IL FIUME DELLA VITA HA DUE SPONDE (di F. Giovi)

 Kamaloka
(Kamaloka-Marina Sagramora)
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Esiste un aspetto della “questione sociale”, vissuta con forte consapevolezza dai popoli delle società piú evolute, che proprio in tali società non affiora, rimane impensato e per ora impensabile.
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La marcata evoluzione intellettuale e l’intensa coscienza individuale, precipua, in linea di massima, all’area occidentale (fa regola a sé il mondo nipponico, il quale nonostante l’assimilata e persino esasperata modernità, sembra conservare una sensibilità unica nei riguardi dell’oggetto di questo articolo), ha dovuto pagare molti pedaggi alla propria formazione, portando circa allo zero il patrimonio di conoscenza e di visione relativo al Mondo Spirituale.
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La “questione sociale” abbraccia molto di ciò che preme nelle comunità tra doveri e riforme volte alla tutela dell’individuo e dei suoi bisogni primari, ma traccia in ogni caso un rigido confine al di qua, poiché si occupa soltanto di chi vive.
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Eppure una società umana davvero completa dovrebbe concedere una non minima apertura di credito all’umanità che vive al di là, oltre il confine: i defunti.
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Sappiamo quanto suoni paradossale ai tempi nostri, anche se è facile prevedere che nessun provvedimento sociale sarà mai completo e realisticamente fruttuoso finché non si sarà riconquistato un ponte che possa avvicinare l’uomo sensibile che vive nello spazio e coloro che vivono fuori da questa categoria. Un simile incontro possiede una fisionomia sociale che non è economica o politica, ma di integrazione tra l’uomo terreno e l’uomo sovrasensibile, che andrebbe presentita qualora il pensiero umano intuisse l’altissimo ideale dell’unità profonda di tutta l’Umanità.
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La viva realtà dei defunti non è l’astrazione pietosa di chi resta; molti, oltre l’amaro dolore per la scomparsa di chi li amò e li sorresse, oltre l’orrorifico inganno arimanico del cadavere percepito, presagiscono oscuramente l’ulteriore presenza del defunto; non pochi, in momenti di sogno veridico, tessono dialoghi essenziali con chi non abita piú la nostra terra; alcuni sono ancora capaci di vedere i morti.
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Poiché stiamo scrivendo per persone motivate verso una visione del Mondo Spirituale, troviamo subito i termini del quesito: in che modo può essere trovato l’accesso al mondo dei morti?
(Non ci soffermeremo neppure un attimo nelle infette contrade della medianità e dello spiritismo, antitetiche a quanto è cristiano e solare, e che non dovrebbero lambire neppure gli istinti di chi ha scelto la via purissima della Libertà e del Pensiero Vivente).
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Nel corso ordinario della vita confermiamo continuamente la nostra esistenza riferendoci ad una centralità corporea e psichica in opposizione ai nostri simili: «io sono, io voglio, io credo…». Questo naturale egocentrismo nuoce considerevolmente all’incontro con altri esseri umani, ma sbarra completamente l’accesso ai Mondi Spirituali ove i morti sono vivi. Un simile stato di cose va comunque considerato equamente: il nocciolo di tale egocentrismo consente la coesione della nostra coscienza di veglia, della nostra capacità di percepire, pensare e volere.
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Per la vita sulla terra la nostra coscienza di veglia esige una netta localizzazione nello spazio: qui il soggetto, lí l’oggetto percepito. Sino dentro noi stessi ciò pare cosí naturalmente essenziale che di norma siamo incapaci di rappresentarci qualsivoglia realtà che sia strutturata in forma diversa da quella spaziale. In tale situazione, appare evidente che l’uomo moderno non sappia nulla di ciò che appartiene al mondo dei morti, poiché il defunto ha abbandonato il corpo materiale e nella sua immaterialità non può essere localizzato nello spazio. Poiché lo spazio è una condizione fondamentale della coscienza desta, come può essere possibile conoscere senza opporsi come soggetto all’oggetto? Lo sforzo umano dovrà allora essere rivolto a ristabilire una comunione con il mondo e gli altri uomini che sia vivente di una vita che nel divenire storico egli ha perduto, quasi senza sapere come.
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All’inizio di una ricerca interiore indirizzata in tal senso, dobbiamo portare alla luce della coscienza pensante il fatto che la nostra comune autocoscienza ed i nostri sensi sono imparentati con tutto quanto cade sotto l’azione di forze distruttive e impietranti, mentre non percepiamo assolutamente nulla della sfera dell’Essere in cui agisce ciò che sostiene la vita e la rinnova incessantemente.
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È possibile uscire dalla fissità del finito? Certamente! Ma solo giungendo a slegare la nostra coscienza dalla presa corporea, svincolandola anche dall’isolamento prodotto dall’alterità del dato sensibile.
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Liberarsi dei limiti personali senza smorzarsi e senza abbandonare la conquistata lucidità individuale è il frutto di un potenziamento illimitato e sottile delle forze dell’anima quando queste siano perfettamente pure in se stesse. Questo è attuabile soltanto attraverso la disciplina spirituale. Concentrazione, contemplazione e silenzio sono i severi veicoli che permettono alla coscienza di immergersi in altro da sé: in un vastissimo mondo che può essere penetrato e che simultaneamente ci compenetra. Allora svaniscono i limiti della corporeità e il nostro essere si fa grande e si eleva e si sprofonda nel tessuto vivo di forze ed esseri universali.
Inizia a stabilirsi un rapporto del tutto nuovo con quello che per la coscienza corporea era mondo esteriore. È il mondo, nelle sue svariate organizzazioni e fenomeni, che cominciamo a sentire come parte attiva di una nostra, diversa, corporeità. Le forze sovrasensibili, il cui segno fisico era l’arbusto o il cielo stellato, diventano in attimi intemporali parti della nostra sostanza e noi diveniamo parte di esse.
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Si stabilisce un nuovo rapporto tra quella che nella nostra vita cosciente chiamavamo corporeità e il mondo della natura: cominciamo ad avvertire tutto quello che compone il mondo esterno ed i suoi mutamenti come parte della nostra corporeità, non in quanto apparire materiale, ma nel suo essere sovrasensibile. Cosí ciò che ci appariva soltanto come dato sensibile trapassa in mobile essenza che diventa per noi sostanza interiore. Si potrebbe anche dire che tutto ciò che circondava indifferente il nostro limite corporeo diventa ora il vero corpo della nostra anima. La coscienza desta si unisce alla possente attività della vita. In un certo senso germogliamo con il grano, sbocciamo con i fiori, scorriamo con il ruscello, vogliamo crescere con l’erba ecc.: immagini alquanto imperfette e soltanto indicative. Per questa via entriamo nella sfera ove vivono i defunti.
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Poiché essi hanno abbandonato la veste stretta e frusta che comprimeva la potenza delle loro anime e le ancorava al mondo sensibile, ora possiedono il corpo della natura vivente e dei mondi stellari; espansi ed uniti a ciò che, in opposizione alla corporeità distinta, è la dinamica della vita, la sua forza plastica, il suo soffio ritmico.
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Durante la vita, iniziamo a rapportarci al mondo dei morti quando con silenziosa meraviglia ci immergiamo nell’espressione artistica di un paesaggio naturale. Se talvolta si permettesse all’anima di abbandonarsi alla pura luce di un giorno invernale, oppure alla forza piena di speranza di un mattino primaverile, o ancora alla pienezza feconda del meriggio estivo, allora impareremmo il cammino sul limitare del mondo dei morti e un riflesso della loro esistenza e della loro attività scenderebbe nelle nostre anime.
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L’azione dei morti è ben lontana dai parti prosaici e utilitaristici prodotti dalle teste contemporanee; all’opposto essa si apparenta in profondità alla piú sincera coscienza artistica, a tutto quello che impressiona, anima e feconda artisticamente la complessiva entità umana. La forza che si esprime in tutte le arti (arte del pensare compresa) trova forse nella musica il piú avanzato linguaggio per giungere ad un veridico sentimento intorno all’esistenza dei defunti.
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Per i morti la musica non è qualcosa di esteriore, essendo anch’essi musica vivente nei campi delle Sonorità Creatrici che vibrano attraverso la loro sostanza.
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Oltre la mediazione della silente meraviglia della natura, dell’impressione artistica, del sentire musicale, per una coscienza minimamente addestrata e matura, i defunti possono essere raggiunti attraverso un intenso sentimento religioso (non confessionale!) che in essi non vive “dentro” l’anima come nell’esperienza terrestre, ma che forma e sorregge la sostanza stessa della loro anima: il defunto che percorre il devayana è come immerso in una condizione di Spirito Divino, la cui manifestazione è pace raggiante, devozione e adorazione: sfera del Verbo Cosmico.
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In sostanza, quando l’uomo dopo un lungo lavoro d’ascesi merita di liberarsi dalla prigionia della testa, libera anche le potenze dell’anima e l’anima stessa. Poi molto viene, per cosí dire, da sé; come, ad esempio, l’esperienza di una particolare comunione col mondo intero e la gratitudine verso il destino che Rudolf Steiner indica come caratteristiche per stabilire un ponte con i defunti. Per il dettaglio e l’approfondimento del tema possono essere reperiti diversi Cicli del Dottore, per la pratica si consiglia il gruppo di conferenze intitolato Morte sulla terra e vita nel cosmo.
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Comunque, in certi momenti della vita interiore, tutte le esperienze che ci sollevano oltre l’ordinario percepito possono divenire punti d’incontro con i trapassati: un intimo e approfondito studio antroposofico, il sonno e il sogno se purificati da una Ars dormiendi conforme all’attuale struttura dell’uomo, l’esperienza eterica della natura, alcune intense impressioni artistiche, il quinto degli esercizi ausiliari quando riesca davvero a fluire verso il mondo, e molto altro ancora.
Rimane da accennare ad una operazione netta e decisiva che può venire tentata ad un certo livello della disciplina occulta.
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Immaginiamo l’uomo tripartito: testa, torace, ventre-arti, poi colleghiamo a queste tre parti e nello stesso ordine pensiero, sentimento e volontà, infine ricordiamoci che questi tre aspetti dell’uomo animico celano altrettanti Centri di forza sovrasensibile.
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Con gli esercizi esoterici fondamentali operiamo direttamente con il pensiero, indirettamente con la volontà e molto indirettamente sul sentimento. Eppure è da questa zona piú “lontana”, allorquando essa sia purificata (vuotata) dai traboccanti sentimenti personali, che si avvia la potenza di visione, la forza illuminante. Le condizioni per la sua accensione sono il pensiero perfettamente dominato dalla volontà e la perfetta quiete del volere: con questa premessa l’elemento sottile di una immagine evocata o di una percezione naturale non precipita negli abissi del sistema metabolico (corporeità) e non viene attratto e ucciso dalla gelida ragnatela del sistema cerebrale (pensiero riflesso) ma “percuote” il Centro del cuore che si risveglia attivandosi come un impetuoso e puro torrente di emozione spirituale che scorre avanti, veicolando luce veggente e amore illuminato nell’universo (per questo fatto alcune tradizioni indicavano come vere soltanto le orazioni svolte con il “cuore aperto”).
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L’accensione del centro cardiaco, quella piú difficile, è ciò che permette al discepolo della Scienza dello Spirito di donare al Mondo la sua essenzialità e di ricevere immagini viventi ed esseri del Cosmo di cui fanno parte le entità umane sovrasensibili. Si sperimenta la nobile verità pronunciata dal Buddha: «Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore».
Da Il Domenicano bianco: «Ogni uomo è sí una colombaia, ma non è anche un Cristoforo. La gran parte dei cristiani lo presume soltanto. In un vero Cristiano le bianche colombe escono ed entrano in volo».

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Franco Giovi

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per gentile concessione  http://www.larchetipo.com/2004/mag04/

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