L’ETICA DELLO STRAVOLGIMENTO

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Superficialità, disattenzione, cultura orizzontale fanno credere che la magia non operi nel mondo e, in effetti, la magia celeste è pressoché invisibile per la coscienza terrestre sicché i miracoli vengono chiamati coincidenze.

Però la magia oscura è quotidiana, è presente nella manifestazione: la sua natura è quella di incantare, di pietrificare, partorire incubi che soggiogano l’anima.

Chi fosse sempre desto difficilmente non si accorgerebbe del gesto magico che potrebbe imprigionarlo, della mano che traccia il pentacolo nel quale perde pezzi di sé. Ma chi è sempre desto, chi è capace di tale disciplina da osservare senza tregua l’orizzonte? Un attimo di sonnolenza, un momento di giustificata spensieratezza ed ecco che una forza del male si apre il varco per conquistare la nostra anima.

E’ possibile rispondere ai gesti dell’incantamento con gesti disincantati, alle formule diaboliche con il pensiero più spregiudicato. Ma l’innocente, o meglio l’ingenuo incauto non possiede la disciplina desta ed instancabile e non si salva sul momento. Se, dopo, avverte nell’anima qualcosa che somiglia a scontento, irritazione, ascolti questi fastidi preziosi. Gli stanno dicendo che è stato raggirato: meglio entrare nel dubbio che farsi stolido come un sasso per venire spaccato nei frantumatori. “Sai, vi sono diverse specie di aweysha. Alcuni possono fare aweysha per mezzo del semplice parlare. E’ sempre un aweysha, benché più naturale. Ma con chi crede solo in se stesso ed è sempre presente a sé, non vi è uomo al mondo che possa fare aweysha. Chi crede solo in se stesso e riflette prima di agire, con costui nessuno può fare aweysha.”

Ecco un esempio per non rimanere nel limbo delle righe precedenti: un termine della magia oscura è lo sostituire al verbo essere il credere di essere o il credere che sia. Queste locuzioni sono velenose poiché attingono al potere della parola credere.

Accettare il verbo credere falsifica tutto. Sentite l’assurdità pleonastica di un: “Credo che l’idiota sia meno capace del saggio” e la follia lieve di un “Credo che due più due faccia quattro”. Il credere serve a disgregare la verità oggettiva. Questo verbo va sostituito, nella formazione consapevole dell’uomo, con conoscere o almeno sapere e, ai minimi termini con congetturare e supporre.

Uno dei modi per arrestare la carriera del pensiero è questo: se, per avventura si mostrino le sciagure portate dall’unità d’Italia, la formula paralizzante è: “Allora lei tornerebbe alla divisione in Stati regionali?”. Se si depreca l’orrido spettacolo dei macelli: “Allora lei preferisce il vegetarianismo?”. Oppure, quando si mostri la triste condizione di un uomo gettato alla cura di aziende ospedaliere: “Vorrebbe forse che la gente si curasse da sola?”.

Certo, non dico che il pensiero possa sempre fornire ricette ma almeno potrebbe capire come stanno le cose. Il fatto che una cosa non sia evitabile non significa che non possa essere criticabile. Capire non è accettare.

La magia oscura mira a disgregare la vocazione, la parte dello Spirito. Essa pretende, se si risponde invocando l’ineffabile, a chiamare l’ineffabile ineffabile, cioè a classificare ciò che non è classificato, se non altro nella categoria delle cose sottratte alla definizione: definirle in maniera che esse possano aggiogarsi al fumoso, impreciso. Dannandole all’esaltazione dell’irrazionale oppure alla goffaggine delle asserzioni false per parzialità (basta guardarsi attorno, dall’articolo giornalistico alle dichiarazioni spiritualistiche).

Rifacendomi al precedente articolo, essa costringe a perdere il contatto con la realtà presente, chiedendo al passato giustificazioni e precedenti, al futuro garanzie. Così l’operazione nefasta è compiuta e l’uomo colpito è stato “legato” (envoû).

Carattere della magia oscura è che, una volta ceduto al primo gesto di difesa, si è prigionieri senza scampo: sovente sia la coraggiosa pertinacia come la disorientata viltà possono essere solo effetti morbosi, così che uscire dal groviglio esige una purificazione estenuante di digiuni psichici poiché basta una trascuratezza e tutto il lavoro viene a cadere (“Sei pessimista se parli così”. Sì lo sono! Poiché non ho visto nessuno a sciogliersi dai nodi se non con l’aiuto di imprevedibili folgori a ciel sereno).

Per esempio, basta omettere una considerazione e lo spirito che possiede il malcapitato, riprende immediatamente a tessere sofismi (“Ti reputi diverso dagli altri? E se tu stessi sognando? Cerca testimoni a tuo favore. Trovami testimoni credibili. Procurati prove tangibili. Trovaci dei precedenti.).

Oppure passa al ricatto sentimentale (“Sei forse solo al mondo?” “Hai pensato ai tuoi cari?” “Recherai dispiacere a qualcuno”). Più in uso è questa formula: “Come puoi sederti a contemplare quando il tuo prossimo è rattristato, con quale diritto prendi per te il tuo tempo mentre il primo dovere è servire la comunità che tanto ti ha dato…”.

Aut aut falsissimi, perché la scelta fra individualismo e collettivismo, tra prodigalità ed avarizia, tra sacrificio ed edonismo non si risolve mai con una astratta volontà di essere “dalla parte giusta”, non fosse altro che così non si sceglie ma si è scelti.

Si paralizza l’uomo innocente in modi assai facili. Per esempio investendolo con affermazioni di questo tipo: “Tu hai un alto concetto di te stesso”, “Si vede da come ti comporti che ti ritieni superiore a tante persone”. Giunge la paralisi se l’innocente darà peso all’accusa invece che alle prove dell’accusa (ciò vale anche per il Sito che ospita le mie corbellerie. Viene di continuo criticato: il malanimo vigliacco – che di questo si tratta – c’è, ma prove non le porta mai.). Da quel momento si sentirà tratto ad agire come persona sospetta, a stabilire una falsa cordialità con persone indifferenti a lui per il destino che da lui le separa, a porsi quesiti vani sulla dignità delle persone più insignificanti, cioè penserà a vuoto e come il tarantolato, dovrà ballare. L’accusa di superbia ha colpito. Ed è solo un esempio.

E’ meglio che l’individuo non abbia troppe idee su se stesso (questo è ciò che l’asceta può fare anche radicalmente). Va superato l’invito all’autoconoscenza quando questa è una bufala che si svolge poi sul terreno dei pensieri vuoti o fiacchi: se uno crede di essere onesto o malvagio è già ammaliato.

Narra un racconto dello chassidismo che un rabbino stava alla finestra e chiedeva ai passanti cosa avrebbero fatto trovando a terra del denaro. A chi gli rispose che l’avrebbe portato al proprietario, rispose: “Sei uno sciocco”. A chi lo assicurò che l’avrebbe intascato disse: “Sei un mascalzone” e solo quando un passante replicò che non sapeva se sarebbe stato indotto a fare il bene o il male, egli levò le braccia in segno di giubilo, riconoscendo in quello il saggio.

Non lasciarsi irretire nelle categorie dei cretini intelligenti: non si abbia la supponenza di valutare come ininfluente la loro catalogazione, per loro è una necessità ma non esiste determinazione psichica che non sia contagiosa: batteri o virus dell’anima.

A mio parere, sul campo esistenziale le antiche sfide sono consentite, in nuova veste. Sono allegre, leggere: come la rinuncia agli spettacoli, decadenti o orridi, che la civiltà del meccanicismo psichico fornisce in abbondanza, opponendosi al costume di tolleranza generale. Come il rifiuto di rendere utile, consolatorio, positivo il proprio pensiero.

Citato uno, cito pure un secondo: lo shassidita Rabbi Nachman dice: “Meglio il malvagio che sa di essere malvagio del buono che sa di essere buono”. E davanti agli ovvi beni di fortuna o di carne, sia solo lecita una giocosa astinenza o un tragico piacere fin tanto che la meditazione non sciolga dalla meccanica e fornisca la retta ispirazione: che almeno si stia nell’ironia umana, nella lucidità dinanzi al reale, piuttosto che nella dubbia santità rapita fuori di sé.

Qualsiasi lettera rimane morta finché si miri a ricavarne dei precetti o si creda di dover comporre una sorta di casistica di cose lecite ed illecite, di costumi raccomandabili o riprovati. Provare: la lettera cade come scorza importuna se si scioglie la mente dall’ossessione della legge.

Due mali di estrema gravità sono: a) la soddisfazione di avere la coscienza a posto, b) gli scrupoli tormentosi. Da questi derivano le azioni che sono impedite di palesarsi con spontaneità. Chi indossa tali atteggiamenti crede di dover essere positivo in tutte le cose, di dover far servire a qualcosa la sua azione o il suo pensiero, di doversi unire ad un gruppo per aver ragione, di doversi appoggiare ad una istituzione per avere carismi o autorità. In pratica soltanto chi ha posto al centro di sé la Via allo Spirito può percorrere libero le vie di chi è vincolato e nemmeno ciò è un assoluto salvacondotto che lo ripari da delusioni, tradimenti e imbrogli.

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