IL GUERRIERO E LO ZEN

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Porto nell’immaginario Presepe di Eco un piccolo dono senz’altro stravagante. Ma che volete farci: non è colpa vostra. Riprendo un vecchio articolo breve che trattava di uno stile di vita poco conosciuto in Occidente, ovvero del Bushidô, cioè del portato interiore ed esteriore del guerriero nipponico. Tento un modesto approfondimento del legame tra il combattente tradizionale e quella tersa, essenziale ascesi che è conosciuta con il nome di Zen, e non me ne vogliate se mi permetto qui di dire qualcosa su di un fenomeno, conosciuto anche nel passato europeo (penso ai Templari, monaci guerrieri) ma che in Giappone è stato un fatto unico, durato il tempo di divenire quasi la spina dorsale di una cultura complessa e che, per certi versi, si è estinto abbastanza recentemente.

Di cosa sto parlando? Dell’anima guerriera, divenuta inconcepibile nei nostri poco luminosi giorni, sfrattata dai luoghi comuni dei molti “maître à penser” contemporanei che l’hanno portata al biasimo collettivo o persino al disprezzo e all’orrore (mi sovviene l’irrisione degli straccioni brechtiani verso gli eroi).

Dell’anima guerriera che incontra felicemente lo Zen.

Nel XII secolo la nobiltà guerriera delle province con i vassalli, costituiti da bushi (guerrieri) o samurai, si affermò sulla nobiltà di corte e impose il costume virile e marziale che manterrà tali caratteristiche sino al XIX secolo.

Al contempo cresceva e si affermava la corrente buddhistica dello zen, altrettanto severa e virile nella disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi.

L’incontro fu spontaneo: il tipo guerriero trovò nello zen un percorso interiore congeniale alla sua natura, d’altra parte lo zen trovò tra i samurai, più che in altre classi sociali, individui disciplinati nel “tirare avanti diritti, senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema”.

Da allora lo zen divenne in prevalenza la via interiore del samurai: il bushi, abbracciando lo zen, diede come risultato, un carattere unico e irripetibile nella storia del genere umano.

Nel periodo Kamakura (e nel successivo, detto degli Ashikaga), allo spirito giapponese si offrirono due strade: la via del monaco e la via del guerriero (di fatto, pure l’occidente ebbe una stagione simile). Poi la seconda, se non finiva precocemente con la morte in battaglia, confluiva naturalmente nella prima: i grandi guerrieri si ritiravano nei monasteri, terminando la vita in meditazione e contemplazione.

In tempi (secoli) di continue guerre, il bushi dal monacale cranio rasato, assai spesso continuava a servire il proprio signore, mentre anche i monaci armati (come i “cavalieri della montagna” della setta Tendai) guerreggiavano per proprio conto.

A questo punto il lettore può chiedersi dove fosse finita la compassione e l’amore universale che sono ancora la bella bandiera del buddhismo.

Allora andrebbe chiarita l’esistenza di un buddhismo popolare, devoto e religioso e lì accanto il più impercepito ramo del buddhismo iniziatico e reintegrativo. Lo zen, in quanto dottrina jiriki (il “fare da sè” senza appoggi esterni, sensibili o metafisici), appartiene al buddhismo operativo.

Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?). Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha, insegnò pure a combattere a mani nude. Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.

E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto: “Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo”.

Troviamo maggiori specifiche nell’Hagakure (testo del XVII secolo) che significa “Nascosto sotto le foglie”, indicativo di modestia e segretezza. “…quando stai sul campo di battaglia chiudi la mente al ragionare, se ti dai al ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta”; “Nessuna opera grande è stata mai compiuta senza il “divenire pazzo”…che non significa abbaiare alla luna ma rompere le funzioni della coscienza ordinaria per affidare l’azione all’Io sovraindividuale in una coscienza illuminata.

Quando la dominante idea della morte perde il suo potere, la “mente spirituale” può penetrare entro l’oggetto e supera l’inganno della dualità.

Suzuki sostiene che, ad un livello inferiore, dominare l’idea della morte era l’attrattiva maggiore che lo zen offriva al guerriero, senza le sovrastrutture di religione, morale e ritualismo.

Scrive il principe di Mito: “La gente delle altre classi si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali” e Aoyama Shigeyoshi (maestro di dottrine segrete) dice: “spesso le battaglie in realtà si ingaggiano entro il tama (essenza spirituale) dei guerrieri combattenti…una Forza superiore può agire nel Kendô, nel Judô e nel Karate, e in altre arti marziali meno conosciute”.

Un grande guerriero e monaco del XVI secolo, Uesugi Kenshin, così esortava: “ Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale è la “mente” (shin); guardate in questa Mente e prendete stabile possesso. Voi comprenderete allora che c’è qualcosa in voi al di là dalla morte e dalla vita”.

L’andare “al di là dalla morte e dalla vita”, significa per chi ha percorso il Sentiero, superare la divisione del mondo in soggetto ed oggetto.

Il mondo della diversità (shabetsu) è tale perchè l’ignoranza (mumyô) e la mania delle passioni (bonnô), ottenebrano nell’io che crediamo di essere – mentre è quasi solo un aggregato di impermanenze immerse nell’angoscia del divenire – la capacità di vedere la natura originale. Questa “natura” è il volto dell’Io Superiore, chiamato “Cuore di Buddha”.

Ritrovare tale “cuore”, consumando le aggregazioni caduche ed effimere dell’io illusorio è il compito dell’ascesi.

Lasciando la presa sull’effimero, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre alla visione intuitiva (né concettuale, né psicologica, né intellettuale) della identità assoluta (byôdô) risolvente ogni antitesi e dualismo. Questa conoscenza intuitiva suprema è prajna. Risvegliarsi a questa conoscenza è il satori, l’illuminazione, il fine ultimo dello zen.

In questa esperienza, il supremo paradosso consiste nella visione metafisica che prajna è immanente in ogni uomo e che alterità ed identità sono cosa unica: il mondo del divenire e l’Assoluto coincidono. In sede pratica può essere ricordata questa frase: “Non essere attaccati a nulla è contemplazione; se avete capito questo (il termine “capire” ha sempre il significato di “realizzare”), nell’andare, nello stare, nel sedere e nel giacere non cesserete mai di essere in contemplazione”.

Da una diversa angolatura, il risveglio di prajna è chiamato mushin che, tradotto, sarebbe il vuoto mentale (attenzione, qui non si intende una ipotetica cancellazione della mente che, per un pensiero assai superficiale sarebbe persino “pensabile”, ma il dominio e la cancellazione delle funzioni della mente). In codesta condizione viene raggiunta l’identità perfetta tra volontà ed azione: punto d’arrivo delle vie marziali (budô) e arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto l’addestramento tende a questa meta che non si possiederà se lo stato di mushin non verrà raggiunto. Ma chi raggiunge questo stato è già sulla via della Liberazione: l’arte non gli serve più: qui si incontrano zen, budô e bushidô.

Per concludere, voglio citare per intero il credo del Samurai. Esso descrive la condizione del Samurai, educato dal Bushidô e radicato nel mushin.

Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori.

Non ho casa: il saika tanden (il centro vitale) è la mia casa.

Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.

Non ho mezzi: l’obbedienza è il mio mezzo.

Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico.

Non ho né vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: l’impassibilità adamantina è il mio corpo.

Non ho occhi: la luce del lampo è i miei occhi.

Non ho orecchie: la sensibilità è le mie orecchie.

Non ho membra: la prontezza è le mie membra.

Non ho legge: l’autodifesa è la mia legge.

Non ho l’arte della guerra: sakkatsu jizai (libero di uccidere e di restituire la vita) è la mia arte della guerra.

Non ho miracoli: il Dharma è i miei miracoli.

Non ho principî: l’adattabilità a tutte le circostanze è i miei principî.

Non ho tattiche: la vacuità e la pienezza è la mia tattica.

Non ho capacità: la prontezza di spirito è la mia capacità.

Non ho amici: la Mente è i miei amici.

Non ho nemici: la disattenzione è i miei nemici.

Non ho armatura: la sensibilità ed il senso del dovere è la mia armatura.

Non ho castello: la Mente imperturbata è il mio castello.

Non ho spada: mushin è la mia spada.

Sembrerà assai lontano, alieno, quello che vi ho esposto. Forse è vero. Ma chi agogna alla trascendenza sentirà qualcosa che gli è familiare. C’è chi, leggendo questo credo avverte commozione e c’è chi è pronto allo scetticismo e alla risata profanatoria: un bel discrimine!

Ma gli avventurieri dal cuore coraggioso che praticano gli infiniti superamenti che la disciplina interiore (quella vera, essenziale e povera) esige ogni giorno, forse si sentiranno parenti lontani di questi implacabili e splendidi guerrieri. Ormai il loro ciclo si è chiuso, i nuovi tempi abbisognano di nuove conoscenze e nuove forze…ma l’eroismo, nell’oggi, è ancora più necessario di un tempo. Per chi contempla l’umanità nel suo intero questo è un fatto sicuro ed evidente.

Auguro agli amici lettori che ora, nel tempo del buio, albeggi la luce dell’Io-Sole: nell’anima, nella coscienza e divenga azione liberatoria nella pietraia del mondo.

Un pensiero su “IL GUERRIERO E LO ZEN

  1. Sono stato troppo “morbido”. I pochi che fanno (e sanno fare) qualcosa di questi tempi, diano una occhiata a quello che deve essere profuso dall’interiore per dare tutto – temporaneamente – nel far perdurare l’atto ascetico più difficile: passare dall’ordinario percepito all’osservazione del concetto. E’ una strenua battaglia affinché l’essenziale nostro possa misurarsi con un’essenza. Essenza che non appartiene a questo mondo: per afferrarla è necessario perdere TUTTO: quello che abbiamo e ciò che siamo: guerrieri del Vuoto. E’ il nostro perfetto Bushido. Incentrato in un punto senza tempo o spazio.

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