LA VITA NON MUORE

 fiore del deserto

Le poche righe qui sotto non hanno la pretesa di vestirsi da articolo, dunque prendetele per quel poco che valgono.

Valgono qualcosa? Per i pochi che tentano di seguire la via della Scienza sacra sono una ennesima riflessione. Per i molti non dicono niente. Sono solo un appello all’essenziale. Dunque valgono poco.

L’avvicinarsi, il comprendere e l’aderire all’itinerario dell’anima quando questa si avvicina e entra – senza squilli e grancasse – su una strada che si snoda fuori dalla quasi infinita rassegna offerta dallo spiritualismo facile è altro che occuparsi, anche per tutta la vita, delle sensazioni ed emozioni che il fascino rappresentativo dell’occulto può offrire ogni giorno.

Purché i fondali vengano assai spesso cambiati, coloro a cui basta guardare, si sentono incuriositi, edificati, beatificati. Non pagano nulla per il cangiante spettacolino (nemmeno immaginano in cosa possa consistere il pagare), in cambio sono di bocca buonissima: applaudirebbero anche alla esumazione di resti mortali o di ogni genere di pattume.

Che la via interiore sia indirizzata alla reale reintegrazione dell’anima allo spirito, nonostante l’ampiezza delle indicazioni rintracciabili per chiunque, evidentemente non sfiora l’anima soddisfatta nel solipsismo delle proprie vaghezze ed emozioni.

Rivolgersi a quest’ultima razza di uomini è tempo perso, fatica sprecata: fatti così, non cambieranno mai. E se qualcuno, a queste parole, si risente per una loro lapidaria brutalità, come dico sempre, è toujours libero di pensare e sentire a suo modo. Mentre la mia esperienza di oltre mezzo secolo è questa.

Invece è molto più recente l’esperienza – di cui avrei fatto volentieri a meno – di quelli che passano per integerrimi discepoli della via solare mentre con ogni loro sforzo remano contro di essa. Ringrazio sempre il cielo per avermi mostrato tali anime quasi alla fine dei miei giorni, cioè quando mi è più facile mandarle all’inferno con più distacco e persino col divertimento amaro che il dramma buffo evoca.

Certo, rimane l’interrogativo se questo modo di essere dipenda da esercitata ottusità e farneticazione o per un tragico capovolgimento avvenuto a seguito del fatto che il Maestro è uscito dal palcoscenico del sensibile.

Senza retrocedere sino al sovvertimento patito dalle antiche fratellanze, si può constatare che discepoli vicini al Dottore – non certo barbari estranei – uccisero tutto il possibile di ciò che avesse il senso della direzione conoscitiva dell’antroposofia.

Proprio in questi giorni è giunta a Eco una breve e gradita lettera di una lettrice sconosciuta. Tralasciando i convenevoli mi permetto di riportare qui poche righe: “…quando ho parlato con qualche conoscente antroposofo degli esercizi, mi sono sentita rispondere che avevano fatto il loro tempo e potevano essere sostituiti da altre cose. Ho sentito tutto questo come una mistificazione colossale, per non dire di peggio!”.

Se Messenia piange, Sparta non ride (Aristodemo, Atto II).

Ho letto poco tempo fa una rozza caricatura di controindicazioni decisamente volte ai cretini del web e spacciate per parole pronunciate da una nobile figura vicina a Scaligero. Pare che la parodia della eduardiana “nuttata” non finisca mai.

Però ho anche osservato con sollievo che quelli che lavorano sodo sono interiormente forti o quanto meno indifferenti o impermeabili a tale canea il cui selvaggio latrato è principalmente rivolto contro ciò che Scaligero affermava come precipua opera di risveglio.

Quando l’anima è scossa da tensioni, da ignoti dubbi, in alternativa ai sacri e dannati testi (che diventano gabbie di rappresentazioni aprioristiche) meglio sarebbe sedersi, guardare una pietra illuminata dal sole e chiedersi: “Cosa vedo?”. E se si è capaci di vedere, proseguire domandandosi: “Come la vedo?”. Poiché l’essenziale è impegnativo ma è semplice.

Essere capaci di ricostruire in se stessi l’atto della conoscenza è rito di liberazione dalle mitogenie farlocche, dal servaggio delle figure oracolari, dalle superstizioni spiritualistiche, dalle lucide – perché consunte – vesti abbandonate dai morti.

Quando ci si priva dell’inutile, miei cari, delle mille cose rimane una sola che chiamiamo concentrazione, la quale scritta così è solo un termine enfatizzato fin troppo. Che può infastidire . Ma il fatto è che dal suo canone non si scappa. Ci si dedichi alla concentrazione meditativa, alla meditazione, alla percezione pura, al silenzio interiore: il canone resta invariato: è l’intimo svolgimento della concentrazione ciò che ogni disciplina richiede. Chi non se ne accorge, non lo vede, non ha ancora aperto gli occhi. Oppure è cieco.

Tutte le discipline interiori prendono le mosse dalla concentrazione del pensiero. Tutti gli atti della nostra vita dipendono dal pensiero.

Si rileggano le prime pagine di Teosofia, quelle in cui, in uno splendido esempio di semplicità, si osserva la morfogenesi che i corpi subiscono giungendo all’uomo: è osservazione obbiettiva che ancora si regge con l’appoggio sensibile. Così potete usare gli occhi che dei e natura ci hanno fornito per giungere alla ri-conoscenza del Principio che tutto modella dell’uomo.

Il Principio plasma l’uomo in funzione del pensiero: in esso è perennemente presente quello che chiamiamo spirito. Cercare lo spirito fuori dal pensiero è la follia dei neo primitivi o dei guasti, cioè delle specie che tentano di trascinare l’umanità all’annientamento.

Chi sa liberarsi dai fantasmi che incessantemente tessono la fitta rete sul mondo e nell’anima, chi per attimi si svincola da essi, sa quale sia la strada: sa cosa fare.

Ho letto che i momenti della disciplina interiore dovrebbero essere assai più brevi dei tempi di cottura di un uovo alla coque, poiché l’assoluta attenzione pensante sul pensiero stesso può provocare superiorità, orgoglio, disprezzo, egoismo, danno per l’umanità poiché con la disciplina si abbandonano gli altri pur di affermare la propria presunzione quotidiana, ecc. Un concentrato di mali che diventa male assoluto.

Persino Erasmo ammoniva: “La maggior parte dell’umanità indulge alla follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo”. Perciò posso immaginare che suggerimenti così scellerati abbiano avuto e abbiano ancora una buona accoglienza.

Ciò sembra il negativo dell’esperienza di chi opera. Costui trova sulla strada la propria incapacità, la propria miseria. Può venire assalito da disprezzo e angoscia per il contrasto avvertito tra la forza del sé corporeo e la determinazione dell’Io giornalmente travolta. Potrebbe persino, in momenti di stanchezza, provare una punta d’invidia verso chi, ben inserito nella natura ordinaria, non deve mai affrontare le bufere che piagano il viandante. Da lui scivola via quella rilevanza personale di cui ognuno, per natura, è più o meno saturo.

E pure tutto ciò fa ancora parte di fenomeni, per così dire, collaterali, poiché tutto (tutto!) viene lasciato indietro quando si giunga all’essenziale nudità dell’atto interiore. Quando il flusso pensante incontra se stesso, nessuna categoria della natura, nemmeno quella che si traveste d’anima, nemmeno il soggetto ordinario a cui ci si identifica, trova spazio in un continuum che travolge anche la pura forma. Inizia un processo di risveglio che non ha analogie. L’ekagrata assoluto libera l’Io dall’ego, il pensare dai pensieri, il volere dalla volontà personale, il sentire dal sentimento personale…Parafrasando i Vangeli: “Colui che avete creduto di conoscere non è più qui”.

Il secretum secretorum, la trascendenza immanente è concentrata in questo punto. Urge dentro e dietro ogni pensiero, ogni percezione, ma per l’uomo è la santa e diuturna lotta che, secondo lo schema guerriero che il divino ha cantato al cuore di Arjuna, egli combatte palmo dopo palmo in desolate terre interiori rare di arcobaleni. Tutto ciò, in noi, viene vissuto attraverso una disciplina che in sostanza è unica, perché altro non serve.  

6 pensieri su “LA VITA NON MUORE

  1. Qualche lettore di Eco mi ha scritto/telefonato chiedendomi cosa succedeva.
    Diciamo che la mancanza di commenti era parsa strana.
    Il fatto è che c’è stata una rivoluzione nella gestione tecnica del Sito e che, in questa fase delicata, per quanto ho capito, non risultavano possibili le azioni ordinarie.
    Personalmente avrei preferito che l’amministrazione desse notizia di ciò ai lettori. Chissà cosa c’è sotto (magari lo chiedo al complottista che non comprendendo le cose semplici, spiega quelle difficilissime :) )

  2. Tutto e’ stato cosi’ repentino che io non me ne sono nemmeno accorta! Diciamo che piu’ che rivoluzione tecnica abbiamo fatto una bella manutenzione. Ogni tanto anche i vecchietti hanno bisogno di una revisione. Ora possiamo passare al prossimo della lista, ossia al nostro vetusto Isidoro.

  3. Eh, eh, eh: revisionare Isidoro…è un rischio. Sia perché una sua revisione potrebbe essere una missione impossibile, sia – volesse il cielo – che il lavoro andasse a buon fine. In questo improbabile caso lui si mette sul mercato:usato sicuro con garanzia, rinnovato e cromato…ad un prezzo competitivo…

    Staremo a vedere!

  4. Mi auguro che anche dopo la revisione rimanga intatta la lucida e puntuale pragmaticità Isidorica, sempre preziosa per praticanti e seri studiosi. Però sbrighiamoci; non vorrei mai che togliessero gli incentivi statali e restassimo con un palmo di naso nella malaugurata ipotesi da lui stesso (s)paventata.

  5. Isidoro, sei stato vittima illustre del temibilissimo UCAS = Ufficio Complicazione Affari Semplici, che ognor complotta per render dura e complicata la vita ai vecchi lupacci che resistono alle novità degli ordigni telematici!

    Hugo, anti-epatico lupaccio,
    che non vuol farsi monaco,
    perché a lui ogni legaccio,
    fa venire il voltastomaco

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