L’ESTREMISMO INTERIORE DELL’ASCETA

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(Massimo Scaligero)

La parola “estremismo” – soprattutto riferita all’attività interiore del ricercatore spirituale – è una parola che ai più non piace affatto. Non piace perché è presentita alludere ad una decisa intensificazione della volontà cosciente, che segretamente viene ritenuta scomoda e faticosa, e quindi sistematicamente avversata. Ebbene, costoro hanno perfettamente ragione! Vi è solo da chiarire che in realtà è all’infingarda natura inferiore che un tale estremismo interiore non piace punto, e non può piacere. Ed è una tale accidiosa – ed eziandio acidiosa – natura inferiore quella che non gradisce la scomoda e faticosa intensificazione della volontà. 

Il fatto è che – come di diceva molti anni fa il mio amico L. – la maggior parte delle persone, compresi molti sedicenti “spiritualisti”, vorrebbero andare in paradiso confortevolmente in carrozza: belli comodi comodi, con l’aria condizionata, e forniti – aggiungo io – di smart-phone, tablet, Wi-Fi funzionante e, naturalmente, con un ben rifornito frigo-bar. Simpatica prospettiva, invero, però molto illudente e, soprattutto, poco salubre.

Da sempre, nelle vie iniziatiche d’Oriente e d’Occidente, la condizione umana viene considerata al contempo privilegiata e pericolosa. Condizione privilegiata, perché solo l’essere umano, pienamente incarnato sulla Terra, può realizzare, come è stato più volte ribadito sulle pagine di questo blog, Autocoscienza, Libertà, e Amore. Ma, come ammoniscono i testi della Sapienza d’Oriente, «una nascita umana è difficile da ottenere»: per molti sarebbe importante che capissero perché. La condizione umana viene invidiata persino dagli Dèi, i quali – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno sì coscienza sovrasensibile e illimitata sapienza, ma non autocoscienza; hanno sì travolgente potenza, ma non sono liberi; hanno sì capacità di suscitare ed emanare profondi sentimenti ma, per così dire, lo fanno in maniera ‘automatica’, ossia secondo necessità, sia pure trascendente.

Ora, Massimo Scaligero ha insegnato che si ama perché si vuole amare, e non perché si è costretti ad amare, o perché non si sa o non si può farne a meno. Quindi per amare – per autenticamente amare – si deve essere liberi, e per essere liberi è necessario – assolutamente necessario – essere autocoscienti. Ma autocoscienza e libertà – condizione necessaria per amare – sono conquista, talvolta aspra e faticosa conquista, e non sono un dato di natura. Ovvero sono un atto, e non un mero fatto naturale: non sono nulla di scontato. Come vedremo dalle stesse parole di Massimo Scaligero.

Questa condizione umana, perlomeno da questo punto di vista, è dunque “privilegiata”, e Rudolf Steiner mette bene in evidenza il fatto che non vi sia dio che possa sperimentare il mondo in concetti, s’ei non si incarna sulla Terra in un corpo umano. Ben poche deità – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno scelto di rinunciare al proprio rango divino, per incarnarsi sulla Terra ed accompagnare così l’essere umano nella sua temeraria missione, nella sua impossibile impresa.   

Condizione oltremodo pericolosa, inoltre, quella umana, nella quale viene a svolgersi la suddetta temeraria  impresa, che oggi potrebbe essere definita addirittura impresa disperata. Che la condizione umana sia tale, può essere ben caratterizzato dalle parole ammonitrici di Massimo Scaligero, il quale giunse ad affermare, in colloqui e in riunioni, che l’uomo attuale, nella sua involuzione nella materia con le relative conseguenze, è andato persino oltre le previsioni e le più rosee speranze dello stesso Oscuro Signore, del Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva chiamato nella tradizione zarathustriana. E certamente poco rassicuranti e per nulla consolanti sono le parole dell’ultimo capitolo delle Massime Antroposofiche, nelle quali Rudolf Steiner parla di una possibile caduta nel subumano, o le parole ch’egli disse a Giovanni Colazza nel loro ultimo incontro, allorché disse che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

Si tratta di aver ben chiaro – ed è bene non volersi fare in proposito veruna illusione – che quella umana attuale è una condizione di estremo pericolo. Giova ricordare le parole – al tempo stesso preveggenti e ammonitrici – che Massimo Scaligero scrisse nel 1956 in Iniziazione e Tradizione, pp. 41-42:

«Chi guardi con occhio rischiarato, riconosce nel mondo della necessità – fisica o psichica – nel passato e nella natura, ciò che rende inevitabili il male, la malattia, la morte. È ciò che, venendo scambiato per vita, in quanto costituisce le basi dell’ordinaria esistenza, porta l’essenza della vita alla contraddizione radicale con l’essere, ormai passivamente accettata e persino organizzata scientificamente, ma ogni volta riemergente nella sua tragicità attraverso quella misura del reale che è il dolore e la morte.

Questa contraddizione giunta collettivamente al limite, ormai per la seconda volta, nell’attuale secolo, conoscerà la sua istanza risolutiva nei prossimi decenni quando si presenterà la terza prova: la quale è virtualmente cominciata e pesa ormai su ciascun essere, come segreta angoscia, come segreta paura, come senso d’inutilità e senso di impotenza. L’ora presente è grave: non è una espressione retorica questa. Chi conosce come realmente stiano le cose, sa che quei pochi che hanno una qualunque responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando, per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che possono essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere a una rinascita nel segno dello spirito».

Mi sembra che quelle di Massimo Scaligero siano parole estreme, che descrivono, senza infingimenti di sorta, una situazione estrema, ed indichi altresì un compito eroico e, appunto, estremo. Un testo come Iniziazione e Tradizione venne da lui scritto, come abbiamo detto più sopra, e secondo la testimonianza che me ne dette il cugino Amleto Scabelloni, nel 1956: dunque solo tre anni dopo la scomparsa di Giovanni Colazza, e meno di otto anni dopo quella di Marie Steiner. Dunque in un epoca che a noi potrebbe apparire, oggi, quasi come un sogno pervaso di luce, ed un’epoca addirittura “invidiabile” se paragonata alla presente da noi vissuta. Il suo lucido sguardo di Iniziato vedeva già allora chiaramente la situazione spirituale del tempo – era già ampia e irreversibile degenerazione della Società Antroposofica – e quella futura. Di fronte al dissolvimento delle comunità spirituali in generale, e alla sempre più convulsa e dilagante degradazione della civiltà, Massimo Scaligero, il quale – stando a quanto mi comunicò Amleto Scabelloni, riferendomi il contenuto di un colloquio tra lui e suo cugino, avvenuto proprio in quell’anno – pur essendo egli contrario a scrivere di Scienza dello Spirito, decise di scrivere questa sua prima opera, Iniziazione e Tradizione, e poi di seguito l’Avvento dell’Uomo Interiore e il Trattato del Pensiero Vivente, ma lo fece solo su esplicita richiesta del Mondo Spirituale: questo in conseguenza della drammaticità dei tempi di allora e di quelli futuri. 

Amleto Scabelloni mi riferì di quel colloquio, avendogli io posto delle domande sulla decisione di scrivere, rievocando quanto Massimo Scaligero stesso mi aveva detto in alcuni incontri, da me avuti con lui.  In uno di quei colloqui, Massimo Scaligero definì questa “necessità” di scrivere, come il «sacrificio della parola», la «compromissione della propria Via per la Via degli altri»: sacrificio che io trovavo nobilmente bodhisattvico in senso mahayanico e manicheo. So, per certo, quanto un tale sacrificio gli costasse: sacrificio che lo portava a donare molto del suo tempo e delle sue forze per incontrare tutti coloro che avevano bisogno di orientamento interiore. 

Oggi a trentotto anni dalla sua dipartita, la situazione pericolosa è, a mio modesto parere, moltissimo peggiorata, per non dire che è addirittura parossisticamente compromessa. Per usare un’immagine calzante – metaforica solo sino ad un certo punto – si può dire che l’essere umano, oggi, stia seduto spensieratamente nella bocca del drago. È stato ribadito più volte su questo blog che, in realtà, come esseri umani siamo esattamente dove dobbiamo essere; che siamo esattamente dove, da millenni, era previsto che fossimo e dove sarebbe stato necessario essere. Il problema per l’uomo attuale è che una tale condizione di estremo pericolo egli l’affronta con uno stato di coscienza del tutto inadeguato. Appunto, spensieratamente, superficialmente, con una fatua e colpevole noncuranza. Mentre si preoccupa, facendone delle vere e proprie tragedie, per inezie assolutamente insignificanti. Viene alla mente quel che il premier inglese Winston Churchill – da me non esattamente stimato – diceva degli italiani, e cioè ch’egli si stupiva come gl’italiani «andassero alla guerra come fosse una partita di calcio, e ad una partita di calcio come se andassero alla guerra». Pur nella malevolenza che il politico britannico mostrava di nutrire per il nostro paese, vi è del vero in quel ch’egli beffardamente affermava. Ma la sua affermazione è estendibile a molti campi della vita, e non solo italiana: esteriore ed interiore.

Massimo Scaligero, per esempio, più volte mise in evidenza come i discepoli della Scienza dello Spirito, che si lamentavano della difficoltà della Via, del fatto di non avere, a loro dire, sufficienti forze di volontà, in realtà di forze ne avevano sin troppe: forze che abbondavano nelle forme dell’ego. Ma questa soverchia abbondanza di forze non era – così diceva – consacrata  e messa al servizio dello Spirito, bensì consumata e sciupata per esteriori finalità assolutamente effimere. Infatti molte volte fece osservare, con quanta tenacia molti “discepoli” perseguissero l’appagamento delle proprie effimere brame, e quanta sagacia e intelligenza mobilitassero per la soddisfazione delle medesime. Metteva in evidenza come molti fossero capaci, per esempio, di alzarsi alle 3.00, o alle 4.00 del mattino, per partire ad ore antelucane in vacanza verso luoghi lontani, ma che non erano capaci di lasciare il letto mezzora o un quarto d’ora prima per  iniziare la giornata con una concentrazione. Faceva notare come tanti “discepoli” della Scienza dello Spirito avessero tempo in abbondanza per mangiare, bere, lavorare, divertirsi, occuparsi e preoccuparsi di innumerevoli beghe, e così via, e come donassero alla pratica interiore e allo studio rituale dei testi della Sapienza sacra solo rimasugli del loro tempo. È assurdo far trascorrere 23 ore e 50 minuti nella dispersione esteriore, e poi pretendere di attuare, in soli 10 minuti, la Concentrazione interiore.

In effetti l’anima dell’uomo attuale è avida di inerzia, ha una voluttuosa brama di comodità, e questo fatto la fa permanere in uno stato di assonnato stordimento, di illudente ebrezza, che gli fa provare avversione per ciò che vorrebbe spingerla a sottrarsi a tale spenta e vilissima condizione. L’illusione di molti è che una cotale condizione sia sì indegna e vilissima, ma che in fondo essa non comporti di per sé alcun pericolo, mentre viene vista come scomoda e faticosa la Via che mena alla realizzazione spirituale. Per cui si cerca di farla al risparmio. Non certo con scomodo estremismo. In realtà, non può esistere una illusione più clamorosa, e più pericolosa, di questa.

Un tempo l’essere umano poteva scegliere se vivere immerso nel sonno della Tradizione, lasciandosi guidare dall’esterno da coloro che spiritualmente sceglievano per lui, oppure intraprendere il difficile e duro cammino della liberazione. Nelle antiche civiltà – e ciò risulta sempre più vero quanto più indietro si risalga nel tempo – l’essere umano non ancora del tutto autocosciente, in quanto ancora non del tutto recluso nella prigione somatica, ma possessore di residui di una primordiale chiaroveggenza, viveva in un mondo largamente a misura dell’Uomo spirituale, dell’Uomo interiore. Rudolf Steiner, infatti, così scrive nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 17-20 :

«Le vie che rendono l’uomo maturo ad accogliere un segreto sono ben determinate. La loro direzione è tracciata con lettere indelebili ed eterne nei mondi dello spirito nei quali gli iniziati custodiscono gli arcani superiori. Nei tempi antichi anteriori alla nostra «storia» i templi dello spirito erano anche esteriormente visibili; oggi, quando la nostra vita è diventata così vuota di spiritualità, essi non esistono nel mondo che è visibile all’occhio esteriore. Ma spiritualmente esistono dappertutto, e chiunque cerchi può trovarli. […]

Di una cosa conviene rendersi ben conto: che un uomo, completamente immerso nella civiltà tutta esteriore della nostra epoca, incontra gravi difficoltà per giungere alla conoscenza dei mondi superiori. Vi riesce soltanto, se lavora energicamente su di sé. Ai tempi in cui le condizioni della vita materiale erano semplici, era anche più facile conseguire un’elevazione spirituale. Ciò che meritava venerazione, ciò che era da considerarsi come sacro, emergeva maggiormente sulle condizioni ordinarie del mondo circostante. In epoca di critica gli ideali si abbassano. Altri sentimenti subentrano alla venerazione, al rispetto, alla devozione e all’ammirazione».

A riprova di queste parole del Maestro dei Nuovi Tempi, purtroppo – e fa sanguinare l’anima il dirlo – basta andare a vedere sino a quale infimo, e infame, livello è sceso il comportamento di non pochi “seguaci” della Scienza dello Spirito, i quali non si fanno alcun scrupolo di criticare – con argomentazioni false e perfide, e in taluni casi con espressioni che più imbecilli non potrebbero essere – Massimo Scaligero, Marie Steiner e lo stesso Rudolf Steiner. E questo avviene sia nell’ambito della cosiddetta Antroposofia “ufficiale” (ovvero all’interno della Società Antroposofica in Italia e all’estero), sia all’interno di quelle cerchie che il mio ottimo amico C., animoso asceta d’altra dottrina, e grande ammiratore del nostro Maestro, scherzosamente chiama “scaligeropolitane”. E la cosa tanto più sconcerta vedendo a quali livelli letteralmente osceni, su certi social network, taluni di questi “seguaci” siano capaci di scendere, con un linguaggio da lupanare. Ma ancor più stupisce e sconcerta vedere come nessuno dei frequentatori di quelle pagine virtuali, per viltà e opportunismo, per conformismo, si ribelli di fronte a simili sacrileghe blasfemie. Molti, anzi, non pochi si compiacciono, ammirati, di fronte a tali espressioni – che di per sé sono sintomi patologici di anime sporche e deformi – come di manifestazioni di particolare spregiudicatezza, o minimizzano la cosa come se si trattasse di innocenti birichinate, di una sorta di divertente “goliardia esoterica”, mentre invece sono atti laceranti che castrano letteralmente l’anima, e rendono inutile o dannoso un eventuale operare occulto. Certo che, se questo è il livello dei suddetti “seguaci” della Scienza dello Spirito, non vi è affatto bisogno dell’opera demolitrice degli avversari esterni: a distruggere la Comunità Solare può essere anche più che sufficiente la sola opera dei nemici interni. Sed de hoc satis!   

Il cammino spirituale che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero indicano, un tempo veniva considerato adatto a pochissimi, e le ardue prove alle quali veniva sottoposto l’iniziando operavano una severa selezione. Ma oggi, in un’epoca in cui si sono dissolte le società tradizionali, e nella quale la demonia economica e materialistica ha ormai devastato Oriente e Occidente, senza nulla risparmiare, tutti gli esseri umani sono chiamati ad affrontare l’impresa spirituale. Oggi, ogni essere umano dovrebbe essere un praticante interiore: l’alternativa a un tale impegno sono l’alienazione crescente, le nevrosi sempre più dilaganti, l’istupidimento televisivo e telematico, il non senso della vita, l’angoscia di un’esistenza in-autentica e in-significante, e sempre più spesso la follia. Sempre più sarà così, come si può scorgere da molti segni.        

Nella sapienza indiana arcaica, vi è un testo, la Katha-Upanishad, 1.3.14, che ammonisce il cercatore della Via di liberazione, con queste parole:

«Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza».

E Massimo Scaligero antepone alcune parole al suo scritto Iniziazione e Tradizione, parole che indicano chiaramente il Sentiero da seguire e la mèta da perseguire. Ne trascrivo solo la frase iniziale:

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in rimedi illusori – sentono la Iniziazione come esigenza assoluta».

Potremmo dire, con gli Antichi: Extrema Thule ultima salus! Situazioni estreme esigono, appunto, estremi rimedi. Nell’attuale situazione di estremo pericolo, che per la Comunità Solare – per le inadeguatezze, le diserzioni e i tradimenti che si sono verificati – è stata come una vera e propria Caporetto, ossia una colpevole disfatta, anche se non totale, è necessario essere molto risoluti e trarre dalla lucida disperazione forze di coraggio, di interiore disciplina, ed energia instancabile. In altre parole, per usare una immagine analoga a quella appena riportata, occorre formare una sorta di linea del Piave, che per nulla al mondo deve cedere e che, costi quel che costi, deve resistere all’impatto dissolvente delle forze distruttive. A costo di ripetermi, voglio ribadire, nel caso qualcuno dubitasse dell’estrema pericolosità dell’attuale condizione umana, quanto scrisse il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultimo capitolo delle sue Massime Antroposofiche, ove parla del fatto che la salvezza e la realizzazione dell’uomo come mèta delle Gerarchie non è affatto cosa scontata e che vi è la possibilità concreta che l’umanità si sfracelli nell’abisso del subumano. Durante l’ultimo colloquio che Giovanni Colazza e Rudolf Steiner ebbero a Dornach, prima della morte di quest’ultimo, dopo aver dichiarato, come abbiamo riportato più sopra che : «L’esperimento “uomo” potrebbe anche fallire», volle aggiungere che se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, essa sarebbe rinata in Italia in una forma nuova, giovanile, non cristallizzata in istituzioni burocratiche. E questa fu l’opera di Massimo Scaligero. Questo è altresì il compito ch’egli ci ha trasmesso. Ciò spiega gli attacchi che vengono rivolti, per far fallire quest’opera, anche e soprattutto all’interno della cerchia “scaligeropolitana”. Attacchi di ogni tipo: dalla volgare derisione nei confronti dei Maestri, fuori e dentro la “cittadella”, alla riduzione della Scienza dello Spirito ad una logorante dialettica, intellettualistica, ad una stucchevole mistica sentimentalità moraleggiante, insino alla alterazione e falsificazione degli scritti di Massimo Scaligero, al noto “trasbordo ideologico inavvertito”.  

In questa situazione oramai di permanente emergenza e di estrema pericolosità, non è affatto fatale che l’essere umano realizzi Autocoscienza, Libertà e Amore. Ciò è detto a chiare lettere alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore:

«In certi ambienti esoteristici si crede che a un dato mo­mento, per impulso evolutivo, dovrebbe scattare da sé la molla della libertà, per cui l’uomo riascenderebbe fatalmente le sfere dello Spirito: ma certamente come un automa, il cui volere non si è liberato dalla natura. Ciò è ingenuo, come ogni concezione che veda fatale una evoluzione, o una salvez­za dell’uomo. Occorre accostarsi all’essenza del pensiero co­me al mistero della libertà, perché questa cominci a sorgere come concreta forza: con il senso dell’assolutezza della sua fun­zione, si può procedere verso il punto in cui la libertà erom­pe nell’anima come potere creatore. O l’Io che sorge, o nulla, o il centro di ciò che si è, o un decadere che si continua a chiamare  esistenza: tale l’alternativa.

L’umano può essere superato ma a condizione che sia l’uo­mo a volerlo. Oggi taluni pochissimi avrebbero il compito di iniziare una simile esperienza. A costoro, ove le facoltà siano deste, possono presentarsi le prove decisive dell’esistere ed es­si possono ad ogni momento ricordare che queste non sono nulla in sé valido, ma solo segni indicatori del limite che si pone all’Io per destare la sua forza, non per essere patito co­me tale. È chiamata in atto l’essenza onde si è eterni, per la quale non vi è difficoltà che non possa essere guardata come ciò che va superato e che perciò già comincia a perdere il suo potere. Questo potere torna all’Io.

Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana.

Generalmente però oggi si pensa e si agisce come se la si­tuazione  problematica  debba  evolvere  per  propria  forza:   gli stessi cercatori dello Spirituale si comportano come se una spin­ta superiore, a un dato momento, debba far funzionare il centro dell’essere individuale e portare l’uomo al superamento di sé: che sarebbe il fallimento dell’impresa, perché funzionerebbe co­me Spirituale qualcosa che esclude la reale attività dello Spi­rito, sostituendosi al principio individuale, che è lo Spirito in atto nella coscienza. Questa rinuncia dell’Io a risorgere e il ri­durre  esso  la  propria  funzione  a  una  risposta  alla  necessità naturale,  spiegano  la  condizione  attuale  dell’umanità.   L’espe­rienza esteriore manca di controparte spirituale, non compor­ta sensibilità per la libertà, né per la conoscenza, neppure quin­di per il superamento».

Proseguendo, Massimo Scaligero indica nella paura il vero limite che paralizza la ricerca interiore del discepolo dello Spirito:

«Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura:  la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce,  si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito  fondata  dal Maestro dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà: che perciò si manifesta nella forma più sottile in coloro che, presumendo  seguire assocìativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e  materializzano le forme,  giun­gendo  a  codificazioni  dogmatiche  e  ad  espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno  appello:   onde,  malgrado  la  regolarità  della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

Questo, naturalmente, vale – è proprio il caso di dirlo – oltre che per l’opera di Rudolf Steiner, anche e soprattutto nei confronti dell’opera di Massimo Scaligero, il quale così prosegue alle pp. 174-175:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di pre­visto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avreb­be senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dell’Universo, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qual­che direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una solu­zione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non v’è, infatti, salva­zione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dell’uomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre all’attuale situazione del mondo l’intervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensi­bile, sappiano suscitare in sé una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: là donde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via.

Ogni altra via, come si è visto, non è che brama persi­stente del mondo, segreto attaccamento a ciò che i sensi dan­no in forma di parvenze. Tale brama, tale attaccamento sono quelli che oggi assumono persino la veste mentita di una ricerca spirituale. La confusione al riguardo è tale che persino i cercatori dello Spirito possono venir ingannati. Anche per questo, rispetto ai compiti posti dalla «via» attuale verso il Sovrasensibile, si deve dire che già l’umanità contemporanea è in ritardo. La libertà si lega alle contingenze dell’esistere quo­tidiano: va sfuggendo all’uomo».

Più volte ho riferito quel che come una indicazione operativa Massimo disse a noi giovani, che venivamo a Roma dalla mia città, circa lo stato interiore che era necessario che coltivassimo, al fine di percorrere la Via sino alla mèta: 

«Voi dovete essere instancabili e disperati! Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Questo è l’estremismo al quale, per la gravità e l’urgenza dei tempi, ci sollecitò Massimo Scaligero. Di esso egli ci parlò sino a poche ore prima che ci lasciasse, quella sera del 25 gennaio 1980, prima del Rito meditativo che alcuni di noi compivamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Più volte, negli incontri che avevamo con lui, egli ci chiese di essere fedeli a oltranza alla Via del Pensiero, di praticare, senza temere di essere unilaterali, o di esagerare, o di essere faziosi – haec sua ipsissima sunt verba – la Concentrazione. Ci chiese anzi proprio di “esagerare” con essa, di insistere con essa aumentando progressivamente il numero delle concentrazioni e la loro durata.

L’impegno interiore a livello spirituale di ogni autentico praticante non può che essere crescente, perché  – come scrive Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore – «nello Spirito si è, non si sta». Ovvero come dice l’antichissima sapienza latina: «Non progredi est regredi », ovvero: chi non avanza, regredisce o indietreggia. Come sa chi nuotando voglia risalire l’impetuosa corrente di un fiume.

L’eccezionale impegno interiore richiesto dall’attuale situazione estrema dell’uomo e della civiltà esige – imperiosamente esige – questo “estremismo interiore”, un impegnarsi generosamente nella lotta spirituale, un incalzare la natura inferiore, un non evitare bensì un affrontare decisamente i limiti che fermano la pavidità e la labilità umana: un essere – come mi disse una Donna di elevato sentire – «sempre all’attacco; degli arditi sempre all’offensiva». Questo “estremismo interiore”, al quale ci sollecita Massimo Scaligero, è sacro, e richiede la più alta tensione della volontà consacrata, come è detto alle pp. 137-138:

«Non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata, perché sempre risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato evitato». 

Ci si può chiedere quale debba essere lo stato interiore dell’anima di colui che con coraggio, tenacia, e disperazione si consacri al lucido e severo estremismo di questa impresa eroica. Troviamo la risposta in quanto scrive Massimo Scaligero, a p. 142: 

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Ho già avuto occasione di riportare quel che rispose Rudolf Steiner a chi gli chiese che cosa spingesse un discepolo della Scienza dello Spirito a consacrarsi alla pratica interiore della Concentrazione: «Un urlo interiore», rispose il Maestro dei Nuovi Tempi.

Che le “anime urlanti” di coloro che “sono stati morsi dal drago”, si consacrino, dunque, con energia crescente ed estremismo interiore,  alla risoluta pratica della Concentrazione, alla realizzazione della Via del Pensiero.  

3 pensieri su “L’ESTREMISMO INTERIORE DELL’ASCETA

  1. Onestamente la prima parte dell’articolo mi ha lasciato sgomento, ma è bene che sia così e che mi sproni a far di più visto le acque in cui “galleggiamo” (non si sa ancora per quanto). Grazie.

  2. Gentilissimo Massimo, non vi è da aver paura, ma da combattere! Una volta di più riporto le parole di Massimo Scaligero, il quale ci diceva: “NOI SIAMO CONDANNATI A VINCERE, PERCHE’ ABBIAMO IL PENSIERO!”.

    Malgrado la “nequizia dei tempi” – come la chiamava Arturo Reghini – io non sono affatto pessimista, perché conosco bene, per ripetuta esperienza diretta, la magia della volontà. Conoscere il Vero e volere il bene, è realizzare travolgendo ogni ostacolo, quella che il Buddha Shakyamuni chiamava “l’Eccelsa Mèta”.

    Al lavoro e alla lotta dunque!

    Hugaccio,
    cattivissimo lupaccio,
    che nelle more della lotta,
    si pappa sempre la pagnotta.

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