Giovanni Colazza – BARRIERE

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Le indicazioni che ci giungono da quella altissima figura spirituale che fu Giovanni Colazza costituiscono un dono prezioso per tutti i praticanti interiori che sono coraggiosamente impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero.

Nella povertà terminologica e nello stile scarno, essenziale, intenzionalmente asciutto dei suoi scritti, l’operatore accorto può ravvisare il rigore ascetico e l’adamantinità dell’Iniziato.

Dal I dei tre volumi di Ur – Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vogliamo riportare il primo dei sui scritti, firmati con l’eteronimo di Leo.

BARRIERE

LEO

Il primo movimento dell’uomo che cerca se stesso deve essere quello di spezzare la propria immagine abituale. Soltanto allora egli potrà cominciare a dire Io, quando alla parola magica corrisponda l’immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti di spazio, di età e di potenza.

Gli uomini devono raggiungere il senso della realtà di se stessi. Per ora essi non fanno che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e più piccoli di quello che sono; ogni loro pensiero, ogni loro atto è una barra di più alla loro prigione, un velo di più alla loro visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si attaccano alla terra che li porta: è come se un’aquila si immaginasse serpente e strisciasse al suolo ignorando le sue ali.

E non solo l’uomo ignora, deforma, rinnega se stesso, ma ripete il mito di Medusa e impietra tutto quello che lo circonda; osserva e calcola la natura in peso e misura; limita la via attorno a lui in piccole leggi, supera i misteri con le piccole ipotesi; fissa l’universo in una unità statica, e si pone alla periferia del mondo timidamente, umilmente, come una secrezione accidentale, senza potenza e senza speranza.

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L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento della sua coscienza.

I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma si continua attraverso la terra e negli spazî cosmici. Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza.

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E’ opportuno far notare la necessità di una speciale attitudine di fronte a questo punto di vista come a qualsiasi altro dell’esoterismo. Si tratta di inaugurare ciò che poi servirà tanto spesso nella vita dello sviluppo spirituale, un modo di possedere un concetto che non è soltanto comprendere o ricordare. Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente (1); e non solo come pensiero ma anche come sentimento. La contemplazione del proprio essere e del mondo nel modo che è stato sopra enunciato suscita un senso di grandezza e di potenza: bisogna trattenere in noi questo senso in modo da farci compenetrare da esso intensamente.

Così potremo stabilire un rapporto realizzativo con questa nuova visione, la quale dapprima si verserà nell’incosciente finché dopo un certo tempo verrà ad inquadrarsi in modo sempre più definito nel sentimento di cui abbiamo parlato; si presenterà allora una nuova condizione in cui ciò che prima era concetto potrà divenire presenza di una forza e si raggiungerà così uno stato di liberazione su cui sarà possibile edificare una nuova vita.

Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.

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(1) Questo punto fondamentale, di far scendere mediante il ritmo nel proprio ente corporeo una conoscenza fino a incidervela, può chiarire il perché di tante ripetizioni, concettualmente inutili, dei discorsi del Buddha, come anche di quelle che si incontrano in preghiere ed invocazioni magiche e così via via siano al razionale impiego di pratiche respiratorie dell’hatha-yoga. [N. d. U.]

3 pensieri su “Giovanni Colazza – BARRIERE

  1. Surya ci ha fatto un bel regalo portando su Eco uno scritto fondamentale del dott. Colazza. (Colazza, fedele ai suoi principi, non scriveva mai: lui parlava e l’articolo consiste delle sue parole, trascritte da J. Evola).
    Voglio solo aggiungere che tutte le righe che appaiono come indicazione meditativa NON andrebbero considerate come una sola, lunga meditazione. Scaligero mi spiegò che esse comportano diversi spunti meditativi: sono una somma di meditazioni in un unico paragrafo.
    E non sono neppure meditazioni così come sono scritte ma direttive da sviluppare per propria attività.
    Così uno, ad esempio, prende la prima frase e non la ripete automaticamente ma, riportandola spesso nell’anima, lascia che pensieri e sentimenti possano arricchire il suo contenuto. Questo è il lavoro lungamente ripetuto e solo così essa, come il sole al mattino, si alzerà (trasformata) nell’anima con senso e impressione: non parole ma un peculiare assenso, un qualcosa in più che prima non aveva mai vissuto dentro di noi. Ogni deduzione aprioristica paralizzerebbe il processo. Ogni sentimento “facile” nel merito sarebbe solo fuffa senza valore.
    Persino la nota sotto lo scritto (è un commento di Evola) non centra il bersaglio.

  2. Perdonate il ritardo nel rispondervi ma la mia connessione internet questi giorni è quella che è: il tentativo di pubblicare una risposta è più volte fallito e speriamo di riuscire adesso. Grazie a Savitri per il benvenuto e ad Isidoro per le preziose precisazioni. Da parte mia nulla da aggiungere se non il fatto che sottolineerei dieci volte l’avvertenza che mi pare importantissima: ‘tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano’. Come Colazza avverte, non una nuova convinzione ci e’ necessaria, ma un mutamento radicale che diventi organico in noi, che sia avvertibile come una forza prima sconosciuta. L’ inciampo possibile? Affrontare l’esercizio come si affronta tutto ciò che attiene alla vita ordinaria, relegare cioè la nostra attivita’ al piano che non le compete: non ci porteremo allora di un sol passo oltre il piano fisico-sensibile. In tal caso perfino la disciplina interiore diligentemente e assiduamente svolta, rischia di essere la nuova identità, la nuova veste di comoda correttezza da indossare nel mondo.

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