VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TERZA PARTE.

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Vi è un detto di Aristotele, divenuto famoso nella sua versione latina, che io da sempre ho amato tantissimo. Quel detto del grande Stagirita afferma che: «Amicus Plato, sed magis amica veritas!», ovvero: «Platone mi è amico, ma più amica mi è la verità».

Un detto simile, nella anonima Vita Aristotelis Marciana, è attribuito anche a Platone che, a sua volta, si riferisce al suo amico e maestro Socrate con le parole: amicus Socrates, sed magis amica veritas. Un’espressione analoga si ritrova tramandata nel Fedone, ove nella traduzione latina, leggiamo: «Socrates quidam parum curandus, et veritas plurimum», il che significa: Di Socrate ci si deve occupare un po’, ma della verità molto di più. Platone, Fedone, 91c.

Mentre, Aristotele, da parte sua, così si era espresso: «Pur essendoci care entrambe le cose [gli amici e la verità] è dovere morale preferire la verità». Aristotele, Etica nichomachea, I, 4, 1096a 16. Quindi, Aristotele, nonostante apprezzasse sommamente l’amicizia, per amore della verità, non avrebbe mai rinunciato a criticare quelle dottrine che la mettessero in dubbio.

E se andiamo a leggere quel che Aristotele dice nella Metafisica, IV, 7, 1011b,  trad. di Antonio Russo, troviamo: «È falso, infatti, dire che l’essere non è o che il non essere è; è vero che l’essere è e che il non essere non è. Di guisa che anche colui il quale afferma che una cosa è oppure che una cosa non è, dirà la verità, oppure errerà», Aristotele, vol. I, Mondadori, I Classici del Pensiero, Milano, 2008, p. 771.

Nel Medioevo, Tommaso d’Aquino riprese le affermazioni di Aristotele affermando che «Veritas est adaequatio rei et intellectus», ossia che la verità è l’adeguazione, l’esatta corrispondenza tra la realtà e l’intelletto. Tommaso d’Aquino, La Somma contro i Gentili: Libro primo e secondo, Edizioni Studio Domenicano, 2000 p.46. Anche nella sua Summa Theologica, Quaes. XVI, Art. 1, 3, Tommaso d’Aquino afferma che «veritas est adaequatio rei et intellectus», 

In India, da millenni, il culto della Verità è il dovere, la legge, il dharma, la regola suprema e insuperata, come afferma il detto: satyân nâsti paro dharmah̟, – era il motto dei Mahârâja di Varanasi, adottato poi, a fine Ottocento, dalla Società Teosofica della Blavatsky – che afferma che «non v’è dharma, e principio religioso, più grande di quello di aderire alla Verità». Perché, comunque, come dichiarano i Veda, «La Verità trionferà».

Rudolf Steiner, nella sua Filosofia della Libertà, Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo, alla quale dette come sottotitolo Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, chiamò la prima metà – quella relativa alla teoria della conoscenzaLa scienza della libertà. Nel secondo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 24 dell’edizione del 1966, tradotta da Dante Vigevani, in totale armonia con lo Stagirita e l’Aquinate, ma anche con Goethe, così scrive:

«La storia della vita dello spirito è una continua ricerca dell’unità fra noi e il mondo. Religione, arte, scienza perseguono ugualmente questo scopo. Il credente cerca nella rivelazione di cui Dio lo fa partecipe la soluzione degli enigmi universali che gli vengono posti dal suo io, insoddisfatto del semplice mondo dell’apparenza. L’artista cerca di imprimere nella materia le idee del suo io, per riconciliare col mondo esteriore ciò che vive nel proprio intimo. Anch’egli si sente insoddisfatto del solo mondo dell’apparenza, e dentro ad esso cerca di versare quel di più che si cela nel suo io. Il pensatore cerca le leggi dei fenomeni, vuole compenetrare pensando ciò che osservando sperimenta. Soltanto quando siamo riusciti a fare del contenuto del mondo il contenuto del nostro pensiero, ritroviamo il nesso dal quale noi stessi ci eravamo disciolti. Vedremo più avanti che questo scopo si può raggiungere soltanto se il compito dello scienziato viene compreso molto più profondamente di quel che spesso non avvenga».

Ora, l’Antroposofia è ‘scienza’: Scienza dello Spirito. Scienza, non religione, non misticismo. E la scienza è verità: è conoscenza pensante della realtà, non passiva sentimentalità. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro. Infatti, nel primo capitolo, Carattere della Scienza Occulta della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice antroposofica, Milano. 1969, alle pp. 31-33, possiamo leggere:

«Il senso da noi attribuito alla parola  «occulto» potrà venire rettamente inteso, tenendo presente ciò che Goethe intendeva esprimere, quando accennava ai «manifesti misteri» dei fenomeni del mondo. Quello che di tali fenomeni rimane «occulto», non manifesto, ove li si consideri soltanto mediante i sensi e l’intelletto ad essi legato, viene qui considerato oggetto della conoscenza soprasensibile. […] In questo senso si parla qui di una conoscenza «scientifica» di fenomeni non sensibili; e di questi fenomeni l’attività pensante dell’uomo vuole occuparsi, come nell’altro caso, essa si occupa dei fenomeni che sono l’oggetto della scienza naturale. La scienza occulta vuole liberare l’indagine scientifica e l’attitudine scientifica (che nel suo campo si limitano si rapporti e ai processi dei fatti sensibili) da questo loro abituale campo di applicazione, pur conservandone le caratteristiche generali di pensiero. Essa si propone di trattare di cose non sensibili allo stesso modo con cui la scienza naturale tratta di quelle sensibili. Mentre la scienza naturale si limita, con i suoi metodi e i suoi procedimenti di pensiero, alla sfera sensibile, la scienza occulta considera il lavoro dell’anima intorno alla natura come una specie di auto-educazione dell’anima, e vuole applicare alla sfera non sensibile ciò che risulta da tale auto-educazione. Essa vuole procedere in modo da non trattare dei fenomeni sensibili come tali, ma del contenuto non-sensibile del mondo allo stesso modo in cui lo scienziato naturalista tratta del contenuto sensibile. Essa conserva del procedimento scientifico l’atteggiamento animico entro tale procedimento, cioè proprio quello per cui la conoscenza della natura diventa scienza. Perciò essa può definirsi «scienza».[…] 

L’elemento animico non vive in quello che l’uomo conosce della natura, bensì nel processo del conoscere. L’anima sperimenta se stessa nel proprio applicarsi alla natura. In questa sua attività essa si conquista in modo vivente qualcosa che va oltre il sapere della natura, cioè uno sviluppo di se stessa sperimentato nella conoscenza della natura. La scienza occulta vuole esplicare quello sviluppo dell’anima in dominii che stanno oltre i limiti della sola natura. Il cultore della scienza occulta non misconosce affatto il valore della scienza naturale, anzi lo riconosce più completamente dello stesso scienziato naturalista. Egli sa che non è possibile fondare una scienza, senza i procedimenti rigorosi della scienza moderna; ma gli è pure noto che questa severa mentalità scientifica, una volta conquistata penetrando nello spirito del pensare scientifico, può venire serbata dalla forza dell’anima ed applicata ad altri dominii».

Subito dopo, alle pp. 32-33, Rudolf Steiner, rispondendo ad una comprensibile obbiezione, pronuncia severe parole ammonitrici, che – come le precedenti – andrebbero ben meditate da parte di chiunque voglia inoltrarsi nella diretta indagine spirituale, e voglia altresì porgere ad altri i risultati di tale propria indagine spirituale:

«È vero peraltro che, così facendo si verifica qualcosa che può lasciare perplessi. Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente dall’oggetto osservato di quanto non avvenga nei fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è reso conto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura, non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica». 

La posizione di Rudolf Steiner è chiaramente, e risolutamente, ‘scientifica’; il suo atteggiamento è energicamente ‘anti-mistico’. Infatti, già nelle Osservazioni preliminari alla quarta edizione tedesca, che è del giugno 1913, alle pp. 19-20, così scrive:

«L’autore ha cercato di mostrare che questo sperimentare, sebbene venga acquisito per virtù di mezzi e di vie assolutamente interiori, non ha però un significato soggettivo per il singolo uomo che l’acquista. Dovrebbe risultare da questa descrizione che la singolarità e la peculiarità personale vengono eliminate dentro l’anima, e che si arriva ad uno sperimentare che è del medesimo genere per ogni uomo, la cui evoluzione si svolga in modo giusto attraverso le sue esperienze soggettive. Soltanto quando la «conoscenza dei mondi sovrasensibili» viene da noi concepita con questo carattere, siamo capaci di distinguerla da tutte le esperienze semplicemente di mistica soggettiva ecc. – Di tale misticismo si può dire veramente che più o meno esso è una vicenda soggettiva che riguarda il mistico stesso. La disciplina scientifico-spirituale dell’anima, come qui viene intesa, aspira invece a esperienze obiettive che appunto perciò hanno un valore evidente generale, sebbene la loro verità venga riconosciuta del tutto interiormente».

Per rendere comprensibile quanto dice Rudolf Steiner a proposito del carattere ‘scientifico’, oggettivo, universale, dei risultati dell’indagine spirituale da lui stesso svolta, basti prendere ad esempio la matematica, i cui contenuti aritmetici, geometrici, e algebrici, vengono conquistati, e giungono ad esistenza, nell’individuale attività pensante dell’anima, ma i risultati di una tale attività non hanno affatto carattere soggettivo, e personale, né vengono condizionati dalla individuale ‘colorazione’ psichica e caratteriologica del matematico, anzi hanno valore universale: fuori di ogni collocazione spaziale, e temporale. Se, su un singolo punto, due matematici sono in disaccordo, uno dei due sicuramente sbaglia. Analogamente, all’interno dell’indagine sovrasensibile, se due ricercatori spirituali giungono a risultati divergenti, uno dei due ricercatori – per i motivi metodologici dei quali parlava più sopra Rudolf Steinersicuramente sbaglia, ma le conseguenze spirituali di un tale errore, come avremo modo di constatare dalle parole stesse di Rudolf Steiner, sono ben più gravi che non nel caso di un teorema geometrico, o di un calcolo algebrico, che, sul piano fisico, è pur sempre facilmente verificabile, e correggibile.   

Questa lunga premessa conoscitiva, e soprattutto metodologica, è assolutamente necessaria per bene intendere – e non fraintendere – quanto sarà necessario, nonché doveroso, dire a proposito di quello che è – a mio modesto giudizio – il punto più scabroso e controverso della suddettaopera di Orao. Infatti, quel che possiamo leggere in Resurrezione, va apertamente in rotta di collisione con tutto quanto comunica Rudolf Steiner, come frutto delle sue ‘scientifiche’ investigazioni spirituali. Non si tratta di un evento osservato da punti di vista diversi, e quindi generante prospettive diverse. Si tratta di affermazioni logicamente contrarie; affermazioni dal contenuto opposto, perciò escludentisi reciprocamente: secondo una logica dei contrari, non una logica dei distinti. Ma veniamo al capitolo Formazione degli stati di coscienza, all’ultimo paragrafo del capitoletto Ancora vita sulla Luna, ove, a p. 66, leggiamo:

«Il Sole divenne la nuova dimora degli Dei affinché questi potessero non solo seguire in senso ascensionale la storia dell’evoluzione del mondo, ma anche evolvere essi stessi fino ai gradi loro assegnati. Una loro ulteriore evoluzione richiedeva una nuova dimora: questa fu offerta dal Sole, una volta purificatosi dalle forze della Luna e della Terra distaccatasi. Da fuori, dal Sole, le Gerarchie superiori continuarono ad agire sulla formazione-Terra. A questo momento corrisponde esattamente il distacco del settimo Elohim, Yahweh, che scelse invece la sua dimora sulla Luna. Qui la storia cosmica attraversò un gravissimo pericolo che dalla Terra interessò anche i Cieli».  

Subito dopo questo paragrafo, alle pp. 66-68, vi è un capitoletto intitolato Lucifero. In esso vi sono una gran quantità di affermazioni, assolutamente non condivisibili dal punto di vista dell’antroposofica Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, il quale a proposito della tesi sostenuta da Orao, si esprime in maniera chiarissima, e assolutamente inequivocabile, in senso contrario alle affermazioni di Orao. Ma affrontiamo subito il primo paragrafo di questo controverso capitoletto:

«La conseguenza della scissione del Sole fu determinante per tutta la storia dell’evoluzione cosmica: si interruppe la comunione fra gli esseri superiori e le creature del mondo circostante, le quali da una superiore condizione di vita, andarono incontro ad una difficile situazione, al pericolo di un arresto progressivo del percorso evolutivo, in quanto le forze della Luna isolate dal Sole rendevano impossibile alla Terra di divenire l’attuale pianeta. Smisurati impulsi all’animalità – sviluppatisi durante il terzo giro solare – avrebbero preso il sopravvento sulla natura inferiore dell’uomo ed ogni ulteriore progresso si sarebbe arrestato a questo punto. Sopraggiunsero allora altri eventi cosmici che riattivarono e guidarono l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Il grande progenitore umano, il Logos, comunicava direttamente con il Cosmo in formazione mediante i sette Elohim – entità sovrumane agenti dal Sole come arti della sostanza cristica, quasi la sua settemplice sostanza, trasmettente al terrestre l’immensa donazione dell’essenza sovrumana, perché dall’inizio dei tempi essa fosse germinalmente inserita nella potenzialità-uomo».

L’opera di Orao, in larga parte di questo suo scritto, è una rielaborazione, spesso una mera parafrasi, pressoché letterale, della Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, parafrasi  alla quale Orao ha aggiunte alcune sue personali “considerazioni”, non distinte da quanto comunicato da Rudolf Steiner in quella sua opera. Ma. per rendersi conto della avvenuta alterazione del testo di Rudolf Steiner, è necessario ritrascrivere il testo originale, prendendolo dalla Cronaca dell’Akasha, trad. a c. di Lina Schwarz, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1940-1953, che è, con ogni verosimiglianza, l’edizione utilizzata da Orao, del resto – rispetto al punto che ci interessa – assolutamente concordante con la successiva ripubblicazione fattane dall’Editrice Antroposofica in una serie di successive edizioni che arrivano sino al 2012. Nell’edizione dei Fratelli Bocca, alle pp. 176-177, l’intero paragrafo suona così:

«La conseguenza della scissione del Sole fu una radicale rivoluzione nell’evoluzione dell’uomo e degli altri esseri; questi caddero, in certo qual modo, da una forma superiore di vita, in una inferiore; e ciò fu inevitabile, dacché la comunione diretta con quegli esseri superiori andò perduta per loro. La loro evoluzione avrebbe dovuto arrestarsi in una via senza uscita, se non fossero sopraggiunti altri avvenimenti cosmici che riattivarono il progresso e condussero l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Con le forze che sono attualmente concentrate nella Luna isolata, e che allora si trovavano ancora entro la Terra, un ulteriore progresso sarebbe stato impossibile. Con queste forze non sarebbe potuto sorgere l’umanità attuale, bensì soltanto una specie di esseri nei quali gli affetti: ira, odio, ecc., sviluppatisi entro il terzo grande giro lunare, sarebbero aumentati smisuratamente verso l’animalità».

Ho messo in evidenza in grassetto, nel testo di Orao e in quello di Rudolf Steiner, le parole di significato esattamente opposto. Per scrupolo doveroso, nonché per amore devoto, nei confronti della Verità, sono andato a controllare l’originale testo tedesco di Aus der Akasha-Chronik, herausgegeben von Marie Steiner, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1986, p. 208, e l’intera frase in tedesco suona così:

«Mit diesen Kräften hätte nicht die gegenwärtige Menschheit, sondern nur eine Wesensart entstehen können, bei der die während des dritten großen Kreislaufes, des Mondendaseins, entwickelten Affekte, Zorn, Haß und so weiter sich bis ins maßlose Tierische gesteigert hätten».

Ora, siccome è assolutamente certo che, in tedesco, Kreislauf des Mondensein significhi alla lettera: giro, o cerchio, dell’esistenza lunare, e non solare, è evidente che in questo punto, tutt’altro che secondario, della sua operaOrao ha inteso “correggere” Rudolf Steiner, e lo farà ancor più, e in maniera ancor più grave, nel proseguo del capitoletto intitolato Lucifero. Ma guardiamo subito che cosa, a p. 67, Orao giunge ad affermare – in aperta, e totale, contraddizione con tutta l’opera di Rudolf Steiner – circa la pretesa identità, che – a suo dire – vi sarebbe tra Lucifero e Jahvè, o Jehova:

«Quando il Sole si scisse, queste entità si trasferirono sul Sole e da lì agivano sul terrestre, ancora permeato dalla Luna. Nel momento in cui anche le forze lunari dovettero staccarsi dalla Terra, uno dei sette Elohim, Yahweh, si ribellò, rifiutando di lasciare il dominio della Luna, anzi pretendendo di lasciar permeare parte di queste forze il terrestre. Egli portava in sé forze solari capaci di trasmigrare fra Luna e Terra, fra Luna e Sole, per questo quale entità regolare, presiedeva a tutto l’evolversi dei regni della natura, fino allo stadio prima della condensazione terrestre, e tale funzione mantenne per sé. Inoltre scelse quale campo d’azione entro l’uomo l’ultimo corpo che egli aveva formato: l’astrale».

Ora, di fronte a simili affermazioni, come non ricordar le parole che Dante rivolge a Virgilio:

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; / aiutami da lei, famoso saggio, / ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. (Inf. I, vv. 89-90).

In effetti, una cotanta drastica affermazione dantescamente fa veramente «tremar le vene e i polsi», soprattutto ricordando le ultime parole della rosicruciana Fama Fraternitatis, in Allgemeine und general Reformation, Cassel, Wessel,  apparsa in Germania nel 1614, che termina appunto con le emblematiche parole: Sub umbra alarum tuarum, Jehova, ovverossia: All’ombra delle tue ali Jehova. La Fama Fraternitatis, sempre nel XVII secolo, venne tradotta in inglese dal rosicruciano Eugenius Philalethes, il ‘Nobile o Ben Nato Amante della Verità’  ossia il gallese Thomas Vaughan, col titolo The Fama Fraternitatis, or a Discovery of the Fraternity of the Most Noble Order of the Rosy Cross, translated from German by Thomas Vaughan in 1652. Il Vaughan, del quale possiedo tutta l’opera, è per noi importante perché fu il primo che intitolò un libro – il suo primo scritto – Anthroposophia Theomagica, pubblicato nel 1650, nel quale appare per la prima volta nel titolo il termine Antroposofia, ideato più di un secolo prima da Enrico Cornelio Agrippa, il grande discepolo dell’abate Tritemio.

Il motto rosicruciano riprende le parole del Salmo 16 della Vulgata di Girolamo, il 17 della Bibbia ebraica e di quella valdese, che, ai versi 8-9, in latino dice: A resistentibus dexterae tuae custodi me. Sub umbra alarum tuarum protege me, a facie impiorum qui me afflixerunt, parole che il Diodati così traduce: Guardami come la pupilla dell’occhio, nascondimi sotto l’ombra delle tue ale, d’innanzi agli empi che mi disertano. Ombra, che allude alla occulta, spirituale, ‘invisibilità’ dell’Ordine, o Fraternitas, dei Rosacroce.

Se, poi, andiamo a leggere quel che comunica Rudolf Steiner nella terza conferenza, La missione della Terra, del ciclo di Amburgo su Il Vangelo di Giovanni, Trad. di Willy Schwarz, L’editrice Scientifica, Milano, 1956, alle pp. 45-46, troviamo qualcosa di estremamente diverso, anzi di assolutamente opposto a quanto afferma Orao:

«Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente dell’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché il Sole ha raggiunto un grad superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore, di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero loro la matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare affluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora.

Quando fu compiuta l’evoluzione lunare, esistevano sette entità siffatte evolute al punto da saper irradiare amore; e qui sfioriamo un profondo mistero, che la scienza dello spirito ci svela. All’inizio dell’evoluzione terrestre esisteva l’uomo ancora bambino, che doveva accogliere l’amore ed era pronto ad accogliere l’io; d’altra parte, nello stesso momento, abbiamo il Sole, che si era scisso dalla Terra per salire ad un’esistenza superiore. Sul Sole potevano svolgere la loro attività sette Spiriti di Luce principali, ch’erano al tempo stesso gli Spiriti donatori dell’amore.. solo sei di loro presero dimora sul Sole; e ciò che affluisce nella luce solare fisica contiene in sé le forze spirituali d’amore, appunto si quei sei Spiriti di Luce: i sei Elohim, che troviamo menzionati nella Bibbia. Uno dei sette, invece,  si separò dagli altri, per il bene dell’umanità, ed elesse a propria dimora  non il Sole, ma la Luna; e quest’uno degli Spiriti di Luce, che rinunziò volontariamente all’esistenza solare e si prescelse la Luna, non è altri che colui che l’Antico Testamento chiama Jahve o Jehova. Quell’uno che prese dimora sulla Luna fece fluire appunto dalla Luna sulla Terra la saggezza matura, preparando così l’avvento dell’amore. Ed ora, fate attenzione a questo mistero che sta dietro alle cose».

Questo testo di Rudolf Steiner – nel quale ho fatto solo alcune piccole correzioni ortografiche (le maiuscole un po’ trascurate in tipografia dal proto), ed ove ho messo in evidenza in grassetto quel che mi premeva rilevare – dice, in maniera evidente, l’esatto contrario di quanto affermato da Orao nella citazione da me sopra riportata. Quelle che leggiamo nel suo libro Resurrezione sono parole chiare, che non possono in alcun modo essere equivocate. Infatti, nel proseguo della citazione sopra riportata, parlando di Lucifero, da Orao identificato con Jahve, alle pp. 67-68, leggiamo:

«Quasi si innamorò dell’affettività di cui l’uomo avrebbe potuto disporre, di ogni impulso che l’uomo avrebbe potuto sprigionare verso i suoi simili: forze dell’anima futura, di cui all’uomo avevano fatto dono gradualmente, da Saturno in poi, le Gerarchie superiori ed in modo speciale gli Spiriti della Forma che, attraverso la prima condensazione fisica, avevano stabilito il primo collegamento fra il corpo fisico e l’astrale. Lucifero, o Yahweh, abbandonato nella luna a tutta prima isolata, traspose queste residue forze lunari entro il terrestre in formazione e qui assunse il dominio dell’astrale umano, del primo corpo sottoposto nell’uomo alla direzione dell’Io-Cristo. Recava in sé, quale entità solare, l’impulso all’indipendenza, all’autonomia: egli era stato l’Elohim intessuto della libertà solare, della luce infinitamente erompente come riflessità della vera luce del mondo, quindi dalle forze della Luna continuò ad emanare la sua azione regolare per il complesso sviluppo del mondo. Ma quando, precipitato dai Cieli sulla Terra, prese dimora nell’astrale umano, ne appannò la lucentezza stellare, catturando questa per sé, in cambio promettendo all’uomo, diveniente sempre più consapevole, il dono dell’indipendenza, della libertà, del suo aspirare al cielo, della sua nostalgia del divino mondo perduto, in séguito al suo essere stato esiliato dalle sedi superne. Lucifero diede all’uomo tutto quanto potesse separalo dall’azione dell’Io autonomo, divinizzato dal nucleo-Cristo che lo animava e lo rendeva agente nella struttura superiore umana».

Anzitutto, è da sottolineare il fatto che, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, né Lucifero, né Jahve, sono liberi. Infatti, come ebbi modo – basandomi rigorosamente sulle comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero – di scrivere in articoli passati, nei quali parlavo della figura luminosa e tragica di Prometeo, e del prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner, il còmpito e lo scopo che l’Assoluto assegnò alle Gerarchie nel ‘Concilio degli Dèi’ fu proprio quello di portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Quella libertà che gli Dèi stessi non possedevano, fu il motivo della creazione dell’Uomo. L’Uomo, Mèta delle Gerarchie – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime antroposofiche – è colui che realizzerà, e porterà ad esistenza Autocoscienza, Libertà, e Amore. Gli Dèi attendono – nostalgicamente attendono – dall’Uomo, ch’egli prima realizzi, e poi porti loro in dono Autocoscienza, Libertà, e Amore. Infatti, si ama perché si vuole amare, non perché si è costretti ad amare, o perché non se ne può fare a meno. Si ama veramente, perché si è liberi, perché liberamente si vuole amare. Ma si è veramente, e non illusoriamente, liberi, solo e unicamente se si è autocoscienti. Gli Dèi hanno Coscienza sovrasensibile, ed illimitata Sapienza, ma non hanno Autocoscienza: questa l’attendono dalla realizzazione della quale l’Uomo sarà autore. Gli Dèi hanno infinita Potenza, ma non sono liberi: attendono la libertà dalla realizzazione che l’Uomo saprà inverare: realizzazione che non è fatale. Deità altissime come i Serafini sono ardenti d’Amore, amano, ma non liberamente: essi sono amore, ma non sono liberi di amare o non amare. Solo l’Uomo è virtualmente, potenzialmente, libero: sta a lui inverare, realizzare, effettivamente la libertà. In questo, vale l’ammonizione di Massimo Scaligero: il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua.

Jahve è la Legge: la Legge – la Torah – che Mosè ricevette sul Sinai e che dette come regola assoluta al popolo ebraico. Ogni qualvolta gli ebrei trasgredivano i Dieci Comandamenti, e i 613 Precetti della Legge, trascritta nel Pentateuco, nei cinque libri della Torah mosaica, l’ira di Jahve si abbatteva fulminea e vendicatrice sul popolo ebraico. Jahve è la Legge dell’Antico Testamento, non la libertà. Lucifero, a sua volta, è la ribellione, ma non è la libertà: egli è istigatore alla libertà nell’uomo, ma non è libero lui stesso. Lucifero, come Ostacolatore dell’uomo, esegue un còmpito che gli è stato assegnato, e al quale non può sottrarsi: un còmpito, una funzione, alla quale egli è costretto, e che svolge con l’impersonalità delle forze della natura, in maniera tutt’altro che libera. Jahve e Lucifero sono forze antagoniste, forze contrarie, che svolgono nell’economia spirituale dell’Universo, il ruolo loro assegnato in funzione della possibile – non fatale – realizzazione della libertà da parte dell’Uomo. Sono entità e forze polarmente antagoniste, entità tra loro fatalmente, e tragicamente nemiche; non la stessa forza, e non la stessa entità spirituale.  

Quello di Orao è un errore ben grave, e tenuto conto che la sua affermazione è una delle idee principali, attorno alla quale ruota l’intero suo libro, le conseguenze conoscitive e morali, che ne può trarre un attento ricercatore spirituale, come vedremo dalle parole stesse di Rudolf Steiner, non possono essere altro che drammatiche e tragiche. Ma voglio proseguire la trascrizione della citazione, tratta dalla terza conferenza sul Vangelo di Giovanni, che avevo più sopra interrotta:

«La notte appartiene alla Luna e molto di più le apparteneva in quel tempo antico, quando l’uomo non poteva ancora ricevere dal Sole la forza dell’amore, quando non era ancora in grado di riceverla nella luce diretta. Allora riceveva nella luce lunare la forza riflessa della matura saggezza. Questa gli affluiva con la Luna ci riflette di notte la forza del Sole; la sua luce è la stessa che promana dal Sole. Così Jahve nel tempo antico rifletteva la forza della saggezza matura, la forza dei sei Elohim, infondendola nottetempo negli uomini addormentati e preparandoli a saper sviluppare più tardi, a poco a poco, la forza dell’amore anche durante la coscienza diurna di veglia. […] Durante la notte, il corpo astrale e l’io sono fuori del corpo fisico e dell’eterico; l’io si trova interamente nel mondo astrale, mentre il corpo astrale è appena immerso da fuori entro il corpo fisico, ma in modo che essenzialmente si trova tuttavia adagiato nell’elemento divino-spirituale. In queste condizioni il Sole non può agire direttamente sul corpo astrale dell’uomo per accendere in esso la forza dell’amore; agisce invece la Lina che riflette la luce solare, per mezzo di Jahve. La Luna è il simbolo di Jahve e il Sole non è altro che il simbolo del Logos, il quale è la somma degli altri sei Elohim. Questa figura [HdP: qui Steiner allude alla figura a p.47 del testo] disegno c jpgsulla quale potrete  studiare e meditare, vuole soltanto alludere simbolicamente a questi rapporti. E se vi concentrerete i vostri pensieri, scorgerete i profondi misteri che vi sono rappresentati: come, cioè, per lungo tempo Jahve abbia coltivato l’amore entro la coscienza notturna, a insaputa di questo. Così l’uomo è preparato a poter sentire, a poco a poco, il Logos stesso, e la forza del suo amore».

Come si può vedere, Rudolf Steiner non parla mai, come invece fa Orao, di una azione di ‘ribellione’, e non parla affatto di una ostacolatrice ‘opposizione’,  di Jahve nei confronti degli altri sei Elohim, e del Logos solare, anzi parla esplicitamente di un grandioso,  più volte millenario millenario, ‘sacrificio’ nel caso del suo scegliere come dimora l’attuale Luna, distaccata dalla Terra: ‘sacrificio’ compiuto proprio per contrastare le conseguenze della ‘seduzione’ luciferica, la quale comportò l’espulsione dell’uomo dalla paradisiaca condizione dell’Eden, e la sua progressiva discesa nella sempre più densa materialità terrestre. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Del resto, Rudolf Steiner, nel corso delle sue conferenze, molte volte collegò esplicitamente il nome di Jahve col nascente Io umano. Infatti,  nella di Das christliche Mysterium, Il Mistero Cristiano, GA-97, 3. Auflage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, nella conferenza Das Vaterunser, Il Padre Nostro, tenuta a Karlsruhe, il 4 Febbraio 1907, a p. 106, leggiamo: 

«La scienza occulta ebraica ha chiamato questo Io il nome inesprimibile di Dio. «Jahve» non significa altro che «Io sono». Qualsiasi interpretazione una scienza esteriore possa dare, in verità esso significa «Io sono» – il quarto arto dell’entità umana».

Se andiamo a leggere le conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, e trascritte da Édouard Schuré, pubblicate in italiano – ammoderno, secondo l’uso attuale, soltanto l’ortografia di alcuni nomi e di alcune espressioni – col titolo di Esoterismo Cristiano, Lineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 24-25, troviamo:

«Ogni corpo non è, in verità, che un frammento, una particella di un altro corpo, ma l’io dell’uomo non appartiene che a lui stesso. Io sono io: ecco tutto ciò che egli può dire. È ciò che gli altri chiamano tu; è ciò che non si può confondere con null’altro nell’universo. È per mezzo di questo io inesprimibile e incomunicabile, che l’uomo si eleva al di sopra di tutti gli esseri terrestri, di tutta la creazione, ed è attraverso di esso ch’egli comunica con l’Io infinito, con Dio. Ecco perché nel santuario occulto degli ebrei l’officiante diceva, in certi giorni, al gran sacerdote: Shem hammephoràsh?, ciò che significa: «qual è il suo nome?» (il nome di Dio) – e il gran sacerdote rispondeva: I H V H (iod, , vau, ), o più brevemente iev oppure iof, ciò che significa: Dio, la natura e l’uomo, ovvero: l’inesprimibile io umano e divino».

Mentre, a p. 42, possiamo leggere:

«Gli dei non hanno altro interesse che l’amore degli uomini. Quando Lucifero, sotto forma di serpente, vuole indurre l’uomo a ricercare la scienza, Jehova vi si oppone. Ma Lucifero è un dio decaduto, che non potrà risalire che attraverso l’uomo, ispirandogli il desiderio d’una conoscenza personale; egli si oppone alla volontà di Dio, che aveva creato l’uomo «a propria immagine».

La rosacroce spiega il còmpito di Lucifero nel mondo. Vi torneremo in seguito, limitandoci ora a rilevare questa massima dell’ordine: «Oh uomo, pensa che attraverso te passa una corrente che sale e una corrente che discende».

Nella quattordicesima di queste conferenze parigine, Rudolf Steiner chiarifica ulteriormente, e in maniera preziosa, anche rispetto a quanto leggiamo nella sua Scienza Occulta, il quadro di quel che avvenne nelle origini e, come vedremo, in totale opposizione a quanto scrive Orao. Alle pp. 172-175, le parole di Rudolf Steiner ci comunicano che:  

«Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dall’attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; erano rispetto a lui quel che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e se l’evoluzione della Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore di quell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi sullo specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei proprî pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Jehova.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono degli allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Jehova erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la mèta sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei della natura di Jehova avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per quegli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei jahvetici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto lungo tempo che Jehova.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III,5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee-madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quello di avere coscienza di sé, di scegliere e d’esser libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Jehova, sarebbe rimasto impersonale».

Mi sembra chiaro come Rudolf Steiner, non solo non identifichi affatto l’individualità spirituale di Jahve-Jehova con quella di Lucifero, ma che addirittura le ponga in polare contrapposizione, come ponga, macrocosmicamente e microcosmicamente, in totale opposizione l’agire, l’operare, di Jahve-Jehova e quello di Lucifero. Nessun testo dell’opera, orale o scritta, di Rudolf Steiner giustifica minimamente, a tale proposito, le ripetute affermazioni di Orao di una tale errata, totalmente ingiustificata e falsa, identificazione tra Jahve-Jehova e Lucifero. Una tale illegittima identificazione non è affatto, come avremo modo di vedere nella quarta parte di questo mio studio, senza conseguenze spirituali, che non possono non essere estremamente negative, addirittura esiziali.  

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