LA SOLITUDINE SPIRITUALE DELL’ASCETA

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Che la Via della Iniziazione – la Via del Pensiero Vivente – sia una Via eroica e non una via egoica, per chi sappia discernere il vero è cosa assolutamente certa. Tuttavia vi sono dei punti che il praticante interiore deve aver molto ben chiari, se non si vuole aprire il varco a non poche illusioni, che nel tempo possono rivelarsi pericolose, o addirittura esiziali.

Un primo punto da chiarire è che se è vero che la Via è eroica, ciò non significa affatto che chi inizia a percorrerla sia un eroe. La Via dell’Iniziazione – e specificamente, nella nostra epoca, la Via del Pensiero Vivente – pone una esigenza stringente, ma questo non significa affatto che chi si volge a tale Via e inizia a percorrerla abbia a fortiori  le qualità richieste – o, come direbbero i tradizionalisti: gli adhikâra, ovvero le necessarie «qualificazioni» – anzi, il più delle volte chi in questa epoca arriva a calcare l’aureo sentiero dell’Iniziazione tali qualità inizialmente non le possiede affatto. Può essere un momento molto severo e doloroso dell’autoconoscenza per il neofita praticante il percepire la propria insufficienza rispetto al compito spirituale richiesto, compito al quale egli si vorrebbe consacrare.  

In effetti, il Mondo Spirituale non pretende affatto che chi, in questa epoca, vuole intraprendere il sentiero occulto sia già sin dall’inizio «eroico»: sarebbe disperante se in questa epoca da lui si pretendesse tanto! Tuttavia, il Mondo Spirituale esige – e lo esige nella più estrema misura – che, cammin facendo, «eroi» lo si diventi, e che ci si impegni con tutte le forze a diventar tali. 

Se non ci si vuole fare illusioni su se stessi, è bene che sulla nostra iniziale inadeguatezza al compito spirituale – inadeguatezza che può prolungarsi su un lungo tratto del sentiero spirituale – non ci si faccia illusione veruna. Il nostro essere «naturale» vive, ed è, una contraddizione apparentemente insanabile. Da una parte, il discepolo neofita «sa» dai testi della Sapienza sacra che «il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi», e che «nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo», mentre dall’altra egli si fa facilmente e spensieratamente portare a spasso come un cagnolino da istinti, brame, paure, passioni, pregiudizi e false convinzioni, che sono il giuoco della maya nell’essere umano. Oppure, nel migliore dei casi, egli inizia una aspra lotta nei confronti di una natura inferiore, sorda al richiamo dello Spirito e riottosa a trasformarsi. Contraddizione che a volte può dar luogo a situazioni veramente tragiche e in non pochi casi portare addirittura a situazioni ridicole.

Massimo Scaligero ammonisce apertamente che l’idea di una esperienza spirituale – ancorché corretta e vera – non è affatto quella medesima esperienza spirituale: ne è tuttalpiù un germe embrionale: germe che può facilmente diventare sterile e addirittura abortire. Ovvero il «sapere» che si ha circa la natura spirituale dell’Io, e la presenza nel nostro cuore dell’originaria forza creatrice – come direbbero i trattati di geometria – è sì un elemento assolutamente necessario, ma di per sé non è affatto sufficiente: se rimane un mero pensato, l’aiuto che un tale «sapere» può dare è alquanto limitato e nel tempo si esaurisce rapidamente.

Il superamento di tale esiziale contraddizione è nella pratica interiore: nell’attuazione volitiva dell’Ascesi. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nella quarta di copertina de L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976:

«Egli [l’Autore] presenta così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, dell’uomo spirituale, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi , oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore».

Ma come suol dirsi, la cosa è semplice, ma è veramente difficile – anzi difficilissimo – quel che è semplice: ossia un semplice che è tutt’altro che facile, come ampiamente dimostra l’esperienza degli umani. Un esempio di tale difficoltà è evidente nel fatto che molti esoteristi cercano, o il più delle volte sentimentalmente sognano, l’esperienza spirituale in cerimonie e ritualità passabilmente complicate e barocche, o in esercizi orientali, esoticamente affascinati, anch’essi oltremodo complessi. Altrimenti pensano di trovarlo nelle emozioni di una sentimentalità misticheggiante, magari accompagnata da un comodo moralismo di maniera. Cercano lo Spirituale in tutto fuor che nel pensiero con cui lo pensano: in tutto fuor che nell’attività pensante con la quale operano la scelta di una Via. L’oggetto pensato, illusoriamente, appare più concreto e importante della concreta attività del pensare che tale oggetto coscientemente crea e pensa. Il che è francamente illogico: almeno secondo la logica del Logos, che poi è l’unica concreta e reale.

Massimo Scaligero avvertiva che non sono esercizi elaborati e complicati quelli che portano all’autentica esperienza spirituale, bensì l’esercizio nel quale siamo capaci – malgrado tutti gli ostacoli posti dalla nostra natura senziente e istintiva – del massimo della forza, della massima dedizione all’esercizio stesso, che magari può apparirci il più arido e ingrato: la Concentrazione. E per anni si è potuto osservare quanta sorda o aperta opposizione susciti persino negli ambienti «scaligeropolitani» – come li chiama il mio amico C., asceta d’altra dottrina e grande ammiratore di Massimo Scaligero – la centralità della Concentrazione e della stessa Via del Pensiero.  

Il fatto è che la Concentrazione – «l’esercizio a sé sufficiente», lo definiva Massimo Scaligero – se veramente posta al centro della vita dell’anima e praticata con ardente dedizione e continuità, colpisce ripetutamente come un pesante maglio la natura inferiore, e la sbriciola. Ma la natura inferiore dell’uomo è avida di torpida inerzia e di abietto servaggio: essa ha una «natura» – mi si perdoni il giuoco di parole – fortemente «conservatrice» e «reazionaria», e si oppone con forza brutale o con sottile astuzia alla forza dissolvitrice e trasformatrice dello Spirito. La sua è una antica e perfida «sapienza», che facilmente illude con le sue male arti il poco consapevole essere umano. Persino lo spiritualista può essere agevolmente «giuocato» dalla sua illudente suasione, dal suo coinvolgente, e ambiguo, quanto inavvertito, magnetismo. 

Che le cose stiano esattamente in questi termini è ampiamente dimostrato dalla storia del movimento antroposofico – che ai miei occhi è la tragedia spirituale del XX secolo e di quello attuale – , movimento e Società Antroposofica, nella quale viene negletta, e persino avversata, ogni forma di pratica interiore, e soprattutto la Concentrazione. È giuoco forza che, in tale situazione, la stessa Antroposofia degeneri – come esplicitamente previsto da Rudolf Steiner – in un grigio intellettualismo, in uno slavato estetismo, in una inconcludente emotività, e che si giunga persino alla aperta denigrazione dello stesso Rudolf Steiner, come abbiamo potuto documentare su questo temerario blog, da parte di personaggi della dirigenza collegiale della suddetta Società – il cosiddetto Vorstand – in combutta con un nemico spirituale qual è il cattolicissimo teologo svizzero Helmut Zander: ebbi modo di essere testimonio oculare di una tale aperta complicità.

Una ulteriore dimostrazione è data non solo dall’atteggiamento ostile che la dirigenza della Società Antroposofica, in ciò seguita da molti soci che se ne lasciato suggestionare, ha avuto per decenni – e lo ha tuttora –  nei confronti di Massimo Scaligero, ma – abbiamo avuto modo di parlarne ripetutamente su Ecoantroposophia – anche dai tentativi, nel tempo sempre più espliciti, di «trasbordo ideologico inavvertito» in favore della nota potenza straniera d’Oltretevere, operati da parte di chi prima con destrezza si è impadronito dell’opera di Massimo Scaligero, e poi ne ha calunniato la figura umana e spirituale – anche di questo sono testimonio oculare, visto che l’Innominato fece ciò apertamente in casa mia, persino davanti ad un altro testimone, che volendo potrebbe confermare – criticando e attaccando esplicitamente la Via del Pensiero, accusata di essere «incompleta e superata», «orientale», «yoghica», «buddhista», «priva di rapporto con il Logos e col Graal». Al posto della Via solare viene proposta, abilmente camuffata, una via sentimentale e mistica: morbida e comoda, che spiritualmente non porta proprio da nessuna parte, mentre facilmente può condurre tra le braccia della suddetta potenza straniera d’Oltretevere. Oltre, naturalmente, a ventilare – usando spregiudicatamente citazioni monche e fuori contesto di Massimo Scaligero – che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e in tale ambigua «ventilazione» l’Innominato viene ripetutamente imitato da vari individui più o meno «interessati».

Come ho detto più sopra, è l’azione subdola e insinuante della natura inferiore, quella che porta sia negli ambienti antroposofici, oramai decadenti, sia in alcuni settori del milieu «scaligeropolitano», a divergere dalla Via del Pensiero e a temerla: chi dall’azione illudente della maya è coinvolto, crede di agire e invece viene da essa «agito». Ossia, come avverte Massimo Scaligero nel decimo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui». 

Un secondo punto da chiarire, e da chiarire molto bene, è che la Via della Iniziazione – e oggi a maggior ragione la Via del Pensiero che la incarna – è una Via individuale. È opportuno dirlo, perché da tempo – sempre partendo dall’«ispirazione» gianicolense – sempre  più spesso e sempre più chiaramente si va affermando che «non si può arrivare all’Iniziazione individualmente: alla Soglia del Mondo Spirituale è necessario arrivarci comunitariamente o collettivamente». Come dire «tutti insieme appassionatamente», come nel film del 1965, interpretato dalla bellissima Julia Andrews.

A smentire una cotale insana e improvvida affermazione dell’Innominato, basterebbe guardare all’opera di Rudolf Steiner. Se consideriamo le sue opere cosiddette «filosofiche», che da mio punto di vista sarebbe meglio chiamare «filosofali», ossia la Introduzione alle opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e Scienza, la Filosofia della libertà, la Concezione goethiana del mondo, Nietzsche, lottatore contro il suo tempo, gli Enigmi della filosofia, mai in esse egli parla in relazione al cammino della conoscenza di un aspetto comunitario. Persino nell’ultima edizione degli Enigmi della filosofia, e specificatamente nell’ultimo capitolo intitolato Sguardo sintetico su di un’Antroposofia, nel quale Rudolf Steiner dà esplicito il collegamento con la Scienza dello Spirito, in nessun punto viene fatta menzione di un tale aspetto comunitario del cammino della conoscenza spirituale.

Ma anche passando alle opere più apertamente «misteriosofiche» di Rudolf Steiner, come I mistici all’alba spirituale dei nuovi tempi, Il cristianesimo quale fatto mistico e i misteri dell’antichità, Teosofia, L’iniziazioneCome si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Cronaca dell’Akasha, I gradi della conoscenza superiore, La scienza occulta nelle sue linee generali, i suoi quattro Drammi mistero, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, La soglia del mondo spirituale, Il calendario dell’anima, Gli enigmi dell’uomo, Gli enigmi dell’anima. La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la favola del Serpente e della bella Lilia, I punti essenziali della questione sociale, Cosmologia, religione e filosofia, Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica secondo le conoscenze della scienza dello spirito, mai egli parla, o anche solo accenna, ad un aspetto comunitario come necessario al discepolo della Scienza dello Spirito nel suo cammino verso l’Iniziazione. Mai vuol dire proprio mai.

Minimamente ne accenna – dopo il convegno di rifondazione della Società Antroposofica nel Natale del 1923 – solo nelle sue Massime antroposofiche, ma è noto quanti dispiaceri le inadeguatezze degli antroposofi, per non dire dei traviamenti, dei veri e propri tradimenti avvenuti, dettero a Rudolf Steiner, che era responsabile di fronte al Mondo Spirituale della vita spirituale della Società Antroposofica. Errori e colpe degli antroposofi che lo portarono in poco più di un anno alla tomba. E comunque accenna ad aspetti di vita all’interno della comunità antroposofica, e non che una tale vita comunitaria sia necessaria per la realizzazione dell’Iniziazione.

Quanto alla sua autobiografia, La mia vita, che giunge solo sino agli anni 1906-1907, quando Rudolf Steiner operava ancora all’interno della Società Teosofica, è sintomatico che, parlando della comunità spirituale, egli chiuda il libro con tre parole, che negli anni si riveleranno profetiche: «litigi senza fine»

Anche esaminando l’opera di Massimo Scaligero, ci si avvede che solo in due punti egli parla di aspetti comunitari del milieu spirituale: nella seconda Appendice e in Dallo yoga alla Rosacroce. Ma in ambedue le opere egli si rivolge alle degenerazioni della Società Antroposofica. In tutte le altre opere, mai egli parla della necessità di giungere all’Iniziazione in maniera comunitaria. Naturalmente, vi può ben essere una comunità spirituale – quella che Massimo Scaligero chiamava la «Comunità Solare» – ed essa può essere di grande aiuto per i praticanti interiori, ma la Via rimane comunque individuale, e il procedere su di essa è frutto dei ripetuti e crescenti sforzi della volontà consacrata del discepolo della Iniziazione: frutto della continuità della dedizione e della fedeltà, della alacrità del praticante, che lungo il sentiero intrapreso dovrà attraversare anche momenti difficili, ardue prove, periodi talvolta non brevi di aridità.

Ho conosciuto persino chi, sulla base delle sole opere scritte di Massimo Scaligero e di quelle di Rudolf Steiner, ha operato per lunghi anni in totale solitudine, e solo un anno e mezzo circa prima che Massimo Scaligero ci lasciasse, ebbe modo di incontrarlo alcune volte e di conoscerlo direttamente. Questo amico – anche lui un lupaccio cattivissimo – nella sua solitudine doveva operare energicamente e continuamente all’autostimolazione per non perdere il livello interiore, per non farsi sopraffare dai periodi di aridità. Questo amico con l’alacre operatività interiore non solo riuscì a superare una serie di problemi fisici, ma riuscì a conquistare a conquistare un livello interiore nel quale gli si aprirono importanti esperienze spirituali. Questo è per me l’operare «eroicamente».

Molti anni fa, negli anni ottanta del trascorso secolo, andai per diversi anni sui Pirenei in compagnia di un amico marchigiano – anch’egli pessimo soggetto nonché lupaccio cattivissimo – nelle zone nelle quali si svolse settecento-ottocento anni fa la tragedia spirituale dei Catari. Nella valle del Sabarthèz, lungo le rive dell’algido Ariège, incontravamo a Ussat-les-Bains un esoterista olandese di nome Marcel, che parlava uno squisito e limpido francese, il quale si pronunziò così a proposito della questione del ricercatore dell’Iniziazione e della Comunità spirituale: «Il faut être solitaires et solidaires». Il che tradotto nella bella lingua di Dante suona: «Bisogna essere solitari e solidali». Impossibile per me non esser d’accordo con lui al cento per cento.

Ancora una volta, è necessario mettere bene in evidenza come la Via sia rigorosamente individuale. E poiché paradossalmente è ben possibile stare soli insieme ad altri, la Via sarà per un verso individuale e solitaria, in quanto essa richiede il massimo dello sforzo interiore e della dedizione integrale e,  per un altro verso, là dove il destino così vuole, la Via sarà individuale e percorsa in comunanza con altri praticanti interiori, anch’essi individualmente impegnati nell’Ascesi solare. Forse, più che di comunanza si dovrebbe parlare di una autentica fratellanza d’armi, come convien che sia in quello che si rivela essere un vero e proprio combattimento spirituale. Ognuno sa di dovere poter contare in tale combattimento solo sulla propria forza, ma sa altresì che la propria forza è di aiuto ad altri come lui impegnati nell’identica lotta.

Questo porta a dover esaminare la differenza radicale tra l’anima di gruppo e lo spirito di comunità. L’anima di gruppo precede i singoli individui e ne condiziona e ne configura l’interiorità e l’espressione esteriore: è l’azione delle varie Chiese, massimamente di quella d’Oltretevere. Lo spirito di comunità, invece, è posteriore ai singoli individui impegnati nella pratica interiore, ed è il risultato della consonanza dell’operatività spirituale dei singoli. Come in un’orchestra, ogni suonatore suona secondo il proprio spartito – e la sua capacità di suonare è il risultato dei suoi sforzi e di un lungo costante addestramento – mentre la sinfonia è il risultato conseguente all’armonico accordo dei musicanti, così nella Comunità Solare ogni singolo asceta praticante opera – in solitudine e ove possibile insieme ai suoi «commilitoni» – interiormente con gli esercizi e lo studio rituale delle opere della Sapienza sacra, e lo spirito di comunità è l’armonico risultato dell’operare dei singoli.  

Massimo Scaligero nel capitolo 37 del Trattato del Pensiero Vivente dà la chiave per comprendere il senso dell’operare del singolo e della Comunità spirituale, e soprattutto dà la chiave per intuire il senso profondo del Rito della silente meditazione in comune, tanto avversata e persino derisa dall’Innomimato gianicolense:

«Il pensare è la via, in ogni momento possibile, della trasparenza dell’anima e della libertà redentrice. È la virtù che risana l’uomo e il mondo. In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte».

Penso che più chiaramente di così Massimo Scaligero non avrebbe potuto esprimersi. Ma chi non vorrà capire, non capirà. Anzi possiamo dire che chi oscuramente intuirà dove vada a parare la chiara indicazione di Massimo Scaligero avrà un motivo in più per avversare e la Concentrazione e la Via del Pensiero. Laddove, invece, in un contesto sedicente comunitario, che si risolve prevalentemente in un ameno «Club di Lettura e Conversazione», con contorno di moralismo e di sentimentalità mistica, è invece possibile manodurre i poco consapevoli ed edificati partecipanti e portarli ove essi non sospettano: magari proprio tra le accoglienti e stritolanti braccia della potenza straniera d’Oltretevere. In tale contesto sono possibili – in quello che Rudyard Kipling nel suo Kim chiama «il Grande Giuoco» – tutte le macchinazioni e le manipolazioni politiche (la politica è sempre una cosa sudicetta assai…) e confessionali (stesso discorso della politica…) della peggiore specie. Qui vult capere, capiat!

Ora, se Rudolf Steiner, nella Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere «filosofiche», ha chiamato «individualismo etico», frutto della individuale «fantasia morale» del cercatore della Conoscenza, la visione morale dell’uomo libero, e se si tiene debito conto del fatto che lo stesso Rudolf Steiner definì la Via da lui descritta nel suo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, come il frutto e l’applicazione della suddetta Filosofia della Libertà, e in tali libri non parla mai della necessità di un aspetto comunitario del sentiero della conoscenza spirituale, è difficile giustificare la deriva «comunitaria» alla Via dell’Iniziazione. Deriva nella quale uno spregiudicato «pastore» può portare le fidenti pecorelle a pascolare sui prati della potenza straniera d’Oltretevere.

Suonano ammonitrici le parole che Massimo Scaligero scrisse nel primo capitolo de La logica contro l’uomo, ovvero ne Il problema a cui si sfugge, e avrebbe potuto tranquillamente chiamarlo «l’impresa interiore da cui si fugge». Infatti, egli così scrive alle pp. 15-16:

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l’estraniamento al proprio principio. […]

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Da quanto abbiamo visto, la Via del Pensiero e la pratica della Concentrazione portano ad impegnare totalmente le forze interiori dell’asceta praticante, e l’«eroicità» della Via sta nel fatto che essa esige dal discepolo della Conoscenza la conquista di sempre ulteriori forze, oltre quelle ch’egli sino a quel punto si è duramente conquistato, per consacrarle con dedizione sacrificale all’impresa interiore, per consacrarle soprattutto alla Concentrazione. Ciò porta ad una certa solitudine interiore sia per l’incomprensione che, anche all’interno della Comunità spirituale, oggi come ieri, mostrano nei confronti nei confronti di questo «estremismo» operativo, sia come necessario clima interiore per l’attuazione dell’ascesi stessa. Vengono in mente le parole che ancora si possono leggere in una delle grotte dell’Eremitage di Arlesheim, nei pressi di Basilea, ove oltre due secoli fa andava a meditare il Conte di Cagliostro:

«O beata solitudo, sola beatitudo».

Un pensiero su “LA SOLITUDINE SPIRITUALE DELL’ASCETA

  1. Grazie!

    Chi scrive è stato in pensiero per il terribile Autore in questi mesi; sapete com’è, ad una certa latitudine Silenzio e Solitudine fanno paura, orrore…

    Quanto alla figura dell’eroe affrontata a inizio scritto, trovo urgenti le comunicazioni del Giovi: “Ora il pensiero impotente, ossia il flusso dialettico, è divenuto una forza autonoma che si sta distaccando dalla coscienza dell’uomo. Ora, in realtà, l’Opera dello Steiner diviene tanto più incomprensibile ai livelli che le sono propri quanto più appare del tutto abbordabile ad un pensiero privo di concetti e della vita di questi.
    Non si comprende più cosa sia il comprendere.”
    Ecco che la Solitudine, alla quale trovo utile accostare queste parole di Isidoro “Il valore assoluto della concentrazione è minato da una fallace controimmagine che aderisce nel retrobottega della coscienza: si stima che la disciplina della concentrazione, poiché nella prassi comune si esegue in brevi frazioni di tempo, sia qualcosa di simile ad un segmento, tirato dal punto A al punto B, mentre in realtà essa è paragonabile a una semiretta: dal punto A all’infinito.
    Da ciò, la mia scandalosa affermazione che la concentrazione riesca ad assumere in sé tutti i livelli potenziali della coscienza sino all’intuizione, non dovrebbe apparire esagerata.” diventa parodisticamente proponibile alla umana-troppo-umana consapevolezza odierna.

    Giorni addietro conversavo con un pastore Valdese…
    Morale della sua favola: ottimista per il futuro, positiva l’ambiguità di Bergoglio, e “Ama e fa ciò che vuoi”.
    L’orrore è sminuire l’Amore, credere di poterlo far collassare alle nostre esperienze personali-troppo-personali, dalle quali sfugge sempre, non essendone mai preso, preso essendo soltanto il limite umano, dove dolore, sofferenza, malattia sono espressione di quello, che attende di esser superato da un libero atto, un atto di pensiero.
    Solitudine: sempre nuovo spazio conquistato, fortezza inespugnabile, il più sostanziale e avversato ponte verso l’Altro, essendone il più solidale varco.

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