ALTERNATIVE?

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E’ imbarazzante: Eco chiama e io, non influente ma influenzato sì, tiro fuori dai miei documenti una lettera mandata a qualcuno anni addietro. Come articolo non regge molto ma allora avrei dovuto rivedere criticamente ogni parola e tutto l’insieme che, mi rendo conto, è disarmonico. Cosa che, con la scusante di febbre e debolezza, evito di fare. Del resto, quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

*

Allora, caro amico, se può, dimentichi le mirabolanti costruzioni che l’anima ha costruito come nella teologia dove tutto poggia su quello che non c’è ma che si presume ci sia, piuttosto con coraggio segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (austerità, povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore intesa come pensiero non ha alcun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (dedizione univoca) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore svincolata dal calore di istinti, sentimenti e sensazioni.

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, i risultati della pratica sono individuali e non stanno lì fermi), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia e di vocabolario, freni la mania della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Impari progressivamente a svestire i pensieri dal veicolo delle parole.

Qui l’equilibrio sta nel mezzo tra il non scalare troppo presto questo gradino oppure il non tentarlo mai, paghi della sicurezza che si raggiunge poggiando sulle parole. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra.

Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è esperienza qualitativa e non un arzigogolo mentale!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, di audacia che non molla, tant’è che Scaligero talvolta indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli (con rigore) dall’ultimo al primo. Perciò terminando il percorso con il primo pensiero/immagine e non con l’ultimo. Così si accorgerà che il tentativo di stabilire (fissare) una formula intellettuale del percorso è in sostanza il desiderio dell’intelletto comune di intervenire là dove esso non ha posto.

Dopo poco, l’immagine voluta sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà più abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno, però anche questo deve venir riconquistato ogni santo giorno, poiché la sua perdita è nell’ordine delle cose.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il pensiero”: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no. E nemmeno angeli o diavoli che – i primi naturalmente – piacciono tanto ai vacanzieri dello spirito).

Altra cosa di cui non dovrei parlare è la questione del tempo dell’esercizio: forse me cavo dicendo che meno di cinque minuti, nel fare pratica, è troppo poco e che da Scaligero dovevo spremermi per almeno un quarto d’ora. Se la “ricostruzione” veniva tirata per le lunghe, Massimo la considerava un esercizio di pigrizia interiore, mentre si compiaceva per una pura, immediata concentrazione: anche quando essa pareva più simile ad un arrembaggio assai mal riuscito. Aggiungo che a diversi amici Scaligero indicava come base del lavoro interiore la concentrazione e l’atto puro (quest’ultimo è il secondo esercizio dei cinque ausiliari dati dal Dottore).

Quante volte? Meglio iniziare dal possibile. Due volte al giorno è prudentemente possibile. Realizzata una continuità certa, uno si accorge che forse è troppo poco e aumenta le sessioni dell’esercizio. Così poi andranno bene più volte e persino molte volte. Prima si fa, poi si sa: per qualcuno tre volte saranno il massimo, altri potranno fare sei. Un senso interiore ci dice quanto è troppo poco oppure troppo.

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima, tutta l’anima, inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza (sebbene sia una continuità dipendente da una attenzione assoluta) e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. Essa è’ l’abito della volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”: più reale del senso di sé corporeo.

Aggiungo una cosa (un fatto) che, nell’itinerario interiore, assume grande importanza. Non è qualcosa di fissabile in punti precisi. E’ solo che in taluni momenti anche distanziati nel tempo, come nella storia di Hansel e Gretel, vengono scoperte briciole di pane che indicano la via di casa. Sono momenti in cui affiora nell’anima un alito di Vita e Realtà che sostiene il senso di tutto il lavoro: attimi di interiore, profonda pienezza che giunge dal Cielo a consolare e ha pure un nome, ma i nomi dati a che servono? Attimo, Evento che rovescia i valori fondanti della vita terrena.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

Ho toccato solo certi punti, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco, non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà (le ha dato) il via, l’assenso poi il resto può (deve) dipendere da noi. Cioè per lei da lei stesso.

3 pensieri su “ALTERNATIVE?

  1. Isidoro, che dire? La Via della Concentrazione è una Via asperrima: una Via poco o punto amata dalle “anime belle” in perenne ricerca di animiche “consolazioni” per rimanere quello che sono e permanere in quello che sono. Ma può essere paradossalmente amata da quelle orsolupesche anime, che vogliono cessare di essere quello che purtroppo ancora sono, per cominciare ad essere autenticamente ciò che possono osare essere: lo Spirito.

    Per me, sin dal principio, la Concentrazione è stata un aspro apprendistato, che ancor dura. Apprendistato che non solo neppure accenna a iniziare a finire, ma che addirittura sta tuttora continuando a iniziare. Sembra un giuoco di parole, ma – credimi – non lo è affatto.

    Massimo Scaligero affermava che la Concentrazione – l’esercizio a sé sufficiente per chi ne abbia la forza e l’audacia – è l’esercizio del novizio neofita e dell’Iniziato. Perché non si finisce mai d’impararla. E, per quel che mi riguarda, non finisco mai d’iniziare ad impararla. E’ vero – sempre Massimo Scaligero dixit – che “nello Spirito non si sta, nello Spirito si è”.

    Iniziai, diciannovenne, a praticarla come una cosa – per me che venivo dalle Vie orientali e da un passato alquanto agitato – veramente impossibile: una pratica alla quale tutto l’essere corporeo e animico si ribellava. E trovavo ridicolo che per dire cosa era un oggetto mi ci volesse un tempo enorme, esagerato. Della contemplazione del concetto, poi, non se ne parlava proprio.

    Negli anni – nei decenni – la Concentrazione è divenuta sempre più scarna, ma anche questo bisogna conquistarselo a viva forza. E non è affatto scontato il poterlo fare sempre. Ciò che è conquistato, deve essere sempre di nuovo – come fosse la prima volta – riconquistato. E non aiuta l’aver vinto in passato. Nello Spirituale di rendita non si vive. Occorre – OGNI VOLTA – portarsi, con sforzo, dal gelo e dall’aridità all’incandescenza e allo slancio. Non sempre ci si riesce. Ma se si è costanti e fedeli nei periodi di tenebra e di aridità, quando meno ce lo si aspetterebbe, irrompe in noi la travolgenza di una forza assoluta dello Spirito, che ci scioglie dall’incrampimento tetanico, fluidifica dall’impietramento la volontà, restituisce il respiro spirituale. E poi si ricomincia.

    Questo sino a quando non si realizzi quella trasformazione vitale-spirituale, che fa sì che la consacrazione allo Spirito, ogni volta tentata, conquistata e poi smarrita, non divenga “memoria interiore”. Ma anche allora le cose non divengono più facili. Anzi divengono difficili al massimo, MA in tal caso si avrà la forza per tutto osare – oltre ogni limite umano – osare ogni volta l’atto assoluto, senza risparmio, che esaurisce l’umano, e realizza lo Spirituale autentico. Ossia come era scritto sulla tomba di un Iniziato del Settecento: “NATUS QUAECUMQUE AUDERE”, ovvero “nato a tutto osare”.

    Per questo, i lupacci paradossalmente amano ciò che le “anime belle” trovano poco o punto amabile: la Concentrazione.

    Hugo de’ Paganis

  2. Alternative alla Concentrazione? Non ve ne sono! Bando alle illusioni: non ve ne sono punto! Fuori di essa – fuori dell’autentica Via del Pensiero, instancabilmente indicata da Massimo Scaligero, e avversata da chi sappiamo – vi è solo menzogna, inganno e atroci disillusioni.

    Hugaccio,
    cattivissimo
    lupaccio.

  3. Che dire se non essere in accordo con quanto scrive Hugo. Il quale potrà turbare (spaventare!) i nostri pochi lettori quando parla di un apprendistato che dopo 30 o 40 anni continua ad essere un apprendistato. Ma c’è un grande realismo e sincerità in quelle parole.
    Eravamo negli anni ’70 del secolo passato e Scaligero ammoniva chiamando “eroi” quelli che a fine secolo sarebbero stati capaci di continuare nella disciplina della concentrazione. Da quei tempi ad oggi le condizioni interiori – quelle obbiettive – sono celermente peggiorate: come se il mondo animico fosse paurosamente divenuto un deserto senza vita.
    E, in effetti,per chi tenta giornalmente l’esercizio, il lavoro (il rito) si è ridotto al puro osso…senza carne o grasso. La pratica si fonda sostanzialmente sulla coerenza fedele ad una “conoscenza” a cui non è possibile derogare senza tradirla: che significherebbe tradire l’intuizione della verità: quella che è un tutt’uno col proprio Essere. Certo è possibile guardarsi attorno da tutte le parti, per poi scoprire che ogni altra via d’uscita è illusoria (detto eufemisticamente).
    Per questo motivo, con un poco d’allegria, mi sono permesso il punto interrogativo nel titolo della nota.

    Invece non sono d’accordo con Hugo circa il suo tono sulle alternative.
    Da un punto di vista diverso credo che vi siamo migliaia di alternative alla concentrazione: tutte più divertenti, piacevoli e a portata di mano…

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