LA DISPERAZIONE DELL’ASCETA

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La condizione di disperazione, ancorché tutt’altro che desiderata dai più tra gli umani, è una condizione veramente “felice”, ossia “fortunata” nella concezione latina e romana del termine. Per l’asceta la disperazione è foriera di non pochi e notevoli vantaggi, tutt’altro che disprezzabili, vantaggi che mi sforzerò di evidenziare.

Anzitutto, è da mettere bene in evidenza il fatto che vi è una grandissima diversità, che può rivelarsi ben decisiva, nella maniera di accostare la Scienza dello Spirito. Si può giungere ad essa spinti da una raffinata curiosità intellettuale, dalla suggestione di qualche lettura che tocchi corde profonde dell’anima, o dalla conversazione con un amico, oppure dalle parole ascoltate in una qualche conferenza. È sicuramente una eventualità frequente, perfettamente lecita e normale, ma è difficile che – salvo eccezioni – in tali situazioni si vada poi molto lontano nel calcare il Sentiero della Conoscenza.

Altri – sempre nel calcare l’arduo Sentiero dell’Iniziazione, sentiero sempre irto di difficoltà – possono giungere alla Scienza dello Spirito spinti da una situazione estrema, da una condizione senza uscita, che può sfociare – appunto “felicemente”, almeno da un punto di vista speciale – in una vera e propria forma di disperazione.

Ma perché una tale situazione senza uscita, una tale condizione di disperazione, è un’evenienza addirittura “felice”? Lo è davvero perché è una condizione di sincerità assoluta e di radicalità, nella quale non si può mentire più a se stessi, e nella quale si rivelano inaccettabili le soluzioni di ripiego, le “cure” palliative, meramente sintomatiche, a base di analgesici o di narcotici: di qualsivoglia specie essi siano. Chi si appaga con cotali analgesici e narcotici – come quelli indicati dalle “anime belle” che da molti anni ci asfissiano con un loro slavato moralismo o con uno stucchevole sentimentale misticismo – non è veramente disperato, ed è alla ricerca solo di un “divertissement”, come lo chiamava nel XVII secolo l’ottimo Blaise Pascal, ossia di una “distrazione”: di qualcosa che ci faccia in qualche modo “distrarre” dalla noia, e dall’angoscia di una vita vuota e inautentica, la quale poi continua indisturbata.

Una vita priva di spirito, una vita tagliata fuori dalla comunione con la realtà spirituale è fatalmente una vita vuota, inautentica e dolorosa. Purtroppo, molti cercano di risolvere in modo “anomalo”, ossia barando, il problema di tale “dolorosità” – e per questo vanno alla ricerca di palliativi vari come analgesici e narcotici animici – e non cercano di affrontare veramente la vacuità e la in-significanza di una cotale vita inautentica. Ossia cercano semplicemente di sopprimere i sintomi della dolorosità e non di affrontare la mancanza di significato di una vita totalmente immersa in un abietto servaggio ad una natura inferiore, la quale da millenni domina l’essere umano.

La dolorosità, invero, non è che il sintomo rivelatore della irrealtà nella quale è immerso un essere umano che viva – ma poi è realmente vita quella? – un’esistenza inautentica. La volontà di soppressione di tale sintomo sorge dalla brama, dalla paura e dall’avversione: le tre malefiche figlie della radicale ignoranza dell’essere umano. La brama è sempre brama di ciò che è irreale, di ciò che è illusorio. Si brama perché si è in uno stato di ubriacatura, perché si è presi dall’effimero illusorio, perché si cerca fuori di sé ciò che si è incapaci di cercare in se stessi. Si teme di perdere l’oggetto della brama, e ancor più – sottilmente – si teme di perdere la brama medesima: come in uno stato di ebrezza e di follia, ci si innamora del proprio abietto servaggio, ci si affeziona e ci si avvince alle proprie catene e si amano le mura che ci imprigionano. Si odia, infine, ciò che può sottrarci l’oggetto della brama, ciò che ci impedisce di possederlo, e ancor più violentemente si odia ciò che vuol risvegliarci dallo stato di ebrezza e di follia, ciò vorrebbe affrancarci sottraendoci da una millenaria schiavitù.

In una sana Arte medica non è mai augurabile una terapia basata su di una mera soppressione di sintomi: è sicuramente una terapia fallace e sovente molto pericolosa. Il dolore, per quanto non sia punto gradito, è il segno di uno stato morboso, che sarebbe savio affrontare subito, e molto risolutamente, senza aspettare il peggioramento della malattia. Ora, Massimo Scaligero ha messo bene in evidenza come l’essere umano sia in realtà un malato in via di guarigione. Anche se, personalmente, a dire il vero parvemi che l’essere umano, più che in via di guarigione, sia in via di veloce peggioramento delle sue condizioni di salute spirituale, e di conseguenza anche fisio-psichiche. Diciamo che è fortemente bisognoso di cura e di guarigione. Il problema è che un tale malato oggi fa di tutto per allontanare la cura e la guarigione, delle quali ha tanto bisogno, e s’ingegna per deviare il più possibile dalla via della guarigione. Ciò può sembrare assurdo ma è proprio quel che accade, e nulla viene avversato quanto la terapia risanatrice e nessuno viene odiato quanto colui che ci porta incontro la Via di liberazione, ossia colui che vorrebbe scuoterci dal comatoso sonno, rotto solo da incubi, nel quale da lungo tempo siamo immersi. L’essere umano immerso nel letale oblio di una tale esiziale ignoranza è in uno stato di menzogna nei confronti di se stesso, dello Spirito e del mondo. Egli teme soprattutto lo smascheramento di tale menzogna. Difficile, veramente difficile, concepire una condizione peggiore, una condizione più pericolosa. Giovanni Colazza – adamantino, come affermava di lui Massimo Scaligero, come un Maestro Ch’an o Zen – affermava che ciò che ci separa dalla concreta esperienza spirituale è unicamente il muro di menzogna che erigiamo tra noi e il Mondo Spirituale: nel momento in cui abbattessimo tale muro di menzogna – solo in parte cosciente – il Mondo Spirituale si precipiterebbe possente in noi. Ma è proprio questo che più temiamo.

Il respingere la Via di liberazione può essere esplicito, violento e rabbioso, oppure essere truffaldinamente mascherato dal tentativo di «adattare» la Via alla propria infingarda natura, abbassandola, anzi degradandola, al proprio livello, mentre ciò che lo Spirito richiede – anzi imperiosamente esige – è che si sia noi ad innalzarci al suo livello. Una cotale impresa è ardua per ché implica uno spogliarsi dalla propria decadente natura inferiore, con la quale siamo adusi a convivere da millenni. Vi è, dunque, in noi una celata complicità con le deità avverse, nostre carceriere.

L’idea più stupida è quella di voler trarre almeno un qualche vantaggio dalla condizione di servaggio e di prigionia, come chi, invece di tentare una salvifica evasione, cercasse di rendere più comoda la cella della propria prigione, arredandola di poltrona, televisione, WI-FI, aria condizionata e frigo bar. E magari qualche altro piacevole sollazzo trasgressivo. Si tratta, per scongiurare l’effimero e il precario, dello sciocco tentativo di eternare lo stato di abietto servaggio, come se la vita animale fosse eterna, mentre ogni vita biologica finisce comunque sepolta in una fossa. Ma a ciò nessuno pensa mai: ad una tale stupidissima spensieratezza gli Dèi hanno prescritta come sola terapia è il dolore. Il dolore, invece di addormentare, scuote dal torpore e dal sonno, e rende scomoda la vita.

Quindi è di gran lunga preferibile scegliere di affrontare senza indugi l’esperienza spirituale, e cercare di metter fine ad una condizione umana oramai divenuta patologica e pericolosa. Mi fu tramandato, decenni fa, che Rudolf Steiner avrebbe detto lapidariamente a chi gli chiedeva  perché uno debba intraprendere il sentiero della Concentrazione e della meditazione: «Perché a costui sorge nell’anima un urlo interiore!». Personalmente, ritengo veritiero questo aneddoto tramandatomi. E le parole di Rudolf Steiner si congiungono nella mia anima a quelle che Massimo Scaligero disse a noi, che da lontano venivamo da lui a Roma alla ricerca di una indicazione interiore, circa lo stato interiore che dovevamo avere per percorrere il Sentiero della Conoscenza e giungere alla mèta: «Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Chi, appunto, giunge alle soglie della Scienza dello Spirito attraverso la disperazione non è più disposto ad illudersi e guarda in faccia crudamente la realtà: questo è un uscire dalla condizione di menzogna: un uscire dal sonno comatoso e dalla radicale debolezza della volontà, generate dall’ignoranza e dalla menzogna interiore. L’intensità della decisione di scegliere sino in fondo la Via dell’Iniziazione è proporzionale alla profondità della disperazione che ci porta a ricercare la Conoscenza liberatrice. La Via dello Spirito è una Via veramente rivoluzionaria: non si può scegliere lo Spirito e venire a patti con l’illusione mondana. La Via dell’Iniziazione o è una esperienza radicale – senza patteggiamenti di sorta – o non è nulla, O, peggio è solo una ulteriore menzogna. Non si può intraprendere il sentiero spirituale e portarsi dietro tutta o in parte la zavorra di una precedente vita inautentica. Non si può voler seguire lo Spirito e rimanere borghesi nell’anima. Lo stato lacrimevole nel quale sono ridotte la maggior parte delle comunità spirituali – o sedicenti tali – la dice lunga di quanto in basso si sia caduti, e di quale inarginabile oceano di menzogne stia dilagando in esse.

Ma non basta l’iniziale tensione estrema, lo slancio interiore verso l’Assoluto, la dedizione con la quale ci si consacra con tutto se stessi allo Spirito all’inizio della Via e nel momento della scelta decisiva. È savio aspettarsi il tentativo di rivincita dell’antica natura e, attraverso di essa, la rappresaglia degli dèi distruttori. Per tali deità gli umani sono un gregge di “animali utili agli dèi”, ed ovviamente quelle deità distruttive non amano punto perdere “capi di bestiame”. Come dicevano nell’Ermetismo d’un tempo i Maestri dell’Arte, «vita brevis, ars longa»: la vita è breve e il cammino è lungo e accidentato. Nemici mortali sono l’abitudine, la ripetitività, la spenta routine, la stanchezza e i momenti di aridità, la fiacchezza della volontà, la banalizzazione dei contenuti spirituali: ostacoli fatali e previsti di fronte alle crescenti difficoltà della Via. E, dopo l’iniziale entusiasmo, è forte la tentazione di attenuare il rigore della Via, la seduzione di scegliere una “via” più comoda, che fatalmente è sempre la via egoica.

Ma qual è l’antidoto a questo sfrangiarsi della volontà, a questo appannarsi dello slancio interiore? Io ne conosco uno solo veramente efficace: la disperazione. Ma non è certo la facile – e tutto sommato comoda – disperazione sentimentale, più o meno condita di espressioni colorite. No, al contrario, quella che è necessaria è una disperazione lucida, volitivamente provocata, e soprattutto instancabilmente coltivata. Si tratta di far riemergere sempre nuovamente vivide le motivazioni profonde dell’impulso iniziale. Si tratta di coltivare tale disperazione – soprattutto nei periodi di aridità, che possono essere prolungati – con un pensare freddamente geometrico: come direbbe il mio ottimo amico C., valoroso asceta d’altra dottrina. La disperazione coltivata destabilizza l’illusorio ordine interiore che la natura inferiore ha stratificato nel nostro essere. La disperazione ha funzione analoga a quel “dissolvente universale” che nell’Ermetismo alchemico veniva chiamato Alkaest. L’essere umano deve essere radicalmente de-configurato, e devono essere dissolte quelle dure concrezioni interiori che, in Oriente, Buddhismo e Yoga chiamano vasana e samskara. È un’opera di “purificazione” – come la chiamerebbe l’antico Orfismo – difficile e faticosa e, per quanto essa sia dura opra, essa va condotta con estrema risolutezza e soprattutto senza alcuna misericordia.

«Instancabili e disperati», ci disse Massimo Scaligero. Instancabili, perché quest’opera di dissoluzione delle illusioni, delle morbide aspirazioni ad una egoica “via comoda” deve essere sempre di nuovo rinnovata: instancabilmente rinnovata, perché l’abbassare la guardia è fatale, anzi letale. Disperati, perché non si vuole più mentire a se stessi, e non vi è menzogna più insidiosa della speranza. Come disse il Conte di Saint-Germain nel 1760 in Olanda a chi lo minacciava per conto dell’onnipotente ministro di Francia Choiseul: «Io ho calpestato la paura e la speranza». E secondo l’antico motto, si deve procedere sine spe nec metu, perché speranza e timore fiaccano la volontà ed ottenebrano la lucida visione, necessaria a chi vuole lottare per raggiungere l’Eccelsa Mèta, come la chiamava il Buddha Shakyamuni.

Una radicale, lucida, disperazione non consente l’indugiare in rimedi illusori, e non consente la menzogna di false speranze. Chi è lucidamente disperato non ha più speranze che lo indeboliscano. E chi non ha più speranze vince la paura. Chi vince la paura possiede intatta la volontà. La volontà intatta, non più sfilacciata e sfrangiata è la forza per portare a fondo la Concentrazione.

La Concentrazione è l’operazione interiore che è necessario ripetere ogni volta come se fosse la prima volta, è il Rito sacro da rinnovare instancabilmente ogni giorno, più volte al giorno, per anni, per decenni, per tutta la vita, cercando ogni volta di impegnare in essa tutta la volontà, quindi è l’operazione del più alto coraggio. Armati di solo coraggio, ci disse Massimo Scaligero, perché portare avanti, instancabilmente, per decenni – oltre ogni ostacolo, oltre ogni ribellione della natura inferiore in noi – un’operazione interiore asciutta, arida, non consolante, fatta solo di pura forza, come la Concentrazione, richiede di non sperare nulla dalle comode e illusorie consolazioni del misticismo, dalla sentimentalità, dal facile moralismo. Non solo, chi ha chiaro – assolutamente chiaro – che una disciplina radicale come la Concentrazione esige un impegno totale della volontà, sa pure che la volontà che si possiede non è sufficiente, ma che è necessario conquistare ulteriori forze di volontà per donarle al Rito della Concentrazione. Un tale tenore della volontà può scoraggiare i pavidi e coloro che si pascono di speranze. Ma chi tenga sempre viva la memoria dei motivi della propria disperazione, chi la coltivi e la frequenti come una fedele e cara amica, chi senza misericordia verso se stesso rinunci alla menzognera speranza, saprà esigere liberamente da se stesso quanto il Mondo Spirituale chiede alla sua volontà di libertà.

Allora si sarà capaci di volere, di volere intensamente, di volere con tutto se stessi, di volere instancabilmente, di volere a lungo, e si consacrerà in libertà e per amore alla più alta azione che un essere umano possa compiere sulla Terra: la Concentrazione.

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