DELLA SAPIENZA CELATA IN DANTE ALIGHIERI : ACCENNI IN GIOSUE’ CARDUCCI E IN RUDOLF STEINER

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Già nel primo, o forse nel secondo, incontro, ch’io ebbi con Massimo Scaligero nel lontano 1970, egli mi parlò di Dante facendo una sorta di parallelo tra la sua figura spirituale e quella di Goethe. In maniera incisiva, tra l’altro, mi disse come la Divina Commedia di Dante fosse il poema profetico del Medioevo, così come il Faust di Goethe lo è per l’uomo moderno, per l’uomo attuale. Queste parole enigmatiche mi risuonarono a lungo nell’anima, anche perché – almeno da adolescente – non avevo certo avuto un rapporto facile con Dante. Rapporto che mi son dovuto conquistare nel tempo – nei decenni – rapporto che si è rivelato poi sempre più fecondo, mostrandomi esso quanto luminosa fosse la figura del Divino Poeta, e quanto gigantesca la sua grandezza spirituale.

Molto tempo dopo, in anni miei più tardi – una volta superato il “mezzo del cammin di nostra vita” – una personalità di rango spirituale mi sollevò il velo sulla Sapienza celata del Poeta. «Minerva oscura io son, Dante Alighieri», scrive in un sonetto Giovanni Boccaccio, alludendo alla occulta Sapienza, alla occulta Scienza, celata nell’opera di Dante.

Dante Alighieri fu non solo un poeta – sia pure il massimo poeta italiano – ma anche un profondo filosofo di rigorosa formazione platonica e aristotelica, e soprattutto il creatore della “Divina Commedia”. In realtà il suo nome, secondo quanto, con dichiarazioni concordi, ci trasmisero Filippo Villani e il figlio del Poeta Jacopo, non era Dante, bensì Durante degli Alighieri, ma nella pronuncia corrente veniva abbreviato appunto in Dante. Durante significava “il perseverante”, e il nome gli era stato dato in ricordo del suo santo protettore Durandus di Liegi, morto nel 1025. Dante nacque nel maggio o nel giugno 1265 – secondo le erudite ricerche dello studioso fiorentino Giovangualberto Ceri, il 2 giugno – a Firenze, come figlio di un membro della piccola nobiltà guelfa fiorentina Messer Gherardo Alighiero di Bellincione (detto Alighiero II) e Monna Bella Gabrielli, mentre morì, dopo oltre vent’anni di vita errabonda, esule per la faziosità dei fiorentini asserviti al papa e agli Angiò, il 14 settembre 1321 a Ravenna.

Con Dante Alighieri, e con i suoi amici e sodali della cerchia iniziatica e poetica dei Fedeli d’Amore, la lingua italiana “alta” nasce già classica, e misterica. La sua sapiente opera di formazione iniziatica della lingua italiana, preceduta da quella di alcuni poeti della Scuola Siciliana, prima, e da quella di Guido Guinizzelli, di Guido Cavalcanti, della Scuola che i letterati profanamente chiamano del “dolce stil nuovo”, fu proseguita dopo Dante da Francesco Petrarca e da Giovanni Boccaccio. Ma sappiamo bene come, dietro le poetiche rime, si celasse quella corrente iniziatica che a partire da Gabriele Rossetti, da Luigi Valli e dai loro “amici”, fu chiamata – prendendo esempio da un mirabile passo di Dante nella Vita Nova – dei “Fedeli d’Amore”.

Secondo la vulgata – diffusa ad arte dal Boccaccio per proteggere l’opera del Divin Poeta dalla intolleranza di una vigilante e sempre più occhiuta Santa Inquisizione della eretica pravità – Dante all’età di 9 anni, avrebbe “visto” per la prima volta, in occasione di una Festa di Primavera, Beatrice, la figlia di Folco Portinari (nata nel 1266, e deceduta poi l’8 giugno 1290), che era allora, ella pure, solo all’inizio del suo nono anno. Sempre secondo la vulgata diffusa dal Boccaccio, Dante sarebbe stato, fin dall’inizio, affascinato dalla sua forma angelica e pura. Nove anni dopo, l’avrebbe incontrata per la seconda volta in una festa della gioventù, ove ella gli avrebbe regalato una ghirlanda di fiori. Per gli attuali letterati, a partire dall’Ottocento, Beatrice sarebbe diventata semplicemente la musa ispiratrice della sua successiva creazione artistica, che rimarrebbe pur sempre una poetica produzione sentimentale, seppur esteticamente sublime, ma – a loro dire – nulla di più.

Ma sappiamo come, in realtà, Beatrice raffigurasse quella che i Fedeli d’Amore chiamavano la Sapienza Santa, anche se nel caso di Dante, nella figura simbolica di Beatrice, la realtà umana e storica e quella metafisica e spirituale potevano ben coincidere.

Intorno al 1287, Brunetto Latini divenne maestro del giovane Dante, il quale gli rivolge nel XV Canto dell ’Inferno parole di commossa gratitudine:

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna”.

Rudolf Steiner descrisse più volte – per esempio in Coscienza d’Iniziato e altrove – come Brunetto Latini, raggiunse una importante esperienza iniziatica, nella quale vi era ancora la eco dell’insegnamento platonico della scuola di Chartres, ch’egli trascrisse nel suo poema Il Tesoretto in italiano e nel Trésor – en langue d’oil, ossia in francese medievale – la cui influenza sulla “Divina Commedia” di Dante è evidente (cfr. GA 161, p. 51e segg.).

Secondo il teologo austriaco cistercense Robert L. John Dante non solo conobbe gli insegnamenti segreti dei Templari già in tenera età, ma fu anche affiliato ad una sorta di Terz’Ordine templare:

«La gnosi templare ci si presenta dunque come un edificio di pensieri che poteva venir affidato solo a uomini dotti e capaci di tacere. Ci si presenta come una profonda convinzione gioachimita che la Chiesa si era troppo allontanata dai compiti affidatile da Dio; che, venuta meno questa prima guida dell’umanità perché aspirava alle funzioni della seconda, dell’Impero, quest’ultima ne risulta danneggiata, per cui ne soffre la vita attiva del mondo intero; che la Chiesa sarebbe tornata ad essere l’antica Chiesa dello spirito Santo solo quando lo Stato pontificio (continuazione della donazione costantiniana) fosse riassorbito nel Sacro Impero; e che infine solamente l’illuminata conoscenza del Tempio fosse in grado di aiutare l’umanità in questa riascesa. Tutto ciò (e in particolare il linguaggio figurato di origine orientale col quale veniva esposto) era certo in larga misura gnostico, ma non veramente eretico: sebbene la linea di confine tra l’eresia fosse talora facilmente superabile, come ci mostrano i riflessi del Concilio di Vienne nella Divina Commedia.

Dante aveva accolto in sé, sin dalla giovinezza questa gnosi templare: essa, e null’altro, era la Donna dello Spirito suo, che egli servì fedelmente per tutta la vita».

Robert John, Dante,Springer-Verlag, Wien, 1946, p. 265,
Dante templare, trad. it. a c. di Willy Schwarz, Ulrico Hoepli, Milano, 1987, pp. 354-355.

Il germanista austriaco Joseph P. Strelka invece in Dante und die Templergnosis, A. Francke Verlag, Tübingen 2012, Vorwort, p. X, scrive:

«Dante era un Templare iniziato e la sua Divina Commedia è la più brillante testimonianza superstite della gnosi templare».

In precedenza, già René Guénon aveva già sottolineato nel suo studio pubblicato nel 1925, L’ésotérisme de Dante, l’appartenenza templare di Dante:

«Nel museo di Vienna si trovano due medaglie di cui l’una rappresenta Dante e l’altra il pittore Pietro da Pisa; entrambe portano sul rovescio le lettere F.S.K.I.P.F.T., che Aroux Interpreta nel modo seguente: Frater Sacrae Kodosh, Imperialis Principatus, Frater Templarius. Per le prime tre lettere, questa interpretazione è palesemente scorretta e non dà un senso intelligibile; pensiamo che bisogna leggere Fidei Sanctae Kadosch. L’associazione della Fede Santa, di cui Dante sembra sia stato uno dei capi, era un Terz’Ordine di filiazione templare, il che giustificava l’appellativo di Frater Templarius; ed i suoi dignitari portavano il titolo di Kadosch, termine ebraico che significa «santo» o «consacrato», e che si è conservato fino ai nostri giorni negli alti gradi della Massoneria. Si vede già per tal fatto come non sia senza ragione che Dante prende per guida, per la fine del suo viaggio celeste [Paradiso, XXXI. – Il termine contemplante, col quale Dante designa in seguito San Bernardo (id, XXXII, 1), sembra avere un doppio senso, a causa della sua parentela con la designazione stessa del Tempio], San Bernardo, che stabilì la regola dell’Ordine del Tempio; e Dante sembra aver voluto indicare in tal modo come soltanto per mezzo di questo fosse reso possibile, nelle condizioni proprie alla sua epoca, l’accesso al supremo grado della gerarchia spirituale».

– René Guénon: L’ésotérisme de Dante, Secondo Capitolo.

Parvemi che René Guénon erri alla grande nella interpretazione delle lettere F.S.K.I.P.F.T. Nella fattispecie parvemi evidente che si tratti molto più semplicemente delle iniziali delle medievali virtù teologali e delle platoniche virtù cardinali, ossia: Fides, Spes, Karitas, Iustitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia.

Robert John – a mio modo di vedere temerariamente – afferma che Dante non sarebbe mai venuto meno all’ortodossia cattolica e, in modo particolare, alla teologia cattolica, sulla qual cosa vi sarebbe moltissimo da eccepire. Infatti, questa affermazione dello John – affatto comprensibile in un sacerdote cattolico e in monaco cistercense, quale egli era – non corrisponde punto alla realtà dei fatti. I recenti studi di Maria Soresina mettono in evidenza, con grande acume e vasta messe di documentazione storica e letteraria, quello ch’ella chiama il “catarismo di Dante”. In effetti, Dante che nella Divina Commedia parla di una moltitudine di personaggi, e di svariati movimenti politici, filosofici e religiosi, non nomina mai il Catarismo.

La cosa è, invero, singolare. Dante che non si fa scrupolo veruno a ficcare tranquillamente papi e cardinali all’inferno – addirittura prenotando un posto a papa Bonifacio VIII ancor vivo – e a porre pagani come il troiano Rifeo e l’imperatore Traiano in Paradiso, o un eretico averroista come Sigieri di Brabante egli pure in Paradiso; Dante che si sceglie Virgilio, un Sapiente ed Iniziato pagano, come guida nell’Inferno e nel Purgatorio; Dante che all’inizio della Cantica del Paradiso invoca paganamente l’ispirazione d’Apollo:

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro, 

Dante che nel secondo Canto del Paradiso avverte i lettori, che son “naviganti in piccioletta barca”, che:

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse,

Dante che di tutti parla, e senza peli sulla lingua, invece dei Catari e dei Catarismo non fa mai verbo alcuno: in nessuna delle sue opere. Eppure, egli sapeva bene che Manente degli Uberti, detto “Farinata”, e sua moglie Adeleta, o Adeletta, erano stati oltre che aperti fautori del partito ghibellino, anche catari “consolati”. Al punto tale che anni dopo la disfatta del partito ghibellino, e il trionfo guelfo, nel 1283, 19 anni dopo la sua morte, i corpi di Farinata e sua moglie Adeleta furono riesumati e subirono a Firenze un processo pubblico per l’accusa postuma di eresia. Per l’occasione i loro resti mortali, sepolti all’epoca nella chiesa fiorentina di Santa Reparata – ove in seguito venne edificato il Duomo di Firenze – vennero non solo riesumati per la celebrazione del processo, conclusosi poi con la condanna, da parte dell’inquisitore, il francescano Salomone da Lucca, ma furono pure bruciati sul rogo e le loro ceneri disperse in Arno. Quindi tutti i beni lasciati in eredità da Farinata vennero confiscati agli eredi, contro i quali fu decretato l’esilio perpetuo. Probabilmente, Dante, diciottenne nel 1283, assistette a tale nefando rogo postumo. E forse rivide nell’anima proprio quel rogo allorché, nel XXVII Canto del Purgatorio, scrisse:

In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi. 

Dante sapeva bene come cataro fosse  il suo “primo amico”, Guido Cavalcanti, che per di più aveva sposato Bice la figlia di Farinata degli Uberti, e cataro altresì era il padre di lui Cavalcante, posto accanto a Farinata nella medesima infernale arca infocata. Sapeva benissimo che catare erano  famiglie nobili fiorentine come i Nerli e i Pulci. Addirittura – secondo che scrive il domenicano Raniero Sacconi, informatissimo inquisitore della eretica pravità – nella Firenze, a metà del Duecento, aderiva alla fede catara ben un terzo della popolazione di Firenze, e sicuramente la maggior parte della nobiltà della Città del Fiore.

Un silenzio apparentemente incomprensibile, dunque, quello di Dante nei confronti del Catarismo. Ma dopo i sapienti studi di Maria Soresina, un tale eloquente silenzio diviene facilmente comprensibile, e ben spiegabile, proprio per la sua segreta adesione alla corrente spirituale catara, alla sua Gnosi liberatrice. Naturalmente, se Dante avesse apertamente dichiarata la sua adesione ad un movimento spirituale, ritenuto ereticale dalla Chiesa Cattolica, si sarebbe esposto a rischi estremi – arresto, tortura, rogo – ed avrebbe compromesso quella che riteneva essere la sua peculiare missione. E, in effetti, nel 1329 un unno impazzito, il cardinale Bertrando del Poggetto, fece bruciare sul rogo la Monàrchia – che nel 1559, fu inserito dal Sant’Uffizio nel primo Index librorum prohibitorum, e la condanna fu confermata in tutte le successive edizioni sino alla fine del XIX secolo: la Chiesa Cattolica mantenne in vigore tale condanna fino al 1881 – e con essa venne bruciato sulle piazze anche il testo della Divina Commedia, e costui avrebbe gradito eziandio far disseppellire e bruciare la stessa salma del poeta – per fortuna morto nella notte tra il 13 ed il 14 Settembre 1321, sennò il trucido porporato avrebbe sicuramente preferito abbruciarlo piuttosto vivo invece che morto – ma l’opposizione feroce dei da Polenta, signori di Ravenna, amici e protettori di Dante, scongiurò un tale sacrilego scempio. Una nobile eccezione, nonché una fortuna singolare, nel nostro Rinascimento, fu la mirabile traduzione che venne fatta in volgare illustre, a Firenze, per volontà del Magnifico Lorenzo, dal platonicissimo Marsilio Ficino, del 1467, traduzione che ebbe una notevole influenza sulla fortuna di diffusione dell’opera. Ma la prima edizione a stampa della Monàrchia  avvenne soltanto, nel 1559, nella elvetica Basilea, città che aveva aderito alla Riforma luterana, e quindi lontana dai rapaci artigli inquisitoriali.

Maria Soresina – parafrasando lo storico medievale, del primo Novecento, Felice Tocco – nei suoi sapienti studi, affermò, in maniera caustica, asciutta e sintetica, che Dante, del Catarismo, «parlarne bene non poteva, parlarne male non voleva».

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Tutto ciò mostra quanto sia complessa la figura spirituale di Dante. In essa si ritrovano le influenze più diverse: da quelle dell’antico mondo misterico, a quelle del mondo romano, sino a quelle più recenti di un Cristianesimo giovannita, preludente al futuro. Se, per esempio, andiamo a vedere alcune pagine scritte da Arturo Reghini – pubblicate in «Nuovo Patto», settembre-novembre 1921, col titolo di L’allegoria esoterica in Dante – ci troviamo di fronte ad una visione misterica, di derivazione classica e pagana, dell’opera di Dante. Infatti, così scrive Reghini a proposito dell’allegoria esoterica:

«Sotto il senso letterario della Commedia, ossia sotto la peregrinazione di Dante attraverso i tre regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, si nasconde senza alcun dubbio una allegoria. Non c’è bisogno delle esplicite dichiarazioni di Dante in proposito per esserne certi. Questa allegoria non è semplice, ma molteplice e dai commentatori ne vengono di solito riconosciuti due aspetti, quello morale e quello politico.

L’interpretazione morale, o filosofico-morale, vede allegoricamente raffigurata nella Commedia la via che l’uomo deve percorrere per superare il peccato e raggiungere la virtù in modo da sfuggire all’inferno ed al purgatorio e da guadagnare colla perfezione morale il paradiso.

Questa allegoria, come del resto il senso letterale del poema sacro, ha innegabilmente un aspetto nettamente cristiano pure abbondando di elementi pagani; e sulla scorta di Aristotile, di S. Tommaso e della scolastica è stato profondamente penetrato dai commentatori. […]

Quale è dunque la ragione che ha spinto Dante all’uso dell’allegoria, anche a costo di non farsi facilmente capire? Fantasia di poeta? Passione per l’enimmistica? No certo, perché noi sappiamo che una dottrina si asconde sotto il velame delli versi strani. E se l’apparenza è cristiana non potrebbe la scelta differire dall’apparenza? Non potrebbe la dottrina così gelosamente nascosta essere eterodossa, molto eterodossa? Sicché Dante puzzerebbe forte di eresia e sarebbe un nemico della Chiesa anche sul terreno religioso oltre che su quello politico? Le professioni di fede cristiana che egli fa ripetutamente non bastano ad eliminare il dubbio. Se egli infatti era eretico o pagano e non voleva finire arrosto, era forzato a professarsi cristiano. E specialmente volendo levarsi il gusto di esaltare Virgilio, Cesare, Roma che il buon mondo feo, il latin sangue gentile, e gli imperatori che avevano aspetto gentile ossia pagano, occorreva in qualche modo tranquillizzare i sospetti facendo anche l’apologia del cristianesimo. Bisogna ricordare che in quei tempi la carità cristiana poteva sbizzarrirsi a suo piacimento; i numerosi seguaci di quel S. Domenico che negli sterpi eretici percosse animato dal santissimo zelo di salvare le anime (nonché la Chiesa pericolante) andavano per le spiccie e Dante stesso aveva umani corpi già veduti accesi. A che prò fare la fine che poi toccò a Cecco d’Ascoli, quando era possibile dedicare la vita, e l’enorme ingegno e sapienza ad un grandioso disegno politico e religioso? Nonostante le sue professioni di fede cattolica, Dante aveva amici che andavan cercando come Dio non fosse, ed eretici dello stampo di Sigieri egli ficca tranquillamente in paradiso, mentre popola di papi l’inferno. Dante stesso fu accusato di eresia secondo risulta da antichi documenti, e secondo narrano i suoi primi commentatori. L’eresia pagana di Dante fu sostenuta dal Foscolo, e poi dal Rossetti con enorme copia di argomenti, ed infine dal prete cattolico Aroux. Un gesuita che volle fare la critica delle opere del Rossetti si ebbe da questi tale esauriente replica che più non fiatò.

Non si pone mente che anche nell’apparenza Dante non segue sempre pedissequamente San Tommaso; ne differisce apertamente in questioni importantissime; p.e., nella dottrina escatologica (Purg. XXV, 88-102) per adottare una teoria delle ombre dei defunti che è in perfetto accordo colla concezione pagana.

Egli fin da principio si inspira a Virgilio, da cui solo prende lo bello stile che gli ha fatto onore. Il suo poema non è che una commedia; e comunque si intende la parola, nel senso moderno od in quello dionisiaco, si è sempre condotti lontano dall’apparente senso cristiano. Nelle grandi linee la Commedia è uno sviluppo del VI canto dell’Eneide, e Dante ripete quanto Virgilio fa fare ad Enea. Enea scende vivente nell’Ade, rinviene nella selva il ramoscello di mirto degli iniziati, ed apprende de visu la verità dei misteri orfico-pitagorici sopra l’uomo e la immortalità condizionata. Ed anche Dante corruttibile ancora, ricalca la medesima strada collo stesso scopo e facendo uso del medesimo simbolismo.

Il soggetto della Commedia è l’uomo, o meglio la rigenerazione dell’uomo, la sua metamorfosi in angelica farfalla, la Psiche di Apuleio. È dunque il medesimo soggetto dei misteri. Non le sole qualità morali cambiano; Dante si purifica di grado in grado, passa per crisi e coscienze varie e numerose, cade come corpo morto, sviene, rinviene, si addormenta, si ravviva nell’Eunoè, la sua mente esce di se stessa, si illuia, si india, si interna, s’infutura, s’insempra, passa al divino dall’umano, all’eterno dal tempo, e finalmente dislega l’anima sua da ogni nube di mortalità. Questo non è un perfezionamento morale, è una vera palingenesi di tutto l’essere che si attua nel simbolico viaggio. Il velame asconde non soltanto delle disquisizioni morali sopra i peccati e le virtù, ma l’esposizione di mutamenti interiori nella coscienza del pellegrino».

Più la approfondiamo e più la figura di Dante ci appare enigmatica. In lui scorgiamo le tracce più che evidenti di un’antichissima visione sacrale “classica” – che l’intolleranza confessionale definirebbe “pagana” –, di una visione “gnostica”, “templare”, e sotto certi aspetti “orientale” ed  “averroistica” – per l’intolleranza confessionale, di nuovo, “eretica” – ed infine, stando alle sapienti ricerche di Maria Soresina, anche “catare” – per la suddetta intolleranza confessionale addirittura depravatamente “arcieretica” –, e volendo potremmo cogliere nella sua opera, più celati, persino elementi ermetici ed alchemici. Vi è, davvero, ad abundantiam di che esserne disorientati!

Per un tal motivo, dopo aver cercato a lungo e trovato molti elementi interessanti e nuovi sì, ma anche divergenti, mi stupii non poco allorché trovai una risposta – l’unica che mi parve soddisfacente – nell’opera di Rudolf Steiner, che faceva direttamente riferimento ad uno scritto, invero raro e pochissimo conosciuto, di Giosue – a lui però piaceva scrivere “Giosuè”, con l’accento sull’ultima vocale – Carducci. Mi misi in caccia, e siccome noi lupacci etruschi, oltre che cattivissimi siamo eziandio terribilissimi lupacci da tartufi, alla fine lo scritto carducciano l’abbiamo trovato. 

Si tratta di un testo che Giosue Carducci scrisse, l’8 gennaio 1888, col titolo L’opera di Dante, e ripubblicato, alle pp. 1131-1160, in Prose di Giosuè Carducci, MDCCCIXL-MCMIII, terza edizione, Nicola Zanichelli, Bologna, 1903,  ove, alle pp. 1158-1159, possiamo leggere le seguenti – mirabili ed arcane – del nostro poeta:

«Alla intuizione, alla percezione, alla rappresentazione fantastica del misto mondo cristiano Dante uscì da quella contemperanza di sangui e razze che fece la nuova nobiltà del popolo italiano. I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel tipo che dura ostinato per tutta la Toscana mescolandosi al romano e sopraffacendolo. Di sangue romano vantavasi egli; e il presentarsi della sua famiglia, come fiorentina vecchia, senza titoli di nobiltà castellana e senza nomi fino a certo tempo d’altra lingua, fa credibile una continuità di coloni conservatasi in città e regione men frequente d’affluenze germaniche. Ma germanico sangue gli colò per avventura dalle vene dalla donna che venne a Cacciaguida  di  val di Po, dall’Aldighiera ferrarese, di  nobil famiglia antica, in città rifiorita di stirpi longobarde, e che diè a’ nepoti il cognome di radice germanica. E così nell’opera artistica della visione cristiana l’Allighieri avrebbe recato l’abitudine al mistero d’oltretomba da una razza sacerdotale. Che pare vivesse per le tombe e nelle tombe, l’etrusca; la dirittura e la tenacità alla vita da una gran razza civile, cui fu poesia il jus, la romana; la balda freschezza e franchezza da una razza nuova guerriera, la germanica». 

Il testo del Carducci, con la sua agile – al contempo erudita e poetica – prosa, vela sue conoscenze più profonde, la cui provenienza può sfuggire a chi abbia una cultura meramente profana, ossia intellettuale ed universitaria. Interessante – molto interessante – è il fatto che Rudolf Steiner faccia riferimento a questo testo di Giosue Carducci, e ne disveli la occulta genesi. Indubbiamente, egli ebbe mediata la sua profonda conoscenza non solo di questo testo, ma dello stesso Carducci, da Marie Steiner-von Sivers, la quale ai primi del Novecento passò ben due anni nella etrusca, celtica, romana e germanica Felsina-Bononia-Bologna, ove conobbe personalmente il Carducci, frequentandone altresì le lezioni. Non rimane che riportare, traducendole dal tedesco, le parole di Rudolf Steiner, nella conferenza del 17 dicembre 1916, pubblicata in Zeitgeschichtliche Betrachtungen. Das Karma der Unwahrhaftigkeit. Erster Teil. Kosmische und menschliche Geschichte, Band IV., Dornach, 1978, S. 162-165:

«Abbiamo in Dante una personalità eccezionale alla fine del quarto periodo post-atlantico. Possiamo contrapporre una tale grande personalità a  quelle figure che hanno acquisito una certa importanza dopo l’inizio del quinto periodo post-atlantico, come per esempio Tommaso Moro. Consideriamo in modo speciale quel che in genere abbiamo riconosciuto in una personalità come Dante. Una personalità come Dante agisce in gran parte in maniera impulsante impulsante, in maniera significativa. È già interessante riflettere, almeno presagendo, su come una tale personalità sia entrata attraverso la nascita nell’esistenza terrena, che sarà significativa per l’umanità, riunendo, se posso adoperare una espressione barocca, quel che deve divenire, onde nascere nella giusta maniera dalla coppia di genitori giusta. Naturalmente, queste relazioni sono portate a realizzazione dal mondo spirituale; ma sono realizzati con l’ausilio di strumenti fisici. Quindi, per così dire, questo sangue viene diretto dal mondo spirituale, verso quel sangue, e così via. 

Di regola, una personalità come Dante non può mai uscire da un sangue omogeneo. Appartenere ad un unico popolo è assolutamente impossibile per una tale anima. Ci deve già aver avuto luogo una misteriosa Alchìmia, cioè, sangue diverso deve fluire insieme. Qualunque cosa possa dire a coloro che nell’alto patriottismo vogliono rivendicare le grandi personalità per un singolo popolo, dietro non vi è molto di reale!

Per quanto riguarda Dante, per farvi vedere che non sono partigiano, vorrei prima che qualcun altro descrivesse ciò che è chiaramente evidente nella sua natura a chi sa come entrare in questo essere. Sarebbe facile credere che io voglia  in qualsivoglia maniera in politica, cosa che naturalmente mi è nella maniera più possibile remota. Perciò ho interrogato il Carducci, il grande poeta italiano della epoca modera, il quale era un grande conoscitore di Dante. Dietro Carducci, e proprio per questo lo sto indicando, ora vi è anche quello in Italia che viene chiamato “Massoneria” e che è legato a tutte le fratellanze occulte sulle quali ho attirato la vostra attenzione. Le argomentazioni teoriche di Carducci sulle cose reali nella vita sono, quindi, sino ad un certo grado, tratte da una tale conoscenza più profonda. Non voglio affermare che egli avresse posto in evidenza questa visione più profonda del mercato, o che fosse stato in qualsiasi modo un occultista; ma in quello che però dice vi sono talune cose che son giunte a lui da ogni sorta di di canali misteriosi.

Ora Carducci dice: In Dante, cooperano tre elementi, e solo attraverso la cooperazione di questi tre elementi l’essenza di Dante poté diventare ciò che fu. In primo luogo, attraverso alcuni elementi della sua stirpe, un antico elemento etrusco. Da questo Dante avrebbe ricevuto il fatto che i mondi soprasensibili si siano dischiusi per lui, cosicché egli poté parlare in maniera così profonda dei mondi soprasensibili. In secondo luogo,  vi è in lui si trova l’elemento romano, che gli dà il giusto rapporto con la vita del giorno e il punto di partenza di certi concetti giuridici. E in terzo luogo, dice Carducci, vi è in Dante l’elemento germanico. Da questo egli ha l’audacia e la freschezza della visione, una certa franchezza e una salda disposizione per ciò che si prefigge. A partire da questi tre elementi Carducci riassume la vita animica di Dante. 

Il primo ci indica l’elemento antico-celtico, che in qualche modo lo pervade attraverso il sangue e lo riconduce al terzo periodo post-atlantico, poiché l’elemento celtico nel nord riconduce a quello che abbiamo conosciuto come il terzo periodo post-atlantico. Quindi troviamo il quarto periodo post-atlantico nell’elemento romano, il quinto nell’elemento germanico. Dalle tre e dai loro impulsi, Carducci compone gli elementi nell’anima di Dante, così che abbiamo realmente tre strati che sono giustapposti o piuttosto sovrapposti: la terza, la quarta, la quinta epoca: celtica, romana, germanica. Buoni ricercatori dantisti hanno fatto grandi sforzi per capire come Dante, a partire dal mondo spirituale, abbia potuto mescolare il suo sangue in modo tale che sia diventato un tale composto. Naturalmente, ciò non è stato espresso con le stesse, come le ho testè dette, ma essi hanno fatto questi sforzi, e si crede che qualcosa cose sia stato raggiunto, essendo stati in grado di dimostrare una buona parte dell’ascendenza di Dante in Grigioni. Questo è stato confermato storicamente in una certa misura: la stirpe degli antenati di Dante indica di provenire da tutte le direzioni, ma anche da questa zona, dove è avvenuta tanta mescolanza di sangue. 

Vediamo come la straordinaria cooperazione dei tre strati dell’evoluzione umana europea venga alla luce in una singola personalità. E vedete, un uomo come Carducci, che non ha accolto questo concetto sotto l’influenza della attuale follia nazionalista, bensì partendo da una certa oggettività, indichi a ciò che sta alla base di Dante».

Da tutto ciò, soprattutto da quanto Rudolf Steiner comunica a proposito del testo dantesco di Carducci, si può scorgere quanto poco la storia esteriore conosca dei retroscena spirituali e occulti del nostro Risorgimento, e sovente quanto poco – salvo eccezioni – li conoscano la ignorantissima genia degli esoteristi, o sedicenti tali: antroposofi e “scaligeropolitani” compresi. Il più delle volte da loro vengono assimilati acriticamente pregiudizi, stati d’animo, e persino viscerali avversioni, sulla base di vere e proprie fabulae, e veri e propri miti, messi ad arte a giro in libri, giornali ed anche in vari siti telematici da chi ha interesse a nascondere e a travolgere la verità.

Da diverso tempo, infatti, vi sono varie persone – perlopiù legate all’Innominato gianicolense, ma anche altre non direttamente connesse con lui – le quali si fanno un dovere di sminuire e denigrare il Risorgimento d’Italia, avvenuto dopo un più che millenario asservimento e decadenza. Vi è chi sostiene che il Risorgimento italiano fosse il risultato della manipolazione e dell’ingerenza politica di una potenza straniera come l’Inghilterra, e della Massoneria inglese, arrivando persino a fare l’apologia delle insorgenze sanfediste di fine Settecento, e del banditismo filoborbonico e filoclericale del Meridione d’Italia nei decenni dopo la garibaldina Impresa dei Mille. In anni più recenti si son visti persino prelati e dignitari della potenza straniera d’Oltretevere sostenere, con spudorato stravolgimento della verità, essere il nostro Risorgimento, e l’Unità d’Italia, frutto dell’azione proprio della chiesa cattolica. Tutto ciò è semplicemente falso, e sarebbe perfettamente possibile dimostrarlo persino storicamente, a partire dagli eventi che sin dal Settecento prepararono il nostro Risorgimento. Forse un giorno sarà concesso di mostrarlo, e di rigorosamente dimostrarlo. Anche su questo temerario blog.

Ma quello che sfugge ai molti che in buona o pessima fede aderiscono alla “teoria del complotto”, o che si fanno morbidamente sedurre dal “trasbordo ideologico inavvertito” – cavalli di battaglia, sempre alla bisogna disponibili, dell’integralismo curiale della potenza straniera d’Oltretevere – è proprio la natura spirituale, e con essa la ragion d’essere del sorgere e dello svolgersi del nostro Rinascimento prima, e del Risorgimento poi. Natura e ragion d’essere di esso della quale la conoscenza fu riservata ad una ristretta élite iniziatica di cerchie di origine rosicruciana. Tali cerchie – che nulla, proprio nulla, avevano a che fare con la Massoneria inglese o col clericalismo curiale – operarono efficacemente con la loro influenza occulta all’interno della Carboneria, della mazziniana Giovine Italia, della Massoneria italiana, prima che questa desse luogo alle future degenerazioni. All’influenza di tali cerchie rosicruciane – e soprattutto alle loro élite – allude Rudolf Steiner nel suo far riferimento allo scritto di Giosue Carducci, in quale ebbe in qualche modo contatti diretti, e documentati, con esponenti di tali élite. Alcuni membri della mia famiglia fecero parte di tali cerchie, e qualcosa come una eco ne è giunta sino ai discendenti. Ma questa è un’altra storia.   

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Immagine dell’articolo: Ritratto di Dante Alighieri scoperto il 21 luglio 1840, nella cappella di Santa Maria Maddalena, al Bargello di Firenze, in seguito agli scavi voluti e finanziati dal barone inglese Sir Seymour Stocker Kirkup (Londra 1788 – Livorno 1880), pittore e bibliofilo inglese, grande studioso di Dante ed amico di Gabriele Rossetti, che visse quasi tutta la vita tra Firenze e Livorno. Secondo la testimonianza del Vasari il dipinto era di Giotto.

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