LE CONFESSIONI DI UN MISCREDENTE

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A quanto pare, le ultime considerazioni svolte su questo temerario blog da quel povero lupaccio spelacchiato di Hugo hanno suscitato davvero alcune concitate reazioni, le quali del resto erano – almeno in taluni casi – ampiamente previste, per non dire del tutto scontate. Al solito, secondo un malvezzo da troppo tempo sempre più imperante e dilagante a tutti i livelli nella bella Terra d’Ausonia, da parte dei più non si entra punto nel merito specifico dei contenuti trattati, ma – con quello stile politico e confessionale tipico di certa parte avversa – si delegittima semplicemente la credibilità dell’esecrabile ed esecrando lupaccio della steppa, infamando la sua correttezza e onestà, persino mettendo in dubbio la sua buona fede ed eziandio la di lui salute mentale. E per questi nobilissimi e cristianissimi motivi, il povero Hugo non deve essere né letto né tampoco ascoltato: conciosiacosaché egli viene condannato ad essere – come veniva proclamato un tempo nel gelido ed eloquente latino del Sant’Uffizio – haereticus vitandus.  

Vi è chi bellamente, sulle pagine di un noto social network, fa presente – ci siamo permessi di “ortopedizzarne” un minimo l’ortografia e la punteggiatura, eccessivamente erratiche, senza toccarne affatto i contenuti, e lasciando invece perdere la sintassi – che :

«[…] la Scienza dello Spirito NON è solo un metodo ascetico, sia pure di “ascesi del pensiero”: E’ una “cosa”, i contenuti di pensiero sparsi nell’immensa opera di Rudolf Steiner, e un “come”, vale a dire la disciplina di cui sopra. Accade allora che in giro vi siano due “vezzi” opposti, per dirla in termini semplici e parziali: il primo è quello di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi” che ignorano l’ABC della disciplina; all’opposto vi sono quelli che sfruttano a loro piacimento solo la disciplina, ovviamente nella loro personale interpretazione, che spesso viene distorta, non so quanto inavvertitamente…, in questo caso “tardobuddhista-neopagano” viene, usata come una clava per picchiare sul resto del mondo…».

Più oltre, sempre il mio “simpatico” critico, dall’erratica ortografia, così ammonisce il responsabile della suddetta pagina del social network:

«[…] facciamo scorrer via certi “paganismi” nell’angolino che li riguarda… all’Antroposofia “fai da te”, che non è poi Antroposofia, anche se sul blog in questione si fregia di questo nome ha già fatto abbastanza danni…».  

And finally, sempre costui, – anche qui, senza toccare minimamente i contenuti e la sintassi, ho dovuto far ampia opra di chirurgia ortografica – rivolgendosi ad un suo telematico dialogante sul suddetto social network, così prosegue:

«[…] capiamoci bene: la questione non riguarda certo la libera ricerca spirituale o la pratica della concentrazione fatta in ambienti diversi da quello steineriano o scaligeriano: Ben vengano i meditanti di “altre tribù”! Questo tipo di concentrazione, tuttavia, ha avuto dei padri ben precisi che l’hanno trasmessa come centro di un determinato sistema iniziatico e spirituale che si chiama, specificamente, Antroposofia. Essa ha, esercizi compresi, ben determinati contenuti, che formano un tutto organico e “sinfonico”. Ora se ci si richiama esplicitamente e pubblicamente a tale “etichetta” sarebbe bene che, per onestà intellettuale e fedeltà, si mantenesse una certa qual aderenza ai contenuti di essa, oppure si riconoscesse francamente di “utilizzarne” alcuni aspetti, negandone altri, per propria “equazione personale” e libera scelta. Invece il signor “HdP” fa un’altra operazione: si considera “paganamente al disopra” e svillaneggia tutti quelli che, anime “belle” o meno, si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano, con dei risvolti a mio avviso quasi patologici. Ora se è in qualche modo comprensibile come non pochi utenti di “figlie” dell’antroposofia, medicina, pedagogia, agricoltura, ne usufruiscano senza volersi curare della “madre”, non mi sembra condivisibile un comportamento del genere da parte di chi si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri” , parlando poi da un podio “eco-antroposofico”: tutto qui: Rudolf Steiner, per inciso, raccomandò che la Anthropos Sophia NON andasse per il mondo disgiunta dal suo nome… Insomma: se la “cattoantroposofia” è biasimevole, la “paganantroposofia” è addirittura un ossimoro…».

Beh, devo confessare che proprio peccato d’origine fu il mio, che già nella mia adolescenza incontrai l’India spirituale sul mio sentiero, e fu amore a prima vista: sicuro retaggio di antiche vite. Ma quel che mi colpì della antichissima spiritualità indiana fu la sua assoluta a-dogmaticità e l’istanza della radicale sperimentabilità. Ossia il fatto che l’esperienza spirituale umana è a fortiori multiforme, e il Divino o, se si vuole, l’Assoluto, è direttamente – e radicalmente – sperimentabile dall’uomo, indipendentemente da qualsivoglia mediazione sacerdotale e di qualsivoglia istituzione.  

Lo stesso Massimo Scaligero ricorda spesso il detto: «La Realtà è una, le verità sono molte». Parole che ricordano quelle molto simili – anzi identiche nel loro interiore contenuto di verità – dei Veda, là dove nel gveda Samhita, 1.164.46, da Dîrghatamas (purohita, ossia sacerdote del fuoco vedico, e sacerdote capo del Re Bharata, Aitareya Brahmana, VIII.23, uno dei primi Re, dal quale l’India prese il nome tradizionale di Bharata, nonché Ṛshi della più antica e nobile stirpe: quella degli Angirasa) è detto: «Ekam sat, viprâḥ bahudhâ vadanti», ossia che la Realtà è una, la Realtà è l’Uno, e i saggi le dànno molti nomi. E Massimo Scaligero, in scritti e in colloqui vari, affermava sovente che ogni essere umano ha inevitabilmente la sua verità, parziale e forzatamente unilaterale frammento, più o meno esteso e profondo a seconda della maturità spirituale di ogni singolo essere umano. Ossia, la frammentaria, parziale e unilaterale verità del singolo essere umano è quanto dal suo punto di vista – quel che nella sapientissima India era chiamato darśana, appunto “visione” – egli è in grado di percepire della Realtà Una. E nei colloqui che avevo periodicamente con lui, più volte Massimo Scaligero mi citò il mirabile detto di Protagora – ch’egli addirittura difendeva dalle critiche di Socrate – nel quale il sofista ellenico affermava che: «L’uomo è la misura di tutte le cose: delle cose che sono in quanto sono, e delle cose che non sono in quanto non sono».   

Ma questo non implica affatto che le differenti verità siano tutte equivalenti, ch’esse di conseguenza si appiattiscano tutte in un informe magma e in uno scipito relativismo, in quanto esiste ben una gerarchia delle singole e diverse verità, le quali – a seconda della maggiore o minore potenza del pensare del soggetto conoscente – saranno maggiormente vicine o maggiormente lontane dall’unica Verità-Realtà, da quell’Uno Unissimo che è unica Verità, perché appunto unica Realtà. Ma alcuni pochissimi, veramente assetati d’Incondizionato, affamati di Assoluto, possono rompere il guscio-limite umano, rompere ogni limite conoscitivo umano, di modo che per essi non esistano più “opinioni” e “punti di vista”, ma solo e unicamente l’unica Realtà, alla quale essi sono avvinti con Intelletto d’Amore.

E una tale gerarchica molteplicità di verità – quali aspetti dell’unica Realtà-Verità – non esclude per niente che nel mondo come lo sperimentiamo, in questo sempre più immondo mondo, non vi sia e non agisca distruttivamente anche la menzogna, la non-verità coscientemente, volutamente, affermata e proclamata con il fine palese o segreto di nuocere altrui, spargendo cotal menzogna come veleno nelle anime e nel mondo.

Quando, a fine giugno del 1970, incontrai per la prima volta Massimo Scaligero, io avevo già incontrata la Scienza dello Spirito, nell’agosto del 1969, attraverso la generosa mediazione di L.C., e nel successivo gennaio 1970 avevo preso la decisione di consacrarmi alla Via del Pensiero e, tra mille difficoltà, iniziata la pratica degli esercizi. L’incontro con Massimo Scaligero si svolse in un’atmosfera molto particolare, in quanto allora erano presenti con me, nel suo studio all’ultimo piano in Via Cadolini, il mio amico L.C. – e su questo punto condivido totalmente quanto afferma Marina Sagramora, ossia esser colui che ti fece conoscere il Maestro l’amico più grande della tua vita – personalità fortemente “magica”, il musicista romano A.S., israelita praticante, ed io che provenivo dall’ascesi buddhista e che mi sentivo profondamente legato al Buddhismo Mahayana. Una delle cose – per me particolarmente importanti – che Massimo Scaligero mi disse – già in quel primo incontro, ma che ripeté molto spesso in seguito – fu che io non dovevo “credere” a niente: che non dovevo credere una cosa perché la diceva lui, Massimo Scaligero, o il mio amico L., o i cosiddetti antroposofi, dei quali, del resto, allora, non sapevo proprio un bel niente. Non dovevo “credere” a niente, bensì dovevo sperimentare di persona, e verificare autonomamente e faticosamente tutto : verificare ogni volta e in ogni caso – soprattutto quando era scomodo farlo – se una cosa, una idea, una pratica, un esercizio, fossero veri, giusti, corretti, efficaci, fecondi nel cammino di conoscenza e di realizzazione spirituale, che avevo scelto di intraprendere. E non accettare nulla che non reggesse alla prova, alla spietata verifica, di questo “dissolvente universale” di questa scomoda sperimentazione diretta. Furono altri a chiedermi di “credere” e di piegarmi ad una passiva e acritica “obbedienza”, e la mia riottosità a tali imposizioni me li rese nemici mortali. 

In Massimo Scaligero, io ritrovavo quell’atteggiamento radicalmente “scientifico” che tanto amavo nella posizione conoscitiva del Buddha Shakyamuni, il quale ponendo ex abrupto l’istanza dell’esperienza diretta – “unica regina sovrana in questo campo”, direbbe Arturo Reghini – invitava a non credere. E come riporta un autore francese, Hervé Clerc, in Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune. Adelphi, Milano, 2015, pp. 22-23, il Buddha:

«Ai Kâlâma, abitanti di una piccola città del regno di Kosala (uno dei due regni in cui insegnava, nel Nord dell’India), egli raccomanda di non tenere per vero nulla di cui non abbiano personalmente accertato la veridicità e sperimentato il carattere benefico. Pensate da voi. Vedete con i vostri occhi. Siate i maestri di voi stessi, dice il Buddha.

Nessuno è tenuto a prendere tutto, a credere a tutto. Non c’è bisogno di credere alla reincarnazione, ad esempio, per essere buddhista. Non c’è bisogno, di fatto, di credere a nulla. Un buddhista non crede, vede. E quando non vede, aspetta di vedere, pazientemente.

Alcuni maestri zen – versione cinese del buddhismo (riconfigurata dai giapponesi) – affermano persino che per vedere è preferibile non credere, tenersi a monte delle credenze, con le braccia penzoloni, la bocca aperta, candidi come un bimbo, senza cercare né inseguire nulla. […]

Il buddhista è asaddha : senza fede ma non senza fiducia, senza apriori, senza partito preso, senza dogmi, senza credo ma non per questo inquieto. Egli crede a quel che vede».  

Più oltre, alle pp. 137-139, il nostro lucido e simpatico autore d’Oltralpe prosegue nella descrizione dell’incontro del Buddha Shakyamuni con i suoi alquanto perplessi interroganti, e vale la pena di trascrivere l’intero pezzo per il beneficio e l’utilità del candido lettore :

«I Kâlâma.

Se tutte le verità sono trascinate da una stessa corrente, inestricabilmente mescolata di luci e di ombre, di verità e di errori, come orientarsi? Come decidere tra chi dice bianco e chi dice nero?

Già duemilacinquecento anni fa questo dilemma assillava i Kâlâma, gli abitanti della piccola città di Kesaputta, nel regno di Kosala. C’era a quei tempi, nella piana del Gange, un po’ come in Grecia nello stesso periodo, un’abbondanza di insegnamenti e di insegnanti, ognuno dei quali offriva la sua visione del mondo, le sue ricette di condotta, le sue tecniche di concentrazione, denigrando le altrui. Tra queste offerte discordanti i Kâlâma non sapevano più dove sbattere la testa. E dato che il Buddha passava da Kesaputta, lo interrogarono. «Vengono da noi asceti, brahmani. Ci espongono la loro dottrina, ciascuno descrive come buona la propria via e critica la via degli altri. Poi arrivano altri asceti, altri brahmani. A loro volta ci presentano la loro dottrina come veritiera e denigrano quelle degli altri. Tutto ciò ci detta nella perplessità, non sappiamo più dov’è la verità, dove l’errore».

Oggi, come i Kâlâma, siamo a confronto con visioni del mondo venute da orizzonti diversi, ognuna aspira alla verità e denigra più o meno apertamente quelle degli altri. La stessa domanda si pone per noi : come orientarsi?

Alla domanda dei Kâlâma il Buddha rispose con questo consiglio «unico nella storia delle religioni», dice Walpola Rahula, autore di What the Buddha Taught [sc.: Che cosa insegnò il Buddha]. Il Buddha spiegò loro, in sostanza, che il miglior criterio per orientarsi nella vita era il proprio giudizio fondato sull’esperienza : «Non lasciatevi guidare da resoconti orali, dalla tradizione, dal sentito dire, dall’autorità dei testi religiosi, la mera logica, le deduzioni, l’apparente competenza di chi parla,, la verosimiglianza, il piacere della speculazione, non lasciatevi guidare neppure da questo pensiero : “È il nostro maestro”. In compenso, quando constatate di persona che certe cose sono malsane (akusala), che conducono alla sofferenza e al male, allora rinunciatevi… ma se constatate di persona, con occhi ben aperti, che certe cose sono benefiche (kusala), allora sì, accettatele e mettetele in pratica». (p. 2).

Non accettate l’autorità di sacerdoti, filosofi, sapienti o maîtres à penser. Riflettete da voi, vedete con i vostri occhi e non attraverso lo sguardo altrui, sperimentate di persona. Pensate da soli. Tale fu l’insegnamento del Buddha ai Kâlâma.

Nella storia della verità, ancora da scrivere […], il buddhismo resterà la sola dottrina che proclama delle verità con l’espressa consegna di non aderirvi.

Un buddhista abbandona tutti i «punti di vista», anche i veri, e a maggior ragione quelli falsi. E quando li ha abbandonati non parte in cerca di nuovi punti di vista. Resta tranquillo, senza cercare «nessun sostegno, neanche nella conoscenza» (Sutta Nipata).  

Come un padre getta i figli in mare, persuaso che sia il modo migliore per imparare a nuotare, così il buddhismo getta le sue verità nel fiume del tempo, ha fiducia che riusciranno a galleggiare da sole. Il tempo sembra dargli ragione».

E questa è sempre stata nel tempo – costantemente – la mia convintissima posizione. Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L., pur ancora adolescente, avevo già letto molto della letteratura “occulta” e spirituale che vi era a giro allora in Italia. Ma per la prima volta, in L. io incontrai un autentico occultista – anzi un vero mago – che non mi diceva con altre parole quello che aveva letto nei libri, che io pure avevo letti, bensì quello che lui stesso aveva direttamente, personalmente, sperimentato. A quel tempo, mi accorgevo in pochi secondi se qualcuno mi riferiva semplicemente quel che aveva letto nei libri, facendolo poi passare o meno per proprio. E così L. riuscì a far breccia nella mia posizione di trincerata difesa a oltranza. Ma, più vastamente, e radicalmente, ciò fu ed è per me ancor più valido nei confronti di Massimo Scaligero, il quale mi invitò da subito a passare risolutamente all’azione, alla coraggiosa esperienza diretta. Egli, come il Buddha Shakyamuni, porgeva al ricercatore della Conoscenza l’aureo invito : «Ehi, phassiko», ossia: vieni e vedi!

Del resto, Massimo Scaligero così si esprime nel opuscolo dattiloscritto, da lui fatto apparire anonimo, REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo LA MODERNA SCIENZA DELLO SPIRITO, ch’egli porgeva a coloro che ricercavano una connessione operativa con la Scienza dello Spirito :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti, metafisicamente fondati, di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo di questo tempo, perciò come sostanziale terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione bensì un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, cristiano o buddista o islamico, ecc. di ritrovare le fonti vive della propria religione e al tipo agnostico o ateo di questo tempo, di riconoscere da sé sperimentalmente lo Spirituale da cui il suo sentimento ateo muove.

La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità».

Direi che più chiari di così – oserei dire: più scientifici e meno dogmatici di così – sia veramente difficile essere. Massimo Scaligero mi chiese il coraggio di praticare, di voler sperimentare il Pensiero Vivente, e non di “credere”, o di “diventare cristiano”. Non me ne fece mai parola. Anzi, sin da quel primo incontro e nei successivi, mi invitò ad approfondire il Buddhismo, in particolar modo quello Mahayana, e a tale proposito mi donò alcuni suoi scritti, uno dei quali è stato da me tradotto e pubblicato su questo audacissimo blog, mi rivelò retroscena particolari della storia del Buddhismo stesso, e mi dette esercizi specifici dei quali nel tempo molto mi sono giovato. Quanto poi alla Religiosità Olimpica e ai Misteri dell’antico Mondo Classico, Massimo Scaligero – non richiesto, ossia di sua autonoma iniziativa – una volta così mi disse, suscitando in me stupore e gioia : «Un giorno torneremo al Politeismo!». Mi assumo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza.    

E siccome le accuse che, dopo scomparsa di Massimo Scaligero, mi furono rivolte da varie persone della mia città e di Roma – risultate  poi tutte collegate tra loro – ossia le accuse di essere “buddhista”, “orientale”, “yoghico”, “pagano”, “non cristiano”, et alia multa, sono le stesse identiche accuse che l’innominabile Innominato osò pronunciare in casa mia nei confronti di Massimo Scaligero venti anni fa – precisamente nel 1996, ripetendole poi l’anno successivo – alla presenza di un’altra persona la quale, se volesse ricordare, potrebbe benissimo testimoniare la veridicità di quel che vado affermando.

Naturalmente, l’Innominato mi fa veramente troppo immeritato onore – e lo dico assolutamente convinto e senza traccia alcuna di quella stucchevole e ipocrita “umiltà”, che la parte avversa tanto volentieri affetta – paragonando la posizione spirituale di questo vecchio lupaccio cattivissimo a quella di Massimo Scaligero. Ma nel tempo – mercè l’esperienza acquisita in tante furibonde battaglie e una qual certa innata orsolupesca “fiutoveggenza” – sono arrivato a capire sin troppo bene il motivo di tanto immeritato onore fattomi, ossia il fatto che gli attacchi rivolti dall’Innominato e dai suoi assecli alla mia selvaggia e socialmente poco presentabile persona avevano l’esclusivo fine di aggredire la figura spirituale di Massimo Scaligero e la Via del Pensiero Vivente da lui donataci, nonché manodurre, mediante un ben scaltro “trasbordo ideologico inavvertito”, la Comunità Solare da lui fondata, paralizzarla, disperderla e, ove possibile, in parte recuperarne i membri nelle file confessionali.  

Detto questo, personalmente io non ho assolutamente nulla contro coloro che, secondo il mio “simpatico” critico, sono vittime del “vezzo” «di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi”, che ignorano l’ABC della disciplina». Non ho assolutamente nulla contro di loro per il fatto che non fanno gli esercizi offerti, e non imposti, dalla Scienza dello Spirito, perché il farli è frutto di una libera scelta, la quale a sua volta dipende dalla maturità interiore personale, dalla propria storia umano-cosmica, dall’aver avuto dai Numi il dono degli “incontri” giusti, e molto altro ancora. Può dispiacermi, certamente, nel caso di singole persone, che stimo moltissimo e reputo oneste e mature, il fatto ch’esse non pratichino gli esercizi, e questo può essere – se si vuole – un difetto, una debolezza, ma non è assolutamente una colpa.

Non esiste, non può esistere, non deve esistere la “libertà obbligatoria”, e il consacrarsi al Sentiero della Conoscenza è una libera scelta, alla quale nessuno può essere costretto. Il fare gli esercizi indicati dalla Scienza dello Spirito non può essere che frutto di una tale libera scelta. Il non scegliere di fare gli esercizi della Scienza dello Spirito, alla quale molte persone sono sinceramente devote, nulla toglie al valore morale di tali persone.

Uno, pur aderendo pienamente alla concezione spirituale del mondo proposta dalla Scienza dello Spirito, magari valutando male le proprie forze, può non sentirsela di assumersi un impegno assoluto, implicante una consacrazione totale di sé alla Via e al Mondo Spirituale. Lo posso capire. La Via è indubbiamente molto aspra e difficile, richiede grandi sacrifici che mettono a dura prova anche i più volenterosi, esige totale abnegazione. Essa esige l’amare l’Ascesi per se stessa e non per la gratificazione di eventuali risultati, che possono anche non venire per lungo tempo, o non esser esattamente quelli che una insufficiente conoscenza e una aspettazione egoica potrebbe ingenuamente prefigurarsi.

Semmai, quel che è veramente inammissibile è che i dirigenti della Società Antroposofica facciano di tutto per scoraggiare in vari modi la pratica interiore – come hanno fatto per lungo tempo – e calunnino luminose personalità spirituali come Marie Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero. E, negli ultimi tempi, si è visto persino il triste spettacolo di dirigenti della Società Antroposofica criticare lo stesso Rudolf Steiner, con accuse pretestuose e assolutamente false, giungendo ad unire la lor propria voce a quella di nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, facenti parte delle “truppe d’assalto” della confessionale parte avversa. Ed è vergognoso il silenzio che a tale proposito domina tra le file antroposofiche e, come vedremo, non solo.

Da un po’ di tempo, poi, non è che tra gli “scaligeropolitani” – come il mio amico C., energico e valoroso “asceta d’altra dottrina”, chiama scherzosamente gli abitanti di “Scaligeropoli” – le cose vadano proprio a meraviglia, e che nell’ambiente abbondino rose e fiori. Anzi, sicuramente qui è molto più insidiosa e pericolosa l’azione surrettizia di sostituzione ed alterazione dei contenuti originari, la quale giunge persino alla falsificazione dei testi scritti del Maestro – come abbiamo avuto modo più volte di constatare e denunciare – volta a denaturare e disgregare la Comunità Solare, azione operata dall’Innominato e dai suoi – coscienti o non coscienti: poco importa – assecli. In questi quasi trentasette anni dalla dipartita di Massimo Scaligero, con un crescendo dapprima prudente e poi sempre più sfacciato, ne abbiamo viste proprio di tutti i colori.

Hugo de’ Paganis non «si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri”», e non si considera affatto «“paganamente al disopra”» e non «svillaneggia tutti quelli che anime “belle” o meno si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano», come afferma sul noto social network il mio acidulo critico, attribuendomi addirittura persino «dei risvolti a mio avviso quasi patologici». I fatti sono fatti, e non opinioni o interpretazioni tendenziose dettate da stati d’animo. Ed è un fatto che Massimo Scaligero – come, non richiesto, testimoniò in varie riunioni più volte Alfredo Rubino – caricò le spalle di questo eretico lupaccio della immane responsabilità di orientare la comunità spirituale nella sua città. Massimo Scaligero indicò con assoluta chiarezza e precisione che cosa doveva essere fatto e come doveva essere fatto, e soprattutto indicò con ancor maggiore chiarezza e precisione che cosa mai e poi mai avrebbe dovuto essere fatto. E di questo egli parlò persino nell’ultimo incontro rituale, avvenuto in Via Cadolini il 25 gennaio 1980 – dunque poche ore prima della sua dipartita – incontro al quale erano presenti altre persone, le quali oggi paiono non ricordar o non voler ricordar più.

Ma dopo la sua dipartita, si cominciò a dire – nella mia città e in quel di Roma – che prima c’era Massimo Scaligero tra noi, e che dopo ch’egli ci aveva lasciati «i tempi erano cambiati» e che, di conseguenza, doveva essere cambiato anche il modo di praticare la Scienza dello Spirito: sia a livello individuale che nelle riunioni rituali. Dapprima, tentarono di convincermi con grande dispendio di parole e di dialettica, affermando che «dovevo non essere così “rigido”», e che «dovevo dare una “interpretazione creativa” a quello che Massimo Scaligero aveva detto»; poi, resisi conto che io ero totalmente refrattario a simili adescamenti da cortigiane, si passò apertamente a cristianissime forme di brutalità morale nei miei confronti – ingiurie e minacce – e a calunniare, diffamare cristianamente il sottoscritto – rigorosamente alle spalle – e a isolarlo il più possibile dagli amici, sino al tentativo di ostracismo totale. Le accuse, prima proferite molto coraggiosamente alle spalle e poi sempre più apertamente e brutalmente, persino nelle riunioni rituali, cinicamente e sacrilegamente profanate, sono – allora come oggi – che sarei stato e sarei tuttora unilaterale, eccessivamente fissato con la Concentrazione e la Via del Pensiero, che trascurerei gli esercizi di equanimità, positività, e spregiudicatezza, virtù delle quali essi, invece, mi davano – e constato che tutt’oggi mi dànno – così fulgide e convincenti lezioni. Venivo e vengo cristianissimamente accusato del fatto che trascurerei i necessari «tre passi nella moralità», che sarei “pagano”, “orientale”, “yoghico”, “buddhista”, “essenico”, “anticristico” e “antigraalico”. E – sempre cristianissimamente, s’intende – venivo pubblicamente imputato di essere clinicamente “paranoico”, accusato di soffrire di “paramnesie” per cui mi sarebbe sembrato di “ricordare” eventi diversi dalla realtà, di essere addirittura posseduto dagli Asura. Miracolo ch’io non sia stato consegnato al braccio secolare al fin d’esser combusto!

Come ho avuto già modo di raccontare, dolore, stupore e sconcerto suscitò in me l’udire direttamente uscire dalla bocca dell’Innominato – ex suis ipsissimis verbis – analoghe accuse da lui rivolte a Massimo Scaligero. E questo è un fatto, e non una mia soggettiva “impressione”, una mia personale e interessata “interpretazione”, o una mia patologica “paramnesia”, e men che meno da parte mia una impudente invenzione o una volontaria menzogna: chi era allora presente a casa mia all’incontro con l’Innominato, se vuole, può ricordare e testimoniare la verità di quel che ho detto.     

Ora, come ho avuto modo più volte di scrivere, sed repetita iuvant – che tra i doveri imprescindibili e più sacri di chi è stato investito della pesante responsabilità di essere un orientatore, e non un dis-orientatore, vi è quello lottare e difendere la Verità contro la menzogna, di difendere il Maestro – non fosse altro che per il gioioso dovere di una illimitata gratitudine nei suoi confronti –  contro le infamie e le sporche calunnie che, in maniera aperta o celata, e soprattutto da parte di coloro che meno dovrebbero, vengono vigliaccamente portate contro di lui con la determinata volontà di distruggerne l’opera spirituale.

Massimo Scaligero, nel luglio del 1971, mi accolse – ritualmente – nella Classe Esoterica trasmettendomene i contenuti, con l’onere di comunicarli come “Lettore di Classe” ad altri che se ne dimostrassero degni. La stessa cosa fecero Hella Wiesberger, Gianandrea Balastèr ed altri membri del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nel 1985, ed io presi su di me con totale serietà, con sincerità, senza veruna riserva mentale, tutti gli impegni sacrali che l’appartenenza alla Classe Esoterica comportava. E mi lasciò alquanto amaro nel cuore, e disgustato nell’anima, sentirmi dire da una persona, risultata poi strettamente legata all’Innominato, che «io dovevo dare una interpretazione “creativa” agli impegni che avevo preso, alle promesse sacre, ai giuramenti solenni che avevo fatto». In effetti, la stessa persona mi aveva già più volte dimostrato in passato quanto valessero per lei promesse e giuramenti sacri, allorché, tanto per fare un esempio, avendole io ricordato uno di tali giuramenti, per di più da essa messo per iscritto, dapprima negò sfacciatamente di aver mai fatto un tale giuramento e persino che esistesse un tale suo scritto, poi di fronte all’evidenza cartacea, pretese di cavarsi disinvoltamente d’impaccio dicendomi: «Ma quelle sono solo parole». Lascio all’apprezzamento del candido lettore il concetto di una verità “a geometria variabile” di una tale persona, e taccio del resto.

Tra gli impegni sacri che si assume chi entra nella Scuola Esoterica – impegni che io, a suo tempo liberamente assunsi e ai quali cerco, tutt’oggi, malgrado i miei molti difettoni, con ogni mia forza di essere fedele – vi è quello di assumere su di sé il destino della Scienza dello Spirito, di far propria la causa di essa «davanti a tutto il mondo con tutto il suo pensare, sentire e volere». «Non in modo diverso si può essere membri di questa Scuola», viene detto sin dalla prima Lezione di Classe.

Quanto alla veridicità, sempre nella Classe Esoterica, così vien detto:

«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di ogni cosa, del fatto che qualsivoglia parola che noi diciamo deve essere esaminata, nel senso più severo, così ampiamente che noi possiamo presentarla come verità. Poiché affermazioni non vere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere alcuna illusione, anzi su ciò deve regnare la più assoluta chiarezza. Quel che conta non sono le intenzioni, giacché esse l’essere umano le assume molto facilmente, ma è la Verità obbiettiva quella che conta. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo, ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello ch’egli ritiene essere vero, ma c’egli si senta in dovere di esaminare se ciò che egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché unicamente se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituale, le cui forze passano attraverso questa Scuola, noi potremo attraversare tutte le difficoltà che si porranno di fronte all’Antroposofia».

A me queste parole – come direbbero Massimo Scaligero e il mio amato Dante – mi han sempre fatto «tremar le vene e i polsi», per l’immane responsabilità che comporta l’aver incontrata la Scienza dello Spirito, e ancor di più l’esser stati accolti nella Scuola di Michele, E che nel tempo le cose siano andate ben diversamente da quanto espresso nell’ammonizione di cui sopra, risulta dalle parole – per me dolorosissime: nell’udirle mi venne un tuffo al cuore – che Massimo Scaligero disse a varie persone, oltre che personalmente a me: «Nei Mondi Spirituali è stata cancellata persino la parola “Antroposofia”!».

Ora, per vedere quanto grande sia in certi ambienti questo “amore” per la Verità, basta vedere quel che scrive un “amico” e “compagno di merende” del mio sereno (si fa per dire…) critico, su un forum, da sempre molto caustico peraltro nei confronti del presente blog, forum che si vorrebbe dedicato alla Scienza dello Spirito, mentre è estremamente “morbido” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere. Costui, prendendo spunto da un mio precedente articolo così scrive, il 14 aprile 2016, sul forum del quale è magna pars:

«Stamattina ho letto l’articolo di Hugo de Paganis su Ecoantroposophia.it dal titolo Il disvelamento avversato (del 08/04/2016) e ne sono rimasto particolarmente colpito.
E’ un articolo molto lungo, prende spunto da un episodio di menzogna perpetrata (a fin di bene) a Massimo Scaligero, da non precisati discepoli, segue con i vari tipi di menzogna possibili: alcuni per vanità e ambizione smisurata, ma altri mentono persino dicendo la verità perché sono essi stessi la menzogna, come insegnava Scaligero nelle sue ultime ore. Ne è conseguita da parte del nostro Hugo che una “diffidente prudenza” sia stato il leitmotiv di tutta la sua vita».

Il sostenere che possano esistere “menzogne perpetrate a fin di bene”, è cosa che a questo cattivissimo lupaccio della steppa fa letteralmente gelare il sangue nelle vene e nelle arterie, mozzare il respiro, ed anche arruffare per il raccapriccio tutto il pelo della sua vecchia pelliccia. È un fatto che l’esiziale principio che “il fine giustifica i mezzi” – una delle massime operative della mai troppo esecrata compagnia – abbia mostrato lungo 2000 anni tutta la sua indubbia efficacia pratica nel promuovere gli “idealistici”, “disinteressati”, e cristianissimi interessi di quella possente organizzazione di potere politico-economico, che troppo a lungo ha presieduto ai destini dell’Occidente, e non solo.

Che, poi, il “fine”, al raggiungimento del quale sia giustificato – a loro dire – l’uso della menzogna, o la violenza spinta, quando serva, sino al brutale assassinio, sia o possa essere davvero “buono”, è cosa di cui, se costoro permettono, è lecito fortemente dubitare. Basti pensare alle vergognose calunnie e alle sfacciate menzogne che per venti secoli son state dette sugli Antichi Misteri, sulla Religiosità Olimpica, su Sapienti e Iniziati del Mondo Classico, alle calunnie e alle persecuzioni sanguinose nei confronti della religiosità antica, alla distruzione di templi e sedi dei Misteri come il Telesterion di Eleusi, il Serapeum di Alessandria, o il massimo Tempio di Iside, ossia l’Iseum di Philae nell’Alto Egitto, rievocare l’assassinio a tradimento per mano cristiana di Giuliano, Imperatore e Iniziato, l’assassinio su commissione eseguito con inaudita ferocia – a pro’ del “santo” patriarca di Alessandria d’Egitto Cirillo, eretico monofisita – della Epopta e Ierofantide Ipazia, nonché quello di tanti altri Iniziati, la persecuzione dell’antica Gnosi, del Manicheismo e delle comunità cristiane non “ortodosse”, la sfacciata menzogna – autentico “falso” in atto pubblico – della cosiddetta “Donazione di Costantino”, smascherata nel Rinascimento dall’umanista Lorenzo Valla, le menzogne dette sui Rosacroce, le calunnie, le menzogne dette sul Conte Alessandro di Cagliostro, la sua persecuzione bestiale e il suo assassinio, l’opera di insozzamento postumo della sua figura spirituale, nonché la denigrazione della sua corrente iniziatica. E molto altro che, per motivi di spazio e di noia, taccio.

Per non parlare della vasta opera di calunnia e di persecuzione da parte della suddetta, non precisamente idealistica, organizzazione di potere politico-economico, che di religiosi panni si veste e si traveste, nei confronti di Rudolf Steiner, compreso il suo avvelenamento e la vergognosa persecuzione giudiziaria da parte del parroco Max Kully di Arlesheim, l’incendio del Goetheanum, l’infiltrazione di agenti informatori e provocatori nella Società Antroposofica, il furto del testo della Classe Esoterica,  la vergognosa persecuzione sempre da parte della stessa potenza straniera d’Oltretevere di Massimo Scaligero – cosa che io appresi direttamente dalla sua stessa bocca, oltre che da altre fonti fededegne – e tante altre belle cosucce che, se scritte tutte, supereremmo in volume la stessa Enciclopedia Britannica.

Ora, il “compagno di merende”, amicissimo del primo critico di cui sopra, nel forum sul quale scrive, così prosegue varie righe dopo:

«D’altra parte devo ammettere che sono stato toccato dalla parte dell’articolo che parlava della coerenza di azione. Ovvero degli antroposofi che fanno la comunione nonostante la scomunica. Certo le citazioni che Hugo inserisce ad hoc nel suo discorso, fanno vedere uno Steiner molto critico con la chiesa, ma ce ne sono anche altre in cui ad esempio disse a Padre Trinchero, membro della classe esoterica, di non lasciare l’abito, ma di proseguire la sua azione nella chiesa».

Mi duole doverlo dire, e dargli così un ulteriore dispiacere, ma io non inserisco affatto pretestuosamente “citazioni ad hoc nel mio discorso, bensì io riferisco e documento fatti, e potrei documentarne tranquillamente varie migliaia di tali fatti, punti dell’opera e della biografia di Rudolf Steiner assolutamente chiari circa la sua posizione assolutamente negativa – malgrado il poderoso sforzo compiuto da parte dell’anonimo redattore della rivista romana sedicente “scaligeropolitana” per dimostrare il contrario – nei confronti della chiesa cattolica e la distruttiva azione di questa  a livello spirituale, sed transeamus.

Quanto al fatto che il barnabita Giuseppe Trinchero appartenesse alla Classe Esoterica, questa è semplicemente una fiaba. È vero ch’egli incontrò a Dornach Rudolf Steiner ma, stando alla vasta documentazione in mio possesso, non risulta ch’egli abbia mai fatto parte della Classe Esoterica : qui il nostro “compagno di merende”, che pensa di esser lui molto abile e noi molto stupidi, semplicemente “affabula”, pensando che i suoi lettori, non potendo verificare quello che egli dice, riterranno quanto da lui semplicemente raccontato – e non documentato – sia perlomeno verosimile. Purtroppo per lui, vi è chi verifica e controlla: sui documenti.

Giuseppe Trinchero era un sacerdote barnabita, che inizialmente si era molto impegnato e compromesso nel movimento modernista, sul quale fece pure la sua tesi di laurea all’università di Bologna, sostenuta col Prof. Francesco Acri, cattedratico fanaticamente cattolico : movimento modernista contro il quale la chiesa cattolica fu durissima, giungendo col Papa Pio X a imporre a ogni sacerdote il giuramento antimodernista e a comminare varie scomuniche. Il Padre Giuseppe Trinchero era poi passato su posizioni mistiche e antirazionalistiche, e ciò nonostante per tali sue posizioni ebbe numerose grane con le gerarchie ecclesiastiche, subendo da esse censure varie e addirittura, per un certo periodo, anche la sospensione a divinis

Il Trinchero venne in contatto con Rudolf Steiner e l’Antroposofia appena un paio d’anni prima della scomparsa di Rudolf Steiner, e poco più di un anno prima che questi si ammalasse. Ho copia di vari documenti autografi del Trinchero, ma non della sua appartenenza alla Classe Esoterica, tanto più che alcune tendenze sue spirituali mostrano una sua qual certa divergenza rispetto alla Scienza dello Spirito su non pochi punti, che a giudizio, non solo mio, paiono fondamentali. Egli tradusse e pubblicò, presso la casa editrice Fratelli Carabba di Lanciano, l’opera del Dottore Nietzsche, lottatore contro il suo tempo e, con la casa editrice di Ciro Alvi, l’Atanòr di Todi-Roma, l’opera di Guenther Wachsmuth Le forze plasmatrici eteriche, alla quale fece pure una prefazione da lui apertamente firmata. Per un po’ di tempo, frequentò il cenacolo della baronessa Emmelina de’ Renzis, che si riuniva in Via Gregoriana a Roma, ma non il Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza in Corso Italia. A quell’epoca, in Italia non era stata istituita la Classe Esoterica : addirittura era fallito il tentativo di un viaggio di Ita Wegman per consacrare la Classe in Italia. Solo dopo la seconda guerra mondiale, il Lascito di Rudolf Steiner incaricò Giovanni Colazza di fondare e consacrare, per la prima volta in Italia la Classe Esoterica. Padre Giuseppe Trinchero conobbe l’Antroposofia, tramite alcune amicizie, intorno al 1922. Due anni più tardi, si recò a Dornach, per la prima volta, per ascoltare alcune conferenze di Rudolf Steiner. Vi ritornò poi solo una seconda volta nel 1932, per continuare ad avere contatti con la Società Antroposofica. Padre Giuseppe Trinchero, già sospettato di eresia dalla curia genovese. a causa del suo primo viaggio a Dornach, venne denunciato alle autorità ecclesiastiche superiori dall’Arcivescovo di Genova e dal Sant’Uffizio. Di ritorno dal suo primo viaggio svizzero il Trinchero fu spedito, come misura disciplinare, alla residenza coatta nella Casa barnabita di Monteverde, a Roma. Nel 1935, si trasferì presso la sorella Clotilde a Trofarello, nei pressi di Torino, suo paese natale, famoso – così mi comunica il nostro “eleusino” Trittolemo – per i suoi ottimi asparagi. Nell’ottobre del 1936, chiese e ottenne di rientrare nell’Ordine dei Barnabiti, e si trasferì a Genova ove morì il 1° dicembre 1936. E questo è tutto. Quindi, come dicono gli ispanici, entonces nada : di una sua partecipazione alla Classe Esoterica non mi sembra proprio sia il caso di parlare.

Per il resto, il “compagno di merende” o non sa leggere o equivoca volutamente quanto da me scritto in quel articolo e nei precedenti, che a molti – malgrado l’anonimato di vari personaggi chiamati in causa – è apparso sin troppo chiaro, al punto che in taluni casi mi son giunte da certe persone, che evidentemente si sono sentite in qualche modo coinvolte, pesanti ingiurie e financo aperte minacce, le quali peraltro mi lasciano del tutto indifferente. Ma il nostro lezioso “compagno di merende” dà una versione totalmente falsa della famigerata “riunione pasquale”, avvenuta all’Asilo-Scuola “Arcobaleno”, pochi mesi dopo la scomparsa di Alfredo Rubino. Infatti costui scrive:

«Poi c’è vicenda della scuola in cui ha insegnato Mimma Benvenuti, questa è l’unica parte in cui ho qualche riferimento in più, perché per puro caso, ero presente in quella scuola, lo stesso giorno in cui era presente Hugo. I locali della nuova scuola sono di proprietà di una persona “problematica” (corrotto e corruttore) legata alla chiesa cattolica, ma l’Innominato coscientemente si lega a tale persona». 

Ma io avevo scritto – che più chiaramente non si poteva – che l’Asilo-Scuola, nella sua terza sede, si trovava in locali del Vicariato di Roma, proprietà dunque della Santa Sede, nonché sede del noviziato di una nota congregazione religiosa cattolica, e non ho mai scritto che quei locali fossero di proprietà della suddetta persona “problematica”. Se fosse stato più diligente nella lettura dell’articolo, o più probabilmente se avesse voluto fare meno il furbastro, il mio secondo lezioso critico, “compagno di merende” del suo poco ortografico “amico”, avrebbe compreso che nell’articolo avevo parlato chiaramente di tre sedi dell’Asilo-Scuola. Ma, forse, lo aveva ben compreso, e tuttavia voluto comunque pescare nel torbido, secondo una usata costumanza della parte avversa. La persona “problematica” in questione, legata ad ambienti clericali e a politicanti trafficoni, oramai da molto tempo felicemente defunta, era stata il proprietario dei locali della seconda sede della Scuola-Asilo, quella dalla quale quest’ultima venne tranquillamente sfrattata, allorché dai suoi eredi, peraltro affatto degni di lui, per quanto molto meno “geniali” e “intraprendenti”, venne deciso di usare quel terreno per una spregiudicata e lucrosa speculazione edilizia in quel di Monteverde. Nella sua “recensione” – chiamiamola così – piuttosto malevola e nervosetta,  del mio articolo, egli infiora una gran quantità di grossolani errori e di sfacciate non-verità, mostrando chiaramente che tra banale incomprensione e sfacciata volontà confondere le acque, gli è sfuggito quasi tutto l’essenziale.

Ma siccome ritengo che la Verità sia di chi, in maniera leale e sincera, faccia i necessari sforzi per conquistarla, non starò a spiegare a chi mi ha dato prova di non amare la Verità dove egli si è clamorosamente sbagliato e dove egli ha voluto deliberatamente errare.  

Tanto più che anche lui non si tira indietro di fronte alla navigata tattica del non rispondere nello specifico alle argomentazioni avanzate – ossia : Hugo de’ Paganis, simpatico o antipatico che sia, riferendo nei suoi scritti una serie di fatti gravissimi, ha detto il vero o no? – ma di delegittimare l’incomodo lupaccio, onde non sia ascoltato, con le sciocche e pretestuose considerazioni di un moralismo d’accatto e di una psicologia spicciola da quattro soldi, al livello di una rubrica da rotocalco per casalinghe annoiate, tenuta da una qualsiasi Donna Letizia. Infatti, egli così scrive:

«Ora dopo aver letto questo articolo, mi è venuto da pensare alla frase di Scaligero di come l’Ostile giunga a mentire persino dicendo la verità.
Chi è l’ostile? L’ostile è colui che ha o denota avversione, diffidenza per qualcosa o qualcuno. E mi sono detto se nelle stesse parole di Hugo, poteva essere rintracciata questa ostilità, ad esempio per la chiesa cattolica, o per l’Innominato, o per Mimma Benvenuti, per il coltivatore di Codroipo, per i Gesuiti, i catto-antropop ecc.

Credo che non sia difficile non essere vista questa avversione, e questo a mio avviso rende anche molte delle cose che ha detto Hugo, delle cose da prendere con le molle. Certo, a differenza di altre volte, sono riuscito a capire qualcosa di più, ma per puro caso. Il fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà. Una critica diretta, necessita di una risposta dal criticato, e anche il silenzio lo è, mentre una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità».

Il furbastro cerca di confondere le acque e si sforza di avvalorare il principio (che poi è quello dell’attuale buonismo ovunque, anche ecclesiasticamente, imperante) secondo il quale – conformemente agli invalsi riti della corrente ipocrisia sociale, per fairplay e bon ton – non si deve, non sta bene, non è educato, non è politically correct denunciare la menzogna, l’alterazione della verità, la falsificazione sfacciata dei testi dei Maestri, la denigrazione impudente della loro figura spirituale, l’opera palese o celata di paralisi, scompaginamento e dispersione della Comunità Solare. È la vecchia e sempre efficiente strategia della parte avversa, portata avanti nei confronti degli esoteristi di tutte le varie forme e tendenze, col dir loro:  

«Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi».

Devo riconoscere che una tale strategia, nella sua cinica perfidia, è davvero geniale. In sostanza, essa chiede agli avversari, ai refrattari all’obbediente sottomissione, nonché all’intruppamento nel gregge da mungere, tosare e all’occorrenza arrostire bene al barbecue, la più grande tolleranza per disarmarli meglio, mentre al contempo nega loro ogni tolleranza per distruggerli meglio.  

Costui mi dà allegramente del vigliacco, parlando del «fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà». Egli parla di «una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità». Quando, invece, tutti – proprio tutti – hanno capito benissimo di chi e di che cosa parlavo, tant’è che dalle persone che si son sentite toccate e coinvolte nel discorso mi son giunte ingiurie ed esplicite minacce. La politica del «riavvicinamento ecumenico» è una vecchia strategia della parte avversa, la quale stando alle esplicite parole del passato pontefice, oramai “emerito”, non significa affatto che esista una “unità trascendente delle religioni e/o degli esoterismi”, secondo che sosteneva il tradizionalista Frithjof Schuon, innamorato della “philosophia perennis”, bensì che la chiesa cattolica – extra quam, nulla salusha, anzi è la verità, mentre gli “altri” – religioni, esoterismi, o filosofie che siano – sono l’errore e la menzogna, e il “dialogo” è unicamente volto ad una loro “salutare” conversione alla propria ecclesiale verità, che non può e non deve essere mai messa in discussione. Ossia il tanto decantato “ecumenismo” non è altro che un fare del marketing, ossia attuare una spregiudicata strategia di mercato

Fa parte delle più ciniche e pregiudicate strategie di mercato l’uso all’americana, al fine di delegittimare un avversario, di forme di “pubblicità comparativa”, per cui sia il mio poco ortografico primo critico di cui sopra, sia il secondo, suo degnissimo “compagno di merende” e di forum, mi accusano di aver parlato male di una persona, sulla quale in vita mia io non ho mai scritto un solo rigo, anzi non ne ho mai, in nessuna occasione, neppure scritto il nome. Et pour cause. Essi dovrebbero, a mio personalissimo giudizio, cercarsi fonti d’informazione un tantinellino più attendibili che non le “spiritose invenzioni” di un loro “amico”, tuttora incerto tra l’essere uno spiritualista da social network o un generoso “distributore di coccole”, “amico” che forse essi non conoscono a fondo. 

A questo punto, all’impenitente lupaccio, eretico depravato, reo confesso di cotanta abietta miscredenza e di totale sfiducia nei confronti di coloro che con affabulante parlare ammanniscono un sì mirabil verbo al troppo fidente popolo catecumeno, è proprio passata ogni voglia di “convertirsi” a congreghe, istituzioni ed ecclesie, nelle quali brillano sì preclare cristianissime virtù.

Tra l’altro, i termini “steineriano” e “scaligeriano” non mi sono mai piaciuti. Questo ultimo, poi, fu inventato, negli anni settanta dello scorso secolo, dagli “antroposofazzi” come epiteto dispregiativo nei confronti dei discepoli di Massimo Scaligero, verso il quale la dirigenza della Società Antroposofica era, ed è tuttora, molto ostile. Mai, lui vivente, io sentìi usare una tale espressione nella cerchia dei suoi amici e discepoli, né tampoco Massimo Scaligero lo avrebbe mai permesso. Solo per una forma di cattivo gusto, segno di un avvenuto sfaldamento interiore, un tale epiteto ha cominciato ad essere usato a partire dagli anni ottanta dello scorso secolo, nella cerchia degli amici,

Io sono, per formazione scientifico-filosofica e personale elezione, un libero ricercatore della Verità, e reputo, come afferma il Buddha Shakyamnuni, che «Sabbadânaṃ dhammadânaṃ jinâti», ossia che «il dono della Verità supera e vince ogni altro dono». O – secondo la divisa di un sapiente ermetista del XIX secolo – Omnia vincit Veritas, ovvero: la Verità vince tutte le cose.

Amor mi mosse che mi fa parlare.     

9 pensieri su “LE CONFESSIONI DI UN MISCREDENTE

  1. L’articolo di HdP è lungo, complesso. Mi pare ingiusto un commento generale e breve. Ora voglio solo sottolineare come possa già essere prezioso motivo di riflessione (meditazione) ciò che l’autore comunica di essenziale alla radice del Buddhismo. In questo caso dire “buddhismo” è del tutto limitante, poiché si presenta col carattere dell’insegnamento universale, quello che andrebbe assimilato qualunque possa essere la direzione particolare intrapresa. Solo così potrebbe cadere la stupida tifoseria a compartimenti stagni. Ma questa non si cancella con l’intellettualità: e così non è possibile non ritornare alla disciplina e alla maturazione dell’anima attraverso il proficuo rapporto tra vita e disciplina.
    Ancora una piccola osservazione: conosce ben poco la Scienza dello Spirito chi separa le operazioni interiori dalle “professioni” fondate su essa. Il Dottore, per ogni direzione pratica non diede solo impulsi di conoscenza “alternativa”. Non vi è corso per medici, sacerdoti, fisici, ecc disgiunto da operazioni interiori, spesso estremamente difficili. Esse non sono percepite o conosciute per chi sguazza nella antroposofia facilitata dai propri, tenaci limiti.

  2. Buongiorno, se possibile, vorrei chiedere una delucidazione circa la frase che l’Autore riporta come detta da Massimo Scaligero, e cioè “nei Mondi Spirituali è stata cancellata persino la parola “Antroposofia”!”
    In particolare, cosa comporta tale cancellazione dal punto di vista spirituale?
    Considerato anche quello che la letteratura antroposofica spesso parla di un “Essere dell’Antropos-Sophia”.
    Ha ancora un senso diventare (in senso vero e proprio, cioè non come etichetta ma nel senso di sentire interiormente il collegamento – e cercare di restare fedeli a tale connessione mediante l’opus della Via del Pensiero – col lavoro del Dottore e di Massimo Scaligero) “antroposofi”?
    Vi ringrazio dell’attenzione.

    • Gentile Contemplactivo,
      Archetipi e Idee sono Essenze eterne e manifestano la loro estraformale potenza attraverso “forme”, che ne sono transeunti manifestazioni. Ciò che non nasce, non diviene e non muore. Ciò che, invece, ha nel tempo la sua nascita fatalmente vedrà consumarsi ed estinguersi la forma transeunte, come manifestazione della sovrasensibile ed estraformale essenza imperitura. Ma tale “forma” sensibile non è che il “congelamento” o, se si vuole, la “cristallizzazione” o “fissazione” di un aspetto della inesauribile estraformale potenza generatrice di forme dell’Essenza archetipica o della Idea creatrice.

      La Realtà è una, la Verità-Realtà è l’Uno, le frammentarie verità umane sono molte, e molte sono le manifestazioni della Realtà spirituale. Tali manifestazioni nel sensibile sono “verità” nella misura in cui in esse sia presente come forza plasmatrice vitale-spirituale l’estraformale Essenza spirituale. Ma se le “forme” NON sono, o NON sono più, manifestazione della Realtà spirituale, di qualsiasi nome si rivestano, esse divengono MENZOGNA, vuota spoglia de-spiritualizzata, e nel tempo anche de-formata.

      Quel che sta accadendo nella Società Antroposofica è esattamente questo. E il Mondo Spirituale non può avere in se stesso “forme”, o “nomi”, che siano menzogna. Li cancella.

      Hugo de’ Paganis

  3. Caro amico,
    suppongo che, in linea di massima, ci sia assai poco da aggiungere alla risposta dell’Autore. Mi permetto solo di dire qualcosa nel merito, premettendo che parlo “a nome mio”. Cosa che ognuno può poi contestare.

    L’Essere dell’Antroposofia, almeno per me, è un Essere sovrasensibile ma il suo carattere, come dire, “attuativo” ci sarebbe stato nella misura in cui anime umane avessero potuto accoglierlo. In generale, né nella Classe né nell’Edificio ciò si è verificato. Questa entità sovrasensibile ha dovuto – letteralmente – rimanere fuori. Per cui parlarne, poco o tanto, come ad esempio ha fatto un membro della direzione a Dornach, se è come dico, non ha alcun senso: è una delle molte irrealtà che girano per il mondo.

    Riguardo al Dottore ed a Scaligero: loro antroposofi? Senza lo Steiner l’antroposofia non esiste. Per la medesima carenza umana di cui sopra, l’antroposofia è stata (in quanto realtà sensibile) un sacrificio, un nobilissimo tentativo ma è anche solo quello più percepito: il Dottore non si esaurisce nell’antroposofia. Lui stesso avrebbe voluto “andarsene” con un pugno di discepoli capaci, perciò abbandonandola a se stessa.Rimase per rispetto all’intensa preghiera di Marie Steiner. Insomma, il Dottore non è l’antroposofia in quanto fenomeno sensibile.
    Massimo Scaligero: ne posso parlare poiché pure a me aveva ribadito con forza più o meno le medesime parole citate dall’Autore. Certo: aveva nel cassetto della scrivania la tessera della Società. Ma questo era un segno di devozione e rispetto per Giovanni Colazza, per la Trasmissione avuta da lui. Colazza a sua volta era stato un vero discepolo del Dottore: anche qui l’antroposofia fu forma di una Trasmissione Iniziatica, che certo non è contenuta in parole o spiegazioni.
    Mentre Scaligero (e gli impliciti di ciò possono infastidire molti) mi disse (parlando di vivi contenuti spirituali connessi al varco soprasensibile che aveva aperto con la sua opera: “Non ho nessuno a cui affidare…”. Poi però mi disse anche che ognuno avrebbe potuto giungere a quanto lui avrebbe lasciato nella regione dello Spirito.

    E se non sono stato chiaro ed esauriente, mi scuso con i gentili lettori.

  4. Isidoro, anche io – e l’ho scritto più volte – posso testimoniare, assumendomene tutta la responsabilità circa la veridicità della mia testimonianza – che Massimo Scaligero fece TRE affermazioni che mi lasciarono senza fiato nel respiro, e in sincope pel battito cardiaco, per quanto furono per me tragiche. Eccole:

    A. “Nel Mondo Spirituale è stata cancellata persino la parola Antroposofia!”.
    B. “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola!”.
    C. “Sei mesi dopo che me ne sarò andato, qui (intendeva a Roma) sarà tutto finito!”.

    Per cui, anche nelle cerchie “scaligeropolitane” – per dirla col mio amico C., asceta d’altra dottrina – c’è poco da stare allegri: se la Società Antroposofica, e con lei gran parte del movimento antroposofico, è andata all’aceto, la cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero, a sua volta, se non si consacra corpo anima e spirito all’Ascesi solare, ossia alla Via del Pensiero Vivente e al Rito della Concentrazione, può fare una fine ben peggiore degli antroposofi.

    Circa un mese prima di lasciarci, Massimo Scaligero invitò me e la cerchia di amici della mia città alla dedizione più fervida, più estremista e unilaterale alla Via del Pensiero. Su questa dedizione estremista e unicitaria, dopo la sua dipartita, fummo attaccati con i mezzi più sleali e sozzi: i deboli e gli incerti caddero, gli intellettuali e i dialettici si dipersero, i forti e gli irriducibili rimasero: divennero più forti, più saldi, più convinti, più consacrati.

    Hugo de’ Paganis

  5. Ringrazio entrambi per le risposte, e preciso ulteriormente la domanda: a me sembra di aver capito che sia possibile che un discepolo della Via del Pensiero possa ricollegarsi tramite lo studio meditativo delle opere del Dottore e di Scaligero, ed alla pratica perseverante negli esercizi che Loro ci hanno indicato, all’Antroposofia come essi l’hanno intesa.
    Cioè non mi sto riferendo alle forme assunte dall’insegnamento o alla Società Antroposofica, ma essenzialmente agli insegnamenti ed attività di quella che l’Antroposofia chiama “Scuola sovrasensibile di Michele”.
    Sono a conoscenza del fatto che gli insegnamenti antroposofici, in quanto vengano razionalizzati o assunti solo sentimentalmente, sono morti, ma mi pare che seguendo la Via tracciata, in particolare, da Scaligero, possano essere resuscitati.
    L’impressione che ho sempre avuto seguendo – pur indegnamente – questa Via, in particolare con lo Studio e gli esercizi, è che sia possibile ricollegarsi spiritualmente alla loro Opera, se così si può dire.
    Certamente sono d’accordo se mi si dice che molto di quello che oggi va sotto il nome di “antroposofia” non lo sia affatto, ma mi lascia perplesso che non possa esser fatto nulla, dal punto di vista interiore-operativo, per ricollegarsi all’Insegnamento e per tramite di esso al Vivente mondo dello Spirito.
    La risposta alla mia domanda è forse contenuta in quello che Isidoro ha affermato riportando che “… poi però mi disse anche che ognuno avrebbe potuto giungere a quanto lui avrebbe lasciato nella regione dello Spirito”?

  6. Gentile Contemplactivo,
    la Scienza dello Spirito è una Ascesi, ossia la Via di un energico esercitarsi interiore, una Via di sforzo cosciente e attivo per superare la fragilità umana, l’abiezione umano-animale nella quale è schiavo l’essere umano, per il ritrovamento dell’Uomo Vero e la reintegrazione nello “stato primordiale”.

    Se il ritrovamento della Verità-Realtà spirituale originaria, e la realizzazione dei contenuti della Sapienza Celeste attraverso l’Ascesi Solare non fosse possibile, tutta la Via sarebbe inutile. Sarebbe anzi una tragica illusione e una beffa. Ma Massimo Scaligero ha dimostrato con la sua Ascesi e la sua vita che è possibile realizzare la resurrezione cosciente del Conoscere dal cadavere della esangue e disanimata riflessità, che è possibile sperimentare la travolgenza del Pensiero Vivente, della Luce-Folgore che spazza via tutto il cascame del pensiero morto, e tutti gli stupidamente intelligentissimi pensieri dei quali gli intellettuali di oggi narcisisticamente tanto si bèano!

    Alcuni discepoli di Massimo Scaligero hanno potuto verificare la realtà delle indicazioni ascetiche che egli ci donava, inverando nel pensiero volitivo quel “pensiero libero dai sensi”, quel “pensiero puro” che Massimo Scaligero sulle orme di Rudolf Steiner instancabilmente – sino alle ultime ore della sua eroica vita – ci indicava come la Via Aurea dell’esperienza spirituale.

    Quindi non è affatto vero che “nulla può essere fatto”, perché, anzi, per una volontà coraggiosa e consacrata, TUTTO PUO’ ESSERE REALIZZATO! Sull’esempio di un Iniziato rosicruciano di due secoli fa siamo “nati a tutto osare!”, ossia possiamo – e dobbiamo – avere quello che Massimo Scaligero chiama il “coraggio dell’impossibile”. E’ proprio nella energica operatività interiore il segreto della concreta realizzazione spirituale e del ricollegamento al Mondo Spirituale. Chiave aurea dell’Ascesi è la Concentrazione: ad essa è necessario consacrarsi con ogni forza interiore.

    Hugo de’ Paganis

  7. Grazie di cuore Hugo de’ Paganis per queste divulgazioni riguardo certe pieghe e ombre del movimento antroposofico.

    L’antroposofia ricopre un ruolo chiave nell’evoluzione, in quanto dovrebbe, tramite un effettivo superamento del materialismo, reindirizzare l’uomo verso il mondo spirituale, evitando che sprofondi nella materia. Da quanto viene qui riferito, e nei vari “disvelamenti”, però, la situazione sembra tutt’altro che rosea. Dunque, sperando di non risultare inopportuno, mi interesserebbero alcuni chiarimenti, nei limiti di quanto possa essere diffuso, riguardo al fatto che “il Dottore non si esaurisca nell’antroposofia”, e su come si sia venuto a sapere ciò e il fatto che “lui stesso avrebbe voluto “andarsene” con un pugno di discepoli capaci”; inoltre, di quali tentativi meno percepiti si tratta?
    In particolare, ciò che mi preoccupa è che, tra quello che conosco, non vedo nulla che più dell’antroposofia possa indicare la risalita all’umanità. E se anche essa, probabilmente, fallirà…

    • Gentile Firemind,
      malgrado le mie caustiche considerazioni a taluno possano far sembrare il contrario, io NON sono affatto pessimista. Perché conosco bene che cosa significhi VOLERE. Certo, volere non è desiderare. Desiderare è un’emozione passiva, uno stato d’animo istintivo, il cui entusiasmo facilmente svanisce, evaporando di fronte alle prime serie difficoltà. Il volere, invece, è sempre mosso dalla Conoscenza, e quindi dal pensare cosciente. Già per il pensare cosciente è necessario un attivo e fervido volere.

      Io NON sono affatto pessimista – pur non nascondendomi punto la gravità della situazione generale umana, e quella ancor più grave delle comunità sedicenti spirituali, le quali in molti casi latitano o tradiscono – non sono affatto pessimista perché Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente” scrive che nelle epoche più oscure e antispirituali, nei momenti di pericolo per la storia umana, il Mondo Spirituale proietta nell’umano le sue forze più potenti, e ai volitivi sperimentatori sono possibili audaci realizzazioni, che in epoche “più spirituali” sono maggiormente difficili, perché l’essere umano in tali epoche facilmente si addormenta nel sogno della “tradizione”, e scambia una “natura spirituale” per lo Spirito.

      Anche il principe Siddhartha – il Buddha Shakyamuni – affermava che “NELLA TEMPESTA E’ IL RIFUGIO!”. Le difficoltà e le tragedie che l’umano sta attraversando non possono impedire la realizzazione dello Spirito, anzi possono favorire tale realizzazione, perché lo Spirito è “atto” e non un “fatto”. Come ammonisce Massimo Scaligero ne “L’Uomo Interiore”, nello Spirito non si “sta”, nello Spirito si “è”! E nel “Trattato del Pensiero Vivente” afferma che il pensiero volitivo di pochi asceti può operare positivamente e vittoriosamente per la generale condizione umana, perché “è un solo pensare quello che pensa nei pensieri dei molti”. Un tale pensare volitivo – anche di pochi asceti sconosciuti operanti in silenzio e in solitudine – evita tragedie più grandi e, pur tra mille strazi e difficoltà, restituisce luminosità e positivo svolgimento alla vicenda umana.

      Un’audace – apparentemente paradossale – affermazione di Massimo Scaligero, da me molto amata, è che “noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero”.

      Occorre consacrarsi – in maniera “unicitaria”, come direbbe la mia amica cinese Fang-pai – alla Via del Pensiero, e soprattutto alla Concentrazione. Occorre – nella Concentrazione – volere, volere intensamente, volere a lungo, volere sino a infrangere il limite umano. Occorre rendere incandescente il volere con il “freddo” pensare, e non con la tiepida sentimentalità delle “anime belle”.

      E di tali asceti – pur non essendo essi folla – ve ne sono, e operano in maniera consacrata nell’ascesi individuale solitaria e nel Rito dell’ascesi individuale fraternamente svolta nella meditazione in comune con altri.

      Quanto alle Sue domande, Le posso rispondere che Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con Giovanni Colazza – Maestro di Massimo Scaligero, che più volte me ne riferì – affermò che se l’Antroposofia avesse fallito la sua missione in Germania, sarebbe rinata in Italia in novella forma, giovanile e non legata a strutture organizzative cristallizzate e burocratiche.

      Circa il fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner – di fronte alla inadeguatezza dei discepoli della Scienza dello Spirito, che in vari casi – in maniera insana e improvvida – giunsero in Germania a contestare la fondatezza della sua visione spirituale e il suo operare, volesse ritirarsi in un villaggio svizzero, costituendo con pochissimi discepoli “provati” un Ordine occulto rigorosamente chiuso – “streng geschlossen” dicono i testi in lingua tedesca – lasciando al suo destino la Società Antroposofica e movimento antroposofico, mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero, e dopo la sua dipartita da Hella Wiesberger del “Lascito” di Rudolf Steiner, la quale mi dette anche le probanti testimonianze scritte della cosa. Furono le preghiere e le accorate richieste di Marie Steiner e di Ita Wegman a farlo desistere e a compiere quello che lui stesso definì un “azzardo” – “ein Wagnis”, dicono i testi tedeschi – di unire attraverso la sua persona movimento antroposofico e Società Antroposofica. Ma avvertì che da quel momento in poi “egli sarebbe stato responsabile di fronte al Mondo Spirituale per tutto quel che sarebbe accaduto, e che per gli errori e tradimenti della Società Antroposofica egli avrebbe pagato di persona”. Furono le inadeguatezze, le facilonerie, le superficialità, gli errori, le viltà, e in taluni casi il tradimento – sono le sue stesse parole – che lo condussero alla tomba, più che non il veleno che la parte avversa gli propinò al “Rout” del 1° gennaio 1924.

      Egli affermò che se la “Fondazione di Natale” non fosse stata accolta entro sei mesi dalla Società Antroposofica, essa sarebbe stata ritirata dal Mondo Spirituale. Ed io ho la testimonianza scritta del fatto che nel giugno 1924, prima di entrare nella sala delle conferenze, egli disse a Ina Schuurman – persona vicina a Marie Steiner e al “Lascito” – che “la Fondazione di Natale è stata ritirata dal Mondo Spirituale”.

      La grandezza spirituale di Massimo Scaligero è anche nell’aver donato al mondo in forma novella e rigenerata la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, mettendo al centro – come filone aureo di essa – la Via del Pensiero Vivente, e la concreta realizzazione ascetica attraverso gli esercizi: soprattutto la Concentrazione, da lui definita più volte “l’esercizio a sé sufficiente”.

      A tale indicazione di Massimo Scaligero – che viene vilmente attaccata da coloro che meno dovrebbero – alcuni amici hanno deciso di rimanere risolutamente, ostinatamente, cocciutamente fedeli.

      Niente è impossibile ad una volontà realmente consacrata.

      Hugo de’ Paganis

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