CONCENTRAZIONE E ASCESI SOLARE

concentrazione

(Concentrazione di M. Sagramora)

La Via del Pensiero – la Via Solare donata da Rudolf Steiner, e instancabilmente indicataci da Massimo Scaligero – è una Ascesi, non una “filosofia”, non una “gnoseologia”, ossia non una “teoria della conoscenza”. Il decadimento nella disanimata astrattezza del mentale umano lo si può bene scorgere già nel fatto che per Elleni e Latini il termine θεωρία-theoria aveva originariamente il significato platonico di ‘contemplazione delle idee’, ossia si trattava di una ben concreta percezione spirituale. Una piccola digressione – ad uso degli innamorati della philologia – lo mostrerà. Saccheggiando impunemente quanto si trova nella telematica ‘rete’ – risparmio così ad altri la facile fatica che chiunque al posto mio potrebbe agevolmente compiere – si può ritrovare l’originario significato di una sì mirabile parola, così orribilmente distorta dai moderni.

Etimologicamente, in greco, theoria è parola composta da θέαthea: spettacolo (da cui anche θέατρον-théatron,  “spettacolo”, dal verbo θεάομαι-theàomai, ossia “vedo”, passato poi nel latino theatrum,  “teatro”) grado, prospettiva, prospetto, punto di vista, scena, veduta, visibilità, visione, vista, visuale,  e da ὁράω-horào, nel significato, appunto, di ‘vedere’ con gli occhi, ma anche con la mente, percepire, scorgere, accorgersi, conoscere, riconoscere.

Per esempio tra i presocratici, in Anassagora “teoria” significa «contemplazione dell’ordine cosmico». Nella Repubblica di Platone la «contemplazione (θεωρία-theoria) della totalità del tempo e dell’essere» designa la conoscenza e suprema Sapienza dei Filosofi, iniziati ai Veri, ai sommi Archetipi ideali ai quali, nell’utopia della polis, dovrebbe essere ispirato il governo degli umani. Iniziati,  i quali, dunque, non sono ricamatori di vuote parole, non emanatori di un mero ‘flatus vocis’. Non “chiacchieroni dello spirito”, come li apostrofava duramente un autentico Maestro come Giovanni Colazza. In Aristotele il tema platonico conoscitivo ed etico del βίος θεωρητικός – bìos theoretikòs, ossia della «vita contemplativa» dette luogo alle «scienze teoretiche» (matematica, fisica, teologia). Aristotele operò una netta distinzione tra la scienza «divina» dell’intelletto puro, fine a sé stessa, temporanea nell’uomo e perpetua negli dei, e le scienze pratiche e sociali. In Severino Boezio la vita contemplativa divenne theoria, contemplatio, e – in un senso superiore – speculatio: tutti sinonimi per designare l’ascesi spirituale e l’itinerario della mente verso il Divino. Niccolò Cusano definì apex theoriae la conoscenza che culmina nella contemplazione dell’Archetipo divino. Si potrebbero moltiplicare molto tali significativi esempi. Sed de hoc satis.

La Concentrazione – l’Ascesi del Pensiero – è, dunque, una pratica: indubbiamente una dura pratica, che percorre un aspro sentiero. Una pratica, non una filosofia, non una teologia. Un sentiero in salita, irto di difficoltà. La Concentrazione è un sentiero in salita, perché molto, moltissimo, siamo discesi in quella oscura maceria dello Spirito, che è la materia. Per molti gradini siamo discesi nel profondo baratro della materia. Materia illusoria e illudente. Materia illusoria finché si vuole, certo, ma potente, costringente, e stritolante. E di tanti gradini siamo discesi nel suo baratro, altrettanti ne dovremo risalire. Con coraggioso e duro sforzo. E gli ostacoli alla risalita sono molti, e per moltissimi, per i più, ostacoli scoraggianti. Per questo la solare Via del Pensiero è una Via eroica.

Questi ostacoli si presentano sin dai primi passi che l’audace praticante compie su questo aspro sentiero. Non sono risparmiati a nessuno. E molte sono le tentazioni che suggeriscono di abbandonare la Via eroica per una più comoda – ben più gradita alla torpida ignavia umana – via egoica. Non sono pochi coloro che, appena “assaggiate” le prime difficoltà, volgono le spalle alla Via, e – per meglio dormire – cercano un comodo giaciglio nell’abietto servaggio imposto loro da una corrotta, arrogante, natura inferiore. Natura inferiore, a sua volta, asservita essa stessa all’Oscuro Signore. Costoro tornano a rotolarsi nel fango della effimera esistenza profana: rinunciano al Sacro. Altri cercano, invece, di diluire la durezza della Via sentimentalizzandola, intellettualizzandola, trascinandola sul piano inclinato della problematica filosofica, o culturale, frantumandola nella inconcludente molteplicità dialettica dell’esangue pensiero riflesso.

Non è, davvero, facile per il ‘neofita’, per il ‘novizio’ alle prime armi, orizzontarsi nella landa selvaggia del cammino interiore, nella quale a tutta prima non si scorgono pietre miliari, o sentieri tracciati. Certo, vi è l’Opera di Rudolf Steiner, vi è l’Opera – per noi, figli della Terra d’Ausonia, particolarmente preziosa – di Massimo Scaligero, ma tali Opere sono esse stesse oggetto dell’esperienza interiore. Devono esserlo, altrimenti esse vengono equivocate: equivocate in senso intellettuale, in senso mistico-sentimentale, in senso estetizzante, e persino volgarmente strumentalizzate – come stiamo, purtroppo, constatando – in senso confessionale e persino, caso ancora peggiore, in senso cinicamente ‘politico’, pseudo-esoterico e antispirituale. Di quest’ultima, deprecabile, evenienza il presente lupaccio cattivissimo avrà presto modo di occuparsi.

Per mostrare quali difficoltà incontri il nostro ‘neofita’, e a quali fraintendimenti in molti casi egli vada incontro, voglio riportare quanto scrittomi, di recente, da un nostro lettore, X.Y., perché trovo che quanto egli scrive sia abbastanza paradigmatico di tali difficoltà e fraintendimenti.  Così egli scrive:

«Una considerazione sulla mia concentrazione. Quando è il corpo ad avere problemi mi è relativamente semplice riuscire ad ottenere un certo grado di separazione e controllo del pensiero; ma quanto è dura quand’è l’anima ad essere turbata! Non sono gravi turbamenti ma ad esempio stamattina ho dovuto lottare molto per restare concentrato, senza lasciarmi distrarre dall’apprensione generata dalla precarietà lavorativa. Alla fine ho concluso l’esercizio ma credo che dovrei sviluppare un maggiore distacco e superiore indifferenza». 

Mentre, in altra occasione, sempre X.Y., così scrive:

«… dopo poco tempo che ho cominciato a fare la concentrazione mi sono chiesto: cominciata a percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico, cosa bisogna fare? Poi ho cominciato a ritenere che quello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare. Intanto, negli ultimi giorni, ho dato una lettura veloce al “Manuale pratico della meditazione” e mi è parso di avere qualche conferma. È così? Ora mi sono riproposto di riprendere dall’inizio una lettura meditativa e operativa di questo libro, che mi è molto piaciuto per la sua sinteticità, chiarezza e praticità».

È pressoché inevitabile che domande come queste vengano poste, specialmente da chi, nel suo percorso educativo, abbia ricevuto una formazione intellettuale. Il mio amico L., che conobbi esattamente cinquant’anni fa, nell’agosto del 1969, e che tempo dopo mi fece incontrare Massimo Scaligero, per sua e mia grande fortuna, era un asceta e un mago, non un intellettuale: era un intenso praticante interiore, non un ricamatore di arabeschi concettuali, pur avendo una formazione filosofica. Sempre per mia grandissima fortuna, alcuni mesi dopo mi fece incontrare – avevo solo diciannove anni – Massimo Scaligero, il quale, pur avendo una vastissima cultura filosofica, era un asceta autentico, potente e adamantino. E questo mi salvò.

Nelle Vie spirituali d’Oriente – delle quali mi ero nutrito nella mia adolescenza, e del cui spirito Massimo Scaligero mi invitò esplicitamente a continuare a nutrirmi – l’elemento centrale è la pratica, ossia la realizzazione operativa, non la speculazione concettuale fine a se stessa, come nei sistemi filosofici e intellettuali dell’Occidente moderno. Anche in Vie metafisiche come il Vedanta di Shankaracharya, o il Madhyamika di Nagarjuna, tutto è finalizzato alla realizzazione operativa, non alla ‘speculazione’. E Vie come il Chan cinese, o lo Zen giapponese, sono, in maniera crudamente spartana, anti-intellettuali: sino all’uso «dell’urlo e del bastone» in Lin-tsi e in Ju-tsing. E per me, che venivo da una simile Via rudemente brutale, come lo Tsao-tung Chan di Ju-tsing, o il Soto Zen del suo discepolo giapponese Dogen Zenji, l’incontro con Massimo Scaligero fu un ritrovare – rinato in novella forma – qualcosa di familiare: il primato della realizzazione pratica, e l’avversione per la dialettica e il morto pensiero riflesso.

Per cui, alle difficoltà manifestate da X.Y. nella prima citazione su riportata, Massimo Scaligero stesso risponde con quanto egli mi scrisse in una lettera del 18 febbraio 1971:

«Esercizi: non vanno mai interrotti, neppure un giorno: continuarli, quale che sia la situazione, quale che sia l’impedimento. […] Gli esercizi devono attraversare il tempo, l’esistenza, debbono passare attraverso tutto: la misura della loro forza, è il loro essere possibili attraverso le situazioni meno favorevoli».

Per Massimo Scaligero, l’ascesi era – e per noi ancora oggi è, e sempre lo sarà – unicamente una questione di forza interiore. Infatti, molto drasticamente, egli affermava – e lo ripeteva spesso – che non sono esercizi particolari, complessi, barocchi, “aristocratici”, quelli che portano all’esperienza spirituale, bensì l’esercizio più semplice – il meno accetto all’ego –  nel quale si sia capaci del massimo impegno, della massima dedizione, della massima forza, senza che in tale impeto interiore e impegno della forza ci si risparmi: ossia la pratica della Concentrazione. Infatti, in una seconda lettera, dell’8 novembre 1971, così mi scriveva:

«[…] occorre sostituire al problematismo dell’anima, la forza. La forza è tutto, salute, equilibrio, moralità, socialità, aiuto al prossimo. La forza si costruisce con la volontà decisa, obbediente a se stessa. Occorre essere in due in se stessi: uno che comanda e uno che obbedisce senza potersi sottrarre. La concentrazione è la chiave: va fatta a freddo, con matematica precisione, con autorità e direi con prepotenza, riguardo a ogni interruzione o distrazione. Occorre farsi un programma giornaliero e obbedire: fare veramente l’esercizio fondamentale, quello della concentrazione. Se non è facile, è segno che è proprio quello che va fatto. […] Vedrai che, appena fluiscono forza e sicurezza, i vari problemi dileguano».

A quell’epoca, il presente lupaccio cattivissimo era soltanto un giovane lupacchiotto, ignorantissimo, e senza esperienza. Un ‘pischello’, si direbbe dalle mie parti, in terra d’Etruria. Ma il lupesco fiuto – che nei decenni successivi si sarebbe evoluto, sino ad una forma selvaggia di “fiutoveggenza” – mi diceva che il Sentiero Aureo – la Via Regia –  era quello che mi mostrava Massimo Scaligero, e non quello delle dialettiche discorse dei filosofanti. Conciosiacosaché mi buttai senza esitazioni sùbito nella mischia: ossia nella pratica interiore, nella Concentrazione, alla quale mi aveva già introdotto l’amico L. Tanto più che per me essa era il logico coronamento di quanto, per motivi karmici, avevo in precedenza percorso sui sentieri d’Oriente: coronamento, e al contempo un andare oltre. Radicalmente oltre.

Ciò mostra come le domande che si pone X.Y. – ma che anche non pochi altri pongono – nella seconda citazione sopra riportata, pur essendo affatto comprensibili, e direi pressoché inevitabili per chi abbia una formazione intellettuale, in realtà non abbiano alcuna ragion d’essere. Perché non si tratta di “capire” – in realtà, vi è ben poco da capire, e, quanto a tal fine è necessario, lo si potrebbe scrivere in una mezza paginetta – bensì di realizzare, di attuare la resurrezione del pensare da uno stato di morte, o di sonno catalettico, a vera vita. E ciò non è affatto un “problema” da capire, ma un còmpito da realizzare: è solo, unicamente, una questione di forza: un còmpito di Ascesi operativa. Si tratta, appunto, di bene intendere, e di non fraintendere, ché in tal caso le conseguenze sarebbero, da ogni punto di vista, poco piacevoli.

Percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico’, è – mi creda X.Y. – ben ardua conquista. Massimo Scaligero ammonisce che non bisogna mai scambiare l’idea di una esperienza spirituale – l’idea dialettica, che è sempre e solo un esangue pensato – per l’autentica esperienza spirituale, che è tutt’altra cosa. Nella Kundalini d’Occidente, egli mette in evidenza come a viva forza debba essere espugnato il pensiero puro. Su questo è bene che il discepolo non si faccia illusione veruna, ché a tale proposito non vengono fatti sconti di nessun tipo.

Altrettanto poco ha senso porsi all’inizio di un cammino su un Sentiero, non ancora percorso  il problema di comequello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare, per la semplicissima ragione che quegli stati e quelle forze sono ancora tutti da conquistare, da realizzare, e quindi ancora non esistono, e lo stesso ‘imaginare magico’ è – in senso iniziatico – qualcosa di assolutamente diverso da quanto il disanimato, e intellettuale, pensiero riflesso si possa immaginare, il che sarebbe solo un vacuo fantasticare.

Inoltre, i testi delle opere di Massimo Scaligero – così come, del resto, quelli di Rudolf Steiner – sono scritti vòlti a ‘formare’, a ‘trasformare’, e non ad ‘informare’. Non basta una rapida lettura di essi, ché il loro scopo non è quello di una  mera comunicazione di cristallizzati pensati, di mere parole, bensì quello di trasformare l’anima dell’ascetico lettore, di dargli modo di mutare ontologicamente la sua costituzione interiore. Una “rapida lettura” porterebbe solo a fraintendere, e non a intendere.

E poiché, da questo punto di vista, non vi è nulla di peggio di una antroposofia dialettizzata, intellettualizzata, e sentimentalizzata – ossia ridotta a morto pensiero riflesso, e a sentimentalismo mistico – come non concordare assolutamente con quanto ha scritto di recente Franco Giovi su un noto social network a proposito dell’esser fedeli alla propria “storia interiore”:

«Ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale… e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada».

Vi è chi ha espresso livide critiche – per me molto ingenerose critiche – all’accentuazione della centralità della Concentrazione che fa Franco Giovi nei suoi scritti, ed alla distinzione ch’egli fa tra la Concentrazione e il controllo del pensiero, inteso come il primo dei noti “cinque esercizi”. Il Giovi – sempre sul suddetto social network – aveva scritto limpidamente che:

«Ho sempre cercato di promuovere la disciplina interiore (esercizi). Ma l’avvicinamento ad essi non deve assolutamente venire dalla fretta. È implicito, come in ogni via interiore, che il ricercatore svolga o abbia svolto uno studio progressivo dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito (cito a caso: Teosofia, Scienza Occulta, Iniziazione e, se possibile, qualcosa dell’unica individualità che ha portato avanti l’essenziale dopo lo Steiner, cioè Massimo Scaligero: di lui, al minimo, il Trattato del Pensiero Vivente e L’Uomo Interiore) senza dimenticare i fondamenti del fondamento quali Verità e Scienza e La filosofia della libertà.

Per “fondamentali” si intende ciò che dà il livello da cui prendere le mosse. Poi essi sono molto di più: per l’attento fruitore modificano l’assetto dell’anima e formano l’organo interiore della comprensione per i contenuti spirituali: organo senza il quale gli stessi testi rimangono carta stampata di nessun valore. Solo poi il ricercatore può avvertire l’esigenza di un lavoro diretto: qui tutto deve essere concreto, è azione e non più semplice “pensato”. […]

Piuttosto preferisco sottolineare sino alla nausea l’importanza, oltre allo studio (serissimo), per una volitiva, rafforzata attenzione ai fenomeni del mondo sensibile, il quale, fino ad un certo punto – ma per moltissimo tempo – corregge il pensiero indisciplinato o fantasioso e rafforza il proprio soggetto che è quell’Io da cui prendiamo le mosse per scegliere un abito in negozio e per fare il primo passo sul cammino dello spirito.

Certamente e di pari passo, va energicamente tentato il primo dei cinque esercizi (controllo del pensiero) così, a poco a poco, si impara una azione essenziale: disciplinare volitivamente il pensiero: si impara a pensare con logica e rigore anziché venire pensati da masse di pensieri vaghi e fuggevoli come di norma succede. È un esercizio di salute per l’anima».

A quanto così chiaramente esposto da Giovi, il suo ingeneroso critico oppone una prima considerazione, divenuta addirittura stantia da quante volte ce l’hanno ripetuta in tutte le salse, e tipica di coloro che propugnano una “via dell’anima”, che eviterebbe la caduta nell’abisso della “via del sublime egoismo”, pericolo che corre – a loro dire – chi si doni con tutto se stesso alla Via del Pensiero, e all’intensa pratica della Concentrazione. Costui scrive:

«Va detto poi però anche di non limitarsi negli anni come molti asceti discepoli fanno, di perseverare [in buon italiano, io avrei scritto: perseguono o praticano] solamente il primo esercizio cioè quello della concentrazione senza poi coltivare anche gli altri, cioè quelli dell’anima. altrimenti inevitabilmente si arriverà ad un punto di sentirsi padroni e controllori del proprio pensiero in realtà non accorgendosi di rafforzare l’ego anziché l’Io».

La serena puntualizzazione di Franco Giovi al suo critico è stata la seguente:

«Sì, certo. Però farei una distinzione tra il primo dei cinque e la concentrazione. Se la concentrazione si fa assoluta l’ego è sparito».

Al che così gli risponde il suo pocomolto poco, a mio modo di vedere – sereno critico:

«Franco Giovi : vero solo in parte. Per fare la concentrazione assoluta occorre essere preparati e già “allenati” anche attraverso gli altri esercizi. Questo argomento per gli antroposofi è la classica discussione se è nato prima l’uovo o la gallina: gli scaligeriani jihadisti evidenziano maggiormente di fare concentrazione, mentre il resto magari la snobba fino a non farla. L’equilibrio sfugge sempre ai più».

L’appellativo – davvero volutamente ingiurioso – di ‘scaligeriani jihadisti’ mi ha riportato sùbito alla mente quanto, negli anni ottanta del trascorso secolo, l’Innominato diceva, e faceva ripetere ai suoi devoti assecli, a proposito della mia concezione militante della Scienza dello Spirito, e della mia reietta persona, che loro si preparavano molto “cristianissimamente” a diffamare alle spalle, nonché a pugnalare di fronte e alle spalle. Preferibilmente, visto come il mio orsolupesco caratteraccio poteva reagire, in questa seconda modalità.

Costoro – fulgidi esempi di “cristianissima” carità – affermavano che avevo una «concezione militarista della Scienza dello Spirito», e mi elargivano “generosamente” l’epiteto di «integralista islamico». In altri momenti, invece, venivo definito – facendomi l’immeritato onore di rivolgermi le stesse accuse che l’Innominato indirizzava a Massimo Scaligero – orientale, yoghico, buddhista. Confesso che simili accuse – che sono continuate sino a tempi recentissimi – mi sorprendevano piacevolmente, e un po’ mi lusingavano pure, vista l’inaspettata, nobilissima peraltro,  “compagnia”, alla quale immeritatamente mi associavano. In cuor mio, mi ripromettevo, ogni volta, di compiere ogni sforzo per meritare cotali onorevoli epiteti, insulti, e compagnia.

Certo, che stupisce non poco – sia detto con divertita sopportazione – il fatto che tali discorsi vengano fatti e diffusi da coloro che, propugnando, ogni due per quattro, le languide delicatezze di una morbida “via dell’anima”, affermano l’importanza degli ultimi tre dei noti cinque esercizi (importanza peraltro mai negata da coloro che da essi vengono ingiustamente accusati di trascurarli), e sorprende altresì alquanto che costoro, che tanto parlano del “punto di luce, che si trova nel cuore di ogni uomo”, che bisogna “vedere il Logos in ogni essere: anche nel più orrendo dei criminali”, che occorre, in ogni occasione, giustamente, “praticare equanimità, positività, e spregiudicatezza”, che è necessario attuare “l’autotrasformazione nell’anima dell’altro”, arrivino poi ad accusare coloro che animosamente si dànno ad una intensa pratica della Concentrazione, di essere degli scaligeriani jihadisti, degli integralisti islamici, persino dei posseduti dagli Asura, come del presente lupaccio cattivissimo un tempo fu più volte detto pubblicamente, in mia presenza e alle spalle, da chi si adoperava per portare avanti ed attuare le volontà dell’Innominato, ossia l’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. Il sottoscritto sarà pure un paganaccio, incallito e impenitente, ma non è che simili ingiuriosi, calunniosi e diffamanti, “cristianissimi” comportamenti invitino molto a rivolgersi ad una sì sublime scuola per apprendere le mirabili virtù educatrici dell’anima. Tanto più che, in certi momenti, a questo selvaggio, ed ineducato, lupaccio della steppa da costoro son giunte persino vere e proprie minacce – “cristianissime” minacce, si intende – di «regolare prima o poi i conti» col sottoscritto. Bah!

Ma togliamoci, per il momento, da tali polemiche – che, tuttavia, per me erano doverose al fine di difendere la verità distorta, oltre che un amico ingiustamente accusato – e, dantescamente, “non ragioniam di lor”, bensì torniamo al nostro tema: la concreta Via del Pensiero, e la pratica della Concentrazione. Può, sicuramente, apparire una “unilateralità” la forte accentuazione della centralità della Concentrazione, il mettere fortemente in evidenza l’assoluta necessità della sua più intensa pratica ai fini dell’Iniziazione. Ma ad una cotale “unilateralità” – felix culpa, a mio orsolupesco modo di vedere – invitava apertamente Massimo Scaligero alcuni di noi, che temerariamente volevamo perseguire non semplicemente la via ‘antroposofica’, o quello che tale Via, donata da Rudolf Steiner, è divenuta nelle sciagurate mani degli “antroposofazzi”, ma la radicale, eterna, Via del Pensiero.

Certo, oggi, una tale Via radicale – quella che Rudolf Steiner descrive in opere come la Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, la Via che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Viventenon è per tutti, e forse neppure per molti. Il Dottore stesso così avverte in un passo, dai più trascurato, della sua Scienza Occulta – che amo citare nella bellissima edizione di Laterza del 1932 – passo nel quale voglio sottolineare una parte importante:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire». 

È evidente come qui Rudolf Steiner faccia una netta differenza netta tra una Via spirituale mediata, la Via ‘antroposofica’, che studia e coltiva le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed una Via spirituale immediata, assoluta, la radicale Via del Pensiero, che ha il suo fulcro nella pratica della Concentrazione. Che una tale Via radicale non sia una Via per tutti è quanto afferma lo stesso Massimo Scaligero già nelle prime righe del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi».

Pratica, dunque, e non mera, intellettuale, teoria. Pratica che è solo veicolo della incondizionata forza spirituale dell’Io. Forza, non discorso, non intelligentissimo commento, non glossa, non erudizione, non dialettica. Forza, ossia «presenza dell’Io nella volontà, nel pensare». Per questo, voglio concludere con le parole che scrisse Massimo Scaligero ad un discepolo della bella, e romana, Tergestum:

«La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro. Ho notato che amici non intellettuali, persino operai, riescono nella concentrazione, perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo (e questo è invero tutto), meglio che amici intellettuali e colti, preoccupati di teoriche modalità. In breve si tratta di raccogliere tutta la forza pensiero in un punto: questo punto, non sapendosi ancora avere dal pensare stesso, si realizza mediante un qualsiasi oggetto sensibile, che ci dia modo di raccogliere in un nucleo di pensiero tutti i pensieri che lo riguardano. Non c’è da preoccuparsi di vedere o non vedere l’oggetto, come non ci si preoccupa normalmente di vedere o non vedere un qualcosa che si conosce bene e di cui si parla per esempio a un amico. L’oggetto della concentrazione può essere rapidamente ricostruito, ma se si intende prolungare la concentrazione, si può ricominciare daccapo, ripetendo non meccanicamente il percorso, persino invertendolo, sempre comunque raggiungendo una conclusione che è una sintesi. Questo già potrebbe essere l’esercizio completo della concentrazione che, eseguito con l’attenzione e l’intensità volute, può suggerire qualsiasi ulteriore movimento. Il problema vero è un problema di forza, più che di tecnica».

È falso – falsissimo – dunque, quanto affermò l’Innominato che «la Via del Pensiero di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», ed egli è smentito dalle parole stesse di Rudolf Steiner, oltre che dall’Opera e da tutta la vita di Massimo Scaligero. Infatti, la realtà è che – come ebbi modo di scrivere tempo fa ad un’amica, «la donazione di Massimo nell’indicarci le vie dell’operatività nella Via Solare del Pensiero Vivente è di una generosità infinita! La Via Solare del Pensiero, ch’egli ci ha donato, è completa, insuperata, e insuperabile, ma solo infinitamente attuabile in un adamantino Sentiero di illimitata intensificazione del volere pensante!».

2 pensieri su “CONCENTRAZIONE E ASCESI SOLARE

  1. Buongiorno, l’intervento di Hugo è arrivato il giorno precedente il mio compleanno così lo considero (in modo del tutto gratuito, penso) un grande regalo. E’ giunto veramente in un mio momento di forte insicurezza riguardo anche alla corretta esecuzione e comprensione degli esercizi, nonché alla generale interpretazione, se così posso dire, dei testi di Rudolf Steiner che sto leggendo, anzi: studiando con calma e senza pretendere di capire tutto e subito Il vostro lavoro è per me e per tutti noi credo, di grande aiuto: non mollate!

    • Buongiorno, Nicodemo, e auguri in ritardo per il genetliaco!

      E’ importante comprendere a fondo la corretta esecuzione degli esercizi, che la Via del Pensiero offre al sincero cercatore spirituale. Ed è importante cogliere la “atmosfera” del pensiero puro: “respirare” l’atmosfera del pensiero puro. Perché gli esercizi non sono mere “tecniche”, moralmente neutre, o indifferenti – come può esserlo il “training autogeno” di Schultz – bensì sono RITI sacri, che devono essere accompagnati da un adeguato stato conoscitivo dell’anima, e da un elevato livello morale.

      Moralità autentica, nascente da libero atto conoscitivo, da intensificazione di coscienza, e non da conformismo a precostituiti “modelli” moralistici, come regolarmente viene suggerito da coloro che propongono una stucchevole e dolciastra “via dell’anima” a quanti si ha intenzione di sottoporre ad un esiziale “trasbordo ideologico inavvertito”.

      Senza questo fervido – ben “sveglio” – clima conoscitivo, e senza l’elevata tensione morale che dal respirare l’atmosfera del pensiero puro scaturisce, il discepolo, che s’incammina sull’arduo Sentiero dell’Iniziazione, va incontro a molti pericoli. Questi pericoli non vanno mai sottovalutati. La Via è sicura se viene perseguita con intenzione pura, e se si eseguono con precisione e fedeltà le pratiche ch’essa prescrive.

      A questo riguardo è opportuno riesaminare periodicamente la descrizione degli esercizi – in particolar modo quello della Concentrazione – su testi di Massimo Scaligero come il “Manuale Pratico della Meditazione“, “La Logica contro l’Uomo“, “L’Uomo Interiore“, “Yoga, Meditazione, Magia“. Questa periodica, salutare, revisione permette sia di scorgere quanto si sia avanzati sul Sentiero della Conoscenza, sia di cosgliere quanto vada corretto, o migliorato, nell’esecuzione degli esercizi – soprattutto, ripeto, della Concentrazione – alla luce di una migliore comprensione, mediata dai suddetti testi fondamentali della Via, che Massimo Scaligero ci ha donati.

      Muoversi sulla base di uno “sperimentalismo selvaggio” – come lo chiamo io – o sulla base di indicazioni di improvvisati “Maestri”, autoelettisi e proponentisi come tali da se stessi e da infervorati seguaci, sentimentalmente “persuasi” ad opera di spregiudicati “insinuanti”, è come ballare ubriachi sull’orlo dell’abisso. Il prevedibile risultato è – come si dice in Terra d’Etruria – di “sopravvivere quanto un gatto sull’Aurelia”! Intelligenti pauca verba!

      Hugo de’ Paganis,
      detto Hugaccio,
      cattivissimo lupaccio.

Lascia un commento