SU UN TERRENO SOLIDO

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L’Amministrazione di Eco ha fiducia in chi scrive e necessità di scritti. Di sicuro ha la ragione dalla sua ma sono io poi che nutro molte perplessità, poiché vado controcorrente e ancor peggio, mi ripeto.

Mi spiego: sono molti che leggono tanta antroposofia e fanno bene. Pure io ho letto tanto, e non solo di Scienza dello Spirito, ma continuereste a fare le stesse cose sullo stesso binario, nella medesima direzione per cinquantacinque anni (dedicati e) filati? Forse anche sì ma c’è modo e modo.

Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale…e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada.

E siccome quel che brilla nella gemma è la quintessenza di una vita, per quanto ancora mi è possibile, traggo da essa qualcosa che possa servire anche nel presente. Verso coloro che seguono quel poco che posso dire cerco di promuovere gli atti più semplici, le letture fondamentali: perché sono convinto che la comprensione del nocciolo della Scienza dello Spirito e la disciplina che di necessità sfolgora in esso, siano il nocciolo segreto che molti cercano e difficilmente troveranno in mille nozioni o in segrete indicazioni e nel quantitativo.

Mi sento spesso incerto e sicuramente inadeguato circa una giustificazione solida per scrivere sul minimo che riguardi il terreno su cui si poggia la conoscenza e poi la pratica della disciplina fondamentale: devo fare un lungo viaggio nella memoria. Poi scopro che tante cose, in un certo senso dimenticate poiché assimilate, agli inizi mi sembravano montagne da scalare senza itinerari certi.

Al netto di tante letture, fu una scuola di grandi interrogativi però credo fosse una buona scuola poiché non dava mai rassicuranti certezze: piuttosto strattonava l’anima a proseguire, sempre valutando e spesso demolendo le certezze faticosamente guadagnate nei mesi e nelle precedenti settimane, obbligava a scrutare e scindere ogni riga letta e riletta. Inoltre forgiava una attitudine dell’anima a separare ciò che forse poteva contenere qualcosa di vero dall’idea patacca o dalla fiducia di comodo.

Pertanto, nei riguardi delle correnti sapienziali e nella Scienza dello Spirito in particolare, ebbi grande apertura d’anima: ma mai adesione cieca o fideistica: i cosiddetti punti fermi furono guadagnati con il bisturi della logica e l’assenso del cuore: comunque sempre ripercorribili (ri-sperimentabili) dall’inizio alla fine, messi alla prova davanti ad ogni nuova esperienza. Se una minima confutazione sembrava intaccarli, si ricominciava tutto daccapo. E questa fu la mia scuola in cui ebbi amici, taluni molto speciali, ma non maestri.

Ora, l’organo decisivo è il pensiero, su ciò spero che non ci piova: le esperienze non sensibili o illuminative certamente incitano, fanno toccare la realtà del sovrasensibile…ma sostanzialmente appartengono al singolo individuo, non modificano un pelo dei nostri simili.

Il pensiero invece può essere ripensato da chiunque, in tal senso è con esso che si comprende e si comunica perciò è stato il puro mezzo che i Maestri hanno usato.

Qualcuno, erroneamente, crede che ciò accada con sentimenti ed emozioni: non è vero: nel contingente il mio sentire rimane mio e, più nel male che nel bene, esso potrebbe coinvolgere altre anime più deboli, le subordinerebbe. E’ successo e succede di continuo proprio perché è l’opposto della libertà.

Il sentimento è corretto solo quando risponde al pensiero: è l’idea, guadagnata e liberamente pensata dal soggetto che deve infiammare il sentimento.

Anche se il maestro a scuola già ammoniva a “pensare con la propria testa”, questa è l’azione che rimane tra le più evitate. Scrive il Dottore nell’aggiunta al III capitolo del Filosofia della Libertà: “ Non bisogna far confusione fra l’avere immagini mentali e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se si intende il pensare in questo modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e allora non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto.

E pensare volendo pensare è davvero difficile. Almeno per me non è nemmeno definibile.

Non occorre fare per forza la concentrazione: per liberare minimamente il pensiero dalla sua eco cerebrale (che continuiamo a chiamare pensiero) basterebbe e avanzerebbe ripensare autonomamente il pensiero espresso dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente. Qui però si apre un abisso di incomprensione in cui cadono quasi tutti e che con questa ultima frase non ho neppure sfiorato. Pare che (quasi) nessuno comprenda che non basti leggere attentamente Testi come la Filosofia della Libertà: cosa già difficile ma questo è solo un gradino elementare.

Il fatto più importante e più incompreso è che le righe, le pagine portano con sé una continua esigenza di sperimentazione: l’usuale capire la riga o la pagina è un nulla al confronto (non solo afferrare i concetti ma tentare con essi vere e proprie trasformazioni). Già il brano riportato sopra in corsivo indica un pensare che quasi non c’è, non esiste e che dovrebbe essere conquistato.

Non v’è pagina che non indichi un processo qualitativo che andrebbe assunto nella propria anima e che comporta, quale soluzione, una operazione di pensiero del tutto reale ma ignota a ciò che poi Scaligero chiama “pensiero dialettico”: qualche salto mortale doppio o triplo sul trapezio alla radice del pensare: dove si tende e si spezza il rappresentare acquisito.

Nella vita comune è già difficile comprendere il senso delle due questioni che Steiner pone all’inizio della prefazione alla seconda edizione della FdL…figuriamoci pensare come “nostri pensieri” i canti e controcanti con cui Scaligero struttura i brevi capitoli del Trattato!

Molti credono che tanti lo facciano ma così non è. Mi ricordo assai bene, quando andavo a Roma per incontrare Scaligero, le figure che venivo a conoscere: per carità, tutti buoni e gentili. Tutti adoravano Massimo e lo ascoltavano come soldatini sull’attenti.

Ma poi se parlavi con loro, rimanevi spesso basito: quasi un mare magnum di sentimentalismo teosofico (mi spiace che qualcuno, leggendomi ora, possa sentirsi offeso, ma è quello che io e non solo, avvertii in quel tempo).

Da cui sorse il sospetto che, potendo avere la presenza di Scaligero in carne ed ossa, nemmeno leggessero seriamente qualche suo libro, nonostante i suoi ripetuti inviti a seguire quello che aveva comunicato negli scritti, utilizzando assai meno le sue conferenze.

Come si fa dunque? Ognuno dirà la sua mentre io dirò la mia. Innanzi tutto occorre abituarsi ai concetti. Occorre comprendere che le parole scritte sono l’occasione per capire. Capire è formarsi concetti corrispondenti. I concetti danno la comprensione, le parole per sé stesse no!

La connessione tra i concetti permette la vera comprensione del capitolo: se manca la connessione significa che la catena è spezzata. Se è spezzata è inutile. Significa che si erano assunte, qua e là, solo le vesti dei concetti, cioè le parole: riconoscibili certo, ma senza il concetto attinto non costituiscono comprensione: rimangono ad un livello conoscitivo alla pari di un sūtra o sutta scritto in sanscrito o pāli e non tradotto.

La prova è possibile ed è una vera prova: ripensare limpidamente tutti i concetti espressi nel capitolo: il primo deve agganciarsi al secondo e così via. Non va evitata la fatica di riformarli rifiutandosi di ripescare nel ricordo la spenta immagine di essi.

Quando si arriva a tanto, si è fatta allora una lunga pratica di pensiero desto, rigoroso e voluto. Sorge, dopo una lunga sessione in tale senso, per il pensiero con cui si pensava, una sorta di sfinimento, una stanchezza peculiare, poiché il pensiero, di solito, in sé non si stanca (la stanchezza interviene per altri fattori).

Allora può succedere uno strano fenomeno: si accende qualcosa. Se immaginiamo la coscienza come un luogo, possiamo sperimentare come l’Io si ritiri verso l’interno e acquisisca una certa immobilità. A compenso di tale immobilità si vedono scorrere diversamente i pensieri: essi diventano mobili, attivi, ricchi di “sostanza”: fluiscono portando in sé immagini vivide e vivaci. Sprizzano. Tutto ciò accade davanti ad una desta e quieta immobilità (riposo) della coscienza di sé.

Noi a questo punto non abbiamo ancora superata la condizione dialettica ma ne siamo al confine (l’individualità di Evola possedeva naturalmente questa condizione, poi forse perduta).

Infatti la “potenza” eterica, chiamata dal Dottore conoscenza per immagini, sta affiorando, è sul punto di affiorare. Tale successione di processi può sembrare inusuale per la coscienza comune e, in verità, lo è: ma potrebbe non esserlo per coloro che sanno insistere nello studio rigoroso e prolungato di qualsiasi testo fondamentale della Scienza dello Spirito. Proprio per questo Rudolf Steiner diede a molti che divennero suoi discepoli semplicemente un libro da “leggere” e rileggere per mesi o anni o sino a quando le frasi del testo non fossero divenute immagini dotate di vita propria.

E’ una condizione eccezionale, almeno rispetto alla coscienza stordita nel sensibile e, come capita sempre con le esperienze interiori vere, tutto ciò che sta sotto si rivela vuoto rumore di lingua che esprime solo le infinite sciocchezze cogitate dall’elemento banale dell’anima, quella sì, impura: dalla testa ai piedi.

Scrive Scaligero nella breve presentazione del Trattato:”…propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta…

Ecco, probabilmente nel peggiore dei modi, ho indicato qualcosa di elementare in merito alle letture.

Alle letture “vive” vanno aggiunti gli esercizi. In generale si afferra troppo poco dei testi essenziali senza un’anima esercitata nella concentrazione, concentrazione meditativa e meditazione: le rappresentazioni preesistenti, irrigidite e ingombranti che automaticamente riempiono la coscienza ed il labile confine con la subcoscienza sbarrano il passo alla rivelazione che giace (e attende nella dimensione eterica, cioè vivente) nella struttura della Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente, perciò occorre liberare una parte dell’anima, vuotarla dai propri abbarbicati elementi rappresentativi. In alternativa la lettura non si stacca dalla carta delle pagine e, al massimo, viene raggiunta una comprensione sterilmente razionale: limite mortale in cui non sono pochi coloro che di ciò si appagano con soddisfazione: sbarrando ogni apertura al livello reale dell’Opera.

Il primo giorno di quest’anno ricevo sul cellulare un augurio seguito da una lunga tiritera che mi pare come un grumo di farneticazioni spiritualistiche, poi mi accorgo che sono una decina di righe copiate da una conferenza del Dottore: dunque non mi ero sbagliato. Messe lì in quel modo erano soltanto sciocchezze di pessimo gusto. Mandatemi da chi crede che, messe in quel modo, siano qualcosa di importante. Questa è l’antroposofia di tanti.

Una cosa ancora. Si noterà che ho portato a modello testi impervi come la Filosofia della Libertà ed il Trattato del Pensiero Vivente. Ma se uno, per destino o altri fattori trovasse come sbarrata la via che conduce a questi Manuali tecnici di ascesa spirituale? Può trovare la via attraverso Teosofia o la Scienza Occulta, operando con ogni parola, ogni frase ma trasformando i concetti in immagini, unendo l’ immagine precedente a quella successiva e così via. Nemmeno ciò è “facile” ma può, per alcuni, essere in qualche modo più congeniale.

Poi ognuno faccia ciò che gli pare ma non mi stanco di consigliare anche qui i fondamentali e il meno possibile anche di questi, cercando invece costantemente l’obbiettivo dell’intensificazione della pratica e mai la ricerca dispersiva, curiosa ora con questo e domani con quello. Altrimenti si rischia l’intellettualismo e ci si arena lì. “Così deve essere, perché il Dottore, dopo aver dato una spinta verso il pensiero puro, dopo non ne ha parlato più. Cioè ne ha parlato nell’appendice di Iniziazione, ne ha parlato nel capitolo dell’iniziazione su Scienza Occulta, facendo però una parentesi, chiudendola perché è meglio non parlarne perché se no l’intellettualismo se ne impossessa. E l’intellettualismo è il vero nemico dello spirito. Quindi, vedete, né intellettualismo né assenza di pensiero. Bisogna che ci sia questo pensiero e sia santificato, ma questa è l’operazione della libertà. In questo pensiero c’è tutto il coraggio del mondo eroico di cui i kamikaze e i samurai furono capaci. Ma guardate anche il coraggio dei grandi yogi, il coraggio dei santi cristiani: tutto questo chiede oggi di rivivere in un atto interiore.” (Da una conferenza di Massimo Scaligero).

Una parte dell’anima è sempre ostile alla disciplina e all’esercizio interiore deciso, voluto e ripetuto in chiarezza di coscienza dall’Io. Mentre è decisamente benevola con gli ariosi sfarfalleggiamenti di piume e lustrini o con gli SMS del tipo di cui ho raccontato sopra.

La comprensione attiva dei testi e la magica forza suscitata dalla disciplina si rafforzano vicendevolmente. Così è sempre stato dai tempi più antichi, anche sotto altre forme, e Steiner, Colazza e Scaligero non hanno derogato da questo percorso di formazione; anzi in molti casi, da Essi furono indicati subito gli esercizi e consequenzialmente lo studio.

Solo deviazioni e tradimenti hanno portato la Scienza spirituale ad una controimmagine negativa di sé che ha separato queste pietre angolari.

Accorgersene è un evento importante che porta, in diversi casi, un pesante dazio sociale da pagare, poiché come dicevo all’inizio in diverso contesto si va controcorrente, spesso si è soli, costretti di fatto ad uscire dalle abitudini delle comunità, dei gruppi: persino dalle amicizie più fragili.

Come scrisse un mio amico su pagine diverse: poiché tanti commedianti, che a parole, si proclamano davanti alla maya del mondo antroposofi fedeli, “scambiano la solitudine per arroganza, la sofferenza per assenza di bonarietà, l’isolamento per aristocratica presunzione, il silenzio esteriore per interiore miseria, la semplicità per desolazione...” .

Niente di così nuovo: si impara con i colpi della vita ed i colpi della disciplina a poggiare progressivamente sul silenzioso essere che si è: solo da questo livello di assoluta moralità spirituale è possibile congiungere il pensare con il volere, cioè con “la base dell’equilibrio e della forza dell’anima” che può “aprire il varco al suo potere sovrasensibile”.

Ps: questa nota, per molte parti, risale ad un articolo di anni fa. Che però è stato revisionato, ampliato e approfondito.

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