ETERNITA’ E TEMPORALITA’

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Vi sono dei sogni tormentosi, anche angosciosi, in cui si stende la mano ma non riesce di afferrare l’oggetto, o in cui si tenta di parlare ma la voce non esce dalla gola o ancora, non si riesce a ritrovare la strada che prima si era percorsa.

L’uomo moderno, sovente è tale sognatore e non trova la via, non sa dire la parola liberatrice, e quello che è peggio, ignora quale sia l’impedimento.

Forse egli vive suggestionato da dogmi paralizzanti, forse si irrigidisce per prestare loro una strana fede: come se un’invisibile Inquisizione glieli imponesse con uno spietato sgherro attento che il prigioniero non fugga. E certamente non fugge: connivente col carceriere.

Vi fu un tempo, solo in parte mitico, in cui le Vie dello spirito incoraggiavano, per devota imitazione o per indicazioni dirette, l’anima umana ad apprezzare nella vita tutto quello che adombrava l’immutevole.

Di cosa parlo? Di oggetti armoniosi, come i cristalli, di piante che crescono secondo norma e legge, del respiro su cui si modellano i versi poetici, degli edifici eretti da sezioni auree, dei rapporti simbolici che appaiono tra fenomeni diversi. A questo genere di osservazioni fa riscontro una disposizione contemplativa, la calma e l’armonia delle facoltà: dei sentimenti, delle immagini, dei pensieri.

Ora il piatto della bilancia dell’esperienza generale si è inclinato sul lato opposto. Ha il suo significato questo fatto e non va eluso o avversato ciecamente, però è anche un fatto che tale opposta inclinazione si è allontanata dall’essere, da ciò che manifesta la durata: il divenire si è imposto su quello che non muta.

Questo stato di cose, resosi eccessivo, impone come condizione sana il turbamento e innalza sugli altari l’antitesi di quanto è perfetto: fatti umani banali, mortali, provvisori, oggetti che suggeriscano la polemica, la discussione, una labile temporaneità. Sia chiaro, non è il trionfo dell’evoluzione ma del progresso indefinito, avente qualche giustificazione nella sfera degli oggetti meccanici e nessuna nell’ambito della pura condizione umana.

Ad esempio nell’arte si sente dire che un artista è valido perché “inserito nel suo tempo”, o con mineraria metafora, “in un filone attuale”. La ricerca deve aggettivarsi con “inquieta” e l’esperimento con la condizione di “sofferto”.

Da sempre, nell’arte, l’uomo si è teso verso un ideale superiore, di bellezza o di divinità. Porre al loro posto il caos delle pulsioni subconscie sembra – e forse lo è davvero – la confessione di non essere umani ma solo e semplicemente dei bruti.

L’artista, nel dogma del progresso infinito, vale per quanto sia scadente, per quanto appare e non è: infatti esso “provoca” o “segue una corrente”, invece di tirarsi fuori dal gioco delle circostanze.

Così è venuta a mancare la tradizione di gusto e perizia: infatti più nessuno è capace di comporre un poema, pochi sanno scrivere un credibile romanzo ed i buoni ritrattisti, ammesso che ce ne siano ancora, vengono soppiantati da compiacenti fotografi del pennello.

Chiedete ai preti del progresso il motivo per cui, tra il culto della storicità e quello dell’eternità, deve essere doveroso optare per il primo. Chiedete loro quale senso abbia il continuo votarsi alla corrente delle cose di oggi e già domani precipitate nella dissoluzione.

Essi rispondono, in linea di massima, che è una necessità che ogni opera, ogni sentire debbano dipendere dal mutevole sociale del contesto storico. Come a dire che se l’uomo dipende dal respirare e dal mangiare ne deriva che in lui niente può sussistere oltre i movimenti polmonari e digestivi.

Sono d’accordo che in ogni nascita sia insito il declino, che ogni atto piglia il colore della storia che lo precedette, ma questo modo di vedere e di sentire, quando è univoco, fomenta solo labilità, storicità, mortalità mentre altre cose (ad esempio i cristalli e le monodie gregoriane) portano all’idea della durata, della intemporalità, della permanenza perenne.

Posso non parteggiare: solo affermo che il soggetto che possegga una naturale capacità di contemplare sia il crescere che il deperire è venuto a mancare. E senza di esso manca appunto l’elemento permanente, quello che domina il divenire. Religioni e gnosi si adeguano, con ignominiosa leggerezza alla mutevolezza, alle mode dei tempi che casuali non sono: mosse da spiriti di potente intelletto e votati a trascinare l’uomo in una realtà mozzata, privata da quella armonia, bellezza e sacralità ancora presente in molte anime sino alla metà del secolo scorso.

All’uomo di oggi sfugge l’evasione dal tempo che si manifesta quando egli incontra lo stupore ammirativo.

Non si appartiene a questo tempo se non ci si aggiorna “adeguando le strutture” o “indicando nuove prospettive di ricerca e sperimentazione”.

Abbiamo letto di comunità spirituali (l’antroposofia, che sia figlia o madre, ci sta in pieno) che considerano superate o da superarsi le indicazioni spirituali che hanno dato un senso al loro esistere, perché “sorpassate”. Sorpassate da chi o da cosa? Che ci sia un superamento è certo: quello dell’involuzione dei nuovi araldi verso il proprio lieto coacervo di confusione e demenza .

Dove manca la percezione qualitativa, la qualità (valore) si riduce a quantità e la quantità si dissolve in statistica, cioè in astrazione. L’astrazione non è capace di confrontare i fatti contingenti con un giudizio che possa relazionarli con i valori perenni: così tutto si fa utopico, rinviando al futuro immaginario la soluzione di ogni problema. Si scarica sul futuro tutto quello che avrebbe bisogno – nel presente – di pensiero capace di afferrare le idee rispondenti agli enigmi percettivi.

Verrebbe da dire, con la rustica furbizia di Sancho Panza: “E se vi ascolto e mi adeguo ai tempi, che cosa mi offrite in cambio, che cosa ci guadagno?” Fate questa domanda ai propugnatori dell’effimero e nessuna risposta soddisfacente vi verrà data.

A compenso, sono così tanti ad essere d’accordo nel parlare di “crollo dei valori” che già la quantità di queste brave persone appare sospetta. A ragione. Poiché questo crollo dei valori non è un fatto ma un atto.

Nessuno impedisce ad un soggetto reale di valutare ciò che, via via, si presenta all’attenzione per quello che è in quanto privo di radici nell’eterno: persino quando la Bestia mimetica si appropria di parole che appartennero alla Luce. Chiunque è libero di porre rifiuto e riverenza alla moda, all’attualità acefala, alla saggezza degli psittacidi di umana sembianza.

Certo, la valutazione di un essere libero non avrà, probabilmente, eco sociale, ma essa per essere vera non aspetta risonanze, solo oggettività. In caso diverso è misero calcolo politico. Il critico menzognero ha già abbandonato l’idea della qualità a favore della quantità cioè di quanti possano ammirarlo. Egli ha disdegnato la gioia del conoscere perché non sa conoscere, ignora il lampo spirituale che lo aprirebbe all’eterno. Di fatto, teme l’eterno.

Basterebbe uno scatto, uno scatto regale o fatale, per affrancarsi. Ma lo scatto gli risulta impossibile, come a chi nel sogno non riesce a cacciar fuori la voce, a ritrovare la via.

Per chi è in combutta col suo carceriere, per chi si lascia sommergere totalmente nel flusso indifferenziato del divenire, nulla rimane che possa orientarsi verso la realtà dell’essere. Eppure senza uno spiraglio nell’essenza anche il tentativo di molti di operare per il bene è inganno. Riccardo da San Vittore ammoniva: “I demoni sollecitano allo zelo dell’altrui salvezza. Eccitano e infiammano a convertire ed edificare gli altri per togliere la pace dal cuore e distogliere dal pensare quanto si dovrebbe alla personale utilità e salvezza”.

Già: spiritualizzare gli altri! E Rosmini ha dato, per queste smanie, una regola aurea: “L’indifferenza a tutte le opere buone” spiegando che: ”santa può essere l’opera in sé medesima, ma non è l’opera santa in sé medesima che Iddio vuole, ma quella che è santa per noi. Perché Iddio vuole da noi la nostra santità, e non vuole altro che la nostra santità”.

C.S.Lewis spiega la demonia del mutamento. Scrive Lewis che il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, affermare qualcosa di determinato. Chi ha occhi solo per il futuro è esposto in pieno alla irrealtà satanica, al massimo del non essere, perché il futuro è la temporalità schietta ed irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l’ignoto, ciò che non assomiglia affatto all’eterno: mentre il presente, se lodato o portato con rassegnazione, si illumina di indizi o primizie di eternità.

Non a caso, proprio nei Vangeli è così ripetuta l’esortazione al presente e raccomandata l’incuria del futuro.

Perciò, spiega il demonio di Lewis, l’apriorismo dell’evoluzione, l’umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro, sono satanicamente incoraggiate: timore, avarizia, ambizione, sono radicate nell’avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l’amore è tutto presente.

Il tempo che succhia la vita ha bisogno, talvolta, di essere fermato. Noi tentiamo di fermarlo con la meditazione e con quello che essa, intuitivamente, insegna all’anima.

Chi medita è oggetto di pesanti ironie, così come viene dimostrato il fatto inequivocabile che questi non è immune da problemi e difetti. Egli pare più colpevole dei comuni criminali: è il tripudio dei bruti che, pare, pretenderebbero da lui una santità da evento mediatico.

Essi ignorano e sempre ignoreranno che il meditare può, all’inizio e non solo, portare sembianze di turbamento: la solitudine dell’asceta può provocare ansia, paura di non si sa che cosa. La resezione dell’io può dare frustrazioni, ire, che potrebbero mascherarsi e sfociare nel fanatismo persecutore e zelante, o può far piombare nella depressione.

Coloro che non esercitano alcun freno su se stessi si compiacciono a vedere queste prove di chi ha preso l’opposta via e ignorano che esse sono come lo scricchiolare delle giunture quando, dopo una lunga inerzia, si tenta di nuovo il movimento.

Assai incerta e tortuosa è la via per liberare dalle tenebre la parola, per ritrovare la strada smarrita, ma assumendosi il rischio e uscendo dal sogno, è comunque la via possibile.

4 pensieri su “ETERNITA’ E TEMPORALITA’

  1. Salve!
    Giusto ieri un mio caro amico ha scritto:
    “Siamo over-range: la misura della nostra idea del mondo supera di molto quella della nostra massima capacità di processarne consapevolmente l’intera sinfonia di stimoli esperienziali.”

    Nello studio importa più il come che il che cosa si studia.(Rudolf Steiner)
    Aggiungerei(ma anche no, in quanto è già contemplato nelle parole del Dottore): quando importa più il che cosa del come si ipostatizza…. sognando la realtà.

    Ora…. avrei voluto commentare ne L’IO E L’ANIMA. IL SONNO E LA VEGLIA., ma dato il presente recentissimo articolo ho pensato di prender con una fava due terribilissimi…. :)
    (spero non suoni troppo impertinente)

    Ne “La formazione del destino nel sonno e nella veglia”(Conferenza tenuta a Berna il 6 aprile 1923) il Dottore dice:
    “ Chè la vita sulla terra ha come mèta di far dell’uomo un uomo libero. Sulla terra può essergli donato quel ch’è posto nel pensare puro come base per la libertà. Per ciò stesso il corpo eterico rimane per tutta la vita sulla terra collegato col corpo fisico e, alla morte, si scioglie in mondi dove la libertà non si impara. La s’impara durante la vita sulla terra; anzi, solo durante certe epoche della vita sulla terra. ”

    Cosa intende, Egli, con l’ultima frase? Si riferisce alle epoche descritte ne “La scienza occulta”? È qualcosa di “ormai per sempre passato”, o concerne anche l’attuale e il futuro?

    • Gentile Enzo Martino,
      Lei sta andando completamente fuori tema, e – detto alla romana – si sta “allargando” in un discutere puramente dialettico, che se può esser seducente per taluni a livello intellettuale, a noi, che della cultura non importa un tubero, non interessa e non deve interessare.

      Interessa solo ciò che è lo sperimentare interiore, ciò che è frutto di un tale sperimentare, e l’indicazione verso un tale sperimentare interiore. Che importa lo “ipostatizzare” – termine che nella nobile filosofia neoplatonica allude a realtà spirituali precise e completamente diverse da quelle delle quali Lei parla – a livello dialettico? Si rischia solo di equivocare quello che pure viene espresso con parole che più chiare non potrebbero essere!

      La Scienza dello Spirito, infatti, afferma che la libertà la si può apprendere e realizzare solo nella esperienza umana durante la vita terrestre! Tant’è che gli Dèi NON sono liberi: hanno coscienza sovrasensibile e potenza illimitata, ma non conoscono né l’autocoscienza dell’Io, né la libertà del volere.

      Lei, gentile Enzo ha equivocato, nel passo citato si parla della vita terrestre dell’uomo tra nascita e morte, nella quale – raggiunta una certa maturità – l’essere umano può fare l’esperienza della libertà: compito che non può demandare a dopo la morte.

      Nulla c’entrano le epoche della evoluzione cosmica descritta nel IV capitolo della Scienza Occulta,le cui immagini esigono essere meditate e vissute nel silenzio dell’anima, e non dialettizzate col trascinarle in una discussione o elaborazione intellettuale, che è la paralisi della loro segreta virtù.

      Hugo de’ Paganis,
      lupaccio terribilissimo

      • Terribilissimo Hugo, Grazie, mi sforzerò di far fruttare i Suoi moniti!
        (Comunque, la mia attenzione era particolarmente volta alle ultimissime parole nel passo del Dottore. La mia domanda voleva essere:
        Perchè la Libertà che si impara sulla terra, la si può imparare SOLO durante certe epoche della vita sulla terra?
        Se con “epoche” Egli intende solo “periodi, età” della vita tra nascita e morte, quindi alludendo ad una certa maturità della costituzione occulta, Lei, Signore, mi ha già risposto!)

        • Gentile Enzo Martino,
          a che serve tanto speculare dialetticamente con l’intelletto legato ai sensi corporei e al sistema nervoso?! A che Le serve fare tante domande, là dove la libertà è un còmpito da realizzare e non un problema filosofico da spiegare e dimostrare?! La libertà asceticamente conquistata e realizzata è la vera – e al tempo stesso anche l’unica autentica – dimostrazione di se stessa.

          A che Le serve discutere sulle parole, allorché tre minuti dopo essersi addormentato Lei non ha più coscienza alcuna né del mondo, né di sé, nel dell’intelletto?! Dormendo e ronfando Lei non parla, non riflette, non dubita, non deduce e non specula. Per Sua fortuna!

          Lei passa un terzo della Sua vita beatamente dormendo tra le lenzuola, e ritengo che sia ragionevole pensare che quello non sia un periodo della Sua esistenza terrena granché propizio e atto a realizzare la libertà. Inoltre sino ad una certa età Lei ha una coscienza ancora in formazione, largamente condizionata dalla famiglia, dall’educazione, dell’ambiente sociale e quant’altro: età che per molti si protrae alquanto nel tempo, e per taluni addirittura dura tutta la vita. Se poi è vita la loro.

          Tolti i periodi di totale incoscienza determinati dal sonno e dal sognare notturni, e tolti i periodi di formazione animica – infantile ed adolescenziale – paralleli alla crescita biologica di un individuo, e tolti infine i periodi nei quali le persone si dedicano ai divertenti sollazzi istintivi, all’abbrutimento televisivo-telematico, e via dicendo, non resta molto per la maggior parte degli umani, di tempi propizi ed utili, non per speculare intellettualmente sulla libertà, bensì per realizzarla asceticamente.

          Naturalmente vi sono anche persone che sin dalla loro adolescenza – indifferenti a piacevoli sollazzi mondani come l’andare in discoteche a spappolarsi i neuroni cerebrali con la techno-music e a rimorchiare figliole o ragazzi, a spararsi le “canne”, et similia – si pongono priorità diverse, fanno “scelte” ben differenti, i quali cercano con urgenza struggente l’essenziale, che solo dà senso e dignità al vivere umano. I Numi rispondono SEMPRE alla REALE richiesta interiore. Mentre disprezzano intellettuali e parolai.

          Ergo, non essendo “Eco” un luogo di divertente intrattenimento, o vocato al soddisfacimento di raffinate curiosità intellettuali, sarebbe bene evitare divagazioni che in una Via spirituale non hanno alcun senso. La Concentrazione e la Meditazione sono per ognuno la Via maestra, e l’unica.

          Hugo de’ Paganis
          lupaccio quaterribilissimo

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