L’ARDITISMO DELL’ASCETA

LUPO FEROCE

Durante la prima guerra mondiale – immane tragedia che sconvolse la vita di interi popoli e di decine di milioni di esseri umani: tragedia che travolse stati apparentemente solidi e vecchi di molti secoli, mettendo fine alle rosee illusioni di un fallace ottimismo positivista, nonché alle mire di un tradizionalismo passatista – si formarono nel Regio Esercito italiano alcuni corpi di «sfegatati», di coraggiosi pronti a tutto,  che in seguito presero il nome di «arditi», individui che Massimo Scaligero avrebbe volentieri chiamato «prepotenti generosi». Questi ultimi, nella giovinezza di Massimo Scaligero – come egli stesso ricordava in discorsi privati, e persino in un articolo, Dioniso, apparso in Testimonianze su Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974 –  erano dei simpatici maneschi tipacci, suoi amicissimi, i quali lo aiutavano a difendere altri suoi amici, di lui sodali in campo esoterico e non, dalle aggressioni che alcuni tristi personaggi dell’allora imperante regime – vere figure di gangsters – vigliaccamente mettevano in atto, con metodi squadristici, aggredendo in molti contro uno solo. Mi sono talvolta chiesto se cotesti «prepotenti generosi» non avessero davvero nelle loro vene, essi pure, un po’ di verace sangue di lupaccio etrusco. Mi piace pensarlo. A Massimo Scaligero era chiarissimo che in cotali evenienze non si può restare a vedere, con le mani in mano, e magari con uno sguardo di ipocrita rimprovero. Per cui ogni volta egli agì secondo l’oggettiva richiesta degli eventi.

Io stesso mi son ritrovato, in momenti particolarmente critici, a dover affrontare – per così dire: manu militari – la malvagia arroganza di chi pensava di poter distruggere impunemente persone deboli e indifese. In uno di quei critici momenti – passabilmente agitati – uno di cotali arroganti, alleandosi con suoi pari, di lui degni e come lui altrettanto indegni, aveva fatto una sorta di calcolo algebrico, dal suo punto di vista perfetto. Aveva messa su una sorta di equazione polinomiale, nella quale si sommavano, come monomi di un tipo particolare, il cinismo dei malvagi, l’indifferenza degli opportunisti, e la vigliaccheria dei cosiddetti “buoni”. Costui aveva dimenticato di mettere in conto nel suo astuto calcolo il pessimo carattere di alcuni – non molti, ma particolarmente mordaci – lupacci cattivissimi, ai quali non importava un tubero (come direbbe la nostra cara Savitri) di apparire “buoni”, lupacci che non conoscevano, e tuttora non conoscono, ragioni di opportunità, che non si spaventano punto di fronte alle esigenze di una lotta dura e di lunga durata, e alle relative, inevitabili, e perciò previste, pesanti conseguenze, ma che, invece, sono ostinatamente fedeli ai patti di fede giurata, alla verità, all’onore, all’amicizia, alle persone care. Conciosiacosaché molto mal gliene incolse al suddetto arrogante, e ai suoi squallidi “compagni di merende”, i quali tra l’altro avevano sulla coscienza – ma avevano costoro una coscienza? – la morte di una persona a me molto cara.

Le timorate “anime belle” obbietteranno sicuramente che il branco di lupacci cattivissimi, che nei su menzionati eventi fecero passare autentici momentacci all’algebrico arrogante calcolatore, e ai suoi fetentissimi alleati, nella fattispecie non furono – e, a dire il vero, neppure ora sono – “cristiani”. Il branco dei turbolenti lupacci cattivissimi non hanno veruna difficoltà a confessare una sì nobil colpa! Del resto, mica potevano aspettare di trasformarsi in figurini “morali”, per tentare di fermare poi l’azione distruttiva di quella gentaglia senza coscienza e senza cuore: se una cotale mirabil trasformazione fosse stata veramente necessaria per agire, i cattivissimi lupacci avrebbero, forse, dovuto attendere eoni, o intere ere cosmiche, prima di mettersi in azione, ma nel frattempo è certissimo che la proterva malvagità della parte avversa avrebbe continuato indisturbata la sua perversa opera di distruzione. Perché quando coloro che son coscienti della verità, e ben svegli, non agiscono risolutamente contrastandolo, il Male dilaga.

Più volte Massimo Scaligero ci ribadì esplicitamente che «non si deve essere “cristiani” prima del tempo», ossia che non si deve essere “buoni” perché deboli, o “pacifisti” – o pacifinti, se vogliamo – per mollezza etica, o per opportunismo. Sono molti che mascherano codardia e opportunismo dietro uno stucchevole – oramai ovunque imperante – “buonismo”, il quale – al di là di ogni scontata retorica di pragmatica – si risolve sovente in una comoda forma di “coesistenza pacifica” col Male: “coesistenza pacifica” con lo strapotere dell’Oscuro Signore, che si rivela essere, in verità, una vile diserzione, una latitanza, e oggettivamente in una sorta di ben mascherata “intelligenza col nemico”. Un tempo, quando vigevano i rigori del codice militare di guerra, la cosa, davvero poco onorevole, era da fucilazione alla schiena.

Che senso può avere la velleità, allora, di voler essere “cristiani” – con tutta la susseguente retorica di “amore universale”, di “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, di “gioiosa comprensione e perdono”, etc., etc., quando non si sia capaci, non dico della forza e del coraggio di lottare per la verità e la giustizia, per quel che si ama, per chi si ama, ma nemmeno dell’atarassia stoica, o del distacco buddhico, che furono la grandezza morale del mondo antico in Occidente e in Oriente?! Nel migliore dei casi, tale velleità rimane una nobile quanto sterile aspirazione. Nel peggiore dei casi, essa non è altro che cinico opportunismo e menzognera ipocrisia. Della “dolcezza” di una sì ardente cristianissima “carità” ho avuto modo di fare a lungo ampia e amara esperienza sulla mia propria pelle di lupaccio cattivissimo, ed ho fatto eziandio tesoro dell’eloquente esperienza che altre persone, a me molto care, han dovuto fare sulla loro pelle.

Ma tornando al nostro tema, durante la prima guerra mondiale furono organizzati dei temerari gruppi d’assalto, gli «arditi» appunto, i quali operavano fuori delle trincee, direttamente contro le linee nemiche, o addirittura dietro di esse. I primi reparti furono organizzati, per operare in Valsugana, dal capitano, che più tardi giunse ai gradi di colonnello, Cristoforo Baseggio, con la sua “Compagnia della Morte”. Il Baseggio, milanese, sul quale le notizie che si trovano in rete sono le seguenti:

«Cristoforo Baseggio nacque a Milano nel 1869. Figlio di un avvocato triestino, scelse fin dall’adolescenza la carriera militare. Uscito dall’Accademia Militare di Modena, col grado di sottotenente a 21 anni, conseguì il grado di tenente nelle truppe alpine. Lasciò la divisa nel 1898 dopo aver partecipato alle campagne in Sudan e nel Transvaal con le truppe britanniche; si spostò in Marocco ed infine in Libia arruolandosi come volontario. Lasciato nuovamente l’esercito si dedicò all’ingegneria civile realizzando opere pubbliche in Egitto e in Libia. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, vi prese parte col grado di tenente, riuscì a farsi assegnare il comando di un nucleo di 70 volontari alpini denominato “Chieti”, divenendo al tempo stesso ufficiale d’ordinanza del gen. Graziani. Il 16 ottobre 1915 fondò a Strigno la “1° Compagnia Volontari Esploratori” o “Compagnia della Morte” della quale facevano parte gli “arditi” e si meritò numerose ricompense al valore fra cui diverse medaglie d’argento, una croce di guerra francese e una croce d’argento inglese».

Un coraggioso, dunque, e un uomo molto risoluto. Coraggiosi e risoluti furono pure i suoi uomini, i quali non si risparmiarono, neppure di fronte all’estremo sacrificio. 

«Il Baseggio comandò per qualche tempo una compagnia di Volontari Alpini e diresse numerose esplorazioni, piccole azioni di guerriglia. Nel settembre del 1915 decise di far qualcosa che “rappresentasse veramente un’utilità per l’Esercito e per le operazioni di Guerra”. Propose al Generale Farisoglio, comandante la 15° Divisione Fanteria con sede al Castel Ivano, di costituire una “compagnia autonoma per eseguire imprese ardite” e azioni di sorpresa. Questa compagnia sarebbe servita anche da retroguardia o di rinforzo nell’azione di maggiori reparti. Aveva imparato per studio e per esperienza che nella guerra specialmente di montagna, la manovra e la sorpresa hanno talvolta ragione delle posizioni più formidabili e che il morale delle truppe e lo spirito offensivo sono gli elementi principali della vittoria, quando siano temperati dalla prudenza e dal sangue freddo dei Comandanti e dalla loro conoscenza delle qualità topografiche del campo di battaglia”.

Fra le truppe si era radicata la “leggenda delle posizioni imprendibili”. Era necessario sfatarla con azioni guerresche anche di poca importanza dal punto di vista militare, ma tali da sollevare lo “spirito del soldato”.

La sua proposta fu accolta con favore dal Generale Farisoglio, appoggiata dal Generale Andrea Graziani e dal Generale Clerici del Comando della 1°Armata, che fornirono i mezzi per la costituzione della Compagnia.

Così nacque i primi di ottobre Strigno, in Valsugana, presso il “Casermone” la “Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio” e per la prima volta fu così costituito un “Reparto Autonomo Arditi di Guerra”. Composta da 13 Ufficiali, 450 graduati e truppa, da 120 soldati conducenti, fu dotata di due sezioni di Mitragliatrici, di una colonna di Salmerie di 120 muli ed un completo equipaggiamento. Fu aggregata per ragioni di vettovagliamento al Comando della 15° Divisione, amministrativamente autonoma e dipendente dal Deposito del 29° Regg.Artiglieria in Firenze e tatticamente alla diretta dipendenza del Comando di Corpo d’Armata. Gli scopi dovevano essere “l’esecuzione di imprese ardite e difficili compiti di avanguardia, di rinforzo e di sostegno”. Ad essa potevano accedervi militari che ne avessero fatta domanda e che possedessero i requisiti fisici e morali a giudizio del Comandante.

In pochi giorni fu radunata, armata ed equipaggiata; vi affluirono militari di ogni ordine e grado, di ogni età e di ogni arma e corpo: Carabinieri, Alpini, Bersaglieri, Guardie di Finanza, Artiglieri, Genio e perfino Veterinari. “Era una mescolanza variopinta e tumultuaria, tenuta assieme dal pugno fermo del Comandante… tutti distintisi in cento azioni e parecchi di essi morti gloriosamente; tutti indistintamente animati da un elevatissimo e sano spirito militare e da una febbre di combattere e di sacrificarsi. Era quello lo “spirito ardito” sopito nel soldato Italiano…” ».

Le perdite della “Compagnia della Morte” in combattimento furono elevatissime: solo nell’ultimo attacco su 200 soldati ne caddero 146. Ma furono fatti anche altri tentativi sul fronte più orientale del Veneto e del Friuli. La fondazione organica della specialità degli «arditi» all’estate del 1917, grazie all’azione congiunta del generale Capello, del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi, con sede operativa a Sdricca di Manzano, nell’udinese. L’addestramento era durissimo, con armi vere e sotto il fuoco non simulato, in condizioni il più possibilmente realistiche. Nel corso degli eventi bellici, gli Arditi divennero un corpo speciale d’assalto. Il loro compito non era più quello di aprire la strada alla fanteria verso le linee nemiche, ma la totale conquista di queste ultime. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento affatto realistico, con l’uso di granate e munizionamento reale, e con lo studio delle tecniche d’assalto e del combattimento corpo a corpo. Rispetto a quest’ultimo, vedremo subito l’apporto di un figlio dell’Estremo Oriente. Operativamente, gli Arditi agivano in piccole unità d’assalto, i cui membri erano dotati di petardi “Thévenot“, granate e pugnali, utilizzati in assalti alle trincee nemiche. Le trincee venivano tenute occupate fino all’arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite naturalmente era estremamente elevato.

HARUKISHI SHIMOI ARDITO

Di queste unità speciali di ardimentosi guerrieri – è giusto chiamarli così, e non “soldati”, questi «prepotenti generosi» che rischiavano la dura pellaccia per amor di patria, e non certo per il magro “soldo” – fece parte un personaggio particolarissimo, del quale sulle pagine di questo blog si ebbe modo di parlare: Harukichi Shimoi, nobile figlio del Sol Levante.

Di lui, in questa sede, ci interessano al momento solo alcuni dati biografici, che vengono riportati qui di seguito. Harukichi Shimoi, – per gli appassionati degli studi yamatologi ne riportiamo il nome trascritto con i tradizionali kanji sino-giapponesi 下位春吉 –  nacque nella provincia di Fukuoka, il 20 ottobre 1883, ove pure morì il  1º dicembre 1954. Apparteneva ad un’antica famiglia di samurai, dopo aver ottenuto una laurea in anglistica presso la scuola magistrale di Tokyo, Shimoi si specializzò in lingua italiana e intraprese la professione d’insegnante presso un locale liceo femminile. In seguito all’intercessione dell’ambasciatore italiano in Giappone, il marchese Guiccioli, Shimoi ottiene  il trasferimento in Italia presso il Reale Istituto Orientale di Napoli. Dopo gli studi effettuati in patria, spinto soprattutto da quelli di italianistica, Shimoi si trasferì in Italia proprio per studiare a fondo l’opera di Dante, per poi divenir docente di giapponese presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Qui, coadiuvato da Gherardo Marone e Vincenzo Siniscalchi,  Shimoi intraprese altresì una vasta opera di diffusione della poesia Giapponese, grazie soprattutto alle pubblicazioni partenopee La Diana e L’Eco della cultura. L’insegnamento  e la collaborazione con gli orientalisti italiani cessò nel ‘15, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto l’anno prima e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, memore delle tradizioni della sua famiglia di samurai, si arruolò nell’esercito italiano, impegnato contro gli Imperi Centrali e, venuto a conoscenza della costituzione dei corpi speciali, gli «Arditi» appunto, divenne egli pure un Ardito, insegnando ai suoi commilitoni le nobili arti  del jiu-jiutsu e del karate.

Ora che è passato un secolo dai tragici eventi della prima guerra mondiale, chiediamoci che cosa possono, oggi, significare per un asceta operante nella Via del Pensiero le sopra riportate considerazioni? Molte cose, e non di poco conto. Almeno a mio orsolupesco avviso.

Anzitutto che è salutare dare il bando alle illusioni, che porterebbero molti ad andare alla ricerca dell’«isola felice», nella quale vivere il roseo sogno di una vita esteriore e interiore indisturbata dai drammi e dalle tragedie, nei quali verrebbe coinvolto il resto dell’umanità. Una tale posizione oltre che cinica è veramente oltremodo sciocca. L’ottimismo che una menzognera filosofia positivista aveva ingenerato in una Europa da belle époque – un ottimismo da “ballo Excelsior” come usa dire il mio terribilissimo amico C., animoso “asceta di altra dottrina”, come lo definirebbe con benevolenza e simpatia il Buddha Shakyamuni – ottimismo e filosofia che promettevano la liberazione dell’uomo dal bisogno, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, da ogni forma di oppressione, venne spazzato via dal sangue di milioni di persone. E non è affatto detto che tali tragici momenti non ritornino a scuotere dal comodo sogno materialistico la vecchia e imbelle Europa. Che non è certo l’Europa spirituale prefigurata dal veggente e Iniziato Novalis in Cristianità o Europa, bensì l’Europa delle banche, dei formaggi fabbricati con polvere di latte e additivi chimici, dell’economia speculativa, della precarietà, dell’arroganza dei burosauri di Bruxelles, e quant’altro. Massimo Scaligero denunciò apertamente, e non poche volte, come il falso spiritualismo sia il primo responsabile di una tale decadenza dell’attuale mondo, sempre più stupido e immondo. Basta leggere con l’intelletto del cuore – giusto per citare un solo suo testo – quanto è scritto nel primo capitolo de Il Logos e i Nuovi Misteri, intitolato La responsabilità dell’esoterismo, per levarsi di dosso tutto un cascame di illusioni sentimentali e ipocrisie moralistiche, che tutto sono fuorché morali.

Sulla Via dell’Iniziazione, da sempre, si è trattato di traslare determinati elementi, eventi, o qualità, dal mondo esteriore a quello interiore. Nell’India primordiale, l’elemento esteriore del fuoco, simboleggiato nel dio Agni, il cui mirabile inno apre il Rig Veda, e l’ardore del fuoco sacrificale, tapas, erano fondamentali nei sacrifici che i brahmana eseguivano, per ricollegare il visibile mondo sensibile con l’invisibile mondo sovrasensibile: col mondo degli Dèi. Per gli asceti brahmana, come per i flamini della Roma Arcana, il calore di tale sacrificio vedico era creante, o ri-creante, o con-creante l’Universo. Ma venne un tempo in cui il sacrificio esteriore non fu sufficiente: occorreva riportare il tutto nel mondo interiore. Per cui, per i luminosi asceti delle Upanishad (così li definiva Massimo Scaligero), Agni – l’ignis latino – e il tapas – il tepor latino – divennero il fuoco e l’ardore dell’ascetica azione interiore. Tali asceti cercavano, con ogni loro forza, la “liberazione” dal samsara, e l’esperienza vertiginosa dell’Atman, del Purusha, dell’Uomo Cosmico, non caduto nella frantumazione della molteplicità illusoria, nella maya. E, appunto, con «ardore» essi si davano, si impegnavano senza residui, nell’interiore ascesi liberatrice.

Tra «ardire» e «ardore», come tra «ardito» e «ardente» vi è sicuramente connessione: non solo linguistica. Un “ardente ardore” – come un “ardente amore” – rende veramente “arditi”. Ed è notevole che, nella lingua italiana, «ardente» sia participio presente di ambedue i verbi: «ardire» e «ardere»: mirabile sapienza del Genio della lingua! Ora, la Scienza dello Spirito vuole suscitare nel discepolo dell’Iniziazione proprio questo “ardente ardore”.

L’Arcangelo Michael dal Maestro dei Nuovi Tempi viene chiamato «il fiammeggiante principe del pensiero». Michael genera quello che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia quel “fuoco”, quel “tapas”, quell’ardente calore sacrificale nel pensare volitivo, che discioglie i pensieri dalla testa e li porta nel cuore. Ma questo non è certamente il facile cuore emotivo, alla cui comoda ricerca si volgono tante “anime belle”, che vogliono sentirsi “buone” a buon mercato. È qualcosa, invero, di molto più radicale. Molte di tali “anime belle” trovano, anzi, che l’ardente fuoco di un tale pensare volitivo sia piuttosto raggelante e inaridente nei confronti delle debordanti reazioni emotive e delle insorgenti pulsioni istintive. Hanno pienamente ragione. Come avevano pienamente ragione quegli Ermetisti cultori della Ars Regia, e della poco amata via secca, i quali affermavano di “lavare col fuoco e bruciare con l’acqua”, e aggiungevano che il loro “fuoco” – appunto un raggelante fuoco sidereo – “congelava l’oro e l’argento nelle viscere della terra”.

Nei confronti delle tempeste emotive e delle insorgenze istintive nulla possono il cerebrale pensiero razionale o l’ondeggiante sentire mistico. Ma dei due, quello più pericoloso, perché più illudente nella sua passività, è proprio il sentire mistico. Almeno il disanimato pensiero razionale può sempre essere volitivamente pensato, e poi ripensato, ostinatamente ripensato: sino a che esso non si animi – come insegna Massimo Scaligero – della sua interna forza. Il disanimato pensiero riflesso ha perlomeno il merito di isolare tutto ciò che proviene dalla psiche ribollente, coi suoi moti emotivi e le insorgenti pulsioni istintive.

Nei confronti dell’arrogante natura inferiore è assolutamente necessario essere “arditi”: risolutamente “arditi”. Perché se si aspetta che sia una pacifica e neghittosa “evoluzione naturale” a portare al superamento dell’abietto servaggio, bisogna proprio dire che ci si illude grandemente, e molto poco saviamente. La stupidissima e pericolosa illusione è quella che, col più mordace sarcasmo, Arturo Reghini bollava a fuoco come ironico contenuto del popolare adagio etrusco “col tempo e con la paglia, maturan le sorbe e la canaglia!”. La natura inferiore nell’essere umano è sì decadente e guasta, ma è anche potente, nonché fornita di una antica e perfida “sapienza”, la quale domina incontrastata nell’anima dell’attuale uomo poco consapevole: uomo spesso avido di comodo e indisturbato servaggio. Detto in parole povere: non si può migliorare la peste. Catastrofi e dolore sono l’unico rimedio, il farmaco d’urgenza alla pigra comodità dei pavidi, che i Numi donano con una generosità, che trova poco gradimento da parte degli umani.

Per parafrasare l’espressione che mi rivolse, molti anni fa, una sagace, e sapiente, amica, occorre essere «essere sempre all’attacco, degli “arditi” sempre all’offensiva». Ed è giusta la “violenza” che l’essere spirituale – l’Io – deve incessantemente esercitare nei confronti della infida natura inferiore. L’arte – perfida e mefitica arte – degli Dèi distruttori, è quella di convincere gli umani che il loro potere sia basato su “posizioni inespugnabili”. Come, nella prima guerra mondiale, i nostri Arditi si avventavano temerariamente contro posizioni austriache ritenute imprendibili, inespugnabili, così nella solare Via del Pensiero l’asceta con la Concentrazione assalta, espugna e dissolve il fatale potere della guasta, decadente, lunare, natura inferiore, attraverso la quale l’Oscuro Signore fonda il suo potere. Parafrasando un’antica espressione orientale, che mezzo secolo fa, purtroppo, venne strumentalizzata in Cina a scopi politici, l’ardimento interiore dell’asceta dimostra che il potere dell’Oscuro Signore è una “tigre di carta”, la quale può spaventare con le sue forme e colori i bambini piccoli, ma che infallibilmente brucia incontrando il fuoco. Il raggelante fuoco della Concentrazione.

Ci si può chiedere perché l’Antroposofia, sorta agli inizi dello scorso secolo, dopo la morte di Rudolf Steiner, malgrado l’azione coraggiosa di pochi discepoli fedeli, sia finita miseramente nei tradimenti dei suoi dirigenti, nella mediocrità – quella orribil cosa che George Orwell chiamava “conglomerated mediocrity” – della stragrande maggioranza dei suoi seguaci, nella degradazione dei suoi contenuti ad un livello New-Age, che suscita sovente sorriso e disprezzo negli autentici cercatori dello Spirito. Ci si può chiedere altresì perché, dopo la morte di Massimo Scaligero, il rinascente movimento spirituale, da lui potentemente impulsato a prezzo di suoi immani sacrifici, sia finito, o rischi di finire nella stagnazione, o il contenuto del suo messaggio venga alterato, a pro’ del noto “trasbordo ideologico inavvertito”. Ovvero spento a pro’ della parte avversa d’Oltretevere.

Certo, il come tutto ciò sia avvenuto è sin troppo chiaro agli orsolupeschi occhi di coloro che in tali vicende hanno voluto, e vogliono, vederci chiaro. Infatti, malgrado le attuali, volute, alterazioni in corso delle opere di Massimo Scaligero – a volte, qua e là, singole parole, altra volta un intero capitolo – e il ripetuto rifiuto di pubblicare e diffondere testi operativi di Rudolf Steiner, testi che sarebbero preziosi per il libero cercatore che voglia essere un praticante interiore, e malgrado il “riscrivere la storia all’indietro” su Massimo Scaligero e non solo, da parte di chi ha un senso della verità “a geometria variabile”, allo sguardo di coloro che non vogliono illudersi il “gran giuoco” – per dirla alla Rudyard Kipling di Kim – di costoro è ben evidente sin nelle più intime trame, e nelle celate finalità: meschine trame e squallide finalità. Da questo punto di vista ben poco differisce, in atti e metodi, l’agire passato e presente dell’Innominato, e dei suoi famuli, da quel che fecero un Albert Steffen, un Guenther Wachsmuth & Co., nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner – per saccheggiarla, distorcerla, affossarla – nei confronti di quei discepoli del Dottore che si opponevano a un tale scempio, e persino nei confronti della stessa Marie Steiner. E ben poco differisce, nei modi e nei contenuti, l’agire dell’Innominato da quello dell’astuto algebrico calcolatore, che – con il generoso ausilio di altri lupacci cattivissimi – dovetti affrontare anni fa. Le analogie sono eloquenti, ma la cosa non desta affatto stupore: nihil sub sole novi!

Se il come, ad uno sguardo sagace e veramente spregiudicato, emerge evidente, ci vuole invero un sguardo audace, ben penetrante, per cogliere il perché di un così palese venir meno ad impegni sacri, ai patti di fede giurata, al culto della verità, all’amicizia, alla fraternità, alla gratitudine verso i Maestri, sino a scendere alle bassezze del tradimento, della menzogna, della calunnia, del sabotaggio, delle minacce legali e fisiche, dello spergiuro, della persecuizione, della derisione sacrilega del Rito della meditazione in comune, delle congiure, degli intrighi.

Purtroppo, la risposta ad una tale domanda, pur non facile per molti da trovarsi, è semplice nella sua scarna nudità. Il perché di tutto ciò è che è mancato, o è venuto meno, il coraggio! È mancato, o è venuto meno, quello “ardente ardire” che spingeva, un secolo fa, quei temerari guerrieri ad assaltare le “imprendibili”, le “inespugnabili” posizioni austriache fortificate. È mancato quel coraggio che spingeva – fedeli al motto “maxime audere semper” – taluni sfegatati a forzare le formidabili difese dei porti della flotta austriaca nell’Adriatico, o anche affrontando – ancor più pericolosamente – in mare aperto, con mezzi che erano davvero fragili “gusci di noce”, giungendo ad affondare corazzate nemiche temibili per strutture e volume di fuoco. Riscuotendo persino la stupita ammirazione dell’Ammiraglio Horty, il comandante ungherese della nemica flotta austriaca. 

Ora, alcuni di quei temerari audaci erano eziandio dei coraggiosi praticanti interiori, che portavano nell’azione spirituale lo stesso impeto che mettevano nell’esteriore azione bellica. Taluni di loro furono dei concreti “realizzatori” spirituali, perché – come affermava Massimo Scaligero – “il Logos ama chi si compromette!”. Questa massima audacia, questo dare – ogni volta – l’assalto ai limiti interiori, è ciò che è mancato – salvo eccezioni – e manca tuttora ai più, nella Comunità Solare. Si è giunti persino – da parte dell’ineffabile Innominato – a scoraggiare ogni intenso impegno interiore nella Via del Pensiero – da costui dichiarata, com’è noto, essere una “Via incompleta e superata” – e a sconsigliare quell’estremismo interiore al quale ci spingeva, sin negli ultimi incontri che Massimo Scaligero ebbe con i giovani della mia città, perché al dire dell’Innominato – e non solo di lui – “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, perché “nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa!”.

È, dunque, viltà conoscitiva, la mancanza di coraggio, o il venir meno del coraggio, che almeno in taluni, e talune, un tempo era pur presente, il perché dell’opposizione – mascherata o aperta – alla Via del Pensiero, l’avversione alla Concentrazione, il deridere e calunniare il Rito della Meditazione in comune. Questa mancanza di coraggio, o il suo venir meno, può portare ad una forma di nihilismo spirituale, il quale – una volta che vi sia rinuncia alla realizzazione spirituale – genera una forma di “invidia metafisica”, perché quel che per viltà, e fiacchezza della volontà, si è rinunciato a realizzare, altri NON devono realizzare.

E, invece, malgrado ogni affermazione contraria dei malevoli interessati, la paura può, volendo, essere vinta; attraverso l’Ascesi può essere generata e consacrata una volontà forte e cosciente; si può voler volere oltre i limiti personali, oltre gli stessi limiti del karma: come ammoniva Massimo Scaligero; si può osare l’inosabile! Tutti siamo, come esseri naturali, deboli, e in tutti noi vi è paura, terrore, di fronte alla travolgenza incandescente sello Spirito: chi pensi il contrario, bisogna dire proprio che si fa pericolose illusioni su se medesimo. Ma la Scienza dello Spirito – la Via del Pensiero – dà modo di costruire la forza – la “forza, forte di tutte le forze”, come è chiamata nella ermetica “Tavola di Smeraldo” – dà modo di generare la possente volontà che va oltre la natura, la volontà che alla natura manca.

La Concentrazione può essere attuata da chiunque: quale sia il suo punto di partenza, e la sua debolezza. La Concentrazione, gradualmente, può essere portata oltre ogni limite: può essere attuata in qualsiasi situazione, anche nella meno propizia. Si può essere “Arditi” dello Spirito, assaltatori di ciò normalmente sembrano “posizioni nemiche imprendibili”, “fortezze inespugnabili”. Non esistono a livello spirituale simili “fortezze inespugnabili” per una volontà decisa “a tutto osare”: osare con coraggio, in libertà, e per amore: unendo, come faceva l’«ardito» samurai Harukichi Shimoi, “forza” e “gentilezza”, “coraggio” e “sapienza”. Soprattutto come faceva Massimo Scaligero, il cui coraggio si attuò veramente oltre ogni limite umano, e che ci indicò la Via aurea del supremo ardimento: la Concentrazione.

Per noi la pratica instancabile della Concentrazione, e l’aurea Via del Pensiero, saranno – come per i mitriasti, gli iniziati ai Misteri di Mitra – militia sacra super terram”. 

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