NON E’ AFFATTO FACILE… (di F. Giovi)

la via della volonta' solare

Non sono pochi gli anni passati dal tempo in cui uscí l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguí nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguí poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che, per l’ap- punto, si facevano compagnia nel settore occultistico della piú fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era grosso, costava poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune, essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli.

Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima… eppure lo studio piú rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso piú concreto di tale lavoro fu quello di educare il sentimento nei confronti del pensiero e della sua prioritaria importanza.

Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, cosí raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.

Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva senza corsie di sorpasso tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà scarsa e insoddisfacente, poiché generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.

Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione, che non poteva essere filosofica, ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che finalmente afferrato sino alla radice diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con sé un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica (un tempo anch’essa utile e giustificata), ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.

Verso la fine degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione Chi sono Io?), considerandolo come la via piú attuale e diretta fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi (ma almeno ne ero consapevole). Scrissi di questo a Massimo che mi rispose cosí: «…ma allora, caro Giovi, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. È la via dei forti e dei risoluti».

Vorrei dirvi: «Letto e fatto». Quasi, ma non andò tutto liscio, anzi… Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso, il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica! Lo schema delle grandi crisi è piú o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare: fino in fondo.

Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una sfogliatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente ecc.

Camminavo su e giú per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: chi è sveglio quando io dormo. Decise lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salí in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: «Siedi» e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. «Immagina un oggetto» e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). «Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine» e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agí e lo riconobbi (lui è me e io non sono lui) ed è una di quelle conoscenze che durano. Da quel momento molte volte la mia anima ha poggiato sulla sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra.

Eppure, ad onta di quello che vi ho narrato, posso assicurarvi che una concentrazione piú nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tantomeno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso piú letterale) per scuotere dall’anima ogni singola briciola di ciò che la concentrazione non è.

Fossi l’unico scemo del villaggio, tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso, ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner, le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. Eduard von Hartmann (che Steiner definí come uno degli uomini piú intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.

Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico, poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via piú pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi, si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni, obiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche astrattamente vero… ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!

Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nel corpo forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale, rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene, e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (è pur vero che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genía dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore, significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella piú pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali piú nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: «Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lí e si deve combattere con essa, farla finita con essa» (da Sergei Prokofieff: Mito e Realtà. Moskau-Basel Verlag).

Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi medium, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.

Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto, le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità, ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal pullulío di spiriti che parlano con la voce degli uomini. Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: «Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?». Oppure: «Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?». E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: «Steiner permette di mangiare carote?». Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo ecc.

Ho tentato di sottolinearlo qualche mese addietro: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica, ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico (ho scritto “fisico” e non “sensibile”)! Provate e ci troveremo concordi. Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.

Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici piú seguiti e compulsati? Non parlo genericamente, e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (Ed. Antroposofica, 1971). Non c’è uno studioso di Scienza dello Spirito che non reciti in ogni possibile occasione la frase, virgolettata nell’originale, di pagina 56: «Per ogni passo innanzi che cerchi di fare nella conoscenza delle verità occulte, devi al tempo stesso fare tre passi nel perfezionamento del tuo carattere verso il bene» e che, nel linguaggio comune viene ridotta a: «Tre passi nella morale, un passo nella conoscenza». Non si indica mai il contesto degli esercizi ai quali queste parole sono dedicate in particolare, e per i quali è effettivamente necessario un altissimo carattere di moralità a salvaguardia (del corpo astrale) dell’osservatore e dell’osservato. Pazienza. Ma la dimostrazione non finisce con questo appunto, perché invece è illuminante (però di luce nera) il totale oblio in cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a pagina 174, estraggo il minimo: «È possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio) anche per altre esperienze interiori egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. …Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile».

Questo, cari lettori, precede le operazioni occulte e iniziatiche, e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai piú difficile.

Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: «Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da sé. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo, ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare». Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare, ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa, ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto, ma mi svaporo nell’infinito, nell’astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui si identificava perché era folle e addormentato.

Ma non è per niente facile, perché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti: «Io non sono né questo né quest’altro», ma è, sino a momenti preiniziatici, un progressivo rafforzamento piú simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione sui pensieri senza curarsi del corpo, e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti, vale ancora di piú nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico-personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell’impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le piú favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtú del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza nemmeno sfiorarli, nella direzione opposta.

Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita e, da un punto di vista esoterico, è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli Ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene. Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore, è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello dei piú rivoltanti e sanguinosi tiranni come fu, ad esempio, “Doc” Duvalier che, a conti fatti, almeno evitava di schiacciare involontariamente le formiche «perché, poverine, loro non si reincarnano».

Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice, viene dopo, è il passo successivo, e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri accennati dai libri piú ispirati, evocati nelle conferenze piú selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza l’estinzione del pensiero dialettico, tutta la Scienza Spirituale può presentarsi alla coscienza umana soltanto come una possibile realtà che diventa astrazione fantastica riformulata su binari strettamente razional-ideologici: un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato dai nemici dell’entità umana.

Un ambiguo controsenso che forse le parole di Paolo, uomo fatto di pasta speciale cotta dal Sole nei pressi di Damasco, potrebbero evidenziare meditativamente quando si avesse il coraggio di riferirle a noi stessi: «…Perché non faccio il bene che voglio bensí il male che non voglio…».

Franco Giovi

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