CONCENTRAZIONE : LOTTA CONTRO IL SONNO E LA MORTE

PLATONE ACCADEMIA

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Qui agnoscit mortem, cognoscit Artem!

Il nostro terribilissimo lupaccio tergestino, Franco Giovi, con un suo articolo, intitolato appunto Ekagrata e Concentrazione, ci propone una volta di più – con la diligente mediazione della nostra Savitri, e con una sua risposta ad un lettore sull’ultimo numero de L’Archetipo, che più chiara e calzante non poteva essere – una serie di pensieri sulla Concentrazione. È vero che solo Massimo Scaligero era veramente capace di ripetere sempre di nuovo e sempre in novella forma la mirabile fiaba – fiaba sempre vera – della resurrezione del pensiero dallo stato di morte cui lo costringe l’anemico stato di coscienza riflesso di un’anima prigioniera di un corpo, di una psiche pallidamente cosciente, schiava dei sensi e del sistema nervoso centrale, e soprattutto del cervello.

Ma conviene, a noi pure, ritornare instancabilmente sul tema della Concentrazione, sulla sua radicalità, sulla sua unicità, sulla sua assoluta necessità, e infatti Franco Giovi, terribilissimo lupaccio tergestino, ritorna con indefessa pertinacia e con ostinata insistenza, da taluni ritenute fastidiosamente inopportune, per non dire addirittura importune, ma che invece sono, a mio modo di vedere, assolutamente necessarie in questa epoca di voluta babelica “confusione delle lingue”, e di freddamente programmato “trasbordo ideologico inavvertito”, al fine di sottolineare la centralità della Via del Pensiero e della Concentrazione, come ce le ha indicate – e come ce le ha iniziaticamente trasmesse – Massimo Scaligero per la pratica individuale solitaria e per quella individuale fraternamente attuata insieme nel silente e austero Rito della meditazione in comune.

E siccome noi cattivissimi lupacci etruschi siamo piuttosto dispettosi, anche io, che lupaccio cattivissimo indubbiamente sono, dispettosissimamente insisto – certamente con molta minor grazia ed abilità del lupaccio tergestino – su tale assoluta centralità e necessità della pratica ascetica della Via del Pensiero e della Concentrazione, così subdolamente e surrettiziamente avversate da coloro che – non fosse altro per la gratitudine da essi dovuta al Maestro – meno di tutti dovrebbero.  

Già Platone aveva messo in evidenza lo stato di abiezione dell’anima reclusa nella prigione somatica. Infatti, egli iniziato ai Misteri eleusini, e – a parere non solo mio – anche a quelli orfici e al pitagorismo, affrontando il problema dell’immortalità dell’anima mostra la difficile – oggi addirittura disperata – condizione dell’uomo caduto da una condizione edenica di “sovrana grandezza”, come la definisce Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore, all’attuale devastata condizione. Il corpo come “tomba” e “prigione” dell’anima: σῶμα-σῆμαsôma-sêma, dicevano, appunto, gli Elleni. Naturalmente – osserva sempre Massimo Scaligero – se di quella paradisiaca condizione edenica l’uomo fosse stato signore e autore, certamente da essa egli non sarebbe mai decaduto. E invece da essa, che era dono degli Dèi nella sua luminosa infanzia spirituale, egli è decaduto, e nella sua sciagurata – o “felice” e  “fortunata”, a seconda dei punti di vista – caduta, egli è stato, peraltro senza venir consultato prima, letteralmente precipitato in un baratro antispirituale. E – sia detto senza infingimenti, e senza edulcorare minimamente la poco gradita diagnosi – egli rischia ora una nuova, veramente infausta questa volta, caduta, la quale rischia per lui di rivelarsi irreversibile: quella possibile caduta nel subumano della quale parla apertamente Rudolf Steiner nelle ultime pagine delle sue Massime Antroposofiche

Platone ritorna varie volte sull’aspro e scabroso tema della primordiale caduta, così fatale agli umani. Vi ritorna – facciamo per una volta contenti i filologi con l’indicazione delle fonti – nel Cratilo, 400c, nel Fedone, 61e-62c, nel Gorgia, 493a, nel Fedro 249d-256e, nella sua immortale Republica, IX, 586. Al nostro scopo, ci è sufficiente leggere quanto Platone scrive nel Cratilo – e non è senza importanza ch’io abbia scelto di citare proprio da questo suo dialogo. In esso leggiamo:

«Dicono alcuni che il corpo è séma (segno, tomba) dell’anima, quasi che ella vi sia sepolta durante la vita presente; e ancora, per il fatto che con esso l’anima semaínei (significa) ciò che semaíne (significhi), anche per questo è stato detto giustamente séma. Però mi sembra assai piú probabile che questo nome lo abbiano posto i seguaci di Orfeo; come a dire che l’anima paghi la pena delle colpe che deve pagare, e perciò abbia intorno a sé, affinché sózetai (si conservi, si salvi, sia custodita), questa cintura corporea a immagine di una prigione; e cosí il corpo, come il nome stesso significa, è séma (custodia) dell’anima finché essa non abbia pagato compiutamente ciò che deve pagare. Né c’è bisogno mutar niente, neppure una lettera»Cratilo, 400c, in Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 213-214. 

L’essere umano si adagia nella prigione corporea in uno stato di vero e proprio tramortimento. Ed è oltremodo significativo che termini come “tramortimento” e “tramortito” siano parole connesse alla parola “morte”. Così come a “morte” – fisica e spirituale – è connesso il “sonno”: anchesso fisico o spirituale. E conviene ben meditare le parole iniziali (Inf., I, 1-7) di quella Comoedia del nostro Dante, che Giovanni Boccaccio per primo definì “divina”:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte.

In effetti, la caduta nella prigione somatica equivale veramente ad una morte rispetto alla realtà spirituale, per cui è giustificata l’equivalenza orfica e platonica tra corpoprigione, e tomba. Platonici, orfici e pitagorici, inoltre, facevano una equivalenza assoluta tra “sonnoobliostordimento, e morte. La medesima equivalenza la facevano, nel loro “linguaggio segreto”, i Fedeli d’Amore: Guido Guininzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, Cino da Pistoia, Francesco da Barberino, e Dante Alighieri, E sempre il nostro amato Dante ai sopracitati versi aggiunge (Inf., I, 10-12):

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Già nel linguaggio comune usa dire, che un essere umano all’estremo delle forze  viene sopraffatto dalla stanchezza, trova difficile il rimaner sveglio, ed è “morto di sonno”. Anche di chi è poco “intelligente”, e poco “accorto”, usa dire che nella vita è poco “sveglio”, e che è “morto di sonno”. Dormendo, nel sognare, non si percepisce la realtà fisica circostante, e le immagini del sogno hanno un carattere alquanto illusorio. E sempre nel linguaggio comune, a chi, pur sveglio, insegue idee illusorie ed elabora pensieri errati, usa dire: «Ma tu sogni!».

Il seguir da svegli “sogni”, e idee illusorie, non è certamente una condizione sana dal punto di vista mentale e spirituale. E a chi a livello sensibile o sovrasensibile insegua una malsana condizione sognante, condita di idee illusorie varie, nonché da languidi e soavi sentimenti, l’antichissima sapienza partenopea crudamente pronuncerebbe, a mo’ di cruda diagnosi, le parole: «Don Ciccillo, ma vui pazziate, eh!».

Vi è anche un’altra particolare condizione: non sempre i sogni possono essere piacevoli, e talvolta possono trasformarsi in veri e pochi incubi. E colui che si rende conto che sta sognando e che quel che nel sogno vive è un incubo, può fare lo sforzo di svegliarsi. Ma deve volere svegliarsi, e la cosa può risultare difficilefaticosa, e talvolta dolorosa. Quando qui detto vale sia per il sogno del sonno notturno, sia per il sognare del sonno della vita. Perché la vita della maggior parte degli umani è un letargico dormire, e il loro stato di coscienza abituale è davvero un piacevole o doloroso sognare.

Nel sognare notturno, si è coscienti delle immagini del sogno, ma non della magica attività della nostra anima creatrice delle immagini sognate. Ma la stessa, stessisima, cosa avviene nella vita di veglia: gli umani sono coscienti delle immagini percepite, ma nulla sanno del magico atto del percepire che fa sorgere quelle immagini; gli umani sono coscienti dei pensati che appaiono sul palcoscenico della loro coscienza – anche se spesso, più che pensieri, sono (come direbbero i Futuristi del primo Novecento) “parole e immagini in libera uscita” – ma nulla sanno di quel pensare che invera quei pensati nella loro pallida ed esangue coscienza.

E come i sogni del sonno notturno possono tramutarsi in angoscianti incubi, altrettanto in dolorosi, angoscianti, e disperanti incubi possono tramutarsi quei “sogni”, creduti “reali”, che gli umani chiamano “esperienze della vita”. Nell’incubo del sonno notturno occorre fare un intenso sforzo di volontà per sottrarsi ad esso, per dissolverlo, e infine svegliarsi. È evidente – o dovrebbe essere evidente – che l’importante è proprio lo svegliarsi, e non il tramutare l’angosciante incubo in un piacevole sogno, perché le piacevoli immagini del sogno possono sempre nuovamente ritornare ad essere le ossessive immagini di un insopportabile incubo. Lo stesso dovrebbe accadere nella vita, ovvero voler compiere lo sforzo di svegliarsi. Ma perlopiù così non è, o molto raramente così è: persino negli ambienti sedicenti spiritualisti!

L’essere umano nella consueta vita – che “vita” davvero non è, ma solo la consunzione di un lento morire – è immerso in uno “stordimento”, in un “sonno”, in un “oblio” letèo, ossia letale, che nelle tradizioni d’Oriente – in particolare nell’Induismo, e nel Buddhismo – viene chiamato avidyânescienza o ignoranza, la radice di tutti i mali. Nel Buddhismo, tale stato viene addirittura definito come “stato di ebrezza”“mania”“follia”. Le male figlie di questa nescienza o ignoranza sono la brama, la paura, l’avversione, e loro inevitabile conseguenza è la dolorosa condizione di questa sciagurata umanità caduta.

Solo che difficilmente gli umani decidono di svegliarsi da un cotale incubo: sotto la spinta della brama, della paura, e dell’avversione, essi si “attaccano”, addirittura si avvinghiano, nello spasmo di un doloroso crampo, al loro incubo. Neppure concepiscono una condizione “diversa”, libera dalla fiaccante consunzione ch’essi credono essere un “vivere”, e che invece è un essere “arsi” dalla mala fiamma di quella che il Buddha Shakyamuni chiama la “sete” di quel nulla, per cui si brama, si odia, si lotta, si gioisce, e si soffre, e che, come avverte Massimo Scaligero nel X capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È il mondo che sfugge ancor più quando si crede di amare o di soffrire, o di bramare o di odiare, perché sono gli stati d’animo e gli istinti in cui l’astrattezza del mondo, ossia la sua irrealtà, si è fatta potenza interiore, sete della vita riflessamente rappresentata e pensata: che è dire assunta nella sua inversione. Onde si crede di amare ciò che è l’imagine della continua perdita di una segreta capacità di amate, e si odia ciò che non risponde all’elemento di brama di questo illusorio amore». 

E, più oltre, nel XIII capitolo del Trattato, Massimo Scaligero, parlando del tramortito stato di sogno e di comatoso sonno  spirituale di quella che l’uomo comune ritiene, errando clamorosamente, essere la sua «lucida coscienza di veglia», e della irrealtà dello scenario sensibile – irreale, perché non penetrato coscientemente nel suo fondamento, e perché non viene avvertito il momento genetico della sua percezione – ammonisce:

«Perciò si pensa il nulla: che, soltanto dopo la morte, si vedrà come il nulla, che si è creduto di percepire, che si è pensato e per cui si è gioito e sofferto. Ma è il pensare il giore e il soffrire il cui l’Io comincia, sia pure ottusamente, a operare».

Appunto, solo dopo la morte  la irrealtà di quel mondo bramato, temuto e odiato,  la si vedrà come il nulla, come la grande illusione, la menzogna che avvelenava la nostra visione e paralizzava la nostra volontà.

Esattamente come nell’incubo notturno, che ci opprime e che è così difficile e doloroso dissolvere. Se come scrive Massimo Scaligero, la morte dissolve questa perniciosa e letale illusione, allora perché aspettare la morte biologica, con tutto il suo devastante irrompere, quando – secondo quanto ammonisce tutta la tradizione platonica, e quella ermetico-rosicruciana – si può «morire prima di morire»«morire al mondo»«morire al secolo», e realizzare l’indipendenza radicale, dello Spirito, dell’Io, dalla tombale prigione corporea?

Si può dissolvere l’incubo notturno, che ci opprime nel sonno, e  si può dissolvere l’incubo – perché tale è agli occhi di chi lotta per il risveglio spirituale – dello scenario sensibile, e della prigionia corporea. Ma non ci si “sveglia” dall’incubo della vita senza sforzo, e non si compie lo sforzo di combattere una così malsana condizione senza coraggiocoraggio di voler conoscere – “vedere”, perché questo è il senso originario della parola sanscrita vidyâ, “conoscenza”, parola imparentata con le parole latine visiovideo, e vidère – una verità che, appunto, ancora non vediamo. Nel Nobile Ottuplice Sentiero, indicato dal Buddha Shakyamuni, vi è sammâ vâyâma, ossia il “retto sforzo”, che deve accompagnare costantemente la “retta azione”. Nella Via del Pensiero, e nella Concentrazione, indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero, è esattamente la stessa cosa. 

Questa «morte filosofale» – mors philosophorum, come la chiamerebbero i platonici antichi, e quelli del nostro Rinascimento – è, come ogni morte, un separare l’anima dal corpo, ma da questa «morte filosofale» non consegue la corruzione, la decomposizione, e la disgregazione del corpo fisico, che invece permane inalterato. Piuttosto, sono l’Io e l’anima che sperimentano, prima della morte fisica, da vivi quello stato di coscienza, che normalmente l’essere umano sperimenta solo dopo la morte del corpo. Si può, dunque, «morire prima di morire, senza morire», ma ciò che ostacola l’inverarsi di questa molto auspicabile «morte», è la paura paralizzatrice della volontà: quella che, nel Majjhima Nikayo, il Sublime chiama il «terrore-spavento». Devo questa preziosa indicazione a Massimo Scaligero. 

Questo «terrore-spavento», figlio di «ignoranza» e di «brama», genera a sua volta una esiziale «avversione» nei confronti della Concentrazione. A questo proposito, molti si fanno le più varie illusioni, e per non confessare a se stessi paura e avversione, rivestono di molta dialettica tali paura e avversione. Ma esse restano tali, e il fondo dell’anima non si lascia ingannare dai molti discorsi, che voorebbero agire come un narcotico nei confronti di essa.

La contraddizione è che gli umani, durante l’esistenza fisica, nella loro ottusa ignoranza, spinti dalla sete, dalla brama, da un selvaggio attaccamento alla degradante e avvilente prigione corporea, cercano la vita – quella lenta consunzione che, illudendosi, credono essere vita – e, invece, trovano la morte. Al contrario, gli innamorati cercatori della Sapienza, cercano la morte – la «morte filosofale», beninteso, e non quella corporea – e trovano una vita immortale. È quel che afferma il nostro Marsilio Ficino in una delle sue mirabili Epistolae:

«Conosci te stessa, o schiatta divina vestita di mortal veste; spoglia, di grazia, te stessa, separa quanto puoi, e quanti ti sforzi, separa, dico, l’anima dal corpo, la ragione dall’affetto dei sensi. Vedrai tosto, dismesse le brutture terrene, un puro oro e, scacciate le nubi, vedrai un lucido aere, e allora, credi a me, rispetterai te stessa come un raggio sempiterno del divino Sole».

E, a conferma di quanto scrive il Ficino, possiamo leggere quanto a proposito della «morte filosofale», scrisse, oltre 2300 anni fa, lo stesso Platone, che trascrivo dal Fedone, in Platone. Tutti gli scritti,  trad. a c. di  Giovanni Reale, Bompiani, Il Pensiero Occidentale, I ediz., Milano, 2000. Riporto i riferimenti per aiutare gli amanti della Sapienza, e per non farmi brontolare dai filologi, ché di leticare  anche con loro non ho davvero punta voglia !

«E allora, non è evidente, innanzi tutto, che il filosofo, diversamente dagli altri uomini, per quanto riguarda questo genere di cose, cerca di liberare l’anima dal corpo, quanto più gli è possibile?». Fedone 64 E- 65 A, p. 77.

«E la purificazione, come è detto in un’antica dottrina, non sta forse nel separare il più possibile l’anima dal corpo e nell’abituarla a raccogliersi e a restare sola in sé medesima, sciolta dai vincoli del corpo, e a rimanere nel tempo presente e in quello futuro sola in sé medesima, sciolta dal corpo come da catene? […]

E non è forse questo che noi chiamiamo morte, cioè lo scioglimento e la separazione dell’anima dal corpo? […] E a scioglierla, come dicevamo, desiderano ardentemente, sempre e soli, coloro che esercitano filosofia in modo retto? E precisamente è il compito dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo. O no?». Fedone, 67 C, p. 79.

Naturalmente, questa “purificazione”, kàtharsis, e la mors philosophorum, la platonica ed ermetica «morte filosofale», non sono un giuoco, uno scherzo, o una gradevole passeggiata, non sono cosa che riguardi l’asettica accademica erudizione universitaria, ovvero, come ammonisce l’ottimo Arturo Reghini, «non sono cosa da prendere a gabbo»: sono il frutto di un interiore agire eroico, di uno sforzo assoluto – quel «retto sforzo», assolutamente necessario, del quale parla il Buddha Shakyamuni nel Nobile Ottuplice Sentiero – sforzo che coinvolge l’intera vita dell’anima, e a render possibile il quale deve essere orientata, in ogni suo aspetto, anche l’intera vita esteriore del discepolo dell’Iniziazione. 

Occorre volersi risvegliare, dall’incubo, dissolvere l’illusione, rompere le catene di un abietto servaggio, abbattere la prigione. Occorre volere uscire dalla consunsione, mettere fine al deliquio, ritrovare intatta la forza dell’Io, conquistare conoscenza, verità e libertà. Altrimenti, nulla nella vita ha senso e, se non ci si narcotizza da soli, si giunge alla disperazione.

Abbiamo avuto modo di vedere su questo temerario blog come la disperazione possa essere oltremodo preziosa per il sincero cercatore della Conoscenza liberatrice. Perché non permette di barare con se stessi. Massimo Scaligero – l’ho riferito più volte – indicò ai giovani della mia città le qualità dell’anima, e la tensione interiore, necessarie per giungere alla mèta: «Voi dovete essere instancabili e disperati: dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Dalla lucida disperazione nasce il coraggio, e dal coraggio l’instancabilità. La lucida disperazione, che non sa che farsene di comode approssimazioni o di illudenti e consolanti surrogati, porta a scegliere la Via dell’Io, dello Spirito, oltre l’anima: la Via del Pensiero e la Concentrazione. 

Solo chi è lucidamente disperato, sa anche essere veramente coraggioso, e la coscienza realistica che non vi sono alternative alla Via eroica, alla Via dell’Io, rende instancabili: genera forze, che non si dissolvono – come nel languido misticismo delle cosiddette vie dell’anima – alle prime difficoltà, e permettono, invece, di superare vittoriosamente le situazioni più distruttive, e anche le più disperanti. Perché lo Spirito non può non travolgere i limiti oppostigli dalla materia, dalla natura caduta. «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero!»ci diceva sovente Massimo Scaligero. 

«Sonno» e «morte» hanno, dunque, un significato completamente opposto per l’uomo comune e per il Saggio, per l’Iniziato. È quel che afferma anche un antico testo di ascesi guerriera, la Bhagavad-gītā, II, 69., che per far felice il mio amico M., verrà citato nell’originale sanscrito:

Yā niśā sarva-bhūtānāḿ,

tasyāḿ jāgarti saḿyamī.

Yasyāḿ jāgrati bhūtāni,

sā niśā paśyato muneḥ.

In questi versi, il Supremo, Shri Krishna, afferma che:

«Ciò che per tutti gli esseri è notte, è veglia per colui che è signore di sé, e ciò che per loro è veglia, non è che notte per il saggio che vede».

La Bhagavad-gītā è un testo di ascesi “guerriera”, di ascesi “eroica”, perché incita a lottare contro il sonno della coscienza e lo stato di morte dell’anima: anima normalmente bramosa di sonno e di morte. Ed è lo stesso impulso “eroico”, la stessa “idea-forza” di tutta lopera di Massimo Scaligero sin da quando, alla fine degli anni cinquanta dello scorso secolo, egli pubblicò – in seguito ad un «atto dimperio del Mondo Spirituale, e non per una sua iniziativa personale», come in un colloquio egli stesso mi disse esplicitamente – lAvvento dell’Uomo Interiore, ove nella seconda di copertina appose, come sintesi di tutta la sua futura opera di Istruttore spirituale, le seguenti parole, da vari amici meditate per decenni:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo.Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente , oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno , che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno , è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Massimo Scaligero ci ha fatto dono di quanto fu per lui frutto di un lungo e aspro lottare, nel quale egli, da vero “asceta-guerriero”, volle chiedere inesorabilmente alla propria volontà, oltre ogni limite umano, oltre ogni limite della sua personale natura. Egli fu esploratore e pioniere in una landa selvaggia, e in tempi difficili. Col suo operare aprì a noi un Sentiero nella foresta, e una Via che sta a noi coraggiosamente percorrere, donando ogni nostra forza alla Concentrazione, alla Meditazione, al silente Rito della redenzione del pensiero.   

Certo, la Via indicata è dura e aspra, ma non meno dura è oggi la vita individuale e sociale, mentre in quella autentica barbarie che oggi chiamiamo con fatuo orgoglio “civiltà”, stiamo ballando, come ubriachi, sull’orlo dell’abisso nel quale l’umanità rischia di sfracellarsi in una irreversibile nuova, e veramente infausta, caduta nel subumano. La Via del Pensiero è oggi – piaccia o non piaccia – la Via radicale: quella che affronta in maniera veramente radicale il male dell’uomo, ovvero lo stato di “sonno” e di “morte” dell’anima, l’ottusa “ignoranza” che ci paralizza nell’incubo della illusoria visione sensibile e materiale del mondo.

L’importante per il discepolo dell’Iniziazione, che voglia cimentarsi nella temeraria, e disperata impresa della redenzione del pensiero, e di resurrezione dell’anima dallo stato di morte al quale essa è costretta, è non perdere il senso dell’urgenza di tale audace impresa, di rendersi conto che – oggi – non vi è altra Via efficace, e che la Via del Pensiero, e la disciplina della Concentrazione, sono la Via – l’unica – più sicura, la più veloce, quella più magicamente potente: l’unica veramente efficace e risolutiva.

E per questo motivo – se si è lucidamente disperati e coraggiosi – la Concentrazione deve essere eseguita, ogni volta, con tutto se stessi, impegnando ogni nostra forza interiore, sino al limite estremo, o almeno tendendo con sforzi progressivi ad una tale mèta. Si deve poter “respirare” l’atmosfera del “pensiero puro”, del “pensiero libero dai sensi”, la cui pratica è – contrariamente da quanto leggemmo in una rivista esoterica – è una disciplina volitiva, tutt’altro che spontanea, intensamente cosciente, anzi dissolvitrice della “spensierata” incoscienza umana, e quindi l’unica veramente superatrice, se portata coraggiosamente sino in fondo, di ogni umano egoismo. Ed è quanto indica Massimo Scaligero a p. 142 de L’Uomo Interiore :

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmina, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Massimo Scaligero, con una chiarezza esemplare, che non lascia alcun spazio a dubbi su ciò che egli voleva dire, indica alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore, quale sia l’ostacolo di fronte al quale si fermano e si arrendono i pavidi, gli incerti, i non risoluti, coloro che non hanno salda volontà, e che non hanno una idea chiara della pericolosità, della fragilità, della precarietà della attuale condizione umana, quale sia la Mèta, e quale, infine, sia l’unica Via che ad essa mena: 

«Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana. […]

Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura: la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce, si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito fondata  dal Maestro  dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a  sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà:   che perciò si manifesta nella forma più  sottile in coloro che, presumendo seguire associativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e materializzano le forme, giun­gendo a codificazioni dogmatiche e ad espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno appello: onde, malgrado la regolarità della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

A questo punto è necessario, purtroppo, constatare e segnalare – e, credetemi, dispiace molto il doverlo fare una volta di più – quelle che appaiono essere alterazioni vere e proprie dell’opera di Massimo Scaligero, così come da lui era stata voluta e realizzata: alterazioni evidentemente volute, che non possono non lasciare molto perplessi coloro che amano l’opera del Maestro. Infatti, dopo che dell’Avvento dell’Uomo Interiore, apparso nel 1959, per la casa editrice fiorentina Sansoni, per ragioni delle quali un giorno forse verranno fatte conoscere, da qualcuno ne era sta impedita la circolazione, Massimo Scaligero, ne rivide l’intero testo, facendovi altresì una serie di aggiunte da lui ritenute necessarie. Il libro apparve nel 1976 per le romane Edizioni Mediterranee, che già avevano pubblicato altri duei suoi testi, ed altri ne pubblicheranno. La nuova edizione apparve col titolo L’Uomo Interiore, ed il sottotitolo – importante e significativo – Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, che fa parte integrale del testo del libro. Ho potuto constatare che ultimamente che questo sottotitolo, nell’edizione del 2012 e, presumo in eventuali ristampe successive, è scomparso. Nulla giustifica un tale cambiamento, tanto più che l’opera è la semplice ristampa anastatica dell’edizione del 1976. 

Un altro discutibile “aggiornamento” – a mio personale giudizio – lo troviamo nella quarta di copertina. Massimo Scaligero curava i suoi libri sin nei minimi particolari, e – per esempio – per i testi apparsi nelle Edizioni Mediterranee, egli scriveva sempre personalmente persino la sintesi del libro che appariva, appunto, nella quarta di copertina. Come, del resto, è evidente a chi, come il sottoscritto, quelle mirabili parole abbia meditate per decenni. Ora, nell’ultima edizione, questa sintesi meditativa appare monca della prima parte di tale presentazione. Non si vede ragione alcuna che giustifichi una tale evidente alterazione del pensiero e della parola di Massimo Scaligero. Per cui, ho deciso di riportare questa presentazione, così come essa appariva nella quarta di copertina dell’edizione originale del 1976, in modo che chi non possegga la prima edizione possa integrare questa parte nella nuova pubblicazione. La prima parte di essa, mancante nell’ultima edizione, viene evidenziata in colore diverso rispetto a ciò che la segue:

 «L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile.

Il tema del presente libro è antico e attuale quanto l’uomo. infatti, l’Autore propone in esso una via per ritrovare, come uomini moderni, il segreto dell’antico Yoga, quello autentico, per realizzarne l’elemento di perennità che esige in ogni tempo il rinnovarsi tra umano e Superumano. Egli presenta, così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi, oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore.

Superare le illusorie, anche se dialetticamente smaglianti, vie allo Spirituale, pervenire come cercatori a una reale sincerità con se stessi, che dia modo di ritrovare in se stessi il principio della Forza che si cerca fuori di sé: tale è la proposta del discorso sull’uomo interiore. il senso del libro è appunto questo: viene mostrato come, grazie all’idonea disciplina, scatti nella coscienza l’elemento originario dell’azione interiore, la forza-pensiero.

L’opera si svolge attorno a tre temi principali: l’immaginazione creatrice, alla quale si perviene mediante la pratica della concentrazione e della meditazione; l’ascesi della percezione sensibile, che permette di sperimentare il sovrasensibile nel mondo della percezione; infine, la contemplazione, arte della quale è data una dettagliata descrizione pratica nei suoi diversi momenti». 

Che tutte le parole di Massimo Scaligero abbiano una importanza decisiva per chi si consacri al Rito della Concentrazione e all’Arte del Meditare, risulta esplicitamente da quanto egli stesso scrive sempre nella breve presentazione biografica nella quarta di copertina:

«I libri da lui scritti non hanno funzione espositiva o informativa, ma unicamente formativa, in quanto organizzati in modo che i testi, ripercorsi dal pensiero del lettore, sollecitino in lui le forze interiori di cui parlano».

Che poi è esattamente ciò che Massimo Scaligero scrive nella prefazione del Trattato del Pensiero Vivente, presente – per fortuna – in tutte le edizioni: 

«II presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza inte­riore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa».

O le parole che, come necessaria avvertenza Massimo, Scaligero pose, già nel 1956, all’inizio di Iniziazione e Tradizione

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi – sentono la lniziazione come esigenza assoluta. Una indicazione versa tale esperienza – non una dimostrazione che non dimostrerebbe mai nulla – vuole essere il presente scritto; la cui sostanza è stata curata in modo da non fare appello al moto di un “sapere” che lascia inerte la vita, ma alle forze interiori del lettore, così che possa, l’animarsi di queste, divenire il contenuto a cui si è alluso. Esso esige, perciò, una lettura attenta che segua, senza omissioni, il percorso dei pensieri».

Che dire di più? Per chi voglia svegliarsi dal “sonno” letargico, risorgere dalla “morte” interiore, uscire dalla “paralisi” spirituale, dissolvere la nebbia di un “oblio” ottuso che asserve alla abiezione del servaggio corporeo, parole più chiare di queste non ne conosco. Eppure quanto poco esse, oggi, vengono ascoltate: sovente son da molti dimenticate, o addirittura avversate: persino da coloro che pure conobbero Massimo Scaligero, e che ben sanno quel ch’egli diceva, e soprattutto quel ch’egli voleva. Io posso solo testimoniare quel che Massimo Scaligero disse la sera del 25 gennaio 1980, prima del nostro mensile Rito della meditazione con lui, e poche ore prima che lasciasse lo scenario sensibile. Con parole che non possono in alcun modo essere equivocate egli ci ricordò la radicalità della Via del Pensiero, la centralità della Concentrazione, e quel realismo del pensare, che solo può dissolvere l’infera magia dell’Oscuro Signore. Ci chiese la fedeltà assoluta alla Via, che per tanti anni egli ci aveva generosamente indicata. 

Come diceva, a fine Settecento, un Iniziato: Qui vult capere, capiat! 

12 pensieri su “CONCENTRAZIONE : LOTTA CONTRO IL SONNO E LA MORTE

    • Ringrazia Massimo Scaligero, Caro Prologiov, il mio è solo il giososo dovere di far conoscere la Via che ci fu indicata a chi non la conosce, e di ricordare agli “immemori” la necessaria fedeltà a quanto ci fu donato!

  1. Buongiorno, sono molto contento di poter disporre di conoscenze vere come queste che ci regala Hugo de Paganis; mi permetto di suggerire – per ciò che attiene ai fatti più volte citati circa alcuni “personaggi” – il certamente noto al coltissimo Hugo: non ragioniam di lor, ma guarda e passa…e non per sminuire la gravità di certi comportamenti. Buon proseguimento.

    • Gentile Nicodemo55, La ringrazio delle Sue cortesi parole, e degli elogi che questo lupaccio cattivissimo, nonché ferocissimo predone della steppa – sia detto senza la stucchevolmente dolciastra affettata “umiltà” in voga negli ambienti delle morbidissime “vie dell’anima” – sicuramente NON merita, ma che sforzandosi a più non posso – “regnum regnare docet”, dicevano gli Antichi – e con l’impegnarsi sempre più in acerba pugna, cercherà in futuro di meglio meritare!

      Il Suo consiglio di dantescamente “non curarsi di costoro, ma di guardar soltanto, con silente distacco, e di procedere nel prescritto cammino”, è di per sé giustissimo. MA vi sono situazioni e accadimenti che NON consentono sempre un cotale aristocratico distacco. Ovvero, vi è tutta una mala genìa di “comancheros” dello spirituale, che fanno ampiamente calcolo sul fatto di non avere opposizione nell’impadronirsi, nell’alterare l’Opera di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero. Costoro esigono di poter attuare indisturbati l’intrapresa del più volte descritto “trasbordo ideologico inavvertito”.

      Se un tale “trasbordo ideologico”, vòlto a deviare e paralizzare la Comunità Solare, invece, da inopportuni ed importuni rompiscatoloni viene fatto apertamente “avvertire”, vi è forte il rischio che quello che potremmo chiamare il non dichiarato “utente finale” dell’operazione, ovvero la straniera potenza avversa d’Oltretevere perda molte delle sue amate “pecorelle”, ch’essa è usa a mungere, tosare, e quando ad essa punge vaghezza, farci pure un trasteverino abbacchio scottadita.

      Ora, gli spregiudicati “trasbordatori” non rifuggono, per es., dall’alterare lievemente o pesantemente l’Opera scritta di Massimo Scaligero, e naturalmente, per quanto possibile, inavvertitamente agli occhi di coloro che in maniera commossa e fidente a loro si affidano. Coloro che attualmente ricercano i suoi scritti, specialmente se giovanissimi – dopo quasi quarant’anni dalla sua dipartita nel gennaio del 1980 – possono non accorgersi di tali mendaci ed interessate alterazioni, che invece è bene siano fatte conoscere a tutti coloro che vogliono combattere per realizzare lo Spirito.

      Naturalmente, l’azione di far apertamente conoscere ciò che, per meglio riuscire, vorrebbe operare “inavvertito”, disturba fortemente l’agire degli abili “pupari”, i quali se ne adontano assai, ed attaccano duramente, e con ogni mezzo, gl’insolenti “disvelatori” della loro sapientemente ricamata trama. Di ciò il presente cattivissimo lupaccio, e ferocissimo predone della steppa, ha potuto fare sulla sua pellaccia ampia e personale esperienza, e non ha illusioni di sorta circa le “nobili” (si fa per dire…) intenzioni ch’essi hanno nei suoi confronti. Ma a noi lupacci piacciono assai le lotte, le zuffe, le tempeste di neve.

      Come dice il Buddha Shakyamuni, “nella tempesta è il rifugio”. E la verità!

      Hugaccio,
      cattivissimo lupaccio,
      vagando ognor nella steppa,
      si diletta a frequentar
      la più impresentabile
      lupesca teppa.

  2. La via spirituale può portare ad una più chiara comprensione del mondo e dell’interiorità. Si diviene più desti, e la condizione precedente appare sognante. Si hanno così nuove ragioni per volgere con più decisione alle mete superiori con sempre più forze, come viene cantato, oltre ad altro, in questo saggio articolo.

    A queste importanti dinamiche, in me se ne riallaccia un’altra. Non avendo il pieno controllo delle forze dell’anima, si può tendere allo spirito in modo non adeguato. Ciò è d’altronde naturale, visto che tale pieno controllo delle forze dell’anima e il giusto rapporto con lo spirituale sono molto più una meta che una condizione iniziale. Così si punta intensamente allo spirituale, desiderando lo spirituale. Come prima la volontà era totalmente tesa al sensibile e a scopi terrestri, ci si può sorprendere di portare ora tale tensione anche verso lo spirituale. Almeno fino ad un certo punto, è inevitabile che nel volgere allo spirito si muovano le forze della personalità, si abbia sete dello spirito. Ma esso si tiene a distanza dalla brama, qualsiasi forma essa assuma.
    Occorre volgere allo spirito, ma senza desiderarlo, almeno non nel modo usuale. Si ha qui un enigma, una prova. E’ una questione delicata… per esempio Steiner ne parla ne “L’iniziazione”, nelle prime pagine del capitolo “punti di vista pratici” (fino all’asterisco), dove parla dell’impazienza, del desiderio e della sincerità verso se stessi.

    • Gentile Firemind, in realtà non c’è nessun errore nel “desiderare di realizzare lo Spirituale”. Magari l’essere umano ne fosse capace! Come più volte ci indicò Massimo Scaligero, si tratta di dare al desiderio un oggetto divino: solo il Divino, l’Assoluto, è degno di essere desiderato. E aggiungeva, che il sentire sbaglia sempre quando non sente il Divino.

      Realisticamente, dobbiamo essere coscienti che a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito, l’anima deve essere educata. Anzi: “rieducata” attraverso una vera e propria fisioterapia dell’anima. Perché il lungo servaggio nella prigionia corporea l’ha resa largamente inerte e sorda al richiamo dello Spirito,del Divino. Altrimenti sarebbe semplice: conoscere intellettualmente la verità, sarebbe al tempo stesso realizzarla. Il che non è, perché proprio a causa del servaggio dell’anima, il pensiero intellettuale è morto pensiero riflesso. E senza una fervida ed energica disciplina della Concentrazione il pensiero non esce dal suo stato di morte, e l’anima dal suo paralizzante servaggio.

      È la Concentrazione che educa l’anima a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito. Non vi è altra Via. La Via del Pensiero è la Via vera: l’unica. La Via Regia!

      Hugo de’ Paganis,
      che nell’insonnia notturna,
      si dà ad ascesi diuturna.

      • Sì, sono stato unilaterale. Il tendere allo spirito e l’avere mete superiori hanno certamente grande importanza, da essi si può trarre molto, nei pensieri, nei sentimenti e nelle azioni. In effetti, è proprio una dinamica di cui l’insegnamento si occupa. Per esempio nel pezzo de “L’iniziazione” che ho suggerito (le prime 3 o 4 pagine del capitolo “Punti di vista pratici”) vengono fornite al riguardo indicazioni di particolare importanza (…che d’altronde per il libro in questione non sono certo una rarità). Esse trattano appunto dell’educazione dell’anima riguardo il desiderare lo spirito.

        • Al contrario, gentile Firemind, il Suo commento è interessantissimo, ed offre lo spunto per ulteriori utili considerazioni, che saranno oggetto di una più estesa trattazione in un prossimo articolo, che apparirà su questo temerario blog.

          Hugo de’ Paganis,
          brutto lupaccio cattivone,
          che provenendo dalla steppa,
          farà sempre il rompiscatolone.

  3. Se non vado errato non era stata rimaneggiata anche l`opera “Introduzione alla magia ” delle edizioni Mediterranee?
    Quella originale per caso era “introduzione alla magia quale scienza dell`IO” dell`editore Fratelli Melita?
    O anche quella aveva delle modifiche?0

    • Gentile Mir83, delle monografie di UR-KRUR furono fatte TRE edizioni, a parte le varie ristampe. E’ bene fare un po’ di chiarezza.

      UR, rivista della quale, nel 1927, fu vero fondatore il pitagorico, ermetista e massone Arturo Reghini, doveva essere la continuazione delle sue precendenti riviste ATANOR del 1924, e IGNIS del 1925. A causa delle persecuzioni che subiva dall’imperante Fascismo, che si apprestava a fare il Concordato con la parte avversa d’Oltretevere, Arturo Reghini non poteva apparire come direttore responsabile della nuova rivista, e – per motivi analoghi – neppure il suo amico e sodale Giulio Parise. Per questo motivo, essi furono costretti ad offrire la direzione della rivista al giovanissimo, non ancora trentenne Julius Evola.

      Costui, una volta ottenuta la direzione, decise di fare le cose a modo suo, e – tradendo gli accordi presi in precedenza – come dicono a Roma, si “allargò”, e cominciò ad appropriarsi di cose e contenuti non suoi, ad alterare gli articoli degli altri autori. Sulla rivista apparivano articoli di discepoli di Rudolf Steiner, come il Dott. Giovanni Colazza, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, i poeti Arturo Onofri, Nicola Moscardelli, e Girolamo Comi. Ermetisti e pitagorici come Arturo Reghini, Giulio Parise, Ercole Quadrelli, ed altri autori di varie tendenze. Evola scrisse molti articoli sotto vari pseudonimi.

      Le scorrettezze di Evola portarono ad un conflitto tra lui e Arturo Reghini, che fu tentato di appianare mettendo, nel 1928, nella rivista come condirettori sia Reghini che il suo amico Parise. Ma le scorrettezze di Evola continuarono ed aumentarono, al punto che la rivista si dovette sciogliere – vi un pure un penoso strascico in tribunale – e dette luogo a pesanti calunnie di Evola nei confronti di Arturo Reghini, e persino ad invocare su giornali della Capitale una “adeguata profilassi fascista” nei confronti di lui. Evola fece nel 1929 una sua nuova rivista, KRUR, mentre Reghini tentò di ripubblicare IGNIS. ma dopo l’uscita del primo numero della nuova IGNIS, il questore di Roma impose a tutte le tipografie di impedire in ogni modo l’uscita di un secondo numero. Le persecuzioni contro Arturo Reghini furono pesanti, sino a ridurlo alla fame e in miseria, mentre Julius Evola allegrissimamente se la spassava…

      Gli articoli dei discepoli di Rudolf Steiner su UR 1927-1928 e su KRUR 1929 – come rileva Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – erano obbiettivi rispetto alla sua grandezza spirituale. Ma, in séguito, Evola pubblicò testi come Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo ed altri, nei quali la figura del Dottore veniva descritta in maniera caricaturale, calunniata ed aspramente combattuta. Ciò portò ad una rottura con Giovanni Colazza, che lo giudicò – relata refero audita ex discipulis suis – “un mascalzone”.

      Dop la morte di Giovanni Colazza, avvenuta nel 1953, Julius Evola ripubblicò i testi di UR-KRUR presso la casa editrice Fratelli Bocca di Milano-Roma. Tale edizione apparve nel 1955, col titolo Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, a cura del Gruppo di UR, ma è evidente che vivo Colazza, Evola non avrebbe mai osato l’opera di alterazione dei testi di discepoli di Rudolf Steiner, testi dai quali, invece, fu tolto ogni riferimento al Dottore, oltre ad alterarne pesantemente forma e contenuti. Fu un’edizione largamente alterata rispetto ai fascicoli originali. Quella di Evola fu un’opera di “taglia-cuci”, “copia-incolla”, secondo il suo arbitrio.

      In tale edizione, dopo aver criticato acerbamente Steiner in tutti e tre i volumi, Evola pubblicò – traendoli dai Quaderni della Scuola Esoterica – i cinque esercizi fondamentali nella loro versione completa. Li pubblicò, facendoli passare per propri, sotto il proprio pseudonimo in UR, ossia EA. I movimenti eterici relativi ai tempi successivi degli esercizi vennero da lui arbitrariamente alterati. Non solo: ne fece un commento, traendolo da una conferenza – da me trascritta e pubblicata in Ecoantroposophia – di Giovanni Colazza: naturalmente senza citare né Steiner, né Colazza, né l’Antroposofia. In tale edizione, Evola pubblicò anche un articolo di Massimo Scaligero, con evidenti alterazioni nella parte finale: cosa che fece non poco inquietare Massimo Scaligero.

      Un’altra edizione, sempre in tre volumi venne pubblicata, con successive riedizioni, dalle romane Edizioni Mediterranee, con ulteriori discutibili alterazioni e aggiunte ancor più discutibili.

      Massimo Scaligero decise, prima della sua scomparsa di ripubblicare l’edizione originale di UR-KRUR, 1917-1929, in copia anastatica per renderla accessibile agli onesti ricercatori spirituali. Tale riedizione venne pubblicata dalla casa editrice Tilopa per espressa volontà del Maestro. E’ difficile dopo quarant’anni trovare copie di tale riedizione, che apparve in non molte copie. Tanto più – secondo quanto mi è stato riferito – l’Innominato, direttore di Tilopa, è fortemente contrario, per motivi chiaramente ideologici e confessionali, a ripubblicare tale edizione “scaligera”. Perciò chi la possegga, è fortemente consigliato di tenersela e custodirla gelosamente.

      L’edizione dei Fratelli Melita è la ripubblicazione di quella dei Fratelli Bocca. Io possiedo tutte le edizioni apparse. e possiedo anche copia digitalizzata dell’edizione originale degli anni 1927-1929.

      Se saranno necessarie ulteriori chiarificazioni, ritornerò sull’argomento. Anche se si stratta di una vicenda penosa della storia dell’esoterismo italico.

      Hugo de’ Paganis,
      che si appresta con appetito,
      ad accostarsi al desco lesto,
      per la pappata di rito.

    • E perché poi stupirsi tanto, gentile Mir85, degli arbitri di un Julius Evola, che si permette, a suoi insindacabili giudizio e decisione, di “correggere”, alterare significativamente, o addirittura stravolgere i contenuti originari di UR-KRUR nelle due edizioni da lui approntate nel 1955 per i Fratelli Bocca – benemerita casa editrice fatta chiudere alla fine degli cinquanta dalle mene dei militi della mai troppo esecrata compagnia – e nel 1971 dalle Edizioni Mediterranee, quando in casa nostra, in quella che Massimo Scaligero chiamava la Comunità Solare, vi è chi rema contro, disfa e diperde ciò che con fatica viene edificato, altera poco o moltissimo l’Opera scritta dello stesso Massimo Scaligero!

      Meno male che vi è ancora chi si preoccupa di salvare, in vario modo, tale opera scritta, e proclama a gran voce – e tale voce non potrà facilmente essere messa a tacere – la necessità assoluta della Via del Pensiero, la centralità della Concentrazione, la natura spirituale, iniziatica, e non mistica o confessionale della Scienza dello Spirito, della Via del Pensiero, dell’efficacia assoluta della Concentrazione per la realizzazione della Iniziazione, e per la radicale trasformazione dell’anima da parte dello Spirito.

      Sicuramente, in futuro vi sarà molto da battagliare, ma i cattivissimi lupacci della steppa amano i tempi tempestosi, nei quali è escluso che ci si annoi!

      Hugo de’ Paganis

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