UNA RISPOSTA

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Caro Isidoro, alla luce delle tante discussioni che imperversano da ogni parte, ti chiedo di rispondere ad una domanda assai breve: il tuo punto di vista sull’azione interiore e sulla concentrazione ed il suo limite. Sono stato breve? Un caro saluto. P**** M******

Ecco che queste righe arrivano a fagiolo. Peccato non siano arrivate prima dell’ampio articolo di Hugo sulla concentrazione: lì c’è quasi tutto e questo è un semplice riflesso. Del resto caro P. e cari lettori, sono circa vent’anni che scrivo le stesse cose…Quando arriva il mio pensionamento?

Caro amico, sono io che devo ringraziare te per un invito a nozze con una traccia di birboneria. Poiché la tua domanda non è ovvia, non lo sarà mai: essa è, per così dire, il centro di tutto. Non nel senso sapienziale ma in pratica. Che la pratica sia abissalmente distante dalla teoria (pensare e pensieri) è forse il fenomeno più grave che la Scienza dello Spirito e l’antroposofia hanno trovato sul loro cammino: l’inciampo gravido di conseguenze.

Fortunatamente ciò non è il tema che hai posto. Ti avverto da subito che, essendo nella sua natura, un’esperienza umana intima e individuale, anche quando venga svolta correttamente secondo le proprie leggi, che in pratica sono diverse da quanto l’anima sperimenta di solito, è praticamente impossibile dare in parole il suo modello. O meglio, questo è stato fatto da Massimo Scaligero.

Ritengo sia un dovere di alto rispetto ricordare a tutti i lettori di Eco come Scaligero sia stato, ai nostri giorni, l’individualità più limpida, qualificata e autorevole nel comunicare, con logica adamantina, il senso del pensiero e della sua ascesi.

Consiglio caldamente la lettura completa e alla presenza di tutta l’anima (come quando si affronta una prova difficile o un pericolo mortale) di almeno qualche suo scritto. Sottolineo inoltre che, per avvicinarsi alle nostre teste dure, con il Manuale pratico della Meditazione o con le Tecniche della Concentrazione interiore, Scaligero ha fatto l’impossibile: è riuscito a condensare il nucleo dell’Insegnamento in poche, iniziali pagine.

In chi questo continua a non voler comprendere, c’è da ritenere come pregressa una tragica subordinazione ad un danno cerebrale o a una straordinaria forza d’odio (lasciando un po’ in pace il karma che, come il ferro se scaldato ad alta temperatura, talvolta si rimodella).

Dovrei citare anche la curiosa categoria dei criminali del giorno dopo: genia che ad esempio perde tempo e fatica nel riassumere un terzo dei suoi testi per poi, per bassi interessi, declamare in maiuscole la assoluta fede nel Dottore e non nei “derivati” come Scaligero: squallore furfantesco che non merita una virgola in più.

Patologicamente più interessanti sono gli incensatori che sbranano frammenti dell’Opera per sete di autostima. Nessuno tra questi esseri molli comprenderà mai che ‘tradire’ Scaligero è tradire la Scienza dello Spirito e con essa Rudolf Steiner.

Dove qualcuno pensasse ad una acritica subalternità capitatami per infauste e indefinite cause, sbaglia alla grande. Il destino mi portò allo studio serrato della Filosofia della Libertà e, dopo poco, ai primi testi di Scaligero: un binario e due rotaie che attraversarle per lungo mi triturò un decennio, combattuto giornalmente con spirito critico perchè ero pienamente cosciente che era la mia vita e non chiacchiere la posta in gioco per cui stavo lottando pensando quei pensieri. Spesi dieci anni tra confronti, dubbi, giudizi critici espressi con la massima autonomia possibile e non fui solo ma confrontavo ogni pensiero che spremevo con alcuni amici, incredibilmente leali.

Questo al punto che, finalmente connessomi con Scaligero direttamente, gli incontri con i molti suoi ‘devoti’ mi lasciavano un sentimento di forte estraneità, come fossi..”un marziano a Roma” non incontrando a quell’epoca nessuno che vivesse nel pensiero di Scaligero ma purtroppo solo nel riflesso della sua figura. Non solo! Una delle conseguenze dell’incontro personale con Scaligero è stata che mi marcò dentro una impressione ancora oggi viva e crescente che mi permette di vedere con trasparente immediatezza (anteriore al giudizio) la vera statura interiore dei tanti “personaggi importanti” che il destino ironicamente mi ha poi posto innanzi.

E su quanto ho scritto con piena sincerità, poi, come al solito, ognuno giudichi come vuole.

Allora: pensiero e concentrazione. Il pensiero abituale è il passivo involucro o strumento di tutto men che di sé stesso. La minima sensazione di vitalità che pare giustificarlo come esso appare è data dalle emozioni, dai ricordi e dalle brame. Liberare il pensiero da questa passività sommersa nelle “acque inferiori” è l’operazione per cui si realizza la forza-pensiero che, nella zona metafisica simboleggiata spazialmente dalla testa, è parte del mondo di forze creatrici chiamato “mondo eterico”.

Il passo essenziale, eluso dal sapere, rifiutato da tanti, respinto da molti, incompreso dai più, è quello di trasformare il pensiero da scopo sufficiente della vita interiore comune a strumento o veicolo dello Spirito. Al ricercatore si aprono due vie: rimanere sul terreno ordinario in cui si giudica, si correla e si deduce su ogni cosa, anche sullo spirituale – pensato come un dato più nobile o più segreto – oppure praticare con coraggio e dedizione in una azione assai c o n c r e t a attraverso la quale si giunga a realizzare l’inutilità del giudizio, delle deduzioni, ecc. Insomma l’inconsistenza di tutti i propri pensieri, azzerandoli sino a percepire il valore potente della forza-pensiero.

Il pensiero, totalmente sottratto ai significati, viene percepito come una corrente di forza/luce. Tale corrente apre la strada del cuore eterico (è la via d’incontro del Logos eterico) che permette di percepire/sentire il pensiero macrocosmico, attivo universalmente e operante nella nostra intera struttura. La concentrazione è l’asse portante delle esperienze indicate ove l’assunzione di testi che riguardino generiche disponibilità animiche o pratiche armonizzanti sono soltanto inutili e fuorvianti.

Per l’operatore essa si presenta organizzata su molti livelli. In effetti l’operazione è semplice ma l’uomo è complicato e con queste complicazioni sue deve fare i conti. Magari evitando da subito le ulteriori dialettiche che, credimi, non finirebbero mai.

Chi può, coltivi un giudizio di fondo: la Concentrazione non è uno tra i tanti esercizi ma è il più possente Rito che l’uomo possa officiare. E’ l’Arte della più alta magia dei tempi nostri. E’ la via di Michael: discorsivamente rimuginabile e che perciò rimane inviolata: nel pensiero cosciente, per dedizione e sforzo, si desta l’elemento puro della volontà. La volontà pura, senza oggetto (senza la brama del dato) diviene un auto-volersi del Volere: è il veicolo di Michael e della Forza superiore di cui esso è veste.

Contro la Concentrazione esiste un esercito, sempre rinnovato con truppe fresche, di figure il cui tratto comune è la totale carenza di esperienze metadialettiche: magari se ciò fosse solo effetto di un’impotenza personale, potrebbe venir parzialmente sostituita da assenza di pregiudizi, onestà e logico rigore. Non è così. Anzi maggiore è la brama di ‘essere qualcuno’ con il codazzo di discepollastri e di responsabilità spiritual-organizzative, minima o nulla è una seria disciplina che porti ad uno straccio di obbiettiva esperienza. In parole povere è necessaria una scelta fondamentale tra la vanità personale e la ricerca trascendente: trascendente nel senso che deve trascendere i soggettivismi e le traduzioni volte al basso che i castrati spirituali portano volentieri in petto con falso e pervertito amore.

Tra i falsi indicatori, tra ipocrisia, menzogne e parole vuote, regna una gran confusione: parlano di controllo del pensiero scambiandolo per concentrazione e viceversa, indicano pericoli per il sentire e volere e leggo persino bestialità del tipo “si provi prima a volere e dopo a pensare”. Osservo un caos in cui il minimo epistemologico è finito in fondo alle fosse oceaniche. A questo punto di non ritorno è impossibile comprendere come la concentrazione sia già volere in atto e come il sentire arresti (finalmente) la sua funzione inferiore. Al punto, scrive il Dottore in un mantra fondamentale per l’asceta, che “l’umano sentire quieto svanisca”. E’ semplice: l’ordinario pensiero è l’unica attività che contrasta lo Spirito, falsificando quelle forze che chiamiamo sentire e volere. La reintegrazione del pensiero al proprio principio originario riabilita tutta l’anima (e il corpo) alla sua realtà spirituale. In pratica significa attivare un impeto straordinario che porti il soggetto pensante alla morte di sé e oltre essa.

Chi è capace di tanto? Verrebbe da rispondere: “Nessuno”. Ma non sarebbe completamente vero. Il soggetto può accrescere forza illimitatamente ed è con questa forza in eccesso che la ‘natura’ può venir superata. Tecnica, allenamento e rafforzamento progressivo sono ciò che occorre. Poi come ho già detto, i livelli di realizzazione sono tanti e variano per ogni operatore ma sono anche ignoti e incomprensibili per i venditori di antroposofia, i ciarlatori ed i ciarlatani. Le modificazioni della coscienza sono le tappe della Via e soltanto presso ognuna di esse acquista significato qualche ulteriore esercizio per il quale, sia detto per inciso, quello che trovi scritto sui testi è solo una conferma di quanto si è già compreso per esperienza: un’occhiata alla cartina stradale durante un viaggio. Di più: la lettura sbalordisce poiché sebbene l’indicazione scritta permanga esatta alla virgola, ora si comprende che quello che si era compreso era del tutto diverso da ciò che credevamo fosse una indicazione compresa: come la strada è diversa dal segno tracciato sulla cartina.

Cosa: si comincia dominando il pensiero che ci domina…ed è un lavoro lungo e faticoso. La gente ama i separé terminologici – paratie di sicurezza – ma pure questi sono limitanti: col coraggio del santo o del ladro e con l’energia dello spaccapietre, appena possibile si tenti la Concentrazione, focalizzando l’attenzione tutta su di un oggetto di pensiero e basta. Non giudicare che il meglio è stato assai breve: in effetti la totale continuità dell’attenzione è breve per tutti. Poi, durante la giornata si ritenti.

Quanto: il più possibile. Mica è una passeggiata! Però dopo subentra con chiarezza la sensibilità per il quanto che riesce dallo sforzo sterile. Nemmeno questa è una regola assoluta, anzi! Poiché nessuno ti obbligherà a non tentare, talvolta, il ‘molto di più’, su base frequente o infrequente. Che usi quello che ti sia possibile ora in quantità o intensità il senso è lo stesso: superare i limiti, essi sono sempre auto imposti. Lo si sappia o meno.

Caro P****, i miei fraterni saluti.

Isidoro

I lettori perdonino certe righe: scritte a caldo per una persona. Grazie.

2 pensieri su “UNA RISPOSTA

  1. Salve, vi leggo spesso, ma è la prima volta che scrivo. Ne approfitto per ringraziarvi della vostra testimonianza pubblica e dei frequenti spunti di riflessione che ricavo dalla lettura degli articoli.
    Dato che non ho altre possibilità di confronto, volevo porre un paio di domande.
    La pratica della concentrazione è molto diffusa nelle differenti tradizioni spirituali: ne sono esempi la preghiera continua della tradizione cristiana, l’esicasmo della tradizione ortodossa, il dhikr nel sufismo, il japa nella tradizione indù, lo samatha del buddismo. Quasi sempre si accompagna ad un atteggiamento devozionale di resa, oppure è preliminare ad una investigazione profonda, come nel Vipassana, o alla discriminazione tra Sè e non-sé nell’Advaita Vedanta.
    Che cos’ha di differente la concentrazione proposta da Steiner e da Scaligero per essere considerata l’unica pratica sufficiente?
    Tempo fa avete pubblicato una bella foto di Scaligero: sullo sfondo, attaccata alla parete della sua stanza, si intravedeva una piccola foto di Ramana Maharshi. Il quale per tutta la vita non ha fatto altro che incoraggiare la pratica della presenza a sé stessi come metodo per giungere alla sorgente dell’io: jinana yoga. Di questa pratica non trovo però traccia nell’Antroposofia, nemmeno nelle opere gnoseologiche di Steiner. Mi sbaglio?
    Differenti vie per un’unica meta o mete differenti?
    Molte grazie.

  2. Caro lettore,
    certo le vie sono state tante ma ciò ha una importanza relativa, essendo esse rami del medesimo albero che si suole chiamare “Tradizione” per indicare che sono espressioni contingenti di uno spirito eterno. E la contingenza congloba pure la concentrazione. Giustamente lei sottolinea come pure essa non sia opera identica in ogni corrente.
    La concentrazione di cui stiamo parlando qui, pur nei nostri limiti, è una operazione che accende la volontà. Non certo la volontà espressa dalla corporeità ma il volere metafisico, ordinariamente mai sperimentato.
    E lo si sperimenta come forza dell’Io, dai tentativi alla realizzazione.
    Nelle grandi correnti del passato, il soggetto veniva evitato poiché si percepiva il centro dell’Essere nel cuore o nel ventre. Ciò era pienamente giustificato: l’autocoscienza pensante era percepita come un ostacolo allo spirito.
    All’esame della Storia e dell’Uomo, si può osservare come questa coscienza è andata a rafforzarsi: tutto il divenire ha favorito tale fenomeno.
    A nostro avviso ciò, che apparentemente non appartiene alla vita dello spirito, non può essere eluso: così radicalmente presente che le soluzioni possono essere soltanto l’arretramento o il superamento. E sono cose assai diverse.
    L’uomo autocosciente è libero di rifiutare o accogliere lo spirito, ma in ogni caso deve partire da ciò che egli è ora. Non può “saltare” nel cuore o nel ventre: può fingere di farlo.
    Quello che un tempo era “titanismo”, cioè fondarsi su sé medesimo, ora non è “un modo di vedere”. E’ concretezza. Ciò non è affascinante o consolatorio. Fondarsi su ciò che si è, senza alcun saltino metafisico, fa paura (sebbene grandi del passato, in un certo senso, vedi Nagarjuna, già lo indicarono. Ma andrebbero capiti davvero).
    Lei accenna al grande Ramana: per l’Oriente (che non è l’Occidente) il suo vikara non credo possa definirsi come “lo yoga della conoscenza”. Perbacco! E’ una via essenziale, ultradiretta. Si pone una domanda e la porta oltre le radici delle cose. Chiede l’Io vero. Quello che per noi è il soggetto vero che presenzia ogni pensiero voluto. L’ascesi è il passaggio o percorso da tale potenza al suo atto. In sostanza il termine concentrazione indica questo percorso.

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