VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SECONDA PARTE.

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Incontrai la Scienza dello Spirito nell’agosto del 1969, attraverso l’amico L., il quale, poi, nel 1970, mi fece incontrare Massimo Scaligero. Io venivo dalle Vie orientali – lo Yoga classico, il Buddhismo Mahâyâna, il Chan e lo Zen – e ciò fu occasione di impegnative, accanite, lunghe discussioni con l’amico L., il quale conosceva bene l’Oriente, dal quale si era poi distaccato per cercare un Via “occidentale”, ricerca che lo portò poi ad incontrare la Scienza dello Spirito, e a collegarsi con Massimo Scaligero.

Nelle discussioni che L. ed io avemmo in quell’agitato e accaldato agosto del 1969, egli non fece mai verbo alcuno di una richiesta fideistica, non parlammo mai di religione, né nominò mai il Cristianesimo, né quanto a questo poteva collegarsi. Mi parlò esplicitamente, ed unicamente, della Via del Pensiero Vivente, di una Via scientificamente sperimentale, e sperimentabile da chiunque volesse impegnarsi nell’arduo sentiero della pratica interiore della Concentrazione. Nell’autunno di quell’anno egli ebbe poi modo di passare nella mia Città e, non trovandomi, poiché non mi aveva avvisato della sua venuta, lasciò a casa di un caro amico, che benevolmente mi ospitava nel mio errabondo vagabondare, e mi faceva da “cassetta postale”, due libri di Massimo Scaligero: Rivoluzione. Discorso ai giovani, e La logica contro l’uomo. Questi due libri furono, poi, decisivi per la mia scelta definitiva della Via, e per la successiva mia impostazione nel seguire la Via. In quei libri non vi è nessuna richiesta di un atto fideistico, o religioso, solo la richiesta del coraggio di sperimentare l’empiria rigorosa di una Via radicale, autenticamente rivoluzionaria: l’esperienza del Pensiero Vivente, la Via Regia della Concentrazione.

Anche quando, verso la fine della primavera del 1970, L. mi fece conoscere personalmente Massimo Scaligero, questi non mi chiese atti di fede di nessun tipo, anzi mi disse apertamente: «Tu non ti devi fidare di nessuno. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi: tu devi verificare tutto, verificare ogni affermazione che ti venga fatta». Anche Massimo Scaligero non mi parlò affatto del Cristianesimo, anzi mi invitò ad approfondire il Buddhismo Mahâyâna: in modo particolare la figura e il pensiero di Nâgârjuna, che mi disse essere stato «uno dei primi della Via del Pensiero, come la concepiamo noi». La figura del Christo – il Christo Cosmico, non quello dei teologi – l’avrei poi scoperta da solo, strada facendo: nessuno me l’aveva imposta. Ma sin dall’adolescenza, ho nettamente separata la Sua figura da qualsiasi connessione con le Chiese, e le Confessioni “cristiane”, le quali di christico veramente nulla hanno. In opere fondamentali di Rudolf Steiner come Teosofia, o L’Iniziazione, o I gradi della conoscenza superiore, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, o La soglia del mondo spirituale e, a fortiori, nelle sue opere “filosofiche”, il Christo non viene neppure menzionato: il che non significa affatto che tutte quelle opere sopranominate non siano “christiche”, anzi! Per cui ho sempre diffidato di quanti volevamo impormi la loro “autorità”, ed esigevano da me ‘atti di fede’, che io non ero, e non sarò mai, disposto a concedere. A questa radicale impostazione di scientificità e di empiria ho cercato, e cercherò sempre, di rimanere fedele. E questo proprio perché la Via del Pensiero è Scienza dello Spirito, è Anthroposophia – ossia Sapienza conquistata a partire da forze umane – e non Teologia, Rivelazione dall’Alto, Fede, Mistica del sentire. Personalmente, non ho nulla contro chi, per un suo legittimo e rispettabilissimo bisogno interiore, si rivolge con fede alla Religione, alla Mistica o voglia seguire le liturgie delle varie Chiese: è una scelta personale, rispettabilissima, che riguarda unicamente quel singolo individuo e che, come tale, in quell’àmbito deve rimanere, ma una tale via non deve essere confusa con la Scienza dello Spirito, la quale in quanto “scienza” è oggettiva, indipendente dai singoli individui, ha valore universale, e non è personale, individuale, soggettiva. Né tantomeno è lecito imporla a chi voglia percorrere la scientifica e rosicruciana Via del Pensiero, ossia a chi voglia coltivare la Scienza dello Spirito nello spirito della Filosofia della Libertà. Di questo è bene che il lettore tenga conto nell’affrontare la disamina che faccio del libro di Orao.

Ora, riprendiamo, completandola, la citazione che si trova a p. 7 di Resurrezione, in parte riportata nella prima parte di questo articolo, ove si può leggere [Hdp: irilievi sono miei] quanto segue:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristica ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre». 

‘Che i Vangeli siano il primo e l’ultimo testo – addirittura necessario – per chi si avvii verso l’attività autocosciente’ può essere una rispettabilissima opinione personale di Orao, ma, appunto, una sua opinione, e, in quanto tale, personale, soggettiva, e contestabile, perché lo stesso Rudolf Steiner non partì dal Cristianesimo, e dallo studio dei Vangeli. Egli partì dalla scienza positivistica del suo tempo, dalla teoria della conoscenza in filosofia, dallo studio delle opere scientifiche di Goethe, dalle esperienze di Goethe nel campo della morfologia vegetale e animale, dall’ottica e dalla sua teoria dei colori. Partì dalla concezione goethiana del mondo, dal fenomeno puro, dal fenomeno primordiale, e ne trasse le tutte le radicali, necessarie, conseguenze – alle quali neppure lo stesso Goethe, che evitò, non volle mai pensare sul pensare, osò arrivare – che lo  condussero al monismo del pensare, all’individualismo etico, all’idealismo magico, sino alla Filosofia della Libertà. Egli partì dall’esperienza interiormente vissuta, sperimentata, lucidamente esaminata e controllata, del momento originario del pensiero: partì dalla più rigorosa ascesi del pensiero, il quale poteva essere ripercorso dal disanimato momento riflesso risalendo su sino alla sua scaturigine: là dove esso è Pensiero-Folgore, Pensiero Vivente. Egli partì da questa radicale esperienza interiore: non dalla fede, non dai Vangeli. Infatti, sempre nella sua prima conferenza sul Vangelo di Luca, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 12-13, leggiamo:

«Dobbiamo sempre di nuovo affermare decisamente che l’antroposofia o scienza dello spirito poggia esclusivamente sulle indagini degli iniziati, e che né il vangelo di Giovanni né gli altri vangeli sono le fonti della sua conoscenza. Fonte della conoscenza antroposofica è solo ciò che oggi è possibile investigare senza alcun documento storico. Poi si potrà accostarsi ai documenti storici e cercare di confrontarli con i risultati delle indagini spirituali. Ciò che l’indagine spirituale può scoprire oggi – e sempre – intorno all’evento del Cristo, noi lo ritroviamo espresso in modo grandioso nel vangelo di Giovanni. Ecco perché questo vangelo ci è così immensamente prezioso: perché ci mostra che un individuo sapeva come scrive anche oggi chi è iniziato ai mondi spirituali. Da tempi remoti giunge a noi la medesima voce che può farsi sentire oggi. Anche per gli altri vangeli, incluso quello di Luca, si può dire circa la stessa cosa. Le immagini che Luca ci descrive non sono per noi la fonte della conoscenza dei mondi spirituali; fonte di conoscenza è per noi quanto l’ascesa ai mondi spirituali ci offre di per se stessa. E quando parliamo dell’evento del Cristo, fonte di conoscenza è per noi quel grande quadro di immaginazioni che ci si presenta quando volgiamo lo sguardo ai fatti che stanno all’inizio della nostra èra. Confrontiamo poi quello che ci si palesa in tal modo con le immagini descritte nel vangelo di Luca. Questo ciclo di conferenze ci mostrerà il rapporto fra le immaginazioni che l’uomo attuale può conseguire e le descrizioni del vangelo di Luca .

È infatti vero che per l’indagine spirituale estesa agli eventi del passato vi è una fonte, la quale non risiede nei documenti esteriori. La scienza dello spirito non ha le sue fonti né negli scavi fatti in terra, né nei documenti conservati negli archivi, né nelle cronache di storici più o meno ispirati. Fonte della scienza dello spirito è quello che siamo in grado di leggere noi stessi nella cronaca imperitura, nella cosiddetta cronaca dell’Akascia. Vi è la possibilità di conoscere ciò che è avvenuto, senza alcun documento esteriore».

Proseguendo la lettura di Resurrezione di Orao, troviamo poi un’altra ‘particolare’ affermazione, che coinvolge direttamente la figura dello stesso Rudolf Steiner: un’affermazione sulla quale è bene fare chiarezza, poiché nell’àmbito della Società Antroposofica prima, e in alcune cerchie di discepoli di Massimo Scaligero poi, sono sorte non poche – inverificate, quanto ingiustificate – ‘leggende’, che nel tempo si sono rivelate alquanto tenaci. Ma leggiamo quanto è scritto in un paragrafo, alle pp. 9-10, nel quale metto in evidenza alcune parole:

«Questa è una delle ragioni conclusive per cui lo Steiner, nell’ultimo discorso ai suoi discepoli, congiunge il tema di Lazzaro-Giovanni con quello di Michele; proprio nella solennità di Michele rammenta per l’ultima volta la facoltà resurrezionale ormai posta nell’uomo, indica il lascito ai discepoli presenti e futuri, addita nell’inno finale a Michele il suo rituale di gratitudine al mondo spirituale, in qualità di Bodhisattva e preannunciatore del ritorno del Cristo eterico, iniziatore della nuova Iniziazione per la futura Pentecoste, proprio come accadde in Betania, ove il Cristo rende grazie al Padre appena constata che Lazzaro si solleva dal sepolcro».

Ora, anzitutto, se, per amor di precisione, andiamo a leggere il testo del Vangelo di Giovanni nella Sacra Bibbia, tradotta nel Seicento da Giovanni Diodati, da noi citata già nella prima parte di questo articolo, al Cap. 11, vv. 38-45, ove è giusto mettere in evidenza, per la loro estrema importanza, alcune frasi, che mostrano una diversa dinamica degli eventi, rispetto alla descrizione di Orao, possiamo leggere:

«Laonde Gesù, fremendo di nuovo in se stesso, venne al monumento; or quello era una grotta, e v’era una pietra disposta sopra. E Gesù disse: Togliete via la pietra. Ma Marta, la sorella del morto, disse: Signore, egli pute di già; perciocché egli è morto già da quattro giorni. Gesù le disse: Non t’ho detto che se tu credi, tu vedrai la gloria di Dio? Essi dunque tolsero via da pietra dal luogo ove il morto giaceva. E Gesù, levati in alto gli occhi, disse: Padre, io ti ringrazio che tu mi hai esaudito. Or ben sapeva io che tu sempre mi esaudisci; ma io ho detto ciò per la moltitudine qui presente, acciocché credano che tu mi hai mandato. E detto questo, gridò con gran voce: Lazzaro, vieni fuori. E il morto usci, avendo le mani e i piedi fasciati, e la faccia involta in uno sciugatoio. Gesù disse loro: Scioglietelo, e lasciatelo andare.

Laonde molti de’ Giudei che eran venuti a Maria, vedute tutte le cose che Gesù avea fatte, credettero in lui».

Dal testo del Vangelo di Giovanni, dunque, risulta chiaro che – contrariamente a quanto scrive Orao nella su riportata citazione – Il Christo prima ringrazia il Padre, e solo dopo chiama Lazzaro fuori dalla tomba. A tale proposito il testo greco del Vangelo di Giovanni non lascia dubbi: καὶ ταῦτα εἶπων φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω. Le varie Bibbie da me consultate – sia le varie cattoliche, sia quelle valdesi (sempre esattissime queste) tradotte in italiano, a distanza di secoli, da Giovanni Diodati o da Giovanni Luzzi – traducono, tutte, concordemente alla stessissima maniera. Dico questo perché nel testo di Orao, già nelle prime pagine del primo capitolo, intitolato Il Mistero Cristiano, sono numerose le inesattezze, le quali dànno poi luogo, da parte del lettore, ad “interpretazioni”, nonché a “deduzioni”, che si reggono su basi fragilissime, e che non possono, e non devono, essere ignorate, anzi esigono di essere esaminate e confrontate con quanto afferma la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner.

Nella citazione di Orao, che sto esaminando, vi è poi l’affermazione essere Rudolf Steiner un Bodhisattva, e viene identificato nel corso dell’intera opera col Bodhisattva Maitreya, il quale 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shâkyamuni si realizzerà come Buddha Maitreya, adempiendo, e completando, così la sua più volte millenaria missione in seno all’umanità. Un Bodhisattva, nel Dharma buddhista, è un essere che, nel corso di molte vite, opera nel mondo alla salvazione di tutti gli esseri senzienti, e in particolare degli esseri umani. Egli porta avanti la sua opera salvatrice sino a quando, nel corso della sua ultima vita terrena, consegue l’Anuttara Samyag Sambodhi, ovvero l’insuperata, perfetta, Illuminazione, e diviene così un Buddha, un ‘Risvegliato’, un ‘Illuminato’. Conseguita la buddhità, egli non rinascerà mai più in una vita terrena, in una vita ‘umana’, e continuerà ad agire spiritualmente, per esseri umani e non, da una sfera trascendente.

Il Buddhismo Mahâyâna, a questo proposito, è particolarmente ricco d’insegnamenti, che dovrebbero essere conosciuti da chi segue la Via rosicruciana della Scienza dello Spirito, l’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha conquistato e portato nel mondo. Secondo le dottrine del  Mahâyâna, del ‘Grande Veicolo’, un Buddha – dopo la sua estinzione nel Parinirvâna – continua ad agire per la salvezza degli esseri umani, anzi di tutti gli esseri senzienti, creando una ‘Terra Pura’, chiamata in sanscrito Sukhâvatî, in cinese净土 Jìng tǔ, in giapponese, Jōdo, che significano appunto  ‘Terra Pura’, in tibetano  bde ba can, pronunciato devacèn, appunto il Devachan della Scienza dello Spirito.

Massimo Scaligero, in molti suoi incontri, parlò della natura christica del Mahâyâna, e addirittura dell’influsso, positivo, che su di esso ebbero alcuni Iniziati cristiani giunti, già in epoca medievale, in Cina, ove ebbero modo di inserire elementi luminosi di evoluzione christica in quella forma elevata di Buddhismo. E, nel corso delle mie ricerche storiche, ho avuto modo di trovare numerose tracce, ed eloquenti indizi, di una presenza in Asia Centrale, e soprattutto in Cina, della sapiente azione di questi Iniziati: azione i cui effetti si sono prolungati per molti secoli, addirittura per quasi un millennio. Ho trovato abbondanti prove della presenza di comunità cristiane nestoriane, e manichee, della loro fraterna collaborazione con comunità buddhiste mahâyâna e vajrayâna, taoiste, e confuciane, in un mirabile clima di reciproca tolleranza. In effetti si può vedere, per esempio, come una forma estremamente popolare di pratica religiosa sia proprio quella della buddhistica Jìngtǔzōng, o della ‘Scuola della Terra Pura’, basata sulla dottrina dell’Illimitata Compassione, e sulla venerazione del Buddha solare Amitâbha, ‘Infinita Luce’, o Amitâyus, ‘Infinita Vita’, al quale vengono dati i caratteri che in Occidente vengono attribuiti al Logos Solare, e del Bodhisattva Avalokiteshvara, il ‘Signore Compassionevole che guarda in basso’, che in Cina assume aspetto femminile come la ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn, e in Giappone come Kwannon, raffigurata esattamente come lo è in Occidente la divina Vergine-Madre, la Iside Sophia, con tanto di fanciullo in braccio. Si può facilmente verificare come in questa Scuola la pratica della invocazione del Buddha Amitâbha sia, tecnicamente, praticamente identica a quella della preghiera del cuore della Ortodossia greco-slava, che Massimo Scaligero descrive in Meditazione e Miracolo. Ed è un particolare notevole che proprio il mantram del Bodhisattva Avalokiteshvara, della ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn  – conosciutissimo e veneratissimo in tutto l’Oriente buddhista, ov’è tuttora estremamente popolare – sia uno dei mantram che Rudolf Steiner dava ai suoi discepoli nella Scuola Esoterica.

Ora, senza entrare nella complessa – invero profondissima – dottrina mahâyânica della natura dei Bodhisattva, बोधिसत्त्व, ‘Esseri di Illuminazione’, ‘Essenza di Illuminazione’, esaminiamo, sia pure per sommi capi, quel che la Scienza dello Spirito ci comunica circa la natura dei Bodhisattva, e in particolare circa il Bodhisattva Maitreya. Per chiarire natura di questi ‘Esseri d’Illuminazione’, prendiamo le mosse da quel che Rudolf Steiner, nel corso del tempo, attraverso le sue progredienti indagini spirituali, ebbe modo di comunicare a cerchie, dapprima piuttosto ristrette, e poi sempre più ampie, di discepoli della Scienza dello Spirito. In una ‘lezione’ della Scuola Esoterica, e precisamente nella sesta ‘lezione’ da lui tenuta il 1° ottobre 1905, all’interno del ciclo Grundlemente der Esoterik, GA-93a, tradotto in italiano col titolo Elementi fondamentali dell’esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, ove  alle pp. 53-54, Rudolf Steiner comincia a descrivere l’essenza dei Bodhisattva. Faccio solo un paio di correzioni alla traduzione di Laura Vanelli, perché in sanscrito i termini bodhi, ‘Illuminazione’, e buddhi, nell’Antroposofia ‘Spirito Vitale’, sono di genere femminile, e non maschile:

«Una volta l’uomo era perfetto, e lo diventerà di nuovo. Ma c’è una grande differenza, fra quel che era e quel che sarà. Ciò che si trova all’esterno attorno a lui in futuro diventerà una proprietà spirituale. Ciò che egli ha acquisito sulla Terra, in futuro sarà facoltà umana di essere creativamente attivo. Allora questa sarà la sua più intima essenza. Uno che abbia accolto tutte le esperienze terrene in modo da sapere di ogni cosa come essa possa essere realizzata, e quindi sia diventato un creatore, viene chiamato bodhisattva, cioè un uomo che ha accolto in sé a sufficienza la bodhi, la buddhi della Terra. Allora è maturo per agire a partire dagli impulsi più interiori. I sapienti della Terra non sono ancora bodhisattva. Anche per un sapiente ci sono sempre ancora cose con le quali egli non riesce ancora a raccapezzarsi. Solo quando ha accolto tutto il sapere della Terra per riuscire a creare, egli è un bodhisattva. Buddha, Zarathustra, per esempio erano bodhisattva».

E quel che Rudolf Steiner, alle pagine 54-55, quando ancora si uniformava alla terminologia allora in uso nella Società Teosofica, terminologia dalla quale in séguito si libererà, per plasmarne una conforme alla visione del mondo rosicruciana e antroposofica, aggiunge subito dopo è di estrema importanza, e ci aiuterà a formarci gradualmente una migliore rappresentazione dell’essenza di un Bodhisattva:

«Quando un uomo si evolve ulteriormente, in modo da non essere solo creatore sulla Terra, ma da vere forze che vanno oltre la Terra, è libero di scegliere se utilizzare queste forze oppure se continuare ad agire sulla Terra. Allora da altri mondi può portare qualcosa sulla Terra. Ci fu un tempo così, prima che l’uomo cominciasse ad incarnarsi, nell’ultimo terzo dell’epoca lemurica. L’uomo aveva formato il corpo fisico, il corpo eterico e quello astrale. Queste parti del suo essere le ha portate con sé dalle precedenti evoluzioni della Terra. Il due impulsi successivi, il kama e il manas, non li avrebbe potuti trovare sulla Terra; essi non fanno parte della catena evolutiva della Terra. Il primo impulso nuovo (kama) si poteva trovare come forza solo su Marte. Esso si aggiunse poco prima che l’uomo si incarnasse. Il secondo impulso (manas) venne da Mercurio durante il quinto periodo dell’epoca atlantica, presso i paleo-semiti. Questi nuovi stimoli dovettero essere portati sulla Terra da altri pianeti per mezzo di esseri ancora superiori, i nirmanakaya, Da Marte essi portarono in aggiunta il kama, da Mercurio il manas. I nirmanakaya sono di un grado più elevati dei bodhisattva. Questi possono regolare la continua evoluzione; ma non possono immettere qualcosa di estraneo, lo possono fare solo i nirmanakaya. Ad un gradino ancora più elevato dei nirmanakaya si trovano quegli esseri che vengono chiamati pitri. Pitri = padri. Perché i nirmanakaya possono certamente immettere qualcosa di estraneo nell’evoluzione, ma non possono sacrificare se stessi, sacrificarsi come sostanza, in modo da poter produrre un nuovo ciclo sul prossimo pianeta. Possono farlo i pitri, che si sono formati sulla Luna e che ora sono arrivati oltre; essi sono diventati l’impulso all’evoluzione terrestre. Quando l’uomo avrà attraversato tutto, sarà in grado di diventare un pitri. Il grado successivo, ancora più elevato, sono gli dèi veri e propri.

Così abbiamo dunque sette gradi di esseri: primi gli dèi, secondi i pitri, terzi i nirmanakaya, quarti i bodhisattva, quinti gli uomini puri, sesti gli uomini, settimi gli esseri elementari».

Rudolf Steiner, nel tempo, parlò sempre più approfonditamente natura ed essenza dei Bodhisattva. Anzitutto parlò di essi come di ‘Maestri’ (Meister), e precisò con espressioni solenni e parole estremamente elevate, che il numero dei Bodhisattva era di dodici che, nel loro insieme, formano la ‘Loggia Bianca’ (Weisse Loge), la quale «nella concezione cristiana verrebbe designata come Spirito Santo», come lo «Spirito dei Bodhisattva» (Geist der Bodhisattvas), il «Grande Istruttore» (Großer Lehrer), la «Sorgente della Sapienza Primordiale» (Quelle der Urweiheit), la «la Sapienza universale personificata del nostro mondo», (personifizierte Allweisheit unserer Welt): vedi le sue comunicazioni nella conferenza, tenuta a Vienna, Von Buddha zu Christus, del 14 giugno 1909, nella conferenza tenuta a Berlino il 25 ottobre 1909 sulla Sfera dei Bodhisattva, in Der Christus-Impuls und die Entwickelung des Ich-Bewußtseins, GA-116, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 5. Durchgesehene und erweiterte Auflage, 2006, tradotta in italiano col titolo L’Impulso-Cristo e la coscienza dell’Io, Tilopa, 1994.

In quest’ultima opera, uno dei suoi più belli ed importanti cicli di conferenze, di Rudolf Steiner dice molte cose circa la natura dei Bodhisattva, che non è possibile riportare integralmente in un articolo come questo: tanto varrebbe trascrivere l’intera sua conferenza. Tuttavia, sono importanti alcune sue puntualizzazioni, che solo poche volte furono oggetto di comunicazione da parte sua, circa il mondo al quale appartiene questo ‘Essere di Illuminazione’, il Bodhisattva. Così leggiamo alle pp. 21-22 dell’edizione italiana:

«Nel suo cammino attraverso la vita, l’uomo va dalla nascita, o anche dal concepimento, fino alla morte, poi da questa ad una nuova nascita. Nel procedere verso la nuova nascita egli attraversa, dopo la morte, dapprima il mondo astrale, poi quello che chiamiamo la zona inferiore del mondo devachanico ed infine la sua zona superiore. Se vogliamo usare espressioni occidentali, chiamiamo il piano fisico «piccolo mondo» o «mondo dell’intelletto», l’astrale «mondo degli elementi» [HdP: per l’esattezza, il testo originale tedesco dice: die Welt des Elementarischen, e allude al “mondo elementare”, o degli “elementari”, e non “degli elementi”], il Devachan inferiore «mondo celeste» e quello superiore «mondo della ragione». Dato che lo spirito europeo solo gradualmente progredisce nello sforzo di trovare nella lingua espressioni adeguate a determinate realtà, ciò che è al di là del mondo devachanico – con un’espressione dalla coloritura religiosa – è stato chiamato «mondo della Provvidenza» (i.e. piano della Buddhi). Ciò che si trova ancora oltre, l’antica chiaroveggenza poteva abbracciarlo con lo sguardo ed antiche tradizioni potevano tramandarlo all’umanità; le lingue europee tuttavia non potevano dargli un nome, perché solo oggi il veggente può nuovamente elevarsi ad un tale piano. Al di sopra del «mondo della Provvidenza» v’è quindi un mondo per il quale le lingue europee, onestamente e giustamente, non vi può essere ancora il nome. Questo mondo esiste realmente, ma sta di fatto che il pensiero non è ancora sufficientemente progredito per poterlo caratterizzare: non si può, infatti, trovare un nome qualsiasi per ciò che in Oriente viene solitamente chiamato Nirvana e che si pone al di sopra del «mondo della Provvidenza».

Un uomo, dicevo, tra la morte ed una nuova nascita, ascende al Devachan superiore, o «mondo della ragione». Di lì riesce ad intravedere mondi superiori nei quali egli stesso non giunge: vede che vi operano esseri più alti di lui. Mentre l’uomo trascorre la sua vita nei mondi che vanno dal piano fisico a quello del Devachan, è normale per un Bodhisattva ascendere fino al piano della Buddhi, al piano che in Europa chiamiamo «mondo della Provvidenza». Questa è una parola adatta, poiché il suo compito è guidare il mondo, provvidenzialmente, da un’epoca all’altra. Che cosa succede quando un Bodhisattva attraversa un’incarnazione, come nel caso di Gotama Buddha?

Avendo raggiunto un determinato gradino, il Bodhisattva ascende al piano successivo, al piano del Nirvana. Là è la sua sfera successiva. Con ciò abbiamo caratterizzato la natura di questi esseri, che successivamente diventano dei Buddha per ascendere al piano del Nirvana. Tutto ciò che lavora nell’interiorità dell’uomo, che lo permea, vive in una sfera che si estende verso l’alto, fino al piano del Nirvana. Dall’altro lato opera, fin entro la natura umana, un’entità come il Cristo. Dall’altro lato Egli opera anche fin dentro i mondi nei quali ascendono i Bodhisattva quando lasciano la regione dell’umanità, per apprendere essi stessi quel che devono insegnare agli uomini. È lì che viene loro incontro, dall’altro lato, provenendo dall’alto, l’entità del Cristo. Essi sono, così i discepoli del Cristo. Dodici Bodhisattva circondano un’entità come il Cristo; e non sono più di dodici perché, una volta completata la loro missione, abbiamo esaurito il tempo dell’essere terreno.

Il Cristo è stato fisicamente presente una sola volta ed ha così sperimentato ciò che costituisce discesa, permanenza sulla Terra ed ascesa. Egli proviene dall’altro lato ed è quell’Essere che si pone in mezzo ai Bodhisattva, che lì attingono ciò che devono immettere sulla Terra. Così gli esseri bodhisattvici, tra due incarnazioni, ascendono fino al piano della Buddhi, e fino a questo piano si protende Quegli che viene loro incontro in modo del tutto cosciente, come maestro: l’entità del Cristo. […]

Al Cristo appartengono i dodici Bodhisattva che devono preparare e continuare ad amplificare ciò che Egli, il Cristo, ha immesso come il più grande impulso nello sviluppo della nostra civiltà. A questo punto riusciamo a vedere i dodici ed in mezzo a loro il tredicesimo. Con ciò siamo ascesi alla sfera dei Bodhisattva e penetrati in un cerchio di dodici stelle con il Sole in mezzo: questo Sole le illumina e riscalda, è la fonte di una vita che esse, a loro volta, devono far fluire sulla Terra. Come si presenta sulla Terra l’immagine di ciò che avviene lassù?

Di questa immagine proiettata sulla Terra possiamo dire: il Cristo vissuto sulla Terra ha portato cotanto impulso all’evoluzione terrena; i Bodhisattva avevano il compito di preparare l’umanità a questo impulso e, inoltre, di amplificare il dono del Cristo nell’evoluzione terrena. Ciò si presenta sulla Terra come un’immagine del Cristo al centro dello sviluppo terreno, i Bodhisattva come suoi precursori e successori, con il compito di avvicinare l’umanità al suo operare.

Un certo numero di Bodhisattva doveva così svolgere tra l’umanità un’opera di preparazione, affinché essa divenisse matura per accogliere il Cristo. Ora, l’umanità, divenuta matura per accogliere il Cristo in sé, non è altrettanto matura per riconoscere, sentire e volere tutto ciò che il Cristo è. E tanti Bodhisattva sono stati necessari per preparare la venuta del Cristo, quanti ora sono indispensabili per recare all’umanità ciò che, mediante il Cristo, doveva penetrare in essa. Nel Cristo, infatti è contenuto così tanto che forze e facoltà degli uomini devono crescere sempre di più per poterlo comprendere interamente. Con le attuali facoltà Egli è comprensibile solo in minima parte. Facoltà superiori sorgeranno nell’umanità e con ogni nuova facoltà vedremo il Cristo in una nuova luce. E solo quando l’ultimo dei Bodhisattva appartenenti al Cristo avrà svolto la sua opera, l’umanità potrà percepire che cosa sia il Cristo; allora essa sarà animata da una volontà il cui il Cristo stesso vivrà. Il Cristo penetrerà negli esseri umani attraverso il pensare, il sentire, il volere: l’umanità sarà l’impronta esteriore del Cristo sulla Terra».

Quanto all’essenza stessa dei Bodhisattva, Rudolf Steiner rivela che essi non sono uomini, che furono uomini, ma che essi hanno superato, lasciato dietro di sé il grado umano, da loro sperimentato sull’Antica Luna, ossia sull’Antica Luna essi sperimentarono la chiara coscienza dell’Io, così come noi, in altre, e ben diverse, e più difficili, condizioni la sperimentiamo oggi sulla nostra Terra. Rudolf Steiner, nelle sue comunicazioni, rivela che come il Christo, in quanto Logos Solare, è la “sintesi” dei sette Elohim solari, così lo Spirito Santo è la “sintesi” dei dodici Bodhisattva. Ed esprime il rapporto tra il Logos Solare e lo Spirito Santo, quindi anche tra il Christo e i dodici Bodhisattva, nella meravigliosa immagine – una autentica immaginazione occulta – che troviamo nella conferenza da lui tenuta a Monaco il 9 gennaio 1912, che ha per titolo Io cosmico e Io umano. Entità sovrasensibili microcosmiche. La natura del Cristo, e che fa parte del già citato ciclo Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’umanità, GA-130, purtroppo solo parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 119-120:

«Da quanto è stato detto, si può rilevare che non è tanto semplice comprendere l’evoluzione del Cristo  entro la Terra, poiché in certo modo è giustificata l’obiezione secondo cui spiriti particolari, spiriti luciferici, conducono a principi più elevati, benché microcosmici. Nel passato lo espressi in questo modo: Il Cristo è come un punto centrale, dove l’essere agisce tramite la propria azione, dove l’essere agisce attraverso ciò che è realmente. Attorno al Cristo stanno seduti i dodici bodhisattva del mondo, irradiati da quanto il Cristo emana, i quali innalzano a più alti princìpi quanto ricevono, nel senso di una elaborazione della saggezza. A tal proposito s’incorre in molti errori riguardo all’entità del Cristo, se non si ha ben chiaro che si tratta bensì del quarto principio del Cristo [HdP: il principio dell’Io], ma del quarto principio macrocosmico e che, pur essendovi la possibilità che si sviluppino princìpi più elevati, questi sono soltanto princìpi microcosmici, di entità non pienamente evolute sull’antica Luna, di esseri che per la loro natura sono superiori all’uomo essendosi evoluti già durante l’evoluzione lunare, dove hanno sviluppato quanto l’uomo deve ancora sviluppare sulla Terra».

Per molti anni, poi, Rudolf Steiner parlò del Bodhisattva che succedette al principe Siddhartha Gautama, allorché questi divenne il Buddha Shakyamuni, ossia del Bodhisattva Maitreya. Ora, sarebbe troppo lungo riportare in un articolo come questo tutto quanto Rudolf Steiner comunica disperso nella sua immensa opera, edita e inedita, sul Bodhisattva Maitreya, sul futuro Buddha Maitreya. Tuttavia, è da sottolineare la concordanza della comunicazione, in più occasioni, fatta da Rudolf Steiner con la tradizione buddhista, ossia che 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shakyamuni, il Bodhisattva Maitreya si sarebbe realizzato anche lui come Buddha, ed avrebbe insegnato l’Illimitata Compassione. Rudolf Steiner parla, altresì, in molte conferenze, della manifestazione ‘umana’, o meglio della ‘manifestazione nell’umano’ del Bodhisattva Maitreya, ossia di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni, che nel primo secolo avanti Christo annunciò profeticamente l’incarnazione del Logos Solare, dell’atteso Messia del popolo ebraico, e che per il suo annuncio, e il suo insegnamento, morì martire dell’intolleranza della casta gelosa custode di una esanime e cristallizzata ortodossia ebraica.  

Nel caso dei Bodhisattva è giusto parlare di ‘manifestazione nell’umano, e non di vera e propria ‘incarnazione’, perché il Bodhisattva, come entità spirituale, nelle varie sue vite terrene, pervade – ossia si ‘incorpora’, per fare una precisa distinzione, più volte sottolineata dalla stessa Marie Steiner – l’umano solo fino al corpo eterico, mentre si ‘incarna’ completamente nel corpo fisico unicamente nell’ultima vita terrena, nella quale egli è destinato a divenire un Buddha. Non sempre gli antroposofi hanno saputo cogliere la distinzione tra ‘incorporazione’ e vera e propria ‘incarnazione’, così come non sempre hanno saputo distinguere tra la ‘ispirazione’ che un’entità spirituale qualsiasi, e nel nostro caso il Bodhisattva, opera nei confronti di una o più individualità umane, le quali coscientemente si fanno portatrici dell’influenza, e dell’insegnamento, di quella entità spirituale, e nel caso specifico che ci interessa, del Bodhisattva.

Rudolf Steiner, nelle sue ‘lezioni’ nell’àmbito della prima Scuola Esoterica, più volte affermò che quella o quell’altra ‘lezionenon stava sotto la sua responsabilità, e che attraverso lui parlavano i ‘Maestri della saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti’, dei quali egli parlava sempre con infinita venerazione, e in particolare il Maestro Gesù, ossia Zarathustra, o Mani, o Christian Rosenkreutz, o lo stesso Bodhisattva Maitreya. Ma l’incapacità di distinguere tra ‘ispirazione’, ‘incorporazione’, e vera e propria ‘incarnazione’, ha portato molti antroposofi, ed anche alcuni amici della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero, a ritenere che Rudolf Steiner fosse il Bodhisattva Maitreya. Cosa che – stando a quanto è stato più sopra riportato, sia pure in forma forzatamente sommaria, circa la natura e l’essenza dei Bodhisattva, e conoscendo la storia umano-cosmica di Rudolf Steiner – è da escludere. Hella Wiesberger – sempre estremamente rigorosa e asciutta nel suo pensare e parlare – in vari colloqui con me, per indicare l’ispirazione che Rudolf Steiner riceveva in particolari momenti da Zarathustra, dal Bodhisattva Maitreya, o da altre elevate individualità spirituali, usò la calzante espressione ‘adombriert’, ossia ‘adombrato’.

Rudolf Steiner parlò più volte del ‘portatore umano’, ossia dell’individualità che veniva pervasa sino al corpo eterico da parte dell’incorporantesi Bodhisattva Maitreya, ossia dell’individualità di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni. Ne parlò in modo particolare, tra l’altro, nella conferenza, tenuta a Berna, del 10 settembre 1911, all’interno del ciclo sul Vangelo di Matteo. Poiché, già allora, cominciavano fraintendimenti da parte di vari antroposofi, i quali lo ritenevano essere Jeshu Ben Pandira, e il Bodhisattva Maitreya, Rudolf Steiner – al fine di tagliar corto con simili ciance, da lui definite ‘Spekulationen’ – affermò chiaramente a coloro che lo interrogavano: «Ich bin es nicht!», ossia «Non lo sono!». E vi è, a tale proposito, una testimonianza preziosa: quella di Günther Wagner (1842-1930). Questi era il fondatore della fabbrica dei prodotti Pelikan, e sin dal 1895 aveva aderito alla Società Teosofica di H. P. Blavatsky. Appena Rudolf Steiner divenne segretario della Sezione Tedesca, Günther Wagner si collegò con lui, e fu uno dei primi ad aderire alla sua Scuola Esoterica. Rudolf Steiner lo definiva ‘Senior’ della Società Teosofica, poi Antroposofica, e lo teneva in grande stima. Quindi la sua testimonianza ha per noi particolare valore. Egli testimoniò apertamente il fatto che Rudolf Steiner gli disse di non essere lui stesso il Bodhisattva Maitreya, «dass er selber nicht der Bodhisattwa sei». Abbiamo, altresì, la testimonianza di Walter Vegelahn, stenografo di molte sue conferenze, il quale ci ha trasmessa la dichiarazione di Rudolf Steiner che «es habe seine Individualität mit Jeshu ben Pandira nichts zu tun», ovvero che «la sua individualità non aveva nulla a che fare con Jeshu Ben Pandira». Un’ulteriore, importante testimonianza l’abbiamo da Friedrich Rittelmeyer, il fondatore della Christengemeinschaft, ossia della Comunità dei Cristiani, al quale Rudolf Steiner, nell’estate del 1921, comunicò circa l’azione del Bodhisattva Maitreya – comunicazione da Rittelmeyer riportata in un manoscritto diffuso come dattiloscritto, e recante il titolo di Gespräche mit Rudolf Steiner, Colloqui con Rudolf Steiner – che «Wenn wir noch 15 Jahre leben, können wir etwas davon erleben …», ovvero che «Se vivremo ancora quindici anni, ne potremo venire a conoscere qualcosa». Documentazione a proposito di questo spinoso problema, che per decenni ha prococato accese discussioni nel milieu antroposofico di lingua tedesca, è possibile reperrla in Der Europäer Jg. 14 / Nr. 12 / Oktober 2010. Il problema è di enorme importanza e sarà necessario ritornarci sopra più approfonditamente, meno di sfuggita, come sono costretto ora a fare in questo articolo. Appare evidente come da queste documentate testimonianze – oltre che dallo studio dell’opera di Rudolf Steiner –  la conclusione che l’affermazione di Orao circa l’identificazione di Rudolf Steiner con Jeshu Ben Pandira, e col Bodhisattva Maitreya, risulta errata.

Altri, ben più grandi, e gravi, problemi, sollevati dallo scritto di Orao, che sto esaminando, verranno affrontati nella terza parte di questo articolo. Ma, sin da ora, occorre aver sempre ben presente che, se l’Antroposofia è Scienza dello Spirito, non si può ‘venire a patti’ riguardo al rispetto – anzi, alla doverosa devozione, alla quale non è lecito a nessuno venir meno – nei confronti della Verità, e che non si possono avallare ‘leggende’, ‘sogni’, e ‘fiabe’, che purtroppo, in maniera parassitaria, illegittimamente, abbondano in molti ambienti esoterici, compresi quelli antroposofici e, non ultimi, i quelli di discepoli di Massimo Scaligero. Con la mia limitata esperienza spirituale diretta, naturalmente, io non sono in grado di verificare e dire (adesso, ma l’esperienza interiore, nel tempo, col lavoro diligente degli esercizi e dello studio, dis bene juvantibus, è in crescita) se tutto quel che afferma Rudolf Steiner sia vero o meno. Tuttavia sono benissimo in grado di dire se Rudolf Steiner abbia detto o meno una certa cosa. Se quel che affermano vari, più o meno ‘autorevoli’, autori, concordi o meno con quel che comunica, sulla base della sua rigorosa investigazione spirituale, Rudolf Steiner. Se, in taluni casi, gli vengano attribuite parole da lui mai prounciate. Se, addirittura, in opere citate da  tali ‘autorevoli’ autori  non vi sia affatto traccia, come avremo modo di constatare, di quel che essi affermano aver detto Rudolf Steiner.  

 

3 pensieri su “VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SECONDA PARTE.

  1. Salve, mi associo al ringraziamento e (se posso) chiederei al sig. Hugo se abita come mi é parso nella città del Fiore, dove ho lavorato per molti anni. Se così fosse mi piacerebbe incontrarlo di persona poiché ho nei suoi confronti una sana e sincera ammirazione. Spero di non essermi “allargato” come appunto si dice noialtri…Buon proseguimento.

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