TRASCENDENZA CHIMICA (di F. Giovi)

Unknown
(Aldous Huxley)
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Vale forse la pena d’occuparsi di un tema, per conto suo assai vasto e complesso, che risulta però del tutto estraneo alla vera coscienza religiosa e cosí pure alla coscienza di chi abbia sviluppato una fondamentale comprensione per l’essenziale dell’esoterismo antico o moderno? La risposta immediata potrebbe, giustificatamente, consistere in una negazione ben chiara. Eppure molte sono le sollecitazioni, invisibili per la stessa autocoscienza, che spingono alcuni a giustificare, con la ragionevolezza di “pecore matte”, i sentieri della psiche piú bizzarri e devianti. Ma, in fondo, niente è mai del tutto ovvio e scontato.
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Infatti l’uso di sostanze speciali accompagna l’uomo in tutta la sua storia. Lo stesso concetto scientifico di droga non possiede per forza un carattere peculiarmente negativo, essendo, in via naturale, definibile come la parte di un organismo dotata di principi attivi che determinano un’azione farmacologica. Mate, caffè, tabacco, guaranà e cacao sono droghe, e ben prima di divenire alimenti d’uso quotidiano furono usate da antichi mistici ed asceti.
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Nei Misteri eleusini all’iniziando veniva somministrata una bevanda segreta chiamata kykeon, nei sutra sullo yoga, Patanjali riferisce che i siddhi (poteri) possono derivare da elisir assunti nelle dimore degli Asura. Nell’età di mezzo d’Occidente vige l’uso, comunque assai parco e definito con chiarezza come pericoloso, delle cosiddette acque corrosive e degli elettuari.
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In un senso assai generale con questi termini si allude a mezzi tossicologici che provocavano un brusco e rapido arresto di alcune importanti funzioni vitali naturali con conseguenze simili all’asfissia o all’arresto cardiaco. In individui addestrati esotericamente ciò permetteva (con considerevoli rischi) l’esperienza reale di una morte limitata, con il trapasso temporaneo delle forze di coscienza “stanti e non cadenti”, l’oro dei saggi, nei mondi soprasensibili. Stiamo accennando, in termini attuali, ad una parte del corpo eterico e del corpo astrale sufficientemente rafforzata e indipendente per non disgregarsi, insieme alla coscienza, nella crisi indotta. Non è difficile comprendere che simili strade non erano “facili scorciatoie”, ma esigevano molti anni di lavoro, coraggio, abnega­zione e la consapevolezza che il rito comportava la possibilità di perdere la vita. Questa è l’unica versione corretta circa l’uso iniziatico di sostanze tossiche.
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Sarebbe fuori luogo valutare tali vie con l’umido moralismo contemporaneo, e va anche sottolineato che quanto indicato a grandi linee avveniva, sino al XVIII secolo, in seno ad “organismi tradizionali”, cioè in piccole comunità detentrici di conoscenze iniziatiche, tramandate e sperimentate, perciò competenti nel rapporto con quei domíni supersensibili ai quali veniva avviato, dopo molte prove, il discepolo.
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Poi il rapporto tra uomo e mondi e l’uomo stesso cambia celermente. Alcune sostanze, che del resto non avevano mai fatto parte della panoplia esoterica, entrano nel mondo profano per corrompere corpi e anime in cambio di crepuscolari frammenti di coscienza alterata.
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I demoni della decadenza incitano l’allestimento di sguaiate caricature della “morte iniziatica” nelle fumerie d’oppio, in cui l’uomo scivola verso abissi di sonno mortifero disturbato da allucinazioni estatiche o repellenti, mentre negli angoli di caffè mal illuminati dalle fiammelle del gas la visione poetica si rifrange nei velenosi riflessi verdastri dell’assenzio.
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L’elemento puro dell’anima segue ora una direzione opposta: siamo a metà del XIX secolo e Ramakrishna rifiuta di bere il vino rituale durante l’iniziazione al sādhanā tantrico, esprimendosi categoricamente sulle droghe: «il sadhu che usa tossici non è un vero sadhu».
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La seconda metà del XX secolo, luce di democrazia e di nuovi orrori, poggiante sullo sfacelo di due guerre mondiali, offre finalmente a tutte le classi sociali la fruibilità di un ampio mercato di droghe e di spiritualità spensierata.
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Negli anni ’60 il prof. Timothy Leary, attivo ricercatore dell’università di Harward, in seguito ad esperimenti effettuati su sé e sui suoi studenti con l’assunzione di acido lisergico (sintetizzato negli anni ’20 dal chimico A. Hoffmann) e psylocibine, scopre sotto l’effetto della droga l’esistenza di un mondo piú vasto ed intenso: promossa dal suo furore missionario inizia l’epoca delle droghe psichedeliche o della mente denudata. La figura di guru messianico di Leary ben presto si scontra con l’apparato repressivo statunitense. Da una parte l’araldo dell’LSD patirà il carcere, dall’altra godrà del sostegno di intellettuali di rango come Margaret Mead, Jack Kerouac ed i coniugi Huxley. La sua fama di liberatore o corruttore sarà vastissima nel (cosí avido ed ingenuo!) mondo occidentale.
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Ma piú avvincente e raffinato è l’itinerario culturale del ro­manziere e saggista Aldoux Huxley. 
Nato da un robusto ceppo di scienziati e naturalisti fortemen­te inclini al materialismo, Huxley, fuori dal coro, si rivela uma­nista attratto dai fenomeni sociali, biografici e da una sottile ri­cerca mistico-religiosa. Intellettuale acutissimo, sempre distan­te dai ranghi dei luoghi comuni, saprà donare ai suoi tanti lettori idee originali e in controtendenza.
Ad evitare lungaggini portiamo tre soli esempi:
1944: The Perennial Philosophy. In questo saggio il Nostro in­dividua un filo aureo di conoscenza spirituale, dietro e sopra la varietà dei diversi insegnamenti religiosi, non subordinata dai tempi e dagli uomini.
1949: After Many a Summer. In forma di romanzo traccia con ironia i caratteri della smania per la longevità illimitata (ora ri­proposta da un esercito di imbroglioni che si definiscono scien­ziati) e vede con chiarezza come il prolungamento innaturale della vita fisica possa provocare nell’uomo una oscena evolu­zione a novello primate.
1954: Doors of Perception.
1956: Heaven and Hell. In questi due volumi, famosi per le accurate descrizioni delle esperienze provocate dalle droghe, l’Autore intuisce che il cervello non è quel super organo di cui si mitizzano ancora gli inesplorati poteri, ma una griglia riducente la capacità percettiva umana. Purtroppo gli scivoloni sotto l’uscio del sensibile segnano indelebilmente l’intelletto, bramoso d’espansione, ma per sua natura ostile alla trascendenza.
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Le esperienze di “coscienza alterata” che per un professore semi-cieco sembrano grandiose, per l’occultista si rivelano solo banali. Il portacenere che assume la potenza dell’assoluto, i colori che risuonano, i suoni che si colorano interspaziati tra abissali ritmi di tempo e tutta questa paccottiglia di confusioni ipersensorie che si modella in una essenza cosmica, dai tempi del Buddha o di Plotino sarebbe stata (e lo è tuttora) soltanto, per chi prega o medita, un onere aggiunto di iattura e disagio.
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Huxley, incapace di religiosità, giunge ad affermare che «inghiottire una pillola contribuisce ad una esperienza religiosa genuina, poiché [tutte le discipline tradizionali] sono come le droghe psichedeliche: potenti espedienti per mutare la composizione chimica del corpo e del sistema nervoso. La conseguenza è un cambiamento della coscienza». Il Nostro tace il fatto documentato che “gli alterati stati di coscienza” vengono anche prodotti da iperventilazione, ipoglicemia, stroboscopia, demenza da neurosifilide, schizofrenia ecc. Vero è che, dopo l’assunzione dell’agente tossico, il corpo ed il sistema nervoso vengono dominati e usati, e che la coscienza ordinaria, in totale impotenza, ne patisce gli effetti.
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In definitiva Huxley – ed insieme a lui i rampanti neurologi contemporanei – dimentica o non vuole sapere che in qualsiasi atto interiore vige la centralità di un soggetto, di un io autocosciente e volitivo che causa i processi messi in moto per sua decisione, quali essi siano, modificando verso l’esterno le proprie mediazioni, dalla coscienza di sé sino alla corporeità piú grossolana.
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Gli intellettuali limitati dal proprio intelletto e gli eruditi prigionieri dell’erudizione non saranno mai esoteristi o affiliati ad una catena iniziatica o ispirati religiosamente, e sempre riuscirà loro incomprensibile l’esistenza di una fondamentale eterogeneità tra sostanze sintetiche e sostanze naturali. Non osserveranno, come fece G. Meyrink, l’estrema diversità d’effetti indotti dall’hashish procuratogli da affiliati a gruppi esoterici egiziani, rispetto alla medesima sostanza acquisibile presso l’ordinario mercato nero. Né potranno in alcun modo ipotizzare che il significato dei boccioli tossici, nelle culture sciamaniche, possa consistere nel segmento di un sistema organizzato in cui viene raggiunta una connessione con l’Ente soprasensibile del quale i cactus sono espressione sensibile e che decide, secondo un extraumano metro di simpatia o antipatia, chi aiutare saggiamente su certi piani del mondo eterico e chi rigettare come cibo guasto. Ancora oggi in queste enclavi i tossici vengono usati ritualmente, non per sbracarsi in abnormi diletti, ma per allentare il corpo eterico dalla morsa del corpo fisico. Come si scriveva all’inizio, tutto ciò rimanda ad una valutazione critica ed etica assai complessa e delicata.
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In modo nettissimo le grandi correnti della Scienza Sacra (raja yoga, vedanta, buddismo Zen, mistica cristiana ecc.) e la moderna Scienza dello Spirito procedono in una direzione perfettamente opposta. Nel nostro antico occidente già Aristotele esprimeva in chiari concetti come tutto quello che sia altro da se stessi è una privazione e non un arricchimento. Il bisogno per le forze della coscienza di essere supportate da altro, dall’heteron, è impurità per l’Essere.
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In particolare la Scienza dello Spirito principia con l’afferrare il processo conoscitivo umano. Perché, ad essere seriamente logici, nessuno a questo mondo ha il diritto di dire: «Io so questo o quello» senza sapere come avviene in lui il processo del conoscere.
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Invero tale necessità fondamentale (di “conoscere il conoscere”) viene presentita ed invocata, come ad esempio fa Edgar Morin, che la definisce “il principio educativo permanente”. Definisce, ma non sa cosa sia, e subentra il sospetto che non sappia nemmeno quel che dice quando si leggono a seguire frasi come questa: «La mente è un’emergenza del cervello suscitata dalla cultura» (da: I sette saperi necessari all’educazione del futuro). La spiritosa pedagogia cognitiva del Terzo Millennio!
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La Scienza dello Spirito, con desta lucidità matematica, individua nel percepire (non nel percepito!) e nel pensare (non nel pensato!) gli elementi originari dell’atto conoscitivo, e offre i mezzi per sperimentarli in sé, ossia puri da qualsiasi mediazione. Va da sé che un tale sperimentare diviene un punto d’arrivo esigente una grande capacità d’azione interiore e non una condizione di partenza: proprio su questa non ovvia differenza molti ricercatori, con la scusa di studiare all’infinito l’ánthrōpos, volgono le spalle a Sophía.
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Eppure, è proprio questo sperimentare ad essere un valore assoluto, poiché si realizza dove pensare e percepire sono attivi ad un livello precedente l’esperienza corporea e sensibile. Questo è il livello in cui il pensare, obiettivato in forma di viventi immagini, svela il tessuto di forze producenti l’apparire. Alla radice del conoscere si sperimenta l’impensata radice della realtà.

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Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2005/lug05/

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