nostro doveva venir considerato come un cerchio chiuso ora e sempre: nuovi membri non potevano aggiungervisi”.

Dunque una sorta di gruppo iniziatico segreto, cioè più affine al vecchio occultismo che a un movimento scientifico.

Freud, continuando nelle indagini, ordinò istinti e pulsioni in due sfere principali: Eros e Thanatos. Mentre l’impulso al sesso, alla vita vorrebbe lanciarsi nell’immortalità, l’impulso opposto vira all’irrigidimento, all'(auto)annientamento.

Non credo sia una particolare forzatura interpretativa dire che con Eros si intende l’azione luciferica e con Thanatos il dominio di Arimane. Secondo König, Freud consacrandosi nell’isolamento freddo della sfera arimanica, riuscì a svelare parte dell’azione luciferica. Vita e morte e nient’altro: da ciò Freud e discepoli formarono un fronte che potrebbe essere considerato come anticristico. Ci fu persino chi battezzò la psicoanalisi come una rivolta mondiale contro il contenuto dei Vangeli.

Negli ultimi anni di vita Freud interpretò il cristianesimo come una visione raccapricciante in cui la Cena era un pasto funebre che commemorava l’assassinio del padre: “Il padre dell’orda primordiale, despota assoluto, pretendeva tutte le donne per sé. Ma un giorno tutti i figli si unirono, lo sopraffecero, lo uccisero e lo mangiarono tutti insieme (…). Il convitto funebre è una solenne commemorazione di questo fatto mostruoso da cui deriva la coscienza di colpa dell’umanità”.

Questa visione mi pare coerente con le parole esclamate in vista della costa americana (1909): “Ignorano la peste che sto portando loro”. Freud muore a Londra nel settembre del ’39, all’inizio della seconda guerra mondiale.

König chiude il suo saggio su Freud con le parole di Emil Bock: “Nel cielo dello spirito regna sull’uomo il mondo degli archetipi luminosi, puri, creatori e salutari. Se questo mondo viene dimenticato, allora nel profondo dell’inconscio umano si generano con estrema facilità i contro-tipi, oscuri, generatori di malattia. Il mondo soprasensibile dimenticato diventa nel singolo uomo causa di malattia e nell’epoca in ora cui viviamo diventa causa di drammatiche, apocalittiche catastrofi”.

Sigmund Freud ed il suo movimento come oscura controimmagine di forze spirituali che, nell’epoca di Michele, cominciano a manifestarsi.  

20 pensieri su “CENNI SULLA VITA DI SIGMUND FREUD

  1. “Fra il 1841 e il 1879 ha avuto luogo una lotta nei mondi spirituali, e dal 1879 certi spiriti sono stati precipitati sulla terra e si trovano ora nel regno degli uomini.” Che Steiner e Freud siano tra le prime incarnazioni dei due poli opposti?

  2. Isidoro terribilissimo ed eziandio quaterribilissimo,
    Sigmund Freud e la creazione della psicanalisi, sono oltremodo interessanti se affrontati da un punto di vista occulto. Lo sono però solo se affrontati con la volontà radicale di giungere a completa chiarezza. Pochi davvero, oggi, si rendono conto di cosa si muova ed agisca nel processo sedicente “terapeutico”, nel quale i pazienti – stando alle parole stesse di Freud – “non guariscono mai”, cioè non DEVONO MAI guarire. Vedremo che, al contrario, essi devono, metodicamente, esser fatti ammalare vieppiù profondamente: sino a superare il punto di non ritorno. Si può dire che lo psicanalista sia un vero e proprio antiterapeuta, ovvero manzonianamente un “untore”, intenzionato a spargere alacremente e cinicamente – sempre parole di Freud – la “peste”, e quel che è peggio, una “peste” di tipo spirituale. William Shakespeare direbbe che “in tale follia vi è molto – anzi troppo – metodo!”.

    Nel processo della coscienza ordinaria – ovverossia legata all’esclusiva percezione sensibile data dagli organi di senso e ad un pensare meramente riflesso legato al cervello e al sistema nervoso centrale – si crea una massa di “detriti”, una massa di prodotti di decomposizione psichica, che il processo sano dell’anima rimuove, relegandoli in una zona subconscia nella quale dovrebbero permanere sino a gradualmente dissolversi col rientrare nel caos indifferenziato. In tale zona subconscia agiscono altresì le forze della razza, dell’eredità familiare, della natura psichica colludente con l’animalità. Oltre a queste, vi si trovano pure, coagulate, concrezioni psichiche di abitudini, di reazioni obbligate di paure e istintività ancestrali, di quei vortici psichici autonomi e sottraentisi come “complessi” alla normale coscienza sveglia, che nello Yoga e nel Buddhismo vengono chiamati “vasana” e “samskara”.

    Nel processo dell’Iniziazione si cura un progressivo e illimitato rafforzamento della coscienza autonoma dell’Io, che deve farsi sempre più concretamente e fattivamente indipendente da quel mondo guasto di forze semicoscienti e subcoscienti, che nel loro insieme sono il “luogo” e il supporto nell’uomo di un vero e proprio “doppio” arimanico. Ossia sono la presenza e la sfera d’azione nell’uomo di una entità antispirituale, ostile e avversaria di tutto ciò che per l’uomo stesso è autocoscienza e libertà: la sua autentica essenza. Questa entità ostile, invadente e normalmente condizionante l’interiorità dell’uomo, non è l’inesistente “inconscio”, del quale secondo una metafisica inversa affabula la moderna psicanalisi, bensì è un essere molto più cosciente e intelligente dell’uomo, il quale se non si libera del suo abietto servaggio nei suoi confronti è, illudendosi di essere libero, solo un pupazzo nelle sue invisibili mani.

    L’illimitato rafforzamento dell’autonoma coscienza dell’Io e della libera volontà porta inevitabilmente ad affrontare un drammatico combattimento con questo “doppio” arimanico, che si pasce dei guasti detriti dell’anima, si nutre vampiricamente della sua vitalità, dominandola radicalmente. Ora – è bene non farsi illusione veruna in proposito – questo “doppio”, questa entità ostile e cinica, lotterà selvaggiamente per non perdere il proprio vitale dominio sull’uomo. E’ questo essere ostile e avverso che ha tutto l’interesse a mantenere l’essere umano in uno stato di “ignoranza”, di stordimento, di oblio e di sonno spirituale – di “avidya” direbbero in India – e ispirare in lui brama, paura e avversione. Egli si serve indifferentemente di ideologie materialistiche e pseudoscientiste, così come di una religiosità sentimentale, e se necessario persino del misticismo emotivo, di un esoterismo corrotto e trasgressivo, delle morbide e fiacche “vie dell’anima”: tutto gli è utile per incatenare l’uomo alla natura corporea, animale e psichica. Tutto eccetto la Via del Pensiero, la Via che porta all’esperienza cosciente del momento originario del conoscere, alla liberazione dell’atto pensante dalla mediazione del sistema nervoso e dei sensi – anzi liberazione da OGNI mediazione che non sia il suo stesso movimento cosciente – mediante la pratica della Concentrazione: la Via più audace ed eroica.

    L’Ostile non ama essere visto: può dominare l’uomo unicamente se l’uomo non vede chi lo asserve. Il termine sanscrito per la Sapienza è “Vidya”, che in effetti alla lettera significherebbe “visione”. Infatti ha la stessa radice del latino “video”, “io vedo”. E’ questa “visione”, ossia la “Sapienza” che è liberatrice. L’ignoranza, “a-vidya”, è l’oscuramento della visione spirituale, lo stordimento, l’accecamento: l’oblio. Così come in greco Verità è “A-letheia”, ossia il non oblio, il non bere, secondo il dettame orfico e pitagorico, le acque del fiume Lethe, le quali dànno un oblio “letale”.

    Ma per vedere questo astuto e letale Avversario, è necessario diventare molto forti, e illimitatamente coraggiosi, perché l’iniziato deve operare – come il mio amato Dante – una “katabasis”, una “discesa agl’Inferi”, e affrontare, conoscere, vincere, dissolvere, trasmutare con la Conoscenza – con la “visione” liberatrice – le potenze avverse. Ma la psicanalisi non fa questo, bensì esattamente il contrario. Essa esige che il paziente si indebolisca come coscienza, si “armonizzi” col subconscio, si faccia dominare dall’inconscio. Il processo di analisi verbale della psicanalisi, il suo rimestare nel torbido dei sogni, della sensualità e della sessualità più guasta e di quant’altro, è occultamente un vero e proprio processo di “evocazione” delle forze infere, per attuare uno spregiudicato aprirsi della diminuita e stordita coscienza del paziente all’invasione dal basso dei guasti liquami dei prodotti di decomposizione psichica emergenti dalla zona subcosciente: è la via ad una progressiva “ossessione”. Sotto veste “scientifica”, e corredata del necessario travestimento verbale dialettico e logico, questa è “stregoneria” allo stato puro: è un efficace rituale di evocazione del “doppio” arimanico del paziente, tramite il “doppio” dello psicoterapeuta, il quale ha dovuto passare lui stesso lunghi anni in “analisi didattica”: ha dovuto subire radicalmente l’infezione lui stesso per poter poi trasmettere in maniera veramente efficace l’infezione al paziente. Il quale, come afferma lo stesso Freud, non dovrà mai guarire.

    Freud e Jung – si può discutere “filosoficamente” quale dei due sia peggiore – riscuotono notevole successo persino in ambienti esoterici e pseudoesoterici. Vi sono “Maestri” che praticano e insegnano un esoterismo che è una “sapienza del doppio arimanico”, che dànno riti, esercizi e pratiche per il rafforzamento di tale “doppio”, il che porta ad una cosciente o incosciente “magia di patto” nei confronti di tale entità: alla catastrofe dell’intera vita dell’anima. E stupisce assai che simpatie per Freud e Jung si riscontrino in ambiti antroposofici – l’ho constatato personalmente – e persino tra le file “scaligeropolitane”, per usare l’espressione del mio amico C. Uno di questi junghianissimi seguaci della psicologia analitica, 36 anni fa si propose dopo la dipartita del Maestro come il vero erede dell’insegnamento di Massimo Scaligero. Addirittura si propose a Massimo per sostituirlo da vivo, ma malissimo gliene incolse: questo lo so dal racconto divertito di Massimo Scaligero stesso. Il connubio tra psicanalisi ed esoterismo è – a mio personale parere – quanto di più esiziale e “letale” vi possa essere.

    Hugo de’ Paganis,
    che per viver vita vera
    o si va a mangiare
    pane e pera

  3. Già. L’antroposofia ci racconta di una battaglia nei Cieli che si concluse con la vittoria micaelita.
    Ma la “logica” degli dei non coincide con la nostra: si fa pulizia nei Cieli e si gettano le porcherie giù sulla terra, come se non bastassero gli spiriti che già c’erano.
    Così è calata sul mondo una coltre arimanica che non era mai stata così intensa e attiva: ora è quasi tutto arimanizzato. Anche per questo è importante che l’uomo possa attingere dalle forze interiori più elevate che trova in se stesso.
    Le entità arimaniche non sono semplici parassiti ma sono altresì potenti e dotate di immenso intelletto. Le discipline sono una necessità essenziale affinché l’uomo possa formare in sé una “zona inattaccabile”.
    Poi, riguardo le entità umane di Steiner e Freud, mi pare azzardato e un po’ sconveniente vederle come “polari”. Non credo che l’Iniziato solare possa essere confrontato con alcunché.
    Certo che l’attività e lo svolgimento dato da Freud (indicativamente) ha caratteristiche arimaniche: da cui però possiamo imparare molte cose. Il suo contributo alla conoscenza può essere deviante poiché unilaterale: egli mappa la Bestia, ma dietro ad essa c’è spirito. E con questo spirito conoscitivo che dovrebbe essere letto. Almeno lui dice molte cose urtanti ma vere. Mentre il suo discepolo C.G.Jung, che piace tanto agli spiritualisti, nel paragone è uno chef dell’aria fritta.

    • Isidoro, lupaccio tergestino, su una cosa sono perfettamente d’accordo con te, mentre sull’altra devo precisare qualcosina.

      Sono perfettamente d’accordo sulla diagnosi che gli infami dio-scuri, o dio-che-scuri, siano matti ed eziandio mattacchioni, ma non pecore. E per parte mia, che la psicanalisi fosse una pessima cosa dilettantesca, pseudoscientifica, truffaldina, mendace e pericolosa assai assai, è cosa ch’ebbi chiarissima sin dai tredici-quattordici anni quando incontrai il Buddhismo e lo Yoga – fu amore a prima vista: amor ch’al cor ratto s’apprende e, dopo oltre mezzo secolo, amor ch’ancor dura – e che ogni successiva verifica ha solo confermato.

      Non metto affatto sullo stesso piano Freud e Jung: ritengo Jung ben più insidioso, suadente, insinuante e illudente che non lo stesso Freud, padre della psicanalisi. Ma la fortuna dei due padri imputativi della psicanalisi negli ambienti spiritualistici è stata variabile nel tempo e nello spazio. Per esempio, nella confraternita sedicente ermetica e sedicente iniziatica della Miriam, creata da Giuliano Kremmerz, nella prima metà del secolo passato, ebbe grande fortuna e raccolse – con esiti nefasti – somma stima Sigmund Freud, nonché le sue teorie positivistiche e materialistiche, talché lo stesso Kremmerz cita più volte, a sostegno delle proprie concezioni sedicenti ermetiche le teorie di Freud, citandolo in opere come “Medicina Dei” e nei “Dialoghi sull’Ermetismo”. E in effetti le loro concezioni sono molto affini, e i loro metodi operativi lo sono pure, e il mondo di forze cui si appellano e che mettono in azione anche. A partire dagli anni cinquanta del trascorso secolo, il mondo immaginifico – che NULLA, assolutamente NULLA, ha a che vedere col mondo immaginativo della Sapienza rosicruciana – cominciò a riscuotere sempre maggiori consensi nelle diverse cerchie nelle quali si era frantumata la magica confraternita creata da Giuliano Kremmerz. Per esempio, nella C.E.U.R., ossia la Miriam retta da Carlo Coraggia e successori, grande successo ebbe la psicologia analitica di Jung, soprattutto attraverso l’azione del principe Pignatelli, ma anche nel Circolo Virgiliano diretto un tempo da Vinci Verginelli, e nell’Accademia Pitagora di De Cristo e successori.

      Contrariamente a quel che pensano molti sognanti spiritualisti dal flaccido ed esangue pensiero, anche Gustav Jung è un materialista positivista, solo che lui estende il tipo di analisi psicologica anche al mondo dei miti, delle religioni e della mistica, da lui esplicitamente viste come il tentativo dell’umanità di liberarsi di una nevropatia primordiale congenita. Massimo Scaligero ha fatto una serrata e impietosa critica delle concezioni junghiane, facendole in briciole. Non starò a trascrivere quanto egli scrisse nell’ “Avvento dell’Uomo Interiore”, nella “Via della Volontà Solare” e altrove.

      Che il sedicente Ermetismo kremmerziano senta grande attrazione e affinità nei confronti delle concezioni freudiane e junghiane è più che comprensibile, visto che la Miriam dichiara di essere nella sua dottrina e nei suoi metodi operativi un “materialismo magico”, che va a “sfruculiare” in zone submateriali e subumane della materia, vista come unica realtà, Potrei riempire pagine e pagine di citazioni esplicite, se non avessi a noia la fatica della loro trascrizione. Ma volendo…

      Meno si capisce come l’infezione psicanalitica freudiana e psicoanalitica junghiana abbia contagiato anche altri ambienti, anch’essi sedicenti iniziatici e spiritualisti. Per esempio, Emilio Servadio, massone del Grande Oriente d’Italia e 33° del Rito Scozzese Antico Accettato, che pure era passato attraverso l’esperienza del Gruppo di UR, è stato psicanalista freudiano convinto, nonché assieme a Cesare Musatti uno dei capi della freudiana Società Psicanalitica Italiana. Psicoanalista junghiano era il medico perugino Francesco Brunelli, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Antico Tradizionale e, come massone del Grande Oriente, Gran Maestro del Rito di Memphis-Misraim. Nel suo Ordine Martinista venivano dati agli alti gradi i vari “Quaderni Alpha”, nei quali era esplicita la dottrina junghiana. Idem dicasi di Ivan Mosca, grande amico di Emilio Servadio, 33°, Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia, Sovrano Gran Maestro degli Eletti Cohen, martinista e kremmerziano.

      Meno ancora si comprende come – malgrado tutto quello che nella maniera più esplicita, Rudolf Steiner abbia detto contro le concezioni freudiane e junghiane – un tale ben ambiguo “innamoramento” serpeggi negli ambienti antroposofici e “scaligeropolitani”. Una personalità romana consigliò ad una persona di una cerchia di altra città una terapia presso uno psicanalista freudiano, con risultati che a me parvero pessimi, e per fortuna il trattamento fu di breve durata. A Bologna potei assistere, in riunioni antroposofiche di studio sul libro “Pensiero Umano e Pensiero Cosmico” di Steiner come due individui propagandassero l’interpretazione psicoanalitica junghiana: io venni duramente ripreso, dando luogo aspri diverbi, perché parlai apertamente contro l’indebita mescolanza delle aberranti concezioni junghiane all’Antroposofia. A Roma, invece, due affermati scrittori – uno astrologo e l’altro psicoterapeuta – facevano aperta propaganda alla psicologia analitica junghiana, scrivendone pure sulle riviste junghiane specializzate. Uno dei due, in incontri personali, pretendeva di vietare a Massimo Scaligero – che ne parlò a diversi di noi – di “parlar male nelle sue riunioni della psicanalisi Junghiana, altrimenti lui avrebbe perso i suoi pazienti”, che gli procuravano lucrosi guadagni. E taccio di risultati tragici di tali “terapie”.

      Questo è quanto, e mi par che basti. Ognuno se ne faccia l’opinione che vuole.

      Hugo, oggi affamatissimo,
      che a Freud e Jung preferisce
      un gelato sfiziosissimo.

      • Articolo molto interessante ed istruttivo, molte grazie ad Isidoro che lo ha postato. Da profano, non ho mai capito come sia possibile che, in quell’ambiente umano che generalmente parlando si interessa di tematiche a carattere esoterico/spirituale, la psicoanalisi sembri godere tuttora di immutato prestigio, nonostante non solo Steiner, ma anche autori sovente presi come riferimento in tale mondo come Evola e Guénon abbiano criticato (e anche molto fortemente) il movimento psicoanalitico. Nel caso di Evola non solo Jung e Freud, ma anche Reich, ad esempio.

        Molte grazie anche ad Hugo de Paganis per i suoi interessanti commenti, sempre molti utili e stimolanti riflessioni difficili da stimolare. Le chiedo, signor Hugo, se e quando possibile naturalmente, un approfondimento del suo punto di vista sul tema del possibile rapporto kremmerzismo-psicoanalisi in fatto di visione del mondo; a prima vista infatti l’antropologia kremmerziana (dove si parla sempre di 4 corpi) è molto distante dalla visione psicoanalitica dell’uomo e del mondo.

  4. Ancora una cosa: se il lettore legge in progressione gli interventi gli sarà facile supporre che i dioscuri (dio-che-scuri) qui sopra abbiano svolto lunghe sessioni di lettino psicoqualchecosa.
    Allora: isidoro rispondeva al lettore ma dovette abbandonare per due volte la tastiera. L’improvvido non si avvide che nel frattempo il luporso che scorrazza nelle amene contrade dantesche aveva giganteggiato una risposta, nominalmente più inviata al buon isidoro che al lettore stesso, il quale potrà pensare che gli autori degli interventi siano più matti delle “pecore matte”.

    Dissento solo in una cosa da Hugo che considera Freud e Jung ben visti alla pari dagli spiritualisti. Credo invece che Freud sia di sgradevole sapore per chi ama i primaverili paesaggi dello spirito, mentre (anche a causa di un grossolano qui pro quo) con Jung ci andrebbe a nozze.

    Mentre “la sessualità più guasta” è assai spesso l’irrompere nella sfera (quasi)cosciente di pure forze dello spirito assorbite nella tenebra corporea.
    Nel povero Edipo, che ignorava la propria origine, c’era attrazione verso la madre, non verso l’incesto.

    Comunque sia, sia Hugo che Patanjali tagliano la testa al toro: nella via ascetica l’uomo inconscio va dapprima tenuto lontano, poi imprigionato ed infine eliminato, occorressero cento vite.

    • Caro Mir, Wilhelm Reich in questo quadro si inserisce decisamente male. Egli fu realmente allievo di Sigmund Freud, e ne seguì le teorie positiviste e materialistiche. Ma se ne distaccò – diventando uno dei discepoli “eretici” e “infedeli”, dal punto di vista dell’ortodossia freudiana – perché volle volgersi alla ricerca delle energie che si manifestavano nella sessualità. Ma lo fece da un punto di vista ancor più grossolanamente positivistico e materialistico di Freud, ricorrendo alla propria stravagante teoria degli “orgoni”. Negli anni 60 dello scorso secolo, negli ambienti “hippy” e in quelli della contestazione giovanile – soprattutto dopo il 1968 – le sue teorie enunciate ne “La Rivoluzione Sessuale” spopolarono, soprattutto quando si sposarono negli stessi ambienti con le teorie parahegeliane e paramarxiste di Herbert Marcuse e di quelli della “Scuola di Francoforte”. Avevo amici anarchici che cercarono addirittura di costruire la “macchina orgonica” di Wilhelm Reich.
      Non ti sto a riferire dei disastri dell’applicazione delle sue teorie sia alla pratica sociale che nella vita sessuale delle persone. Ciò dimostra, una volta di più, che il problema sociale e quello della vita personale in ogni suo aspetto, compreso quello sessuale, non possono assolutamente prescindere da una visione spirituale del mondo, da una Scienza dello Spirito, certa e sperimentata, mentre teorie, audaci sino alla temerarietà, portate avanti senza tale fondamento spirituale conducono sempre al caos sociale e al disordine della vita personale anche dal punto di vista della salute fisica e psichica. Come fu il caso di Reich e della sua tragica fine!

      Hugo de’ Paganis

  5. ” “Riflessione” non è da intendersi come un semplice atto mentale, bensì piuttosto come un comportamento. Riflessione è una riserva della libertà umana di fronte alla costrizione delle leggi naturali. Come dice la parola reflexio, cioè “ripiegamento”, nella riflessione si tratta di un atto spirituale in senso contrario al corso della natura, cioè un fermarsi, un riconoscersi, un “proiettare immagine”, un intimo riferimento e una spiegazione con l’oggetto contemplato. Riflessione si deve quindi intendere come un atto del divenire cosciente. ” Isidoro, Hugo cosa ne pensate di questa cit. di C. G. Jung? Che si è “convertito” o è solo parodia, in quanto “senza un’apertura dell’anima assai profonda, o se si preferisce, una specifica “segnatura” karmica(mica siamo in democrazia), sono talvolta vani anche frammenti di esperienze forti”, ergo “se l’uomo sbagliato si serve di mezzi giusti, allora il mezzo giusto agisce in modo sbagliato”?

    • Caro Enzo,
      Carl Gustav Jung è indubbiamente uomo di grande cultura, fornito di una raffinata dialettica, di un seducente e illudente linguaggio, dominato in maniera magistrale. Ma – come insegna Massimo Scaligero – “ciò che seduce non libera!”.

      Chi conosca l’Opera di Massimo Scaligero, sa bene come proprio il pensiero riflesso – anche nel suo momento dinamico come pensiero pensante – sia proprio ciò che lega l’uomo alla dimensione corporea, alla prigione somatica: quella che faceva dire agli antichi Iniziati orfici e pitagorici: “soma-sema”, ossia “il corpo è una prigione, il corpo è una tomba nella quale l’anima muore!”.

      E la bronzea catena, che lega l’anima al corpo-prigione, al corpo-tomba, è proprio il pensiero riflesso: quel cogitante pensiero, che come descrive lo stesso Jung, è solo un “riflesso virtuale”, quindi una immagine “non reale” – come ben sa chiunque abbia studiato a fondo sia la Fisica che l’Ottica, come scienza della visione. Un tale pensiero riflesso, esangue e disanimato, è mediato dallo strumento del cervello, del sistema nervoso centrale, degli stessi organi di senso, cui è così ferreamente incatenato, talché verrebbe la tentazione di dire che è “in-catena-morto”. E infatti la maggior parte degli umani passano tutta la vita – se poi quella è vita – con un tale pensiero incate-nato sino a che la morte mette fine a quella farsa che è solo una parvenza di vita, mentre è unicamente un lunghissimo, estremamente rallentato, morire.

      Che una tale “riflessione” doni una qualche “libertà di fronte alla costrizione delle leggi naturali”, come afferma Jung, non è solo una “fabula” – come affermerebbe il Vico della “Antiquissima Italorum Sapientia” – ovvero non è solo, come si può evincere dal facile anagramma, una “bufala”, bensì altresì è una pericolosa illusione. Illusione, perché nel pensiero riflesso, nella riflessione cogitante, l’essere umano può bensì credere di essere autonomo e libero dai lacci e lacciuoli della costringente natura, mentre ne è solo più sottilmente, e più insidiosamente, manovrato: un tale pensiero, infatti, gli è “suggerito”, dalla natura stessa che lo illude e lo manovra, affinché egli non cerchi l’unica vera libertà, la quale può sorgere soltanto dalla realizzazione del “pensiero libero dai sensi” del quale parla Rudolf Steiner nel quinto capitolo della sua Scienza Occulta, e Massimo Scaligero in ogni pagina della sua Opera.

      Del resto, l’ideologia marxiana e quella leninista – a loro modo coerentemente – riconoscono gnoseologicamente nella “teoria del rispecchiamento”, ossia nel fatto che, a loro dire, il conoscere umano è solo una sovrastruttura, un riflesso della realtà materiale esteriore, mentre è vero esattamente il contrario: chi pratica la Via del Pensiero e la Concentrazione dimostra a se stesso, sperimentalmente che è possibile liberare il pensare dalla mediazione del sistema nervoso e dagli organi di senso, e sperimentare la realtà originaria del pensiero vivente su sé fondato, unica mediazione a se stesso, e la realtà di un Mondo Spirituale, del quale il mondo sensibile non è che un riflesso, una illudente “maya” o una manifestazione, direbbero i Sapienti d’Oriente e d’Occidente.

      Quindi, quella che propugna con un linguaggio accattivante Carl Gustav Jung, è una menzogna, dimostrabile come tale da chiunque si impegni con volontà veramente consacrata nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Il pensiero riflesso non è, e non può mai essere, libero: né nel suo aspetto statico come pensiero pensato, né nel suo aspetto dinamico come pensiero pensante, ossia come pensiero riflesso in movimento.

      Jung invoca un “comportamento”, ossia un’azione, ma una tale azione, basata sul pensiero riflesso ferreamente incatenato al sistema corporeo, non sarà mai un agire libero. L’essere umano non è certo libero perché condizionato dalla costrizione di un vincolo o di una molla interiore, che non scorge, invece che da una costrizione grossolanamente esteriore: sarebbe ben ingenuo solo il pensarlo! Infatti, oramai da molto tempo, tutta la demagogia politica e confessionale, e quella della pubblicità commerciale, sono basate sulla costrizione, non avvertita come tale, dei “persuasori occulti”, il cui estremo strumento – cinicamente spregiudicato – è quello dell’uso, più che abbondante, delle percezioni subliminali.

      La stessa psicologia comportamentale – quella che gli anglosassoni chiamano “behaviourism” – si basa esattamente su questo principio. A tale proposito, una lettura molto istruttiva è quella del libro dell’americano Francis Skinner “Beyond Freedom and Human Dignity”, ossia “Oltre la libertà e la dignità umana”, nel quale si negano quali pericolose illusioni concetti “sovversivi” come quelli della “libertà” e della “dignità umana”, e si propugna un forzato, ancorché abilmente mascherato, condizionamento psicologico e integrale degli individui e dlle masse, da parte di una classe dirigente di “tecnocrati”, unici “razionalmente” legittimati a detenere il potere assoluto. Anche le cosiddette neuroscienze e il condizionamento neuro-linguistico si basano sugli stessi presupposti.

      Curiosamente, l’idea junghiana del “comportamento” basato sulla “reflexio”, coincide perfettamente con l’idea marxiana e leninista della “praxis”, ossia dell’agire rivoluzionario coerentemente derivato dal presupposto logico erratissimo – e si può dimostrare razionalmente e sperimentalmente che lo è – che il pensare e conoscere umano sia soltanto il cosciente riflesso della realtà sensibile. In effetti il marxismo e il leninismo concepiscono la “liberazione” del proletariato dalla “schiavitù” del sistema produttivo capitalistico e dal sistema politico borghese, che ne è la sovrastuttura, e non concepiscono affatto una “libertà” dell’individuo singolo, la cui esistenza è solo un momento del processo storico ed economico, quindi una mera illusione. Quando Rudolf Steiner insegnava alla Scuola Operaia di Berlino, fondata da Wilhelm Liebknecht, entrò in aperto e aspro contrasto con i dirigenti marxisti della medesima, i quali gli opposero il principio che loro “non conoscevano affatto una libertà reale, ma solo una ragionevole costrizione”. Le conseguenze tragiche e sanguinose sul piano sociale di una tale impostazione teoretica errata sono sotto gli occhi di tutti coloro che veramente vogliono pensare. Non per niente, nella seconda metà dello scorso secolo, si è manifestata, negli intellettuali “à la page” e “radical chic”, una appassionata “corrispondenza di amorosi sensi”, per dirla col Foscolo,tra le teorie marxiane, la psicanalisi freudiana e la psicologia analitica junghiana.

      Caro Enzo, il limite materialistico di Jung è più abilmente e dialetticamente mascherato che non in Freud, ma non per questo meno efficiente e più pericolosamente insinuante e illudente. Jung parla della “psiche”, ch’egli conosce unicamente sul piano discorsivo, non potendone avere esperienza o percezione diretta alcuna, e nega apertamente che tale “psiche” sia l’anima – la quale “apertis verbis” afferma di non sapere cosa sia – così come nega, che più chiaramente non potrebbe, il fondamento divino, e quindi la realtà non sensibile né materiale, dell’anima stessa. E gli stessi “archetipi” dei quali parla non sono entità spirituali ontologicamente fondate, bensì per Jung sono unicamente deduzioni cliniche verbali, deducibili dalla omologia biologica dei diversi sistemi nervosi degli individui umani: quindi, a suo stesso dire, nulla di spirituale. I mezzi che usa nella sua prassi “terapeutica” sono un pessimo strumento perverso come il fine e l’inevitabile risultato che si propone: non certo la realizzazione della guarigione del paziente, né tantomeno la libertà dell’Io, cui non credeva affatto.

      Jung non si è affatto “convertito”, ossia non ha attuato una ascetica “metanoia” del pensare nella sua luce originaria, ché una tale “metanoia” egli non poteva, perché non voleva attuare, poiché la temeva con quel compulsivo terrore, che lo spinse addirittura a fuggire – soli 30 km da Tiruvannamalai – dalla possibilità di incontrare un Asceta autentico, uno Jnani realizzato, come Ramana Maharshi, il quale con un solo sguardo, col suo travolgente Silenzio, avrebbe ridotto al nulla tutto il suo intellettualismo psicoanalitico, e gli avrebbe mostrato come sia ben concreta la realizzazione dell’Io, dell’Atman, radicalmente indipendente dalla dimensione corporea, e dalla sua pallida e anemica appendice mentale e psichica. Ma Jung era solo un medium, non un asceta.

      Il pensiero riflesso, sia statico e pensato che dinamico e pensante, non è libero in quanto riflettente in maniera obbligata l’apparire sensibile e legato alla mediazione nervosa e corporea che lo incatena, e alle sue risonanze costringenti l’anima prigioniera. MA la volontà la quale coscientemente VUOLE il pensiero riflesso, è libera. Una tale cosciente volontà pensante, la quale si voglia nella Concentrazione, e quindi voglia insistentemente il proprio volere – dapprima attraverso la mediazione di un pensato univocamente pensato, poi liberandosi anche di tale mediazione col volere il proprio cosciente movimento indipendente da OGNI pensato – realizza la libertà autentica: libertà da ogni limite e supporto sia corporeo che animico. Questa è la vera ed unica terapia dei mali del corpo e dell’anima: Non quella di cui parla Carl Gustav Jung, la quale – beffardamente suggerita da potenze antispirituali ostili all’uomo e alla sua libertà – è solo una tragica presa in giro mediante il suo asservimento corporeo e “psichico”!

      Hugo de’ Paganis

        • Ah, gentile Enzo, Ella vuol sapere che cosa questo lupaccio pensi di Georgij Ivanovich Gurdjieff? E’ dai primissimi anni settanta che mi occupo di lui, di Uspenskij, di Orage, dei coniugi de Hartmann e di tutta la masnada di farabuttissimi e di vittime, che lo attorniavano! Penso di aver letto – molto attentamente letto – pressoché tutte le sue opere e tutta la sua letteratura dei suoi seguaci ed avversari.

          La via di Gurdjieff è, allo stato puro, un’ascesi dell’ “ente ahrimanico” nell’uomo. E’ la via della trasformazione di una brutale malvagità stupida e animale in una malvagità “intelligente” – MOLTO “intelligente”, perché gli spiriti ahrimanici sono in comparabilmente più “intelligenti” del più vanitoso intellettuale umano – e tale intelligente malvagità ha come condizione ascetica imprescindibile quella della devastazione ed infine della distruzione nell’essere umano di ogni forma di sentire, sia semplicemente emotivo e banale che elevato e celeste. La via proposta ed attuata da Gurdjeff nel “lavoro” – come lo chiamano lui e i suoi stolti seguaci – ha come finalità e concreto risultato la distruzione del “cuore”, iniziaticamente inteso, e l’assassinio nell’essere umano della Iside Sophia.

          Gurdjieff intende col “lavoro” trasformare l’essere umano – per lui macchina “caotica” e a basso rendimento – in una macchina gelidamente “razionale”, resa “efficiente” e “ordinata” attraverso una sorta di esoterica tayloriana “divisione del lavoro”.

          La via gurdjeffiana della distruzione dell’anima, e della trasformazione dell’essere umano in una macchina gelida e impersonale, attraverso l’eliminazione di ogni forma di compassione e mediante l’esercizio della crudeltà, ha esercitato grandissimo fascino – per una sorta di antifoscoliana corrispondenza di disamorosi o odiosi sensi – sia su alcuni settori delle himmleriane SS, che verso i membri della nota “Societas Jesu”, alcuni dei quali addirittura tengono entusiastiche lezioni universitarie su Gurdjeff e sul suo famoso “enneagramma”, scrivendoci pure vari libri venduti come lucrosi “best-seller”.

          In effetti, grandissima è l’affinità tra la concezione gurdjieffiana dell’uomo progressivamente trasformato in impersonale macchina efficiente, e la “disciplina” gesuitica, la quale prima vuole eliminare le “inordinatae affectiones” del loro neofita, indi realizzare quella “oboedentia perinde ac cadaver”, ossia quella totalmente passiva obbedienza quale quella di “un cadavere nelle mani del lavatore di cadaveri”, la quale trasforma il milite della Compagnia di Ignazio di Loyola in una perfetta “macchina da guerra”.

          Non saprei davvero trovare immagini più calzanti per quella distruzione del “cuore”, per quel assassinio dell’anima e della Iside Sophia, della concezione dell’uomo-macchina di Gurdjeff e dell’efficiente e acritico esecutore di ordini del milite della ignaziana compagnia. Il materialismo magico di Gurdjieff – che a livello di tecniche “operative” ha saccheggiato confraternite sufiche come quella dei Bektashì, dei Mevlevì e dei Naqshandì, nonché forme dell’ascesi buddhista theravada e mahayana, da lui ahrimanizzate!

          La via di Gurdjieff ha lasciato dietro di sé una scia di morti, di suicidi, di pazzi: in proposito basta leggersi il libro molto “istruttivo” di Louis Pauwels “Monsieur Gurdjieff”, tradotto anche in italiano, il quale pago ben salato gli anni passati sotto la direzione del magazzo caucasico. Istruttiva in particolare è la miserabile fine di Katherine Mansfield, raccontata in quel libro e in molti altri, la quale si era affidata nelle mani dell’orco.

          Se proprio uno vuole distruggersi quella di Gurdjieff è un aprirsi spregiudicato all’ossessione ahrimanica – un po’ come il Saruman di Tolkien nei confronti dell’Oscuro Signore Sauron, nella stolta aspettativa di trarre vantaggi da una tale “magia di patto”: pensano di poter andare a letto col diavolo e poi di non pagarne il prezzo. Non Viene loro in mente chi possa, inavvertito, ispirare loro una cotale idietissima idea, che a loro naturalmente appare “molto intelligente”.

          Hugo de’ Paganis

  6. Buongiorno, mi chiamo Samuele e abito in quel lembo di Veneto che s’incunea nel Friuli, insegno storia e filosofia e da quando ho ventun’anni leggo Steiner. É da tempo che vi seguo e leggo il vostro blog; anni fa, dopo aver letto vari numeri dell ‘Archetipo, comprai con somma felicità il libro di colui che che teneva la corrispondenza, ovvero ‘La via solare’ di Franco Giovi, rimanendo entusiasta. Prima di conoscere l’opera del dottore, per intuizione di un compagno di università mi venne prestato un libro di Scaligero, che lui riteneva fare al caso mio, ‘Il manuale di meditazione’, fu una scoperta, a cui segui la Teosofia. Aver scoperto questo sito che coltiva con rigore e profondita’ la linea tracciata da Massimo Scaligero per me è stato come scoprire una sorgente d’acqua viva. Lo ritengo un segno per essere ‘fedele’ alla via solare, di cui sono un debolissimo, claudicante e pigro praticante.
    Vi ringrazio per aver chiarito molti miei dubbi e avermi posto di fronte all’unica strada. È da tempo che volevo scrivervi e dopo questa ennesima illuminante lettura vi mando tutta la mia gratitudine. La vostra sola presenza edifica. Un grazie a tutti coloro che mantengono è curano quest’isola ‘beata’ telematica.
    Samuele

    • Vi leggo da anni ormai in forma anonima e vi sono immensamente grato, se potrò in futuro rendermi utile in qualcosa per questo sito, nei limiti di quello che so fare, sarò a disposizione.
      Un saluto fraterno
      Samuele

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