SUGLI ESERCIZI AUSILIARI (di F. Giovi)

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La rocca (Marina Sagramora)
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Sembra essersi acceso un rinnovato interesse per i cinque o sei esercizi, quelli con cui generazioni di ricercatori hanno iniziato il tentativo di un cammino spirituale. Questo interesse è certamente di buon auspicio poiché indica un impulso o almeno attenzione e sensibilità per quella parte delle Scienze Spirituali che di solito viene indicata come sfera dell’ascesi, della disciplina interiore, sempre troppo negletta e tuttavia intima ed imprescindibile nel tendere a corrette domande e a concrete risposte sui piú importanti e tormentati enigmi che accompagnano la vita terrena dell’uomo e che in natura non si spiegano mai.
V’è però un diverso punto d’osservazione, dal quale, considerata l’ampia disponibilità della descrizione degli esercizi in molti e raggiungibilissimi testi, viene piuttosto avvertito il pericolo, da sempre incombente e spesso vittorioso, della facile inclinazione di pensare il pensabile attorno ai sei esercizi, in una sorta di eterno cortocircuito. Uno degli inciampi piú insidiosi che incontriamo subito sul sentiero della Conoscenza Spirituale è la tendenza a tradurre e ridurre i contenuti dell’Antroposofia, vera espressione dell’anima cosciente, al livello del veicolo razionale. Come ampiamente dimostrato nei fatti, è un errore dominante. Si potrebbe persino affermare che la Scienza dello Spirito, nella maggioranza dei casi, è stata e viene ancora portata per il mondo come un monopolio dagli esseri dominati dall’anima razionale, avvalendosi di innumerevoli nozioni, prive però di quella nobile vita che solo l’attimo vivo del pensiero può ad esse restituire.
È una possente insidia di Arimane. Nel tentativo esoterico l’errore arimanico domina quando una verità intuita, sperimentata, viene fermata dalla memoria. Di solito, la luce che illumina il mondo oltre il sensibile e la luce che si accende nel momento della comprensione, è esperienza di un attimo. L’errore è voler poi ricordare tale esperienza, vivendo da allora, per cosí dire, della rendita di quell’attimo di luce che non c’è piú. La retta via viene ritrovata nello sforzo di revivificare l’esperienza interiore riscoprendo e rinnovando gli atti pensanti che permetteranno di aprire nuovamente la strada all’esperienza.
 
I sei esercizi con la descrizione di ciò che viene chiamato il II tempo e III tempo, furono pubblicati per la prima volta da Marie Steiner, in due volumetti nel 1947 e 1948 (un terzo volume apparve postumo, nel 1951). Queste pubblicazioni, conosciute come Quaderni Esoterici, raccoglievano importanti esercizi con i quali il Dott. Steiner aveva preparato, all’inizio dello scorso secolo, alcuni particolari discepoli, per un decisivo lavoro occulto che purtroppo fallí (Massimo Scaligero accenna a tale argomento a pagina 87 del suo libro Dallo Yoga alla Rosacroce).
La stesura originale dei sei esercizi con i tre tempi fu trasmessa a Julius Evola che aveva promesso di pubblicarli (ciò avvenne prima della loro uscita nei volumi della signora Steiner) onde fossero a disposizione di qualsiasi ricercatore esoterico. In seguito, alcuni dirigenti italiani della Società Antroposofica diedero al fatto un giudizio negativo, fondandosi su di una inappellabile pretesa di assoluta autorità sull’Opera di Rudolf Steiner, valutazione che per diversi motivi non appare necessariamente condivisibile.
Gli esercizi furono stampati nel III volume di Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io pubblicato dall’editore Bocca nel 1955. Questa edizione, che riuniva i fascicoli del gruppo di Ur venne però modificata in piú parti da Evola che, nei riguardi degli esercizi del Dott. Steiner e del breve commento a seguito, sommò una scorrettezza ad un errore: nel far stampare il tutto con il proprio pseudonimo e nell’alterare le indicazioni scritte ed il conseguente disegno esplicativo del II e III tempo del primo esercizio. I fascicoli del gruppo di Ur, esprimendo in monografie una pluralità di indirizzi sapienziali operativi, pur con qualche sensazionalismo magico, furono e sono tuttora uno dei piú qualificati documenti scritti dell’esoterismo Occidentale.
È un vero peccato che la bella prima edizione in lingua inglese, uscita da poco negli Stati Uniti, consista nella traduzione di una edizione italiana degli anni ’70 ulteriormente modificata da J. Evola, brillante dialettico ma chiuso alla comprensione del Pensiero Vivente, limite ormai avvertito da diversi giovani seguaci ma non dagli accademici curatori che, oltre a cadere in evolistiche incoerenze circa il valore obiettivo degli scritti e dei collaboratori di Ur, hanno singolarmente tradito l’attitudine ed il vanto dei veri tradizionalisti: quello di saper volgersi con rigore alle fonti prime o almeno a quelle piú antiche.
 
I sei esercizi possono venir considerati la somma o sintesi di tutti gli esercizi che riguardano la “preparazione” dell’anima; divengono esercizi iniziatici se si attuano nel II e III tempo.
Cosa sono in essenza questi esercizi? Sono progressivi e ripetuti atti interiori che accendono movimenti nella complessiva struttura umana capaci di schiudere il limite di questa allo Spirito; ciò in maniera tale che la dimensione umana non venga spezzata o persino distrutta dallo Spirito ma trasformata e riedificata. Deve essere concepibile per un operatore, specie nel nostro tempo, che anche un evento catastrofico per l’individuo che lo patisce, una grave malattia o una patologia che porti alla dissociazione della personalità, possono permettere una apertura allo Spirito, ma con esiti incontrollabili e soprattutto non diretti dall’Io.
Fondamentale agli esercizi è il I tempo, rintracciabile come dicevamo in vari scritti (allo studente che voglia percorrere ed assimilare con chiarezza una accurata descrizione degli esercizi, raccomandiamo in particolare la versione espressa da Rudolf Steiner nel V capitolo della Scienza Occulta). La problematica riguarda essenzialmente il I tempo e si concentra, non senza una inizialmente corretta esecuzione, sulla intensità o forza interiore immessa: se la Forza riesce a superare il limite personale, allora circola.
Il II e III tempo si riferiscono al primo moto eterico conseguente all’esercizio del I tempo. Se qualcosa si muove, se l’anima riesce a percepire davvero questo qualcosa, il II e III tempo confermano e aiutano l’orientamento che tende comunque a manifestare da sé il proprio circuito. In alternativa non succede nulla, per quanto smaglianti possano essere immagini e visualizzazioni con cui si tenta di intervenire. Viste le difficoltà operative e persino la pandemonica confusione formale suscitata da un approccio superficiale ai sei esercizi, è possibile affermare che di solito, nella maggioranza dei casi, il problema del II e III tempo proprio non si pone.
Ciò naturalmente non vuole essere un invito alla desistenza, ma ad una realistica valutazione del proprio lavoro interiore, scevra da autosuggestioni e da indisciplinate autovalutazioni.
 
La disciplina fondamentale si attua con il primo e secondo esercizio, non certo perché gli esercizi successivi siano meno importanti, ma perché è anche sicuro che se i primi due non vengono praticati con regolarità e crescente intensità, il terzo esercizio e quelli successivi si ridurranno semplicemente ad artificiosi atteggiamenti animici personali. Inoltre con il controllo del pensiero e l’azione pura si attua lo schema interiore piú essenziale: portare la Volontà nel Pensiero (primo esercizio) ed il Pensiero nel Volere (secondo esercizio), lasciando svanire il sentire personale nella Quiete Profonda.
L’allineamento gerarchico dei veicoli sottili viene allora positivamente recuperato: esso è il fondamento per qualsiasi esperienza animica o spirituale che non sia atavica o subcorporea.
Il “controllo del pensiero”, che di fatto diviene concentrazione, secondo il consiglio di Massimo Scaligero, andrebbe ripetuto durante la giornata «per almeno due volte». La nostra esperienza ci ha indicato una frequenza ripetuta, martellante, di tre o quattro volte al giorno per giungere a un risultato forte e concreto.
Si inizia l’esercizio con l’immediatezza apsichica e scabra del gesto sportivo dell’atleta. Durante l’esercizio in cui vanno normalmente usate parole ed immagini si vigila sulla continuitàcosciente della descrizione che sarà semplice e parca. Esauriti i pensieri e indirettamente attivata la massima forza pensante di cui si è capaci, si conclude l’esercizio quando l’immagine finale, o l’immagine piú congrua o l’immagine simbolica fissa o mutevole, permette di sostenere desto nella coscienza il concetto dell’oggetto, il medesimo concetto che d’ordinario balena nella coscienza quando ad esempio cerchiamo tra le nostre cose una matita che ci serve: la differenza è che ora il concetto è voluto indipendentemente dalla sua utilità e mantenuto per il maggior tempo possibile nella concentrata consapevolezza.
Riguardo al secondo esercizio chiamato “atto puro” è importante che l’operatore lo consideri con una attenzione ed energia assolutamente non minore di quella messa in moto per il primo esercizio: l’atto puro non è un esercizio piú facile o di mero sussidio alla concentrazione. Se ci accorgiamo che nell’anima questa convinzione manca, è forse meglio posporre di qualche settimana il suo inizio, spendendo piuttosto una decina di minuti al giorno per immaginare una esecuzione tipo dell’esercizio con l’attenzione ed il tenore interiore che si guadagna quando si medita. Questa indicazione vale come una sana disciplina preparatoria a molti altri esercizi. Va anche detto che l’esecuzione dell’atto puro passa obbligatoriamente per la mediazione degli arti che compiranno semplici azioni controllate dall’Io, ma assolutamente indipendenti da obiettivi personali.
Il secondo esercizio va predeterminato possibilmente 24 ore prima della sua attuazione. Risulta piú incisivo determinare nuovamente l’azione anche alla sera, prima d’addormentarsi e poi ancora alla mattina, appena svegli o subito dopo gli eventuali esercizi esoterici che già si compiono al momento del risveglio. Alla sera evocando con cura le immagini riferite all’atto, al mattino evocando piuttosto la decisione di compiere l’azione (sera = immaginazione, mattina = volontà). Durante l’esecuzione accanto ad una attenzione desta va mantenuto il silenzio interiore.
Il primo e secondo esercizio, praticati regolarmente e con energia, portano ad un vero mutamento del proprio mondo interiore e persino possono mutare la nostra precedente visione di cosa sia la Via Esoterica; comunque è certo che un’esecuzione solo formale e poco impegnata porterà ad un completo fallimento nel passaggio agli esercizi successivi.
 
Ogni esercizio dovrebbe essere tentato al limite della nostra capacità produttiva, osando anche poco oltre quel limite. Ricordiamoci sempre che non esistono speciali esercizi che conducono oltre il limite sensibile o egoico, non esistono esercizi che ci possono condurre piú lontano rispetto all’esercizio che stiamo facendo.
È l’esercizio che stiamo facendo che tende a sollecitare il pensiero eterico, che può condurci alla coscienza eterica corrispondente ai gradi di “preparazione” e “illuminazione”.
Non è ancora la Soglia, ma è la via che conduce alla Soglia e che mai sarà riflessione filosofica, cultura esoterica o pensiero discorsivo, bensí l’attività pura dell’ideare, dell’immaginare, il cui moto vivente, sperimentato e coraggiosamente accolto nel nulla dell’anima, diviene l’alto scopo dell’Impresa.
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Franco Giovi

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per gentile concessione   http://www.larchetipo.com/2002/lug02/

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