L’ANIMA ESOTERICA E I GRUPPI (di F. Giovi)

25394383_10214884426694972_1587915483_n

(Albrecht Dürer «Le due signore»)

Da alcuni corrispondenti, lettori dell’Archetipo, ci è giunta quasi simultaneamente una domanda pressoché uguale nel contenuto e non connessa a temi esaminati recentemente. Essa, ponendo qualche dubbio a cui tenteremo di rispondere, si riferisce alla liceità della meditazione di gruppo.

Per gli interessati che non conoscono o non ricordano il tema, riproponiamo la lettura degli articoli di Dicembre 2000 (Esercizi: M. Scaligero, “La meditazione in comune”, anno VI, n. 2) e di Giugno 2001 (Esercizi: F. Giovi, “Aspetti pratici della meditazione in comune”, anno VI, n. 8), apparsi su questa rivista e consultabili in rete, che contengono tutte le indicazioni utili per sperimentare la meditazione in comune attenendosi alle necessarie regole. A chi ci legge è chiaro da anni che le nostre note si pongono volutamente distanti sia dal nozionismo spiritualista sia dall’intellettualismo spiritualizzato, e si riferiscono di solito a suggerimenti indirizzati all’Opus interiore, nei suoi caratteri pratici piú elementari: nella ferma e sperimentata convinzione che di solito quando si chiacchiera circa le precedenti incarnazioni di Steiner, su cosa faremo nello stato Vulcano, oppure ci si scambiano “conoscenze akashiche” come fossero news dell’Ansa, non si “fa antroposofia” ma ci si è posti assai lontano da essa sino dal piú elementare accostarsene, probabilmente mancando la sufficiente potenza dell’anima per una connessione con il Principio che inizialmente emerge non tanto dai testi quanto dalla propria attività rivolta ai testi e soprattutto dal pensare, cosciente e voluto oltre la propria natura, ossia alimentato da una impercepita moralità radicale (sovrapersonale).

Farebbe bene nell’accostarsi a Steiner riflettere, ad esempio, sulla distinzione, enunciata dal cardinale Newman, tra l’assenso nozionale e l’assenso reale: un uomo accorda il suo assenso nozionale a qualcosa che la sua intelligenza capisce ed accetta, ma non agisce mai secondo tale assenso, che rimane nel campo intellettuale, vano e astratto. L’assenso reale, al contrario, non proviene dall’intelligenza, ma da un contatto vivo con l’essere, e questo assenso reale impegna non soltanto l’intelligenza ma anche il sentimento, la volontà e quindi l’azione.

Sembra evidente la difficoltà di uscire da una sorta di canone erroneo, ancorato ad una superficialità subordinata crepuscolarmente agli impulsi dettati da inferiori (arimanici) spiriti del tempo: indicatori persuasivi di mode e modi d’essere che promuovono in tutti i campi della vita le progressive fasi di degradazione dall’umano verso ciò che sta sotto di esso.

Evola aveva ragione, quando accennava ad una tipologia umana differenziata: non abbiamo mai conosciuto seri ricercatori esoterici, in Italia e in Europa, che fossero o siano suscettibili a subire dette influenze.

Eppure la gravità di questa deriva verso il basso sembra aumentare vistosamente proprio tra gli individui e negli ambienti che, per svariati motivi, coltivano l’opinione di essere in qualche modo “esoterici”. E che mai lo saranno, in quanto fondano e perpetuano la loro convinzione solo su un discutibile sapere nominalistico (la cui ampiezza di nozioni determina il “valore spirituale” del singolo!) giustificato da un ondivago pregiudizio mistico- sentimentale.

Proviamo a chiarire almeno uno dei “perché” fondamentali. La chiave del problema si trova nella coscienza, e piú precisamente nella capacità di distinguere da quale io si parte per leggere, comprendere, meditare ecc. (ne abbiamo già accennato nel precedente articolo).

È un punto cruciale che esige ripetitività e chiarezza. Possiamo ricordare senza anatemi l’ostentato disprezzo di Gurdjieff per il “me” comune, il pirandelliano Uno, nessuno e cen tomila: un santo alle 9, un assassino potenziale alle 11, uno zombi alle 14, un amorevole pater familias alle 18, un mistico alle 19 e via cantando.

È lo stesso motivo che si canta anche piú su: il grande Ramana, interrogato dai visitatori, spesso rispondeva con una contro-domanda: «Chi è l’Io che pone questa domanda?».

Portiamo il nocciolo della cosa nelle esperienze piú comuni, quelle che incontriamo ad ogni angolo di strada. Di cui siamo spettatori (o inconsapevoli attori).

Ecco: due distinte signore s’incontrano nel far la spesa quotidiana. «Buon giorno, signora Maria», «Buon giorno a lei, signora Bice, come va?». «Ah! Non me ne parli!…». «Le è successo qualcosa?». «Signora Maria, è un brutto periodo… sono piena di pensieri. Non riesco neppure a dormire perché sono tormentata da pensieri tutta la notte!» .

Allontaniamoci dalle due signore per rispetto e per non tediare il lettore, ma esaminiamo le parole udite. Secondo voi la signora Bice sta mentendo? Assolutamente no!

Magari esagera un pochino, ma questo non è un grande peccato. Però è strano: Rudolf Steiner, per fare un esempio, nel primo capitolo de La Soglia del Mondo Spirituale caratterizza la sperimentabile natura del pensare rovesciando completamente l’effetto animico che i pensieri producono alla signora Bice: «Persino nella tempesta delle passioni può subentrare una certa calma, se la navicella dell’anima è riuscita ad approdare all’isola del pensare»; «Potersi dedicare alla vita del pensiero è qualcosa che induce una profonda calma».
È forse concepibile che il pensare possa in realtà essere formato da due “sostanze” diverse e persino opposte? Certamente tutto è pensabile, ma sovente non è affatto reale: la natura di qualsiasi fenomeno coincide con se medesima, ossia i cavoli sono sempre cavoli e non sono mai fagioli. Dunque, “in sé” il pensare della nostra signora e quello indi cato dal Dottore è sempre e comunque pensiero.

A parer nostro l’intoppo sta a monte. Il problema, in poche parole, si può riassumere in una domanda: Chi sta pensando? Perché il pensiero è uno ma i soggetti sono tanti. Ordinariamente “el leader maximo” è l’astrale, quello vincolato alla corporeità, quello che non esce dal corpo e dalle sensazioni.

L’astrale usa il pensiero, l’astrale si sostituisce all’Io come soggetto: è l’io bramoso, l’io spurio che usa vestirsi del riflesso del Pensiero per esprimersi per quello che è, ossia un tumultuoso coacervo di sensazioni, istinti, passioni, sentimenti frustranti perché privi di una vita vera che possa appagarli. In perfetta tangenza con il Lucifero infero, la coscienza sottomessa all’astrale, ossia la psiche, legge le Opere di Iniziati, di nobili mistici o di maghi possenti, persino medita, stimolando le forze di inframondi sub-corporei dai quali, pur non possedendone consapevolezza, ottiene talvolta esperienze (medianiche) di notevole appagamento.

Questo “corso d’opera” che, contemplato nella sua realtà, appare guasto e pervertito, è di fatto il comune stato animico, mutevole ma che in essenza non muta mai, anche se si motiva con l’essersi appropriati di letture o connessioni a logge o alle mille diavolerie dissepolte tra i cimeli dell’antiquariato sapienziale. È quello (lo diciamo accoratamente) che fa continue domande e chiede risposte “esoteriche” mantenendo il medesimo chaos identificativo tra l’astrale ed il pensiero che si esprime nella coscienza della signora Bice, perciò senza averne diritto. Diritto che appartiene alla sfera morale pura, al pensiero puro e al Soggetto vero, ossia allo Spirito in quanto si manifesta nell’uomo. Invero possiamo conoscere, amare e compatire tutti gli esseri, intuire la necessità karmica dell’azione criminosa, ma non sostenere da complici la tangibile realizzazione dell’impulso scellerato. Ed è ciò che avviene quando, per un sentimento di fratellanza o di simpatia mal collocato, si accetta e si dignifica con leggerezza il guasto strutturale dell’essere che andrebbe certamente aiutato, ma con impersonale saggezza e amore, che è il collegarsi sacrificalmente al suo vero Io. Mentre al contrario, ci si scandalizza automaticamente davanti a quanto appare come esempio di difformità dalla tradizione formalizzatasi nel tempo, il cui livello è tale che anche quando trasmetta i resti di un prezioso retaggio non sa elevarsi oltre l’affabulazione catechistica perché istituzionalizzata “orizzontalmente” dai pigri, dai politici e dai neo-primitivi.

Il senso di questa lunga riflessione è per noi una sorta di necessaria premessa a risposte che non vadano immediatamente riposte e dimenticate in (psichici) archivi tombali. Depositari dei tanti casi di risposte inutili a domande futili perché suggerite piuttosto dall’impertinente vacuità della corrente astrale inferiore che da tensione spirituale.

Revenons à nos moutons, cioè torniamo al tema: nessun testo di Steiner o di Scaligero indica tra gli esercizi la meditazione in comune, né tantomeno essa viene sottesa. Si potrebbe dunque concludere, a ragione, che essa non sia essenziale o necessaria ai fini di una ascesi interiore, la cui natura pratica è in effetti personale, intima. Del resto se qualcuno, per destino o per sofferta scelta individuale, cammina in solitudine, sarebbe forse per questo limitato nel lavoro interiore?

Altresí sappiamo che Steiner operò insieme ad altre figure di rango in elevate operazioni meditative; che Colazza partecipò molto attivamente alla “catena di Ur”; che Scaligero meditava con diversi gruppi di persone ed in particolare con un suo gruppo. E che molti discepoli diretti del Dottore operarono consimilmente.

Sappiamo anche che, dopo la morte dello Steiner, iniziò una specie di “fuoco di sbarra mento” nei confronti degli esercizi e in generale delle operazioni esoteriche che, seppur attenuatosi negli ultimi anni, sembra vigere tuttora. A dirla tutta c’è stata una lunghissima opera di dequalificazione costituita dalla stratificazione di comunicazioni ambigue o estradanti, la quale, a nostro parere, ha procustianamente ridotto (pauperizzato) alcuni tratti importanti dello spirito delle indicazioni primarie e “cloroformizzato” il livello della capacità d’intendere nelle successive generazioni di discepoli, fatti salvi i pochi ed eterodossi “lottatori della conoscenza”.

Per un approfondimento di questi temi invitiamo i nostri lettori a collegarsi al sito davvero notevole www.think-light.org del nostro caro amico Mark Willan, che per decenni, con grandissima energia, ha tentato l’impossibile.

Cos’è alla fin fine la meditazione in comune? È la riunione antroposofica maturata, fattasi adulta. Poiché non parla ma medita, non ascolta passivamente ma opera attivamente attraverso la mediazione di un puro contenuto interiore. E presuppone una esercitata disciplina animica (concentrazione, meditazione, i sei ausiliari, la pratica immaginativa) che dovrebbe essere, nei discepoli dell’antroposofia, il retto proseguimento della strada iniziata con l’apprendimento e lo studio. Tutto qui.

C’è chi, pur trovandosi d’accordo in linea generale con questa visione, teme una qualche pericolosità generata dal fatto che in una comunità di meditanti avviene un passaggio, un flusso di forze interiori tra i partecipanti (questo è il vero motivo per cui la meditazione in comune è interdetta ai neofiti, agli psichicamente alterati e ai bevitori). Detto volgarmente ma realisticamente: «Qui mi becco il pattume altrui!».

È un rischio incontestabile se ognuno non dà il meglio assoluto di sé. Se non ci si riunisce in sacro e responsabile silenzio. Se il filo che, almeno per mezz’ora, lega assieme i partecipanti, non è l’ideale piú alto.

Dunque il prezzo è piuttosto severo, ma, qualora il karma permetta l’associarsi, non appare impossibile per teste disciplinate e cuori che battano per i fini dello Spirito.

Per contro, ciò che viene respinto magicamente dalla purità della comunità meditante, accede (invade) invece in ogni gruppo che si ritrova, inconsapevole, senza destità e disciplina, operante a qualsiasi altro livello.

Chi domina almeno il mentale, vede nel silenzio come il sopore della coscienza, le angustie, le antipatie e tante altre cose ben peggiori degli uni penetrino nell’intera comunità con pessimi risultati per tutti. Tutti vengono infettati!

Questo non accade solo nel caso eccezionale in cui nel sodalizio sia presente una figura che operi con un’azione morale impersonale costantemente ispirata dalla percezione della presenza spirituale anche senza che nulla si palesi, nemmeno in saggi ammonimenti o in azioni sensibili. Non occorre essere veggenti per accorgersi di un imbarazzante malessere che afferra l’anima durante o dopo la riunione e che si soffoca nell’auto-inganno. Finché, per ascesi di Pensiero, non ci si liberi dal tragico imbroglio del sacro allestito come dato percepito, per cui si scambia la forma fissata con il contenuto spirituale che non c’è, sino a quando il dato non sia risolto in idea, ossia in ciò che non si oppone allo Spirito.

Amici cari, in sostanza quello che nella nota può apparire come critica non è diretto a nessuno, essendo solo dettato dall’imprescindibile esigenza di distinguere continuamente il sottile sentiero interiore dal moltissimo che non lo è affatto. Distinzione che sappiamo essere difficile poiché quanto ostacola e offende il Vero spirituale, persino quando sia individuabile in cose e fatti, è tuttavia sempre interno a noi stessi .

Quelli che sanno ciò e possono fare qualcosa, abbiano il coraggio e la generosità di spendersi, di sperimentare voltando le spalle ai miserabili ricatti razionali e sentimentali della Paura, seppure ribattezzata con falsi sinonimi. La via che porta all’esperienza co sciente dello Spirito è (drammaticamente) semplice; tante risposte a tante domande sono nocive e inutili e potrebbero ridursi soltanto a tre concrete indicazioni fondamentali:

diventare forti, deporre se stessi, abbandonarsi al silenzio.

Franco Giovi

_____________________________________________

http://www.larchetipo.com/2007/ago07/esercizi.pdf

Lascia un commento