STRALCI DI CORRISPONDENZA

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E’ risaputo che scrivo sempre le stesse cose, però la mia voce,di solito, sembra defungere assai vicino. Certamente per mio demerito, ma osservo con obbiettivo dolore come, in tanti, si cerchi il “sensazionale” che verrà dopo o quello che scalda automaticamente il sentimento (fiore, cuore, amore, ecc.) C’è una ragione per tutto, anche per questo…però so piuttosto bene che su queste strade forse ci si frequenta ma non ci si muove e, anzi, ci si riempie l’anima di una incredibile incapacità di comprensione. Forse per una stravagante legge della fisica dei concetti – inaugurata in questo istante – che indica come si formi un campo statico in chi ne è privo ed in chi ne ha troppi.

Troverete tutti gli errori possibili nelle righe che seguono. Però con una qualità: è tutto reale, spontaneo. Nel senso che tolti nomi, fatti più personali e saluti augurali, sono risposte scritte di getto ad amici che formulavano domande. Utili o inutili, lascio a voi ogni giudizio…affidandomi ad ogni strenua goccia della vostra positività.

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Ripeterò spesso o sempre che il risultato della concentrazione non è immediato. Possono essere immediati, giungere da subito, diversi fenomeni che sono, come dice Meyrink, soltanto vapori del ghiaccio che si scioglie. Non escludo astrattamente un rapido sviluppo, ma sembra piuttosto che si debba attraversare un lungo periodo d’adattamento o preparazione, soprattutto se la natura psicofisica non sia preparata da quello che il Dottore chiama “studio”. L’esperienza dello studio varia moltissimo tra gli individui: questo fa parte del grande gioco.

Però, nei limiti del possibile, i vari punti di vista o i gradini dello studio non sono oggettivamente infiniti: per studio si può intendere ciò che nell’essoterico si è sempre fatto con qualunque materia da apprendere. Questa è già una attività che dovrebbe venir svolta con sufficiente ampiezza e profondità. Un grado superiore dello studio possiamo chiamarlo approfondimento: qui aumenta l’impegno, si riduce l’ampiezza generale, ci si sforza in profondità: per capirci, non si passa sopra il “karma” o il “corpo astrale” riconoscendo la parola e via. No! Ci si arresta e si lavora finché alla parola si riesca a collegare il concetto e/o l’immagine che le corrisponda. Solo poi si continua. So bene che è uno sforzo inusuale, ma l’alternativa è il giornale o il ricettario. Dai, forza! E almeno prova.

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Se tutta l’anima non interviene in tale lavoro, non può essere che esso sia vero.

Non dico di evitare le discussioni: a patto che queste siano sostenute dalla volontà di comprendere, di render chiara alla propria coscienza qualcosa che rimaneva incomprensibile alla conoscenza. Questa maieutica reciproca è piuttosto rara, preziosa. Altrimenti è tutto una scusa per critiche e polemiche: esse sono nella lista degli ostacoli che la natura pone inizialmente al ricercatore, il quale se non sa, o impara a distinguere tra l’impulso conoscitivo e gli impulsi (ciechi) della natura o perde solo il proprio tempo e turba inutilmente la propria anima. E’ possibile che essa al momento sia troppo carente (o priva) di devozione e senso del sacro. Non occorre che lo ripeta. Lo scrive assai chiaramente lo Steiner all’inizio del libro L’iniziazione. Non c’è alcuna difficoltà a comprenderlo: difficile è riferire quelle osservazioni a sé stessi.

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Rimango convinto che se uno non si perde in chiacchiere bizantineggianti, se interiormente è serio, arriva al punto in cui non può non trovarsi di fronte ad un limite, un muro. E, se nello studio egli ha fatto propri i temi dei testi, se li ha pensati e sentiti, può accorgersi, qualunque sia la strada conoscitiva intrapresa (epistemologica, occultistica, mistica o l’insieme di tutte) che il limite concettuale e rappresentativo non soddisfa più: è come una superficie o un muro: lì tutto si consuma e si avverte un’esigenza di profondità, di maggiore realtà. (Si sperimenta così il limite del pensiero astratto, anche se i temi erano alti) In questo caso il più elevato essere che vive in noi spinge verso l’azione che chiamiamo meditazione e concentrazione o se preferisci è una questione di rettitudine e di logica portata a conseguenza. La “conseguenza” però, afferra tutto l’uomo.

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Come ho già scritto in Eco, non ci si volge alla pratica interiore per tramite di un assenso meramente intellettuale ma affiora da un lavorio complessivo dell’anima: spesso ciò sale a consapevolezza con i tratti sofferti dell’impotenza o della disperazione. Si avverte l’insopportabilità della superficialità che condanna noi stessi a sperimentarsi altrettanto irreali come ogni altra rappresentazione. In casi più rari ma possibili balena in noi, con atemporale immediatezza, la grazia o la volontà dell’IO: in questo secondo caso si sa senza mediazioni ciò che va fatto.

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La concentrazione? Leggi il capitolo corrispondente del Manuale o di Tecniche (Tecniche della Concentrazione…dopo tanti anni penso che Massimo non avrebbe dovuto scrivere quel libro: non lo merita nessuno). Anche il corrispondente capitolo che trovi sull’Uomo Interiore potrebbe far capire anche al mio cane il perché dell’oggetto semplice e “costruito dall’uomo”.

Generalmente la coscienza si diffonde dappertutto, si disperde in tutte le direzioni, all’infinito verso questo o quello. Quando si vuol fare qualcosa di serio, come prima cosa si deve richiamare a sé tutta la coscienza e concentrarsi.

Se si guarda da vicino, si vede che la coscienza è spinta a concentrarsi in un punto, su una sola occupazione, come quando si compone una poesia o quando un botanico studia un fiore. Se si potesse convincere un giovane a praticare l’esercizio dell’attenzione dato da Ramacharaka nel suo Raja Yoga! Quando penso agli anni buttati via in occultismi e magismi e tradizionalismi filologici…

Ci si può chiedere che cosa avvenga di tutto il resto, quando ci si concentra: la coscienza diventa silenziosa, e anche quando a ciò non arriva ancora, pensieri fuggevoli o altre cose possono ancora muoversi come se fossero al di fuori di noi, ma la parte concentrata non se ne occupa e nemmeno li nota. Se il dardo della concentrazione permane lungo la propria traiettoria è ciò che succede quando la concentrazione ragionevolmente sta riuscendo.

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Non ci si deve stancare all’inizio con una lunga concentrazione (se non si è abituati): una mente stanca perde potere e valore. La meditazione stanca meno. Soltanto quando la concentrazione diventa una condizione, è possibile allungarne il periodo poiché si passa dalla fatica ad una sorta speciale di riposo. Ma ciò, a tale punto serve relativamente poco. Davvero i tempi dell’orologio non hanno più significato. Ho scritto e dato tempi solo perché, all’inizio, si vogliono regole, ossia quante più certezze possibili. Inoltre il disciplinarsi è veicolo di volontà.

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No! E’ un errore pensare che si possano fare dei progressi avendo paura. La paura è un sentimento che devi sempre respingere con disprezzo o con qualche…risata. Ciò che temi è esattamente quello che ha maggiori probabilità di accadere: la paura attira l’oggetto della paura. Ma a dirtelo non cambia, credo, nulla.

Dona te stesso al Signore, al Tao, al Cielo…comunque a Chi ti trascende: puoi farlo in ogni momento e nulla te lo impedisce (se non te stesso). Provaci prima di criticare una caratteristica comune a tutti noi. Non soffocarla com’è d’abitudine: più ti apri verso l’Alto più il suo potere scende in te. In alcuni momenti della vita può essere l’essenza di tutto. Fiducia, devozione, donazione sono i petali del fiore della tua anima. Senza essi come vuoi che il pensiero che non è santificato possa illuminare qualcosa?

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Il nocciolo del nocciolo? Massimo lo ha scritto centinaia di volte moltiplicate in tutte le sue opere. Superare, risalire la condizione ordinaria del pensiero per ritrovare quello che c’è prima: la forza pensiero. Semplice semplice come un giardino zen: silente essenzialità: luce vivente.

La Filosofia della Libertà è divisa in due parti. Ciò era evidente nella prima stesura (vedi la prima ed. italiana del Tommasini). Mi pare che non si voglia notare che l’agire, indicato nella seconda parte ha il presupposto della ”intuizione”: che si sviluppa assumendo l’opera indicata nella prima parte. Perciò lontana anni luce dal fare, per così dire, ordinario.

Ti faccio un accostamento scandaloso: alla prima parte corrisponde la concentrazione. Alla seconda parte l’atto puro. Certo, è una semplificazione eccessiva, me ne rendo conto, ma pensaci su e prova, sperimenta. Riguardo al testo, credo occorrano anni di lavoro serissimo: poi, integrato alle discipline, magari scopri che non è stato scritto per non essere compreso.

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Mah! Io ribalterei la questione. Abbiamo un mucchio di testimonianze che confermano il fatto che il Dottore dava, a chi lo interpellava, esercizi (persino a chi non li chiedeva affatto). Dal pochissimo che so, anche Colazza fece la stessa cosa. In prima persona, al nostro primo incontro, Massimo mi indicò tre discipline (oltre la concentrazione che già facevo), senza parole intermedie. Solo: “Fai questo, questo e questo”. Piuttosto, con serenità ma senza cecità, andrei a vedere cosa successe nella Società dopo la scomparsa del Maestro.

La via più larga e più percorsa non è sinonimo automatico di via retta.

Dato che solo di Scaligero posso accennarti per diretta esperienza, molte furono le orecchie che avrebbero dovuto arrossarsi per le benevole ma ironiche pizzicate quando diceva (cito a memoria): “E’ facile andare da Rotondi (piccola libreria specializzata in via Merulana) a comperare i libri”. Mai disse di non studiare, credo lo considerasse ovvio, ma quante sono state le volte che esclamò che, raggiunta la vita del pensare, i libri potevano essere buttati!

Poi, persino gli esercizi, ad un certo punto e in un certo modo, possono venir superati. Quando? Quando le istruzioni ti vengono date dagli Invisibili.

Bene. Mi fermo qui e tralascio scritti assai più lunghi. Quelli che avete ora letto non sono mattoni per il mio soppalco. Anzi. Mi sono proibito di correggere, di abbellire, di minimizzare gli scivoloni. La disciplina, a cui sono grato e fedele, mi ha liberato dalle smanie in vari sensi. Buon lavoro a tutti.

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