RIGHE AL VENTO

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In uno scritto di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è “pratico” – per quanto tale termine possa essere accettabile – nella concentrazione, sa che di fatto, egli entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello in cui si auto-percepisce di consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi univoca in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito…e che, mediamente per un lungo periodo, chiede sforzo, fatica vera: quella dei facchini o degli atleti: azioni invise o inconcepibili per i filosofeggianti.

Da tutto quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile (nemmeno avvertito) che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. La rappresentazione, pur necessaria mediatrice tra noi e il mondo, è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato qualsiasi. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile.

Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente come l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico ossia a ciò che esiste potentemente (il “più che pensiero”) prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo passo col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione non approfondita, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, ātma ecc. devono venir corretti da un energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti in geometrie statiche è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da pretendere un pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune ma a cui giungere è possibile): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci a memoria), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza tensioni e rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità formale della dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è una forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine nella propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti ma con una immediatezza di pensiero che non si disperda subito dopo continuando a galoppare per inerzia oltre la pura forma: nessun pensiero oltre essa, ma in essa dandosi con intensità.

Ci sono parole e frasi: sono il territorio di confine che va superato per azione profonda proprio lì, nelle stesse, perché ci si cala dentro esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga allora tirato e maltrattato da tutte le parti!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare o riconoscere lo spirito: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima canagliesca è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento. Contemplare una struttura di pensieri che si reggono da sé è la nuova religio dell’anima.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata trasparenza di destissima consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sul fondamento del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (spero di non essere mal compreso dalle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza un particolare impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale, attrattivo. Anche di questo ne ho parlato abbondantemente, attirandomi addosso strali e critiche, ma forse non è stato compreso perciò lo ripeto così come lo scrissi, citando come esempio, il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora, con il massimo rispetto: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual’è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demordeva e lanciava dardi con la bifolca scusa di Caterina Emmerich, avesse imparato a volare come Superman, certo anche questo sarebbe stato sensazionale…ma ciò cosa avrebbe portato al mio tentativo di modificare la mia coscienza? E, su un terreno più vicino, a che possono servirmi le ampie lezioni (e digressioni) sulla Filosofia della Libertà svolte alla luce di una considerevole cultura ben versata nella analisi della psiche?

Vedo in queste manifestazioni ciò che allontana e non ciò che avvicina su un cammino che è individuale e interiore. Ripeto: non è questo un giudizio sul valore di ragguardevoli personalità. Mi pare solo che la loro produzione, in quanto pubblica, non dia, in pratica, alcuna indicazione di sostanza per chi voglia camminare sul sentiero interiore ma che, anzi, abbia un’azione centrifuga e il fatto che piacciano o meno non è un serio metro di misura nel confronto con l’essere vivo della disciplina esoterica.

Chi si scandalizza o dileggi il senso – davvero abbastanza semplice – di queste ultime righe, mi pare che non abbia compreso granché.

Cerchiamo di essere un po’ più fondati al centro: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della “persuasione” di Michelstaedter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile. Richiede un profondo bisogno dell’anima (anelito, sacralità, dedizione) che può non esserci.

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