EKAGRATA E BASTA (di F. Giovi)

tiroarco

Appoggio subito, sul tavolo, le mie carte: cinicamente sfruttando la vostra illimitata generosità, saltabecco, come è evidente, sempre con gli stessi ringhi e ululati. Ottima scusa per dimostrare che sono sorpassato, che il mio tempo è finito, che il discreto credito avuto in dote s’è consumato. Poi mi giungono, davvero inaspettati, messaggi fin troppo buoni. A qualcuno rispondo, ad altri no: puro arbitrio. Ma non è questo il punto: è che mi costringono a rifarmi serio su una tra le poche cose che non sono mai state uno scherzo,dove la baldanza è scarsa e i balbettamenti tanti.

Solo Scaligero è stato capace di ripetere una cosa mille di quelle volte, rinnovandola ogni volta. Non è stato certo una sorta di chiodo fisso. Egli sapeva, in trasparente chiarezza, quanto sia difficile, per l’anima umana, cogliere la sfida del percorso interiore diretto, quello che passa dalla mortalità corporea allo Spirito vivente. Tentare la “scalata in diretta” è realmente la cosa più difficile. Volerla è anche cosa da matti.

Credo anche che siano pochini quelli che superata la miseria delle parole, del saputo, dei facili stati d’animo, hanno picchiato chiodi nel granito e agganciati moschettoni e corda metro dopo metro con freddo ardore, per decisione e disciplina: incuranti del prima e del poi. Poi, se questa impressione è sbagliata, meglio così, non vi pare?

Già: passare dal sentirsi corpi senzienti e pensanti a Spiriti viventi è una salita terribile, impossibile: bisogna farsi tanto cattivi da giungere alla radicalità del delitto: togliersi la calda vita dopo aver preparato il gesto per lunghissimo tempo. Semplice? Sì, semplice anche questo: si taglia il cordino e tutto quello che si è cade nel vuoto. Permane solo ciò che non può mai cadere. Anche prima c’era ma nessuno sapeva che ci fosse.

I monti alti hanno, di solito, tante vie, e comprendo bene come ognuno segua quella che sembra più accessibile alle sue forze. Non entro nel merito di tali scelte, spesso obbligate. Quindi, se parlo di una non escludo le altre. Però, se possibile, fate che ciò sia, nel giudizio, un tantino reciproco. Non escludetemi a priori.

Ora passo, imperfettamente, a soffermarmi su una apparente contraddizione per la quale un amico sconosciuto mi ha inviato un messaggio con un bel punto interrogativo.

Tutto verte sul significato di una parola…ma va ben oltre la parola, anzi investe tutta la téchnē della via diretta.

Ridotta come un dado per il brodo la domanda è questa: “Ho letto nelle lettere a un discepolo che vengono stampate mensilmente dall’Archetipo, come più volte Scaligero indichi, come atto di base, “l’ekagrata assoluto”, mentre all’inizio del XIII capitolo del suo libro Dallo yoga alla rosacroce scrive che tra l’ekagrata e la concentrazione attuale la differenza è determinante”. Il messaggio è più lungo ma credo che il nodo centrale sia ciò che ho riportato.

Bene, iniziamo dal significato di ekâgrata: è confortante che le varie traduzioni non si discostino troppo tra loro e quella che mi piace di più è “la capacità di focalizzare la mente su un oggetto senza distrazioni per lungo tempo”. Tutto qua. Il bello o brutto dei termini antichi di lingue lontane è che si prestano a infinite interpretazioni. Forse non andrebbero nemmeno tradotti. Scaligero, come il Dottore, ne fa un uso molto parsimonioso e a ragione: fu attaccato a destra e a manca. Gli uni lo accusarono di essere un orientalista traditore, gli altri di voler orientalizzare la Scienza dello Spirito (Credo che nessuna delle due fazioni comprendesse i suoi scritti: cosa si può capire quando la lettura della copertina o della prima pagina ti manda già di traverso la digestione?).

A mio modesto parere, vista la traduzione riportata sopra, il termine non è per nulla importante. Importante davvero resta il modo dell’operazione.

E i modi sono sostanzialmente due.

Scaligero scrive che bisognerebbe conoscergli entrambi per ravvisare la divergenza.

E, a mio parere, già qui casca l’asino. A parole è facile condividere la formulazione che dice: “l’ekagrata è una concentrazione passiva, mentre la Scienza dello Spirito indica una concentrazione attiva”.

Ma il problema c’è già prima, poiché la concentrazione è comunque di molto difficile, di molto elusa, e sarei pronto a scommettere che molti tra quelli che credono di farla, non la fanno né orientale né occidentale: mollano prima. Basta e avanza la confusione che c’è ancora tra il primo esercizio (controllo del pensiero) e la concentrazione vera e propria. Poco tempo fa leggevo le stizzite parole di un esoterista per burla che rampognava i reprobi che fanno all’infinito il primo esercizio, intendendo senza alcun dubbio la concentrazione. Questo signor “so tutto”, in ciò identico a tanti “maestrini” bramosi di gridare al mondo la loro ignorante sapienza, parla e straparla, ma non sa dove abiti la concentrazione, né sa cosa essa sia. Del resto i molaccioni, i turdini ed i tardoni (così me li chiamò Massimo), probabilmente non capiranno mai l’esigenza di saturare la cranica psiche e di mollare robusti schiaffoni alle proprie verità da cinepanettone: carenza di “Io” e sovrabbondanza di “ego”.

In alcuni casi non c’è nemmeno la confusione ma la paura di tentare la concentrazione. Non giudico nessuno, esprimo solo una constatazione confermatami dalle castronate che sento da parecchi decenni.

In questo senso le concentrazioni che non sono concentrazioni si fermano un tantino prima che passività e attività diventino una discriminante di reale importanza.

Poiché in ambedue le direzioni occorrerebbe giungere ad una totale polarizzazione percettiva su qualcosa, temporaneamente obliando completamente tutto il resto del mondo, ovviamente includendo in esso il nostro essere abituale.

Solo se ciò viene veramente compreso ci sarà possibile continuare con un discorso concreto.

Eppure il capire come la concentrazione andrebbe fatta, non è poi così difficile ed è pure possibile, con un po’ di fatica in più, quale possa essere il suo significato per l’uomo: basterebbe seguire il percorso logico che, su essa, instancabilmente, Scaligero ci ha fornito. Solo una cosa sarebbe impossibile: ricavare la sua necessità, il suo percorso e il suo senso dall’esperienza limitata alla vita comune: essa (la concentrazione), che può raggiungere lo Spirito, non può essere che dono dello Spirito. Non sorgerà mai dal piccolo caos interiore che si scambia con un reale se stessi. Sapete quante di quelle volte ho inteso Tizio o Caio dire che, in nome della propria libertà, avrebbero trovato da sé la via interiore? Che furbacchioni! Senza dubbio qualcuno è diventato un buon padre di famiglia, ma oltre non hanno trovato mai nulla.

Sul percorso fenomenologico è possibile però distinguere da subito le due tendenze. Generalmente la polarizzazione della coscienza nella via antica (orientale) si avvale in primis di tutte le strategie fisiopsichiche ( posizioni del corpo, respirazione controllata, rilassamento, brevi mantra ripetitivi, ecc.) per giungere ad una mente sempre più calma e inerte in cui l”oggetto” della contemplazione può permanere proprio in virtù della profonda passività del mentale acquietato.

C’è pure da valutare cosa sia “l’oggetto” dell’esercizio, poiché nelle modalità tradizionali questo può essere un qualcosa che persiste stabilmente poiché è parte del mondo fisico-sensibile, come una immagine sacra o un punto lucente. In una corrente moderna si usavano cartoncini ritagliati su figure geometriche colorate poste non lontano dagli occhi. Ancora oggi vi sono antroposofi che guardano la matita, aggiungendovi, con beneficio d’inventario, dei pensieri correlativi…per poi discettare sui cosmici segreti…quelli sì facilmente compresi!

Nella concentrazione “moderna” o “rosicruciana”, all’opposto, si interviene immediatamente con il pensiero su di un tema o sul pensiero/immagine di un semplice oggetto, proprio per non subire il condizionamento della natura fisica e astrale: un pensiero che incessantemente si attiva nell’atto pensante, si ripropone costantemente come atto pensante. Certamente e per lungo tempo pensante “qualcosa”. Pensare senza rappresentazioni è impossibile. Polarizzare l’attenzione del pensiero senza qualcosa che permetta di polarizzarla è impossibile. L’assidua ripetitività dell’esercizio è necessaria poiché sostituisce il fuoco dell’attenzione assoluta che non si è, da subito, in grado di suscitare e reggere. Questa lunghissima collana di “insistenze” rafforza la parte cosciente e volente dell’anima e simultaneamente purifica gli strati di tenebra: scioglie, nodo dopo nodo, le fisime ed i complessi che imprigionano l’uomo interiore.

Di queste ultime esperienze, si dovrebbe comprendere che parlarne è inutile, forse dannoso. Non fosse altro perché: a) la curiosità non è conoscenza ma vizio, b) per ognuno il cammino interiore si configura con una fisionomia plasmata sull’individuo singolo, ossia il nocciolo è unico ma le colorazioni sono infinite e per concludere, vale solo e concretamente solo ciò che viene realmente sperimentato.

Tutto ciò finché il puro atto supera la mediazione del qualcosa e subentra l’esperienza del “più-che-pensiero”, che altro non è che la (dapprima) sconosciuta corrente del Volere, quella che un tempo fu chiamata Kundalinî, che fluisce in tutta la sua luminosa potenza, non più dalla radice corporeo-sottile ma dal pensiero vuoto di sé. Questa è esperienza, prima deducibile,a volte intuibile. Ma tra la deduzione e l’esperienza vi è un fosso che chiacchiere e filosofia non colmano: alla realtà sensibile si aggiunge un cosmo tremendamente più vasto e possente: è il cosmo della vita che suole essere definito come mondo eterico. Generalmente esso si dà come esperienza del corpo eterico dell’uomo, poi può allargarsi nell’infinito.

Lungo il tracciato che va dall’evanescente pensiero comune alla fioritura del Pensiero-Luce o vivente, vi sono atteggiamenti dell’anima (nel senso dato dal dott. Colazza) che devono essere tentati, coltivati e realizzati. Essi sono importanti quanto l’esercizio in sé.

Ho già citato il primo di essi che consiste nell’affrontare immediatamente le immagini ed i pensieri stabiliti volitivamente. In negativo ci si spiega meglio: ci si siede e ci si lancia: senza dare attenzione alla postura, ai rilassamenti…insomma a tutte le false esigenze dell’individuo psico-fisico, senza preoccuparsi se l’anima è a posto o fuori posto: si inizia dal pensiero e basta!

Un secondo atteggiamento importante è quello di coltivare, adialetticamente, l’idea o l’impressione che il pensiero (i pensieri) che si fanno incedere, voluti, nella coscienza, sono assolutamente indipendenti da qualsiasi altra cosa, cioè dagli stati d’animo, dalle situazioni contingenti, da qualsivoglia disturbo o distrazione esteriore o interiore: si aspira a percepirli come una realtà che si regge su se stessa: reale e bastante non meno di un qualunque oggetto dell’esperienza del mondo fisico.

Accenno di sfuggita al Silenzio. Esso è importantissimo, ma dal punto di vista di queste righe, si può dire che, se l’esercizio è corretto, il silenzio è un effetto progressivo. Poi può diventare molto di più.

Se l’esercizio si fa profondo, altra tappa importante (e indicata da Scaligero) è il mutamento che avviene nei confronti dell’immagine su cui si convergeva con sforzo: l’oggetto permane, come fosse dotato di propria autonomia. Ciò riflette una modificazione nell’operatore che ha raggiunto una speciale quiete liberatoria poiché ora non è più questione di tensione interiore ma è il puro volere che alimenta l’immagine, lasciando al contemplante il sottile e decisivo onere di mantenersi al livello nel quale la volontà non è impedita dal personale senso di sé che è sempre una ricaduta nella corporeità. Immaginativamente parlando, si è aperto un varco o canale tra la zona metabolica e la testa: il compito dell’operatore è solo il mantenimento di rotta, non permettendo alcuna interferenza del sé riflesso nello svolgimento dell’operazione.

Ho trovato, come via più “facilitata” per questo livello dell’opera, un grande aiuto dalle concentrazioni meditative che Scaligero ha dato in Meditazione e Miracolo…ma non è mai la sola tecnica che può produrre qualcosa: occorrono attenzione intensa e prolungata e dedizione, dunque la palla torna sempre al soggetto, in questo genere di lavoro l’ex opere operato non esiste.

A molti importa molto e a ragione, quale destino abbia, in tutto questo, il sentire. In effetti può sembrare che la forza dei sentimenti sia stata dimenticata. Prevengo le obiezioni: ciò è vero, ossia non è stata “dimenticata” ma messa a tacere. A ragione! Non sarebbe sano che una matita o un bicchiere pensato fossero oggetto di passioni. In tale senso vi è una parte del tragitto che dovrebbe sostenere la fredda luce del pensiero non ancora svincolato: il risveglio del volere esige una temporanea morte del sentire (ricordatevi che stiamo parlando di frazioni eccezionali di tempo). Eppure, da questo sacrificio nasce un sentire ben più profondo: dalla dedizione nasce la devozione e la concentrazione profonda diventa un tutt’uno con la preghiera più pura che sorge dal cuore. Elementare! Quando la testa si svuota per eccesso, al cuore viene tolto l’ostacolo principale. Si sente che è nella natura vera dell’anima adorare il Divino, che risponde. E se ciò vi sembra troppo poco passate pure ad altro articolo.

Il metodo antico, passivo, era lecito finché l’uomo era in possesso di una virtù edenica, originaria, sostanzialmente identica allo Spirito che si attendeva e permeava l’asceta. Ora, almeno per gli occidentali, ciò di solito porta a condizioni che si esprimono sotto il livello di veglia. Queste possono facilmente condurre a orge di visioni, come successe a rami laterali della Golden Dawn oppure, se si è fortunati, al sonno.

Il metodo moderno, attivo, è per l’uomo contemporaneo che ha subito una conversione delle forze che bollono sotto la desta coscienza, cioè libere come potenze d’animalità, esse insidiano e continuamente giungono a subordinare persino il suo “senso dell’io”. Per questo tipo d’uomo diventa urgente e necessaria una “presa diretta”: essa può provenire solo dal pensiero che in sé, è sovrasensibile. Virtualmente indipendente dai guasti…che non si vedono poiché fanno da padroni nella coscienza comune.

Poi il termine in sé (ekâgrata), come avevo scritto, può essere solo un termine e magari anche venire usato per indicare la capacità di “tenere” con intransigente attenzione l’oggetto della concentrazione, che non è mai solo oggetto ma movimento continuo di pensiero.

Per terminare la mia predica, ricordo il primo capoverso della prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione Interiore: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Se, con vivo pensiero, percorrete interamente questa semplice e breve meditazione, avrete accolto nell’anima (niente di meno che) tutto il percorso verso la realtà dello Spirito.

 

FRANCO GIOVI

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