I DIVERSI VOLTI DELL’ESPERIENZA INTERIORE ( di F. Giovi)

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Se questa nota fosse veramente ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nel comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo, Tilopa, Roma 1963), esse, di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato essenziale, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino «in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi». Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo… potremo continuare all’infinito. Occorre compiere un piccolo sforzo per realizzare che, fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero), non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria, e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dall’interiore mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana, ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo, ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora la desta autocoscienza si spegne durante il processo: riaccendendosi solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema, ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e piú importante tra le esperienze interiori è la coscienza pensante, sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il piú negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, e se davvero fosse cosí il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo cosí non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione, per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordi­nario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono familiari nel mondo sensibile. Questo è un errore, ma vi sono errori ancora piú profondi, laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile. Per non parere astratto vi riporto un fatto realmente accaduto alla presenza di una certa élite di esoteristi.

 Jules-Benoit Doinel fu il fondatore della Chiesa Gnostica (ho citato il suo nome nella nota biografica su Paul Sédir) su confe­rimento degli “antichi vescovi albi­gesi” nel modo qui di seguito de­scritto. È l’autunno del 1890, ora del crepuscolo. Il luogo è l’Oratorio della Duchessa di Pomar . Presenti un Barone spagnolo, sei o sette importanti occultisti e un potente medium. «Una Presenza riempiva l’Oratorio» scrive Doinel, e dopo un prolungato silenzio, la pesante antica tavola intorno alla quale i nostri personaggi sono seduti inizia a fremere e a modulare onde sonore. Lady X con una bacchetta d’avorio scorre un quadrante alfabetico: alla lettera corrispondente il tavolo emette colpi secchi. Cosí si forma la frase: «Preparatevi a ricevere i Vescovi del Sinodo Albigese di Montségur». Scintille luminose sprizzano dalle pareti, di fremiti vibrano le porte, dal centro del tavolo parte una specie di rullo di tamburi temperato, come al passaggio di augusti personaggi. Poi torna il silenzio e l’alfabeto forma una nuova frase: «È qui Guilhaberto di Castres, Vescovo di Montségur e i quaranta Vescovi dell’Alto Sinodo del Paracleto sono venuti con lui». Tutti i partecipanti si alzano in piedi e Guilhaberto di Castres (a colpi di tavolo) parla: «Ricostituite ed insegnate la Dottrina Gnostica che è la Dottrina Assoluta, e per Vangelo prendete il Quarto, quello di Giovanni, che è il Vangelo dell’Amore. Ricostruite apertamente la Chiesa Gnostica, la Santa Chiesa del Paracleto, composta di Perfetti e di Perfette, come la nostra Chiesa. Colui che dovrà ricostruirla, è in mezzo a voi stasera. Egli verrà consacrato mio successore in questo stesso Oratorio, secondo l’antico rito: e avrà Elena-Sofia per fidanzata e sposa. Lo Spirito Santo vi manderà Coloro che vi sono necessari. La gioia dello Spirito e la pace del cuore siano con voi, Primizie della Gnosi Nuova!». I presenti sono sconvolti, si inginocchiano, il tamburo riprende a battere, un vento scaturisce dall’invisibile e tutti odono una voce che dice: «La benedizione del Santo Pleroma e degli Eoni sia con voi! Noi vi benediciamo come benedimmo i Martiri di Montségur. Amen, amen, amen». Poi tutto torna alla quiete, la tavola rimane muta, ma nello stesso istante, è sempre Doinel che scrive: «Ebbi l’im­pressione di una bocca e di un bacio: era il sacro bacio della mia mistica Sposa».
Poco tempo dopo quanto narrato, Doinel venne consacrato Vescovo Gnostico (con il nome di Valentino II) e i piú valenti esoteristi di Francia: Papus, Sédir, Haven, Guénon ecc. furono consacrati vescovi di altrettante città europee. Anche l’Ordine Martinista venne travolto dalla slavina: l’Art. VII del Decreto Sinodale dichiara il Martinismo d’essenza gnostica, e i suoi Superiori Incogniti prendono posto nella classe dei Perfetti.
Desidererei che osservaste l’accaduto con lucida e distaccata coscienza: esso non fu altro che una fragorosa, scenografica seduta spiritica, la quale però, in quel momento e nei successivi avvenimenti, intrappolò il fior fiore degli esoteristi francesi che cadde nel pentolone come pollame da brodo (a onor del vero ad alcuni degli attori venne data successivamente una ben piú elevata possibilità: la connessione a Maître Philippe). Voglio sottolineare che una corrente spiritualista di una certa apparente importanza sul piano dell’esoterismo europeo originò da una seduta medianico-spiritista, cioè dalla massima antitesi di una vera manifestazione spirituale.
Mi sono dilungato nel racconto per non restare nelle astrazioni, per raccontarvi una storia e per affermare (credo ragionevolmente) che moltissimo di quanto passa come mondo esoterico ascende, pur con tante differenze formali, dalle stesse suggestive oscurità che si manifestarono nell’Oratorio della Duchessa di Pomar. E non andrebbe dimenticato che da quelle parti si manifestarono, a conti fatti, soltanto dei fenomeni medianici a effetti fisici, quelli che piacciono tanto ai tecnologi della parapsicologia che in oltre cent’anni di studi “scientifici” non hanno tirato fuori nemmeno un ragno dal buco.

Piú raffinato e complesso è il fenomeno del visionarismo, tenendo in poco conto l’esperienza dell’Importante Teosofo che passeggiando per Roma vede tra i bighelloni Christian Rosenkreuz (Ieratico? Frettoloso? Questo non lo sapremo mai). In tale tipo di fenomeni, senza che vi sia di necessità un mutamento o un particolare rafforzamento dell’anima, si aggiungono alla coscienza comune, come se la realtà non ne fosse già strapiena, figure, immagini e scenari. Questi casi possono avere differenti origini e diversa rispettabilità. In genere le visioni sono di tre tipi:

prodotti di patologie connesse a danni chimici o neurologici, in alcuni casi aggravate da erronee discipline interiori e, peggio del peggio, rafforzate da irriconosciute predisposizioni ad aperture medianiche;
residui di antica veggenza atavica in cui il sangue è percettivo e le immagini sono echi di percezioni spirituali (eteriche), sovente caratterizzate da una certa obiettività con fatti piú antichi o lontani. Esse, intendo le visioni, di solito non danneggiano l’individuo (fanno parte di lui, spesso ereditate dal ceppo familiare), che sovente è protetto dalla semplicità intellettiva e/o da un isolato ambiente sociale;
fenomeni collaterali karmici che sorgono spontaneamente sui primi passi di una vera disciplina interiore. Gustav Meyrink, nel suo romanzo La faccia verde, dà una debordante ma sostanzialmente esatta descrizione di quanto può verificarsi: «La via che ti mostro è tutta cosparsa di vicende straordinarie: i morti che hai conosciuto vivi risorgeranno davanti a te e ti parleranno! Non saranno che immagini. Esseri luminosi, sfolgoranti e gloriosi t’appariranno e ti benediranno! Non saranno che immagini, figure immateriali che, emanate dal tuo corpo (mio è il corsivo), trapassano per la morte magica, sotto l’influsso della tua mutata volontà, dalla materia allo Spirito, come il duro ghiaccio evapora sotto i raggi del sole».

Dovrebbe essere ben chiaro per l’asceta che le esperienze del III tipo sono positive come indicatrici del suo lavoro e del tutto negative se valutate e coccolate come rivelazioni o altro di simile. Di solito questo genere di fenomeni cessa proprio quando l’anima diventa un tutt’uno con la Via dello Spirito.
I casi descritti hanno in comune la corporeità fisica – Meyrink lo evidenzia – che è in effetti il buio archivio di tutte le forze magiche del passato, quindi il problema non è il possesso (il “cosa”) di una inesauribile miniera di pietre preziose, ma il fatto di estrarle nel modo giusto (il “come”). Basilio Valentino conosceva il problema quando indicò l’Opus con l’acronimo VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
Mi permetto di accennare ad una categoria minoritaria, di cui, a ragione, nessuno parla e la cui natura è priva di definizione perché è del tutto individuale, intima e occulta. Fa parte di essa chi continua, di vita in vita, un determinato lavoro interiore e ne diviene consapevole progressivamente oppure in momenti cruciali della vita. Qui non esistono schemi. Racconto di uno che aveva all’in­circa quarant’anni: mentre pregava (non era confessionale ma a suo modo assai religioso) il mondo circostante sparí e apparve il Maestro antico: «Sono nuovamente sulla terra, muoviti a cercarmi!». Impiegò anni a trovarlo. Parlo di uno solo perché, estroverso e generoso, non nascose l’accaduto e se n’è andato da tempo, ma devo tacere di altri che hanno scelto il silenzio. Sono pochi ma non pochissimi e a descrivere il loro come e quando parrebbe una raccolta di sfrenate fantasie. Gli scarsi caratteri comuni sembrano comunque essere: a) avere frammentari rapporti con l’invisibile già dai primi anni di vita, b) la riaccensione di un fuoco interiore (eterno?) che spinge nella ricerca, nello studio e nelle discipline, c) l’incontro con il Maestro.
Dalle poche righe che su questo ho osato scrivere, chi sa leggere con il cuore comprenderà quanto intima e delicata sia tale sfera: per l’attuale modo di pensare, diciamolo senza ipocrisie, la segretezza infastidisce. Io spero che chi si dice occultista abbia la minima sensibilità, almeno in questo caso, di comprenderla.

L’attuale situazione per gli aspiranti ricercatori dell’Occulto si presenta grave e severa ed esige un grande sforzo del cuore e della mente, poiché quasi tutto quello che si offre alla loro ricerca sembra offrire mete spirituali per le quali il prezzo del biglietto consiste in forme, anche complesse e difficili, di completa passività. Guardate che, anche tenendo in nessun conto i sincretismi all’acqua di rose e le dottrine sognate a tavolino, se ci si accosta ad insegnamenti di provata radice metafisica, il fatto della passività sembra reggere. Ad esempio il chi cino-taoistico dovrebbe manifestarsi solo dopo aver cancellato quello che lo impedisce: se voglio spingere un oggetto uso di norma muscoli, legamenti ecc. Ma se voglio che sia il chi a spingere, devo allora esercitarmi nella negazione dei muscoli fisici. Diamine! Il chi è spirituale, perciò impersonale, e quindi saturerà il suo campo quando toglierò di mezzo quel fastidioso “io sono” che ingombra la testa e tutto il resto. “È stato tirato” conferma il cortese monaco dopo che Herrigel, dimentico di sé, compie l’impossibile impresa.
Impossibile al di fuori di uno specifico karma personale e di particolari influenze. In fondo basta togliere la desta autoconsapevolezza al desto e autoconsapevole uomo occidentale! Saltar via dalla propria condizione strutturale è impossibile, mentre è possibile ottunderla. Ma questo significa, per l’uomo contemporaneo che ha perduto gli stati sottili di coscienza, acquisendo in cambio un punto desto di tangenza con il Principio – questo è l’Io – consegnarsi, regredendo, alla corporeità. Steiner osserva che le forze dell’anima, nello specifico il percepire e il volere, dipendono nella vita tanto dall’elemento corporeo quanto da forze extracorporee. L’intensificazione dell’attività pensante trae fuori dal corpo le forze dell’anima e le rende indipendenti dai processi corporei. Nel caso contrario le attività animiche di competenza umana divengono semplici manifestazioni di attività organiche. Lo sperimentatore si lega alla corporeità in misura maggiore (patologia) rispetto alla normale coscienza di veglia. Ciò che sta sotto manifesta la propria attività in contenuti ed immagini eliminando parzialmente (visionarismo) o totalmente (medianità) le forze di coscienza che, ora, appartengono all’Io. In pratica la linea di confine consiste nel percepire un abbassamento della destità di coscienza che nella pratica interiore non deve mai scendere sotto la consapevolezza del pensiero ordinario. Fate attenzione: nel suddetto caso si avverte una stasi, una sonnolenza o una stanchezza piuttosto strana, perché è incomprensibile se sia fisica o mentale; poi, siatene sicuri, arrivano presto esperienze e visioni. Se l’anima non è predisposta alle vie della dissoluzione, questi fatti saranno soltanto inciampi fortuiti sui primi passi. Però non vanno assolutamente coltivati. La coscienza s’abbassa? Si concluda immediatamente l’esercizio. Eventualmente si riprendano nuovamente (in un secondo tempo) le formule iniziali degli esercizi, ossia il ripartire dalla forma piú elementare della tecnica, riducendo i tempi, avvantaggiando l’intensità e rivisitando aspetti irrisolti del carattere o almeno aumentando il potere dell’attenzione.

La direzione opposta consiste nell’intensificazione dell’attenzione pensante che inizia dal con­trollo o dominio del pensiero ordinario e può giungere alla percezione del pensare indipendente dalle categorie corporee. Attenzione: l’esperienza del pensiero-che-è-piú-che-pensiero, si dà. Non sareb­be esatto dire che essa sia il risultato dell’immagine sintesi: questa ne è, per cosí dire, la base necessaria. Pure il termine “immagine sintesi” sembra portare confusione anche in chi vorrebbe indicare agli altri il cosa e il come e sorge la bislacca tentazione di “pensarla” come uno stravagante puzzle di immagini raccolte durante la ricostruzione dell’oggetto, e cosí si sbaglia alla grande. Certo, la concentrazione è una tecnica, ma non intellettualistica, è tutta pensiero, ma un pensiero che esige anche pazienza, coraggio, volontà e dedizione ben oltre i naturali limiti: si tratta di osservare il pensiero e questa è, nell’ordinario, una impresa impossibile che può diventare possibile a tappe. Se dico a Tizio di darmi un turacciolo, Tizio me lo dà poiché ha suscitato e riconosciuto il concetto di turacciolo: un lampo nemmeno troppo consapevole che per un attimo si è acceso all’interno della coscienza. La concentrazione estrae e contempla in chiara realtà questo lampo. Per giungere a ciò si evoca un tema (il turacciolo) e si ricostruiscono davanti alla coscienza le caratteristiche dell’oggetto: con questa operazione si fa volitivamente convergere la corrente del pensiero sul tema. Lo si estrae dall’interno della coscienza. Poi si mantiene l’attenzione solo sull’oggetto: essa è sempre corrente di pensiero! L’oggetto (che naturalmente è di pensiero) può anche rivestire la forma percepita nella visione sensibile. Per molto tempo esso tenderà a sparire nel nulla vuoto, e occorrerà attingere continuamente ad un intimo sforzo creativo per ricrearlo e porlo all’attenzione interiore. Con la pratica e l’insistenza incrollabile, l’immagine comincerà a mantenersi, statica o dinamica, quasi fosse indipendente dallo sforzo dell’operatore che deve sostenere comunque la massima concentrata attenzione (però avvengono sottili modifiche interiori nel modo di chi guarda e in ciò che è visto). Continuando l’operazione, si osserverà che l’immagine tenderà a dissolversi, ma non come all’inizio. La situazione è diversissima, poiché ora l’eventuale vuoto è saturo, il nulla è pieno perché dall’oggetto, formalmente scomparso, fiorisce un intenso quid pieno di vita (è vita dell’etere, quindi tutt’altro che astratta: è la prima volta nella vita in cui si percepisce la vita!). Questo quid pieno di vita è avvertito dalla coscienza come il concetto puro privo di “materia”, cioè di categorie sensibili. Perciò, se la terminologia di immagine sintesi vi ingarbuglia, potreste chiamarla “immagine creativa”, poiché lo sforzo maggiore sta nel mantenerla e ricrearla (sono consapevole che sintetizzando l’ope­razione non ho potuto tener conto di diverse variabili individuali). Nella terminologia usata dalla Scienza dello Spirito il vertice di questa eccezionale esperienza è chiamato col nome di pensiero puro libero dai sensi e trae con sé l’elemento puro del volere e del sentire: si può dire che un secondo uomo nasce dall’intensificazione del pensare. Un’entità vastissima che inizia ad agire nel campo universale delle Potenze cosmiche. Il pensiero libero dai sensi non è soltanto il fondamento certo per una conoscenza di sé quale entità dello Spirito, ma è anche il mezzo tramite il quale l’uomo può conoscere per esperienza diretta quanto del Mondo Spirituale è significativo per la sua ulteriore maturazione.

L’Opera epistemologica di Rudolf Steiner e in particolare La Filosofia della Libertà offre in tal senso il necessario processo conoscitivo e lo sforzo richiesto al pensiero stesso. Non posso però tacere la modestia dei risultati (rimproverata ai membri della Società Antroposofica da Steiner stesso) ottenuti nella prima parte del XX secolo, mentre nei molti decenni successivi si è potuto assistere al parziale oscuramento del tema (e su ciò sarebbero inevitabili delle osservazioni che sono certamente scabrose poiché coinvolgono la guida dell’Associazione).
Il lavoro sacrificale di Massimo Scaligero ha ridato comprensione, realtà e mezzi al processo epistemologico che chiamiamo anche Via del Pensiero. Non v’è pagina nei suoi scritti in cui la concatenazione dei pensieri non permetta la risalita dal pensiero astratto alla percezione del pensiero pensante. Oltre Scaligero, mi si può far notare la presenza di altre figure che hanno espresso simili contenuti, ma ciò è vero in minima parte, in quanto trattasi di persone che hanno conosciuto e incontrato Scaligero apprendendo e annotando da lui tutto il possibile per “personalizzarlo” in tempi successivi. Fa parte dei tratti del carattere di Scaligero (meglio sarebbe dire: della sua grandezza spirituale) il non aver denunciato tali scorrettezze, mantenendo persino rapporti epistolari amichevoli con i suddetti autori. Del resto Scaligero non ha mai ritenuto come “suo” il proprio lavoro. Magari un analogo sentimento permeasse chi si ritiene custode delle sue parole! Che, seppure lentamente, raggiungono in tutto il mondo le anime che avvertono una carenza o frattura nell’es­senza di ciò che viene presentato come Scienza (?) dello Spirito dai suoi formali espositori. Questa è la spiegazione sensibile ed è incompleta. Quanto vi è di altro non compete a questa nota.
La liberazione dai legami corporei non è una sorta di distacco spaziale, ma un rovesciamento dell’essere e delle sue forze conoscitive. Per la prima volta l’uomo vede cosa sia il corpo sensibile e il corpo fisico: sono due esperienze intense e completamente diverse. L’uomo cosmico vede l’uomo terrestre e impara (intuisce) quali siano le forze addormentate e contratte che questi cela. Circa la corretta rappresentazione di alcune esperienze è di particolare interesse il ciclo di Rudolf Steiner intitolato Dell’Iniziazione (Ed. Antroposofica, Milano 1985) permettendomi di ricordare che nemmeno il Dottore dice tutto dappertutto. Del resto nel IV capitolo della Scienza Occulta sono inserite in forma di immagini le chiavi per accedere ai grandi segreti celati nell’uomo… qualora l’asceta possa attingere alla parte di sé in cui eternamente scorre il pensare liberato.

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