Dai FRAMMENTI di Federico von Hardenberg (Novalis)

Novalis

Capiremo il mondo quando capiremo noi stessi, perché esso e noi siamo metà integrativi. Noi siamo figli di Dio, germi divini. Un giorno saremo ciò che è nostro Padre.

Che non ci sia in noi una facoltà che abbia la stessa parte che ha il mondo solido fuori di noi, l’etere, quella materia visibile-invisibile, la pietra filosofale che è dovunque e in nessun luogo, che è tutto e nulla? Noi la chiamiamo istinto o genio; dappertutto è precedentemente. Essa è la pienezza dell’avvenire, la pienezza dei tempi – nel tempo ciò che la pietra filosofale è nello spazio: ragione, fantasia, intelligenza e senso sono soltanto le sue singole funzioni.

In ogni caso il mondo è il risultato di una azione reciproca fra me e la divinità. Tutto ciò che è o nasce, nasce da un contatto di spiriti.

L’universale in ogni momento rimane poiché esso è nel tutto. In ogni istante, in ogni fenomeno agisce il tutto. L’umanità, l’eterno è onnipresente poiché non conosce né tempo né spazio. Noi siamo, viviamo, pensiamo in Dio poiché questo è il genere personificato. Esso non è un universale, un particolare per il nostro senso. Puoi dire forse che sia qui o là? E’ tutto, è ovunque. In esso viviamo, siamo e saremo. Tutto ciò che è autentico dura eternamente, ogni verità.

Se il mondo è quasi una precipitazione della natura umana, il mondo degli dei è una sublimazione di essa. Entrambe avvengono uno actu. Non c’è precipitazione senza sublimazione. Quel tanto di agilità che là va perduto, qui è guadagnato.

Noi siamo contemporaneamente nella natura e fuori di essa.

Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al non udibile, il sensibile al non sensibile. Forse il pensabile al non pensabile.

Il pensiero puro, l’imagine pura, la sensazione pura sono pensieri, imagini e sensazioni non suscitate da un oggetto corrispondente, bensì sorte al di fuori delle così dette leggi meccaniche, della sfera del meccanismo. La fantasia è una tale forza extrameccanica: magismo o sintetismo della fantasia. La filosofia appare qui interamente come idealismo magico.

Se Dio poté diventar uomo, può diventare anche sasso, pianta, animale e elemento e forse in questo modo esiste una continua redenzione nella natura.

In certi scritti d’altri tempi pulsa un cuore misterioso che indica il punto di contatto col mondo invisibile, il divenire di una vita. Goethe deve diventare il liturgo di questa fisica – egli sa perfettamente il servizio nel tempio.

Con l’invisibile noi siamo più strettamente legati che col visibile.

L’uomo deve essere un autostrumento perfetto, totale.

La nostra vita non è un sogno, ma deve diventarlo e forse lo diventerà.

Tutto ciò che è involontario deve trasformarsi in volontario.

Il nostro corpo deve diventare volontario, la nostra anima organica.

L’uso attivo degli organi non è altro che pensiero magico, taumaturgico, o uso arbitrario del mondo dei corpi; infatti la volontà non è altro che magica, energica capacità di pensiero.

L’ignoto, il misterioso è il risultato ed il principio di tutto. Ciò che non si lascia afferrare è in uno stato imperfetto e bisogna renderlo a poco a poco afferrabile. La natura è per sé inafferrabile.

Ogni persuasione è indipendente dalla verità naturale. Essa si riferisce alla verità magica o alla verità miracolosa. Della verità naturale ci si può persuadere soltanto in quanto diventa verità miracolosa. Ogni dimostrazione si basa sulla persuasione ed è quindi solo un ripiego quando manchi la completa verità miracolosa. Tutte le verità naturali, dunque, si fondano anch’esse sulla verità miracolosa.

Quanto più grande è il mago, tanto più arbitrari il suo procedimento, la sua sentenza, i suoi mezzi. Ognuno fa miracoli a modo suo.

Il saggio perfetto si chiama veggente.

Rientrare in se stessi significa per noi astrarre dal mondo esterno. Analogamente presso gli spiriti la vita terrena è una contemplazione interiore, un entrare in se stessi, un’azione immanente. Così la vita terrena scaturisce da una riflessione originaria, da un entrare primitivo, da un raccogliersi in se stessi, che è così libero come la nostra riflessione. Viceversa la vita spirituale in questo mondo scaturisce da uno sfondamento di questa riflessione primitiva. Lo spirito si risviluppa, riesce da se stesso, rielimina in parte quella riflessione e in quel momento dice per la prima volta “io”. Qui si vede quanto sia relativo l’uscire e l’entrare. Ciò che chiamiamo entrare è veramente un uscire, una ripresa della forma iniziale.

Un uomo che diventa spirito è nello stesso tempo uno spirito che diventa corpo. Questa specie di morte, se posso esprimermi così, non ha niente a che vedere con la morte comune: sarà qualcosa che potremmo chiamare trasfigurazione.

Ogni caso è meraviglioso, un contatto di un essere superiore, un problema, un dato del senso attivamente religioso.

Erigere mondi non basta al senso che penetra in fondo: ma un cuore che ama sazia la mente che aspira al sublime.

La distinzione fra poeta e pensatore è soltanto apparente e va a svantaggio di entrambi. E’ un indizio di malattia e di costituzione morbosa.

I corpi sono pensieri precipitati e cristallizzati nello spazio.

Chi nella spiegazione dell’organismo non ha riguardo all’anima e al legame tra questa ed il corpo, non andrà molto avanti.

Un giorno l’uomo dormirà e veglierà ad un tempo continuamente. La maggior parte della nostra stessa umanità dorme ancora un sonno profondo.

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