RELAZIONE SU EVOLA

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Qualcuno mi dice: “Ma mettere su Eco le parole di una personalità chiacchierata che parla (anche bene) di un tradizionalista suis generis che sputtanò l’antroposofia in lungo e in largo, forse non è il caso.”

Io credo invece che lettori pensanti troveranno interessante l’esperienza di Pio Filippani Ronconi sulla via della Potenza e della Conoscenza – perché la traccia è questa. Quanto di positivo viene riconosciuto a Evola dal Relatore andrebbe riconosciuto come corretto per due fondamentali motivi: il primo si snoda lungo un esame conoscitivo ben superiore alle chiacchiere del sūq del sedicente spiritualismo. Il secondo vale come lezione per tutti: anche quando venga superata la visione del nostro primo mentore, sarebbe una condizione da “uomini di paglia” non mantenere devozione e rispetto per quanto egli si fece positivo veicolo della nostra ricerca.

Il prof. Ronconi non è ben visto. Anche negli ambienti che si professano cultori di Scienza dello Spirito e, in qualche strano modo, discepoli di Massimo Scaligero: ciò a dimostrare l’imperante formalismo e (soprattutto) l’incapacità di penetrare in anime e situazioni diverse dalla propria.

Milano, novembre 1988.

Parlare di Evola e della sua filosofia per chi ne abbia seguito l’opera e il pensiero durante gli anni formativi della propria personalità, non è compito facile: si rischia sempre di parlare di se stessi, di scivolare, cioè, in un’autobiografia, di esporre le proprie esperienze e non di colui di cui si parla.

Ma tant’è: essendo io per ragioni cronologiche e per particolare inclinazione del mio ingegno, epigono di quella generazione che conobbe e partecipò all’esperienza singolare – vale a dire “occulta” – di Evola, mi limiterò a parlare di questa, abbondantemente testimoniata, per esempio, dai titolo della “Magia come Scienza dell’Io”, de” L’Uomo come Potenza”, della “Teoria dell’Individuo Assoluto”, della “Tradizione Ermetica”, tralasciando gli aspetti artistici e infine, politici, che in qualche modo caratterizzarono la sua produzione ulteriore.

Quindi mi esprimerò come testimone di quanto allora fu tentato o sperimentato come accesso ad una realtà sovrasensibile, su cui opera un piano di forze che sovrasta anche il divenire della storia. Per quanto, invece, possa personalmente riguardarmi, si tratterà semplicemente di fatti “accidentali” che, come elementi ambientali, fanno da sfondo ad una vicenda principale, sia per chi la impersonò – cioè Evola – che per la generazione che ne seguì l’esempio.

Il mondo in cui io conobbi l’opera, indi la persona di Evola, era una società, sì fondamentalmente conservatrice, ma in rapida trasformazione sulla quale incombeva il presentimento di un uragano ineludibile, quello della guerra, nella quale noi giovani ermetisti avremmo forgiato le nostre aspirazioni virili ed eroiche.

Mi riferisco al periodo tra le due guerre, in particolare a quel 1934 nella cui estate ritornai assieme ai miei familiari, reduci da quarant’anni di emigrazioni, dalla Spagna natale, sfuggimmo di stretta misura alla guerra civile che sarebbe esplosa da lì a poco. Il passaggio dalla puerizia all’adolescenza fu così segnato – evento quanto mai karmico – da un insieme di fatti familiari traumatici e di eventi interiori che marcarono il mio destino. Importanza fondamentale ebbe per me la scoperta dell’Oriente o, detto meglio, dell’Induismo tantrico, sulla scorta delle edizioni di Arthur Avalon è, più ancora, delle tecniche di autorealizzazione interiore che dedussi da “L’Uomo come Potenza” dell’Evola e dall’insegnamento del Gruppo già di UR.

Questo veniva a soddisfare un’ansia di conoscenza intesa ad una esperienza concreta delle realtà sovrasensibili, non tanto per sfuggire alla presa di un mondo che reputavo in estrema decadenza, bensì per dominarne la negatività attuando per via interiore la conversione dell’ignota sua potenza in una dimensione di Luce. Non lo sapevo ancora, ma si tratta di quello che il Mahâyâna denomina âśraya parâvrtti, la “revulsione dell’appoggio”, “appoggio” dato dal mondo delle percezioni sensibili, che viene meditativamente sperimentato secondo la dimensione trascendente dei suoi archetipi.

Non si tratta di un’astrazione logico-discorsiva, ma di esperienze di un mondo “al di là da forme e fattezze”, che l’interpretazione evoliana di allora ne rischiarava a tratti l’impervio cammino. L’accesso all’Oriente tradizionale era facilitato dallo studio che, come autodidatta, avevo compiuto in vari ambiti linguistici: ciò mi permetteva l’accesso alle fonti.

Ancora ragazzo avevo appreso l’arabo e il sanscrito, a cui avrei aggiunto il turco, il persiano e il greco classico, quest’ultimo per conseguire la licenza liceale classica che mi avrebbe permesso l’accesso alla Scuola orientale. Oltre l’utilità pratica di permettermi di rileggere in lingua originale i testi sapientemente citati dall’Evola a commento degli esercizi, ero attirato dallo studio delle lingue perché ritenevo – come ritengo ancora – che in ogni idioma sia imprigionata una favilla del verbo creatore, una creatura angelica che custodisce il destino del particolare popolo che parla quell’idioma.

Presi coscienza, attraverso gli esercizi quotidiani, di un’altra vocazione che urgeva nel mio spirito, con l’esigenza di una prova iniziatica, ed era questa la vocazione militare, intesa come offerta sacrificale allo spirito immortale della Nazione in cui mi ero incarnato. Questa esperienza che qualche anno più tardi avrei dovuto affrontare combattendo in Africa Settentrionale ed in Italia, fu di contrappeso spirituale agli studi orientali, questi indirizzati verso la meditazione e la realizzazione devozionale, quella orientata verso l’affermazione dello “io sono” e l’assunzione della responsabilità inerente la mia condizione di uomo.

La rilettura dei saggi contenuti in “UR – la Magia quale Scienza dell’Io”, mi rafforzarono nella mia duplice vocazione: quella sapienziale e quella militare. Oltre all’Evola, che conobbi personalmente ai miei sedici anni, presi contatto con qualche altro Autore che operava in quel sodalizio, in particolare con Giovanni Colazza, altissima personalità spirituale, di indirizzo per molti versi opposto a quello di Evola, ma da Lui profondamente rispettato – tra l’altro ne fu il paziente fino a quando si estinse, nel 1953.

Per un giovanetto precoce, quale io mi era, l’Evola de “L’Uomo come Potenza” rappresentava un generoso stimolo spirituale, anche perché mi aiutava considerevolmente a scoprire l’autentica collocazione di ciò che andavo studiando e sperimentando. Mi aiutò – proprio Lui, l’anti-borghese e l’anti-politico per eccellenza – a riconoscere il limite metafisico delle concezioni del mondo che allora, come ancora oggi, si contendevano il dominio del mondo. Non mi meravigliava, quindi, che fosse in sospetto dai regimi politici in auge, compresa la Chiesa che aveva subito individuato la Sua pericolosità.

Nella pars construens dei miei ricordi di Evola non posso dimenticare i colloqui stringati e significativi avuti con Lui al mio ritorno dall’esilio postbellico e, sempre nella sua atmosfera, i rapporti che potei intessere con i superstiti di quella straordinaria fucina d’ingegni che era stato il Gruppo di Ur, il cui impulso occulto probabilmente continua ad operare, seppur ignorato, nel destino della nazione che lo vide nascere.

Oltre alla personalità di Giovanni Colazza, il “Leo” del Gruppo, già amico e condiscepolo di Rudolf Steiner e operatori a livello rosicruciano, ricordo Massimo Scaligero, di cui divenni fraterno amico e compagno di avventure spirituali. Non posso poi dimenticare, almeno di nome, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri – grandissimo poeta e gnostico profondo – Arturo Reghini, pitagorico studioso di aritmosofia e di “parole di passo”, e lo stesso Emilio Servadio fra i primi in Italia ad introdurre nella terapia la psicologia del profondo.

Quello di cui Evola era la presenza animatrice era un mondo vivente di autentici valori – riconosciuti anche dai filosofi “ufficiali” come Croce e Gentile. Si trattava di un sodalizio, diviso talvolta sulla via da seguire, ma unito da un afflato di solida amicizia – come quella tra Evola e Scaligero – ben lungi dalla plumbea dogmaticità para-politica dei sodalizi di questi giorni. Tra questi studiosi ed operatori dello spirito vigeva la realizzazione di quell’elemento che gli Indiani denominano anubhava (etimologicamente: “diventare la cosa meditata”), cioè l’esperienza diretta, omorganica di quello che altrimenti è l’oggetto di pensiero separato dal soggetto, quindi astratto. Ed è a questo punto che si pone il tema della natura del pensiero evoliano, del pensiero in sé, indipendente dal suo contenuto contingente al quale viene abitualmente identificato.

Veniamo quindi alla pars destruens. La critica che si può muovere al pensiero evoliano è di natura epistemologica. La realtà del pensare non risiede nei contenuti che reca alla conoscenza, bensì nell’identità che in esso si attua fra oggetto e soggetto, quella stessa identità che su una “ottava” cosmica, propria della tradizione hindu, in particolare del Vedânta, si verifica fra âtman, sé spirituale, e brahman, spirito universale, ben noti a tutti gli studiosi della metafisica indiana. Nella via del sâdhana, dell’ascesi tantrica, dall’Evola così ben sceverata, si tratta in fin dei conti, di attuare un pensare la cui natura è volontà pura, superando la contraddizione propria al pensare comune in cui si sperimentano le fattezze di un pensiero “visto al passato”, di contro ad una volontà operante “dal futuro” verso il passato. Questa, la volontà, alberga la potenza che sintropicamente si realizza nel mondo, quello, il pensiero, offre una immagine sbiadita, entropica, di un universo “trapassato” nel momento stesso in cui viene formulato.

La prevalenza che, nell’ascesi, Evola assegna alla volontà rispetto all’esperienza di un “pensiero puro” che ab interiori itinere fa realizzare il significato del mondo, impedisce nella pratica l’ultimo trascendimento per il quale “io mi realizzo come interiorità cosmica” che è il fine dei Tantra.

Pur ammirando il solido impianto filosofico dell’Evola e, soprattutto, l’impeccabile translazio dell’insegnamento tantrico entro le categorie concettuali dell’Occidente, che ne manteneva viva e operante l’originale esigenza soteriologica della mukti (la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti), io avvertivo nella pratica del suo yoga questo jato fra un pensiero astratto e una azione turgida di volontà nel suo concreto realizzarsi come potenza. Cioè a dire: “il pensiero con cui mi rappresento il mondo e che poi uso per compiere il sâdhana, cioè la disciplina, non è omogeneo ad esso, ma solo una disanimata immagine con cui non posso operare”. La immaginazione “magica” che apre la via al mondo eterico, implica la preventiva realizzazione di un pensiero libero dai sensi come da qualunque condizionamento astratto o discorsivo. Evola possedeva naturalmente questo tipo di pensiero, come suo peculiare viatico esistenziale. Da questo dipendeva fra l’altro il suo straordinario coraggio – dimostrato da numerose imprese alpinistiche compiute in solitaria – come pure, molto paradossalmente, dall’affilata logica di cui si serviva e non il contrario, come nella prassi comune.

Ricordando questa sua rara qualità, mi ritornano in mente le parole di Massimo Scaligero (Dallo Yoga alla Rosacroce, 1, 32): “capii che di Evola non ce ne poteva essere che uno solo valido e non delle copie: tutto il suo insegnamento, il suo Yoga, il suo Tantrismo, il suo “Grande Veicolo” presuppongono la qualità interiore originaria, la magia imaginativa, che per il cercatore moderno è un punto di arrivo…Essendo la coscienza imaginativa la condizione per la coscienza magica, l’arte del discepolo è ritrovare dietro il pensiero riflesso la luce imaginativa…” Ciò significa che “laddove il suo pensiero coincideva con il proprio contenuto ideale, ivi di volta in volta, si accendeva l’intuizione della Realtà, come interiorità del medesimo processo pensante”.

Questo modus operandi, che rendeva la sua personalità svincolata dalla comune mediazione logico-discorsiva, si univa ad una straordinaria impersonalità, una freddezza ed un distacco che lo assimilavano a quel saggio taoista che ”…profondamente ancorato nel fiume del sentimento contemplava sereno l’apparire e il disparire delle passioni e dei sentimenti…” Questa disposizione interiore gli conferiva anche esteriormente quel contegno, diciamo,, “poco emotivo” che, in altri tempi, era proprio al “signore” di razza, come egli lo era senza mai averlo detto. Perché egli era soprattutto un Signore del tipo che le varie culture borghesi posteriori alla Rivoluzione francese si sono sforzate di estirpare.

Antipatico” e talvolta odiato dalle cosiddette autorità culturali dei vari regimi politici, a tacere di quelli religiosi, il suo spirito veleggiava impassibile verso lidi ignoti ai sodalizi intellettuali e politici. Pochi si avvidero della grandezza della Sua personalità. Fra costoro lo stesso Croce che, pur lontanissimo da lui ne lodava i “Saggi sull’Idealismo Magico” definendola “un’opera bene inquadrata e ragionata con esattezza”, e A. Schmidt che, negli “Annalen der Philosophie” li definiva come “il primo poderoso tentativo di fare delle scienze magiche un valore dinnanzi alla seria cultura”.

Quanto a chi vi parla, l’incontro con Evola, addirittura nell’adolescenza, servì probabilmente a conferire dimensione filosofica e compattezza spirituale a quello che, altrimenti, sarebbe stata mera curiosità intellettuale per l’Oriente sapienziale, o sul lato cavalleresco, una pura ricerca di una dimensione eroica, alla “questua” del personale Chastell Marveille, o di una Wewelsburg ideale.

Aggiungo come chiusa che Evola, proprio come conseguenza della particolare impostazione del suo pensiero, lasciò aperti alcuni problemi di natura metafisica, ma anche pratica, che si possono riassumere nelle linee seguenti: pur propugnando su tutti i livelli una ascesi “secca”, solare e virile, per antonomasia, il tema della Donna è prevalente e risolutivo nelle sue opere più significative, come quelle ispirate ai Tantra ed alla Tradizione Ermetica: nei Tantra l’esperienza – archetipa e non contingente – dello ūrdhva-retas, cioè il riflusso della luce-seme verso la sua sede apicale, tramite – naturalmente – la Donna, è essenziale nella realizzazione dell’androgino spirituale, quindi nel superamento della morte. Sul versante alchemico, che si tratti della tradizione ermetica o del Tao-chiao cinese o del cînâcâra hindu, la pratica dei ”due Vasi” è risolutiva per quello che grecamente potremmo definire tò télos tou érgou, la “Finitura della Grande Opera”. E ciò con tutti i possibili riflessi sul campo della vita contingente. Questo tema è stato affrontato dalle “Tecniche della Concentrazione interiore” di Massimo Scaligero.

Altro tema è quello dell’evoluzione, quella vera, spirituale, delle Gerarchie – coincidente con lo “spostamento dei Lumi”, che si continua sulla Terra nello sviluppo storico dell’Umanità. Collegato a questo, appare l’altro tema delle ripetute vite terrestri dell’uomo, che è fondamentale per l’intelligenza dell’ascesi buddhica. Un ultimo tema fra i tanti lasciati incompiuti è quello posto dalla Gnosi, del “Salvatore Salvato” quale funzione finale della figura dello “Iesus Patibilis”, tema da liberare ed interiorizzare, fuori dall’abbraccio dogmatico delle infinite chiese. Ciò potrebbe condurre a una ricostruzione della Gnosi quale “seconda Eva” nel ripensamento di un Cristianesimo delle origini.

In riassunto: quello che si vuole significare è che qualsiasi “visione del mondo” che si voglia ispirata al verbo evoliano deve venir dedotta dall’esperienza vivente, lo anubhava, della disciplina, il sâdhana dei suoi esercizi, non certo dall’esposizione più o meno ordinata dei suoi principi teoretici. La realtà a cui Evola tende è di natura apofatica: non cerca un sistema di pensieri che la giustifichino. A meno che non si tratti di un “pensiero puro” omorganico al suo apparire, la cui realtà risieda nel movimento per cui si manifesta, non nella “cosa” per cui si è manifestato. Solo allora il pensiero si fa POTENZA.

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