L’AVVERSIONE ALLA VIA DEL PENSIERO E ALLA CONCENTRAZIONE

MAX

A quanto pare la Via del Pensiero, alla realizzazione della quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita, Via ch’egli – ricordiamolo sempre di nuovo agli immemori e agli ingrati – con infinita abnegazione e sacrificio, ci ha trasmesso, suscita alquanti concitati stati d’animo. Viene da chiedersi il perché di cotanta esagitazione di sentimenti verso di essa, e perché pur di non affrontarla si cerchino affannosamente tutte le vie e tutti i sentieri traversi, tutti gli escamotage, nonché tutte le più raffinate giustificazioni dialettiche, psicologiche, religiose, e persino esoteriche.  

Naturalmente, le vere “ragioni” di cotanta concitazione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione non vengono confessate, o almeno non apertamente confessate: talvolta neppure a se stessi. Generalmente, le ragioni reali vengono più o meno abilmente “mascherate”, perlopiù con grande dispendio di parole e di dialettica. Anche qui vi è da chiedersi il perché di tanto timore nel confessare agli altri – ma soprattutto a se stessi – una tale paura, e il perché della necessità di un tale “mascherare”, travestendole, le vere ragioni di un rifiuto, di un’opposizione, di una vera e propria avversione. Al punto tale che si è disposti ad addentrarsi sempre più in una sempre più intricata giungla di menzogne, consapevoli o meno, pur di narcotizzare la paura e l’angoscia che, prepotenti, salgono dal profondo dell’anima. Ma paura di che?  

Visto che questo lupaccio dalle “anime belle” – quanto poi “belle” avremo modo in futuro di constatare – viene imputato di non esser punto – neanche un pochino – cristiano (il che è semplicemente vero), anzi di esser un impenitente e incallito “pagano” (il che è più vero di quel ch’essi non pensino), e gli si vuol fare l’immeritato onore di essere buddhista (troppo onore…), shivaita (troppo buoni), o addirittura taoista (veramente lusingato…), nonché molt’altro ancora, cercherò di mostrare, rifacendomi all’insegnamento del Buddha Shakyamuni, la natura di una tale compulsiva paura e le sue celate, ben mascherate, radici profonde.  

Se non si vuol proprio barare alla grande con se stessi, e se si vuole invece guardare freddamente in faccia la realtà, bisogna ammettere che la condizione dell’essere umano, da ogni punto di vista, non è delle più “felici”. Egli affronta la vita, l’esistere, in uno stato di tramortimento, che è uno stato di profondissima ignoranza. Tramortimento come stato di coscienza, ossia nel precipitare in quella corporeità che Orfici, Pitagorici e Platonici significativamente chiamavano soma-sema, ossia “corpo-tomba”, “corpo-prigione”, la fulgurea forza del pensiero vivente si assottiglia, si diminuisce e si spegne nel riflettersi nel sistema nervoso e negli organi di senso, lasciandovi affiorare solo uno smorto riflesso della metafisica vitalità spirituale propria al suo stato incorporeo prenatale. La vitalità spirituale che sfugge al disanimato pensare fluisce, invece, corrompendosi, nella soggettiva emotività e nella compulsiva istintività.

Massimo Scaligero nell’Appendice, intitolata Della Concentrazione Interiore, al Trattato del Pensiero Vivente, III ediz., pp. 129-130 così descrive la condizione conoscitiva e morale dell’attuale uomo moderno:

“Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo deterioramento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il sentire, il sentire ha interno a sé il volere. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere sono una sola splendente forza. Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe. Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti, o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza. Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo”. 

La diagnosi freddamente realistica  di Massimo Scaligero così prosegue, pp. 130-133 e segg., mettendo in evidenza tutta intera la patente contraddizione dello stato di impotenza conoscitiva dell’uomo animalmente identificato alla univoca dimensione corporea:  

“Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivente volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione di vita rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, priva di potere sulle cose, perché priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti. Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dai contenuti sensibili, così come non riesce a compiere una reale sintesi della molteplicità del mondo, che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere parziali sintesi concettuali e a muovere secondo la relazione dialettica delle quantità misurabili. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica del pensiero fisico-matematico. La reale forza-pensiero invero si scinde in serie continue di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal formalismo logico. Gli istinti e gli stati emotivi spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero, forte soltanto sul piano dell’astratta quantità o del meccanicismo assoluto: incapace di riconoscere l’origine di questa sua minima forza”. 

Così come fece il Buddha Shakyamuni, 2600 anni fa, nel parco di Isipatana, col dare a “coloro che hanno poca polvere sugli occhi” e al mondo tutto le Quattro Nobili Verità, Massimo Scaligero mostra al contempo diagnosi, etiologia, prognosi e terapia dell’antico e ormai cronico male umano: 

“La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’imagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che presumono ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste normalmente nel fatto che la presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo fisico e perciò dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kàma rupa, e dall’esoterismo occidentale « corpo astrale », cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonìe emotive, giunge a manovrare il pensiero. Una simile situazione caratterizza specificamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persine a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un saggio « pensare » adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea « anima di gruppo »”.

Se vi è, dunque, una colpa originaria – l’avidya delle dottrine dell’Oriente hinduista e buddhista  – questa è proprio lo stato di tramortita ignoranza nella quale l’uomo ristagna ormai da innumerevoli millenni. Questa ignoranza si è talmente connaturata all’essere umano che questi, nella maggior parte dei casi, neppure concepisce una condizione diversa da questo stato di coscienza semispento, da lui scambiato per condizione normale originaria spontaneità : non conosce, non intuisce, né tampoco concepisce la realizzazione di uno stato di completo risveglio. Ma ciò che l’uomo non conosce, e tuttavia oscuramente presente nella sua agitata vita emotiva e nella sua compulsiva vita istintiva, egli lo teme. L’essere umano teme il completo risveglio, teme la conoscenza che si attui come dissolvitrice della tramortita ignoranza, perché la natura sentimentale, emotiva, istintiva in lui è avida di servaggio alla natura corporea.

La natura – la natura caduta e deformata in modo davvero caricaturale rispetto allo stato primordiale dell’uomo delle origini – vive in una condizione di potente identificazione all’essere corporeo. Ma questa identificazione – che è una mera illusione, una maya, perché come farebbe l’essere aspaziale, atemporale e immateriale dell’anima a identificarsi con la corporeità spaziale e materiale, vista l’assoluta eterogeneità dei due termini: anima e corpo? – non è una mera convinzione intellettuale, sia pure erronea, che possa essere perciò corretta mediante una sana logica sul piano concettuale. L’identificazione con l’essere corporeo – ed è proprio questa identificazione che diminuisce, spegne la consapevolezza dell’anima ed alimenta l’ignoranza che la genera – è data da una potente attrazione magnetica per il corpo, attrazione che il Buddha Shakyamuni chiama col suo vero nome: brama ardente, sete divorante. La stessa sete divorante che l’essere umano impara a conoscere e sperimenta dolorosamente dopo la morte, e dalla quale egli deve disavvezzarsi.

In realtà, secondo il Buddhismo, in questa “sfera di brama”, kamadhatu, in questo mondo di “brama ardente”, kamaloka, l’essere umano è immerso sempre durante la vita, ma non se ne accorge perché il vero aspetto di questo mondo di passioni divoranti, con la loro consumante demonìa, passioni e pulsioni istintive che si scatenano nella ricerca e nell’appagamento del piacere, durante la vita corporea è come coperto da un velo d’illusione. Ma allorché il corpo, con la morte, viene meno, la “brama ardente”, la “sete divorante”, essendo animiche e incorporee, rimangono, ma in tal caso manca l’agognato oggetto della brama e viene meno il velo d’illusione che durante l’esistenza corporea celava il vero, insospettato, aspetto della ricerca del piacere e della soddisfazione della brama.

Ma lo stato di tramortito stordimento, nel quale si trova l’essere umano soggetto all’identificazione corporea, non genera soltanto la brama, ma anche le sue venefiche sorelle: la paura e l’avversione. La paura è la paura di perdere l’illusorio possesso dell’oggetto della brama, e in maniera più radicale la paura di perdere la stessa brama dalla quale si è posseduti, perché essendo incapaci di essere coscienti di essere, si trae un illusorio senso di sé dall’identificazione col mero esistere. Non si conosce la gioia di essere, e si insegue affannosamente nell’in-significante e sempre agitato divenire l’inafferrabile appagamento della voluttà di esistere. 

La brama e la paura generano a loro volta l’avversione nei confronti di ciò che ostacola l’appagamento della bramosa voluttà, o minaccia di sottrarre l’oggetto della brama, o impedisce la conquista abile o brutale dell’oggetto della bramosa cupidigia.  Brama, paura e avversione sono le tre malefiche figlie dell’ignoranza, e a loro volta con la loro azione riversano nell’anima angoscia e dolore. Tutto ciò non solo tramortisce e rende come ebbro lo stato di coscienza dell’essere umano immerso nell’ignoranza, ma paralizza pure le forze dell’anima, la quale ben difficilmente riesce ad uscire da un tale stato di servaggio e di abiezione.  

A questo punto è semplice comprendere donde nascono paura e avversione nei confronti della Concentrazione e della Via del Pensiero. Semplice da comprendere, ma non certo facile da ingoiare e digerire: almeno non per le “anime belle”, e in particolar modo non per l’ego, ossia per quella figura contraffatta e caricaturale che la natura inferiore si costruisce per simulare la presenza di un Io consapevole e libero. Mentre è vero esattamente il contrario: l’ego è menzogna, e non vera e consapevole conoscenza; l’ego è schiavitù – più o meno travestita – agli stati d’animo, agli istinti, e soprattutto allo stato di morte del pensiero riflesso, e non libertà, che neppure riesce autenticamente a concepire.

Pur di far sopravvivere lo stato di abiezione nel quale l’anima è tramortita e schiava, la natura inferiore mette in atto ogni sorta di grossolana o raffinata strategia. Vuole rabbiosamente sopravvivere a qualsiasi costo, perché la natura SA bene che l’azione dell’Io colpisce a morte la natura inferiore stessa e il suo caricaturale fantoccio, l’ego. Per la prima volta nella storia dell’uomo, con la Via del Pensiero è l’Io ad agire, e non l’anima: è l’Io che opera, e non il corpo astrale. Per cui, di fronte all’azione radicale dell’Io nel pensare, decadono e svaporano tutti i misticismi religiosi, tutti i moralismi, tutti i sentimentalismi, tutti i dialettismi dei quali si era ampiamente pasciuta per millenni la natura inferiore.

Natura inferiore che, per scongiurare il pericolo del proprio dissolvimento da parte dell’azione dell’Io, scatena l’arrogante vitalismo istintivo, in apparenza incoercibile, oppure il moralismo sentimentale. Il vitalismo istintivo è una tentazione particolarmente grossolana, facilmente smascherabile e, nella sua rozzezza, tutto sommato, meno pericoloso. Il moralismo – specialmente quello confessionale – è molto più insidioso e, per le “anime belle”, particolarmente seducente.

Da una parte, il moralismo viene usato per suscitare negli incerti, nei pavidi e nei pigri alquanti dubbi e sensi di colpa, instillando abilmente in anime deboli e pusillanimi l’idea che “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo”, che inoltre “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, e via dicendo. A tale proposito, vengono usate – staccate dal contesto e contro l’intenzione del loro Autore – le parole stesse di Massimo Scaligero. Quanto vilissima, infame e in pessima fede sia l’usare le parole di Massimo Scaligero contro la sua stessa intenzione, è cosa che lascio alla valutazione e all’intelligenza del candido lettore. Il non dichiarato fine di tale subdola operazione è lo scoraggiare la pratica intensa della Concentrazione, e al contempo fornire un comodo, apparentemente verosimile, alibi alla fiacchezza interiore, alla rinuncia alla lotta, alla latitanza, alla diserzione.

Dall’altro, il moralismo viene usato per attaccare quegli animosi praticanti che vogliono rimanere fedeli all’indicazione di Massimo Scaligero. Coloro che vogliono difendere la Via del Pensiero, coloro che soprattutto vogliono realizzarla, e trasmettere tale aurea Via nella sua purezza stellare – così come l’hanno ricevuta dal Maestro – ai liberi cercatori spirituali, costoro dalle “anime belle”  vengono ampiamente e sistematicamente infamati, diffamati, e calunniati come individui “egoisti”, “immorali”, “anticristici”, “antigraalici”, “segretamente oppositori e nemici del Logos”, “invasati dagli Asura”, e via dicendo. Il candido lettore è pregato di credere che chi scrive sa bene quel che dice e si riferisce a innumerevoli, e ripetuti, precisi casi concreti.  

Ma l’attacco, pur prendendo di mira i “reprobi impenitenti”, gli “incorreggibili”, i “refrattari”, in realtà è rivolto alla Via del Pensiero Vivente in generale, e a Massimo Scaligero in particolare. Naturalmente, il tutto viene operato con una consumata arte di dissimulazione, perché difficilmente gli autori di un simile attacco confesserebbero apertamente questa loro avversione e opposizione alla Via Solare e a Colui che ce l’ha donata. E solo per un grossolano errore di valutazione nei confronti del presente lupaccio cattivissimo – veramente imperdonabile dal suo punto di vista – venti anni fa, l’Innominato si scoprì inabilmente con l’affermare in casa mia che “la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata”, e dicendo molte altre cose nei confronti di Massimo Scaligero profondamente ingiuste, meschine, e false.   

Ma il moralismo – e gli attacchi che da esso hanno origine – è solo un mascheramento sentimentale e dialettico delle vere ragioni, che sono molto più profonde: ragioni radicate in una zona animica e vitale molto oscura, e come tali perlopiù non riconosciute e insospettate da chi ne è vittima. 

Lo scorso 23 giugno, la nostra Savitri volle ripubblicare uno scritto di Massimo Scaligero, che apparve prima nel 1955 con l’eteronimo di Massimo nell’edizione di Introduzione alla Magia, III  volume, a cura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca, e poi con quello di Maximus nella successiva edizione  ad opera delle Edizioni Mediterranee, sia pure con alcune improvvide alterazioni del testo, operate da Julius Evola, alterazioni delle quali lo stesso Massimo Scaligero ebbe a lamentarsi. A questa ripubblicazione sul temerario blog di Eco, volli fare un commento, che ripropongo qui di seguito con minime aggiunte e variazioni, in quanto parvemi che il momento presente e le considerazioni svolte nel presente articolo decisamente lo richiedano:

“Un grazie di cuore alla nostra Savitri per la ripubblicazione di questo articolo di Maximus “Appunti sul distacco”, originariamente apparso nel III volume di “UR”, che sin dagli anni settanta del trascorso secolo fece su di me una impressione profondissima e che considero fondamentale per chi segua la “Via Regia”, ossia la radicale “Via del Pensiero”.

Tale Via radicale, da alquanto tempo, sta ricevendo molti attacchi da parte delle “anime belle”, che l’avversano per una sorta di pavor metaphysicus, di autentico terrore di fronte alla travolgente incandescenza dello Spirito che riduce a niente tutti i valori meramente “umani”, uniformandosi ai quali molti sedicenti spiritualisti, che hanno rinunciato all’assoluta impresa interiore, ricercano una comoda giustificazione per sedare la loro buona coscienza, e una consolazione a buon mercato per il senso di fallimento interiore che la rinuncia all’impresa spirituale comporta.

La “Via Regia”, la Via assoluta, la Via eroica, instancabilmente indicata da Massimo Scaligero,  è proprio quella che percorrendo i vari gradi di progressiva intensificazione volitiva della Concentrazione, conduce alla Concentrazione profonda, alla Contemplazione dell’Essere estraformale dello Spirito, che è il “nulla” di tutto ciò che l’essere umano sensibilmente e psichicamente conosce, o si illude di conoscere.

La “natura” – ciò che in tale articolo Maximus, usando la terminologia del Samkhya-Yoga e del Vedanta, chiama “prakriti” – è ciò che l’essere umano, coinvolto dalle sue spire, teme abbandonare, teme vedere dissolversi, e un tale “spavento-terrore” – come lo chiama il Buddha Shakyamuni in un Sutra del Majjhima Nikaya – diviene facilmente avversione per la Via del Pensiero, odio più o meno mascherato per la radicalità della Concentrazione.

La Concentrazione, condotta sino alle sue ultime conseguenze, “arde” e dissolve ogni fallace appoggio dell’illusoria “natura”; recide il legame di oscura brama, di “sete”, che si cela nelle profondità sognanti del sentire, in quelle dormenti del volere; legame che avvince ferreamente l’anima alla sfera corporea, vitale e animale, oltre che alla visione illusoria del mondo.

Pur di rimanere legata a tale abietto servaggio rispetto alla natura caduta, l’ego – il simulacro distorto e caricaturale dell’Io nel corpo astrale – è disposto persino a quella forma cosciente o incosciente di “magia di patto” con potenze avverse allo Spirito, potenze antispirituali suscitatrici del “caos” ad ogni livello.

Rispetto ad una tale prospettiva di “collusione” con le forze dell’antispirito – collusione che può prendere le forme di una titanica “via della potenza”, ma anche le forme più insidiose, dolciastre e stucchevoli, quelle del più sciropposo sentimentalismo moralistico – Massimo Scaligero scrisse in Della Concentrazione Interiore, posta in appendice alla III edizione del “Trattato del Pensiero Vivente”, pp. 137-138, le seguenti emblematiche parole, che completano quanto detto in proposito nell’articolo di Maximus nel III volume di UR :

“Ma il caos ha pure una ragione profonda di essere: suscitare le forze trascendenti dell’Io, perché s’incarnino nell’umano. il semplice “umano” non ha il potere di dominare e trasformare gli istinti: al massimo può pervenire a un “patto” che le entità che manovrano l’uomo mediante gli istinti: ma ciò non è azione spirituale. Occorre donare illimitato potere all’essere trascendente dell’Io, che, in sé identico al Logos, ha tale potere come segreto dell’anima, come segreto del cuore”.

E ciò, come dice il mio amato Dante, “fia suggel ch’ogni uomo sganni”!”

A questo punto è evidente che non è certo con il moralismo, o con il sentimentalismo, o con il misticismo, che si riesce ad uscire dallo stato di tramortimento della coscienza, e a liberarsi dalla paralisi della volontà dell’anima magneticamente attratta dalla corporeità, avvinta alla corporeità in un abbraccio stritolante e mortale. Perché quel sentire mistico, sia pure in forma diversa, oggi è espressione esso pure della inferiore natura egoica esattamente quanto lo sono le più grossolane e rozze pulsioni istintive.

Certo è che la Via del Pensiero è una Via eroica, e non è una via comoda, consolante, adulante e lusingante le vanità e le paure dell’ego. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il grande orientalista Thomas William Rhys Davids, fondatore a Londra della Pali Text Society, nella sua opera Early Buddhism, London, 1908, p.7, scrisse che: “Buddhism has no milk for babies”, ossia egli avvertì crudamente che la Via del Buddha non ha latte per bambini. Una tale espressione radicale, che indubbiamente può apparire dura, ma che è assolutamente realistica, è – a mio orsolupesco e paganaccio modo di vedere – ancor più vera nei confronti della Via Solare, della Via del Pensiero Vivente, la cui disciplina della Concentrazione esige di volere, di volere intensamente, di volere a lungo : esige la consacrazione assoluta della volontà a Ciò che è oltre il semplice umano.

Certo che l’Assoluto Spirituale, che nella sua incandescenza spirituale dissolve la natura – sia la rozza natura umano-animale, che la più “raffinata” natura animica intellettuale, razionale e affettiva  – genera paura e spavento nell’umano: solo gli stupidi e gli sprovveduti possono pensare che di fronte all’assolutezza dello Spirito non tremeranno mai e non sperimenteranno mai nella loro appassionata ricerca quello che il Buddha Shakyamuni, nel Bhaya-bherava Sutta, chiama appunto Spavento e terrore. E solo gli stupidi, gli arroganti e gli illusi su se stessi possono pensare che nel procedere sul Sentiero dell’Iniziazione non sbaglieranno mille volte, non cadranno mille e poi altre mille volte. Ma il problema vero non è certo l’errare, non è il cadere, che in definitiva sono felicissimae culpae, e come tali previste e addirittura auspicate, ossia aventi notevole importanza formatrice, educatrice e purificatrice delle forze dell’anima. I forti, i coraggiosi, errano e cadono mille e poi mille volte, ma ogni volta si rialzano e riprendono – senza concedersi tregua veruna – la lotta mortale con l’inferiore natura e contro quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Armata della Morte, e il suo Oscuro Signore.

Il problema, appunto, non è cadere, ma una volta caduti mettersi a strisciare, e – ed è proprio il caso di dirlo – con una serpentina logica terra-terra giustificare dialetticamente la rinuncia a rialzarsi, lo scegliere vilmente la latitanza e la diserzione dalla lotta in un momento veramente tragico della storia dell’uomo. Momento tragico nel quale :

“La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io ordinario non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco. Occorre all’Io la forza da cui ha origine”.

A questo punto, le lapidarie parole di Massimo Scaligero sono di una chiarezza che non lascia spazio alcuno a funambolismi verbali o a interpretazioni dialettiche forzate. Chi vuol capire, capirà

“La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, cioè alla forza delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità, deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto al corpo astrale e perciò del potere di presa su esso.

L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale. Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, controlla e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze superumane smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare attingendo al proprio potere superumano. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare nell’anima la potenza trascendente dell’Io: solo questa può trasformare gli istinti. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura, indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica: in tal modo egli apre il varco alla potenza trascendente dell’Io.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, bensì diretta, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale « localizzazione » corporea dei tipici movimenti dell’anima”.

Dunque, l’avversione alla Via del Pensiero e alla Concentrazione ha le sue cause profonde nell’avida brama che lega con potente magnetismo l’essere umano a quello stato di abiezione che è l’identificazione alla corporeità animale, e nello spavento-terrore che l’anima, ignorante e schiava della prigionia somatica, prova all’idea di abbandonare la propria prigione e le catene che la avvincono a un tale turpe servaggio. Questa avversione e questo spavento-terrore portano i deboli, i pavidi, gli indecisi a rinunciare all’impresa spirituale. ossia portano alla latitanza, alla diserzione rispetto alla lotta per lo Spirito e contro il dilagare distruttivo dell’Antispirito.

Avversione, spavento, e diserzione possono anche produrre qualcosa di ancora peggiore, e soprattutto qualcosa di ancora più meschino, ossia quella che si può chiamare invidia metafisica : una cosa davvero sudicietta assai. La meschinità di tale metafisica invidia porta a decidere che quel che chi ha abbandonato il campo di battaglia e la lotta per lo Spirito, ha rinunciato a realizzare, “altri” non devono realizzare, non devono conoscere, volere, tentare, osare realizzare. Gli “altri” sono quei animosi lupacci, i quali – magari in maniera tumultuosa e poco elegante – vogliono portare avanti  quella Via del Pensiero e realizzare quella Concentrazione, alle quali le “anime belle” hanno personalmente rinunciato, ritenendo poi che pure gli “altri” – ovvero i lupacci cattivissimi – non debbano realizzare, o anche solo tentare di realizzare. E tanto meno essi  devono diffondere, nella sua forma autentica, la  “eretica pravità” di una Via del Pensiero Vivente, alla quale essi son venuti meno.

Ma siccome i lupacci – pessimi soggetti dal carattere davvero poco raccomandabile – hanno davanti agli occhi la possente figura spirituale di Massimo Scaligero che la Via del Pensiero Vivente ha realizzata, e fatta conoscere coi suoi scritti, dedicando la sua vita ad orientare e aiutare – con abnegazione assoluta e il sacrificio di ogni più legittima aspirazione personale – i cercatori della realizzazione spirituale, ecco che sorge la necessità per le metafisiche – e mefitiche – invidiose “anime belle” di calunniare abilmente – cercando di demolirla o ridimensionarla – agli occhi dei suddetti lupacci cattivissimi, la sua figura spirituale, metterne in dubbio la realizzazione personale, alterarne l’opera scritta, diffondere poco edificanti aneddoti totalmente inventati. Peccato che i lupacci cattivissimi abbiano sviluppato nel corso di lunghi anni – per la loro sopravvivenza – occhi acuti ed una efficientissima “fiutoveggenza”, e sono ben lungi dal “bersi” fideisticamente e acriticamente quanto, sempre più apertamente, questi ambigui figuri vanno raccontando sul conto di una figura spiritualmente abbagliante come Massimo Scaligero, e quanto con fumosi dialettismi, conditi con stucchevole, dolciastra, sentimentalità, vanno dicendo sull’aurea Via del Pensiero Vivente.

Cosa li muove? Brama per il servaggio all’animale vita corporea, accidiosa inerzia animica, ricerca della comodità interiore, spaventoterrore di fronte alla travolgenza del puro Spirituale, avversione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, avversione e ingratitudine nei confronti di Colui che le donò, e  “invidia metafisica” verso coloro che temerariamente si impegnano in una impresa spirituale alla quale essi hanno vilmente rinunciato.

6 pensieri su “L’AVVERSIONE ALLA VIA DEL PENSIERO E ALLA CONCENTRAZIONE

  1. Evviva! Con articoli come questo, mi dicono gli Amministratori, le presenze si impennano (senza contare la spicciolata che sbuca sul social). Ribadisco il fatto che sono, sugli argomenti trattati, disgustosamente pessimista. Suppongo infatti che almeno un 30% degli estemporanei lettori abbia tutte le ragioni dell’universo mondo per sentirsi dolorosamente colpiti dall’articolo. C’è chi ce l’ha giurata contro l’Autore o contro il suo asserito paganesimo o contro il suo buddhismo, forse perché non indossa una maglietta cattopapale. Poi c’è la durezza delle espressioni che, eterodossa per altri credi, fa dire a molti:”Questo chi si crede di essere? Che sia meglio di noi è cosa impossibile” Io accontenterei tutti dicendo che hanno (tutti) ragione, poiché c’è un piano dell’esistenza umana dove ognuno ha la sua ragione. L’Autore parla di tradimenti e di traditori, ma da un altro punto di vista, nessuno tradisce ciò che suo non è, che non gli appartiene. C’è persino chi stigmatizza che simili righe vengano riportate in altri luoghi. Meglio contenerle almeno dentro un Sito di cui è nota la spregevolezza…Ma mi chiedo, c’è un minimo di coerenza, di contenuto in questo articolo o è per davvero tutto da buttare? Ovvero non c’è un minimo di coglioneria nel cannoneggiarlo come fosse l’arcinemico della Via (ri)aperta da Massimo Scaligero? Io, dubitando dei miei stessi giudizi, sapete cosa faccio? Mi costringo a rileggerlo di nuovo, almeno tentando di azzerare il mio ordinario portato animico e non vi dirò com’è andata poiché credo non vi interessi.

    • Hugo scrive sempre meglio, supera sempre se stesso. Poi ha rispetto dei pensieri di Scaligero tanto che riporta i suoi concetti con citazioni non estrapolate e troncate dai loro contesti: questo e’ essenziale e ancor piu’ necessario quando c’e’ da correggere interpretazioni errate spesso intenzionalmente trasmesse per intorpidire le acque e, peggio, mancare di rispetto alle idee originarie. Si vuole cavalcare la teoria del “sublime egoismo”?, quella secondo cui “la concentrazione fa male?” Ebbene ogni volta non si potra’ evitare che certi paganacci peccatori rimettano certe parole, certi concetti, al loro posto. Non c’e’ mica nessun problema.

  2. Da qualche anno cerco di “fare” concentrazione e grazie anche ai vostri suggerimenti e indicazioni ultimamente noto qualche miglioramento. Mi sono permesso di condividere l’articolo su facebook, così d’istinto che non mi è passata per la testa di chiedere l’approvazione da parte dell’autore. E non è la prima volta che accade, si insomma sono recidivo…

    • Ciao Massimo. In facebook puoi condividere l’articolo, non e’ mica vietato. Noi preferiamo pero’ che in blog e siti privati ci chiedano l’autorizzazione.In realta’ esistono dei profili facebook dai quali ci dissociamo per linee che non condividiamo. In quel caso, se accade la condivisione esprimiamo la volonta’ che la cosa non si ripeta. Per tutti vale la regola di citare fonte etc, questo lo rimarchiamo perche’ e’ accaduto in passato che ci abbiano preso degli articoli senza citare la fonte del nostro blog o della nostra precedente piattaforma. Comunque sta tranquillo.In generale ci fa piacere che i nostri contenuti muovano interesse e ringraziamo per questo.

  3. Bene, fa piacere anche a me poter condividere ogni tanto qualche vostro articolo perchè non ho ne amici e ne conoscenti che seguono o che siano interessati agli insegnamenti della scienza dello spirito.
    Solitamente sia di persona che virtualmente non si parla o si scrive di questioni spirituali,tranne con qualche amica buddista legata alla soka gakkai, oppure al tetha healing,
    yoga, o bagni di gong.
    Ovviamente argomento tabù con atei o agnostici (fino a sette anni fa la pensavo pure io così).
    Chissà che leggendo a riguardo della concentrazione qualcuno riesca prendere la decisione di sperimentarla e di leggere qualcosa di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

  4. Pingback: Da meditare - www.amicistarbene.it

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