Appunti sul “DISTACCO” (di Maximus)

camminoevolutivo

(Cammino evolutivo – Marina Sagramora)

Ciò che nella tradizione ermetica si chiama la “separazione dei misti”, nella tradizione indú del Sâmkhya viene designato come distacco del purusha dalla prakrti ossia distacco di ciò che nella personalità è natura, necessità, divenire, per l’identificazione, o liberazione del principio virile fatto di pura coscienza che, immobile, ma attivo nella sua immobilità, è il centro di ogni movimento. La separazione del principio purushico è un trarre fuori dal tramortimento di una semicoscienza – che corrisponde allo stato di veglia dell’uomo cosiddetto normale – il vero principio dell’autocoscienza, e ad essa corrisponde una tecnica tradizionale che si ritrova nello yoga d’intonazione sâmkhya del Patanjali, come pure nella Bhagavad-gîtâ.

Questo metodo può essere applicato in una forma veramente creativa se si afferra in profondità il suo autentico senso occulto. Apparentemente il distacco sembra un’operazione semplice: l’uomo, infatti, ha l’illusione di sperimentarsi come coscienza di essere in quanto si sente vivere immerso nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti e nelle sue sensazioni, ma in sostanza la sua coscienza è sprofondata in essi, anzi si può dire che è tessuta di essi; non lui, dunque, ma qualcuno “al difuori” o “al disopra” di lui ha veramente coscienza di quel che avviene in lui: questo qualcuno appare come il suo stesso Io, allorché si riconosce al disopra della immedesimazione.

Una volta compreso ciò, si è sulla via per discernere la possibilità di un distacco reale e positivo da un distacco puramente intellettuale. Infatti, inizialmente, tale distacco viene realizzato soltanto sul piano mentale – e mentale è altresí la sensazione di essersi separati dal mondo emotivo e da quello volitivo-impulsivo, perché noi veramente, se possiamo dire di sperimentare chiaramente i nostri pensieri allo stato di veglia, non possiamo dire la stessa cosa circa il mondo dei nostri sentimenti e della nostra volontà e istintività, del quale noi conosciamo solo i riflessi nella coscienza piú esteriore e, appunto, cogitativa. Cosí è possibile, a quei pochi che iniziano una tale esperienza, scambiare per l’autentico distacco ciò che è raggiungibile in modo relativamente facile, cioè la separazione del principio purushico da quella che si può chiamare la prakrti mentale, cioè dall’insieme delle modificazioni, dei movimenti, dei flussi che compongono l’ordinaria vita psichica individuale. La tecnica del «silenzio» e il ricongiungimento con la forza originaria che agisce dietro il pensiero possono già condurre a tanto. A questo punto si raggiunge una libertà che ha un valore effettivo, ma che può dare alla coscienza non completamente integrata l’illusione di un distacco anche dai piani che degradano verso la natura piú profonda ed organica, e di un realizzato dominio su di essi, mentre, in realtà, si è solo raggiunta una facoltà di controllo su di essi semplicemente attraverso il sistema nervoso centrale, anzi attraverso qualche centro nervoso piú particolarmente legato alla vita mentale. Si tratta dunque di un controllo indiretto, riflesso e periferico, che ha solo un valore preliminare.

A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare “neutro”, perché si è in un certo modo “liberati”, ma non ancora capaci di “liberare”, ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un “lottatore contro la morte”. E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è piú facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il “lottatore contro la morte”, il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un “patto” con delle forze “infere”, dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui “Il lottatore contro la morte” porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo Spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, piú o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce.

Può aggiungersi un’altra considerazione: se il provvisorio «io» mentale dell’uomo distaccatosi soltanto dalla dinamica mentale intendesse affrontare con i suoi soli mezzi il mondo delle emozioni, dell’angoscia, della paura, del desiderio, degli attaccamenti organico-istintivi alla vita fisica, avrebbe grande probabilità di esser sopraffatto o giocato. Soltanto riconnettendosi ad una forza superiore, la quale non combatte piú sullo stesso piano dell’avversario, il discepolo può divenire il guerriero capace di ridurre all’obbedienza il nemico. Qui l’isolamento del purusha mentale costituisce solo l’inizio. Da un certo punto di vista, è solo una preparazione. È necessario, in piú, un “contatto”.

Non altro è il senso piú profondo dell’insegnamento cattolico, secondo il quale solo mediante la “grazia” è possibile combattere positivamente contro il “peccato” e contro le “tentazioni”. Nelle tradizioni indú – in alcune tradizioni indú, per lo meno, che figurano anche nella Bhagavad-gîtâ – si parla, parimenti, della opportunità di integrare la via semplicemente conoscitiva con una bhakti, nella bhakti – termine che i piú traducono con “devozione”, ma che significa piuttosto un orientamento dell’animo fervidamente trascendente, verso l’alto, il punto di vista teistico avendo notoriamente in India un significato assai subordinato – intendendosi la forza capace di portare il discepolo oltre quel “punto neutro”, nel quale è quasi inevitabile la deviazione e il pericolo di un rivolgimento titanico-dionisiaco. Là dove invece esistano forme regolari di iniziazione, già la trasmissione rituale e gerarchica delle “influenze spirituali” va ad integrare i risultati dell’opera puramente personale di “separazione”, tali influenze andando appunto a vivificare e a trasfigurare il nucleo purushico già isolato, tanto da propiziargli il ritorno al suo stato primordiale, la realizzazione della vera forza e della vera vita. E questo stesso è il punto in cui ogni dualismo cessa e in cui si può sviluppare in profondità l’opera della vera trasmutazione secondo l’Arte Regia e solare.

Maximus

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da Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, UR, XI, Ed. Mediterranee, pp. 378-382

http://www.larchetipo.com/2003/giu03/filosophia.htm

Un pensiero su “Appunti sul “DISTACCO” (di Maximus)

  1. Un grazie di cuore alla nostra Savitri per la ripubblicazione di questo articolo di Maximus “Appunti sul distacco”, originariamente apparso nel III volume di “UR”, che sin dagli anni settanta del trascorso secolo fece su di me una impressione profondissima e che considero fondamentale per chi segua la “Via Regia”, ossia la radicale “Via del Pensiero”.

    Tale Via radicale, da alquanto tempo, sta ricevendo molti attacchi dalle “anime belle”, che l’avversano per una sorta di “pavor metaphysicus”, di terrore di fronte alla travolgente incandescenza dello Spirito che riduce a niente i valori meramente “umani”, uniformandosi ai quali molti sedicenti spiritualisti, che hanno rinunciato all’assoluta impresa interiore, ricercano una comoda giustificazione per sedare la loro buona coscienza, e una consolazione a buon mercato per il senso di fallimento interiore che la rinuncia all’impresa spirituale comporta.

    La “Via Regia”, la Via assoluta, la Via eroica, è proprio quella che percorrendo i vari gradi di progressiva intensificazione volitiva della Concentrazione, conduce alla Concentrazione profonda, alla Contemplazione dell’Essere estraformale dello Spirito, che è il “nulla” di tutto ciò che l’essere umano sensibilmente e psichicamente conosce, o si illude di conoscere.

    La “natura” – ciò che in tale articolo Maximus, usando la terminologia del Samkhya-Yoga e del Vedanta, chiama “prakriti” – è ciò che l’essere umano, coinvolto dalle sue spire, teme abbandonare, teme vedere dissolversi, e un tale “terrore-spavento” – come lo chiama il Buddha Shakyamuni in un Sutra del “Majjhima Nikaya” – diviene facilmente avversione per la Via del Pensiero, odio più o meno mascherato per la radicalità della Concentrazione.

    La Concentrazione, condotta sino alle sue ultime conseguenze, “arde” e dissolve ogni fallace appoggio dell’illusoria “natura”; recide il legame di oscura brama, di “sete”, che si cela nelle profondità sognanti del sentire, in quelle dormenti del volere; legame che avvince ferreamente l’anima alla sfera corporea, vitale e animale vitale, oltre che alla visione illusoria del mondo.

    Pur di rimanere legata a tale abietto servaggio alla natura caduta, l’ego – il simulacro distorto e caricaturale dell’Io nel corpo astrale – è disposto persino a quella forma cosciente o incosciente di “magia di patto” con potenze avverse allo Spirito, potenze antispirituali suscitatrici del “caos” ad ogni livello.

    Rispetto ad una tale prospettiva di “collusione” con le forze dell’antispirito – collusione che può prenderdi una titanica “via della potenza”, ma anche le forme più insidiose, dolciastre e stucchevoli, del più sciropposo sentimentalismo moralistico – Massimo Scaligero scrisse in “Della Concentrazione interiore”, posta in appendice alla III edizione del “Trattato del Pensiero Vivente”, pp. 137-138, le seguenti emblematiche parole, che completano quanto detto in proposito nell’articolo di Maximus nel III volume di “UR”:

    “Ma il caos ha pure una ragione profonda di essere: suscitare le forze trascendenti dell’Io, perché s’incarnino nell’umano. il semplice “umano” non ha il potere di dominare e trasformare gli istinti: al massimo può pervenire a un “patto” che le entità che manovrano l’uomo mediante gli istinti: ma ciò non è azione spirituale. Occorre donare illimitato potere all’essere trascendente dell’Io, che, in sé identico al Logos, ha tale potere come segreto dell’anima, come segreto del cuore”.

    E ciò, come dice il mio amato Dante, “fia suggel ch’ogni uomo sganni”!

    Hugo de’ Paganis,
    che con orsolupesco furore
    ogni sentimental recitazione
    azzanna con calore.

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