VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SESTA PARTE.

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Al termine della sua lunga vita – tutta dedicata con amore, sacrificio, e intenso impegno di volontà ad editare la Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – Hella Wiesberger, tra le varie cose, scrisse un’opera che è un po’ la sintesi del suo attivo operare al servizio, al contempo devoto e instancabile, dell’Anthroposophia, dell’Angelico Essere animante la rosicruciana Scienza dello Spirito, che Rudolf Steiner ha prima conquistato, e poi donato al mondo. Hella Wiesberger fu, all’interno del Nachlass, del Lascito di Rudolf Steiner, tra le molte altre sue opere da lei edite, la curatrice esatta e accurata sin nei particolari della pubblicazione di tutto il materiale giuntoci sia della prima (operante dal 1904 al 1914), che della seconda (riaperta nel febbraio del 1924, e non completata a causa della malattia, e della prematura dipartita del suo Fondatore) Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica: della ‘Scuola di Michele’.

L’opera in questione – che dovrebbe essere, penso, quella che racchiude i suoi ultimi scritti su tale importante e delicato argomento – è: Hella Wiesberger, Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit – Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung, L’insegnamento esoterico di Rudolf Steiner – Veracità, Continuità, Rinnovamento,  pubblicata dalla casa editrice del Lascito, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997,  un libro denso di 343 pagine.

In tale opera, l’Autrice non solo descrive le peculiarità della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner, ma le descrive entrando ben a fondo – con sue preziose considerazioni, che in parte desidero ripercorrere – alquanto nei particolari,  nell’essenza, e nel metodo, della stessa Scienza dello Spirito. In essa, Hella Wiesberger mostra la radicale differenza tra i contenuti e i metodi dell’antico esoterismo, tramandato da antichissime, venerande, tradizioni, legittimamente sopravvivente sino al XIX secolo all’interno di Confraternite ed Ordini Occulti rigorosamente chiusi, e i metodi, i risultati, della moderna, rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente.

Si tratta della differenza radicale che vi è il conoscere proprio all’anima senziente e all’anima razionale-affettiva, e il conoscere proprio dell’anima cosciente. Conoscenza non è affatto di per sé – ipso facto – automaticamente ‘scienza’. La consapevolezza di questa differenza era già chiara agli antichi Greci: a Pitagora, a Platone, ad Aristotele, per fare solo alcuni esempi tra molti. I Greci distinguevano acutamente tra δόξα, dòxa, la mera ‘opinione’, ἐπιστήμηepistēmē, ‘scienza’ o ‘conoscenza razionale’, e γνῶσιςgnōsis, la folgorante ‘conoscenza sovrarazionale’, ossia la Σοφία, Sophía, la ‘Sapienza’, quella che i Pitagorici chiamavano la ‘Conoscenza delle cose che veramente sono’, ossia che non sono solo illusorie apparenze, che non sono una maya, ma una concreta realtà spirituale.

Una percezione, una sensazione, un sentimento, una pulsione istintiva, in quanto ‘vissuti’ sono senz’altro ‘conoscenza’ ma, in quanto soggettivi, non sono di per sé, immediatamente, ‘scienza’. Possono divenire oggetto di scienza nella misura in cui vengono sottoposti all’obiettiva considerazione pensante. Anche quel che un soggetto sperimenta in sogno, un ‘vissuto’, è ‘conoscenza’, ma non è, e non può essere, nella sua immediatezza, ‘scienza’.

Un ‘vissuto’, finché rimane nella sua fattuale immediatezza, nella sua insuperata soggettività, pur essendo ‘conoscenza’, al massimo può dar luogo a quella che i Greci chiamavano δόξα, dòxa, ‘opinione’: legittima finché si vuole, ma pur sempre inevitabilmente limitata, soggettiva, legata ad un particolare punto di vista, e fatalmente destinata a scontrarsi con differenti ‘opinioni’, altrettanto soggettivamente legittime, generate da punti di vista diversi, da diversi ‘vissuti’, sempre pur essi soggettivi. Per quanto legittima, una ‘opinione’ non ha, e per sua natura intrinseca non può mai avere, valore universale, non può essere ‘scienza’. Proprio per questo il misticismo non è, e non può essere una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’, proprio perché è un soggettivo, personale, assolutamente legittimo – almeno finché rimane all’interno dei limiti personali, e non ha la peregrina pretesa di imporsi universalmente – ‘vissuto’ individuale: non può avere oggettivo valore universale. E a maggior ragione non può mai essere ‘scienza’ nulla di quanto proviene dal guasto mondo della medianità, dello spiritismo, del basso psichismo, dalle operazioni di qualsivoglia forma di magia inferiore, comunque travestite. Nulla di ciò che sia al di sotto della lucida coscienza pensante, nulla di ciò che muove partendo da forme attenuate di coscienza dell’Io, può essere ‘scienza’, e a più forte e maggiore ragione, ‘Scienza dello Spirito’: anche nel caso in cui nelle sue manifestazioni rivestisse caratteri di grandiosità, allora tanto più illudenti e convincenti.

Non a caso Rudolf Steiner intitolò la prima parte della sua Filosofia della Libertà – faccio riferimento alla traduzione di Dante Vigevani, e all’edizione pubblicata nel 1966 dalla milanese Editrice Antroposofica –La scienza della libertà. E nel primo capitolo di essa, L’azione umana cosciente, dopo aver scritto a p. 20: «È evidente che un’azione non possa essere libera se il suo autore non sa perché la compie», nel medesimo paragrafo, a p. 21, aggiunge:

«Quando sapessimo che cosa significa il pensare in generale, ci sarebbe anche facile comprendere l’ufficio che esso adempie nell’agire dell’uomo. «Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito», dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Nella prima parte di questo studio avevo scritto, e messo in rilievo, che «aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista». Non aver chiaro questo punto cruciale (che non è affatto una mera questione filosofica, bensì un elemento assolutamente necessario della pratica interiore), significa brancolare nel buio, scivolare fatalmente nelle peggiori illusioni, e aprire pericolosamente il varco a tutte le possibili aberrazioni, che distorcono e ottenebrano la sana vita dell’anima. A tale proposito, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro ed esplicito. Egli nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, alle pp. 17-18, così si esprime :

«Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

E affinché il candido lettore non abbia dubbio alcuno circa il reale, autentico, pensiero del suo Autore, e voglia sincerarsene esaminando direttamente il testo tedesco originale, lo riporto qui di seguito, traendolo da Theosophie – Einführung in übersinnliche Welterkenntnis und Menschenbestimmung, GA-9, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, p. 21:

«Um «Lehrer» auf diesen höheren Gebieten des Daseins zu sein, genügt es allerdings nicht, daß sich dem Menschen einfach der Sinn für sie erschlossen hat. Dazu gehört ebenso «Wissenschaft» auf ihnen, wie zum Lehrerberuf auf dem Gebiete der gewöhnlichen Wirklichkeit Wissenschaft gehört. «Höheres Schauen» macht ebensowenig schon zum «Wissenden» im Geistigen, wie gesunde Sinne zum «Gelehrten» in der sinnlichen Wirklichkeit machen. Und da in Wahrheit alle Wirklichkeit, die niedere und die höhere geistige, nur zwei Seiten einer und derselben Grundwesenheit sind, so wird derjenige, der unwissend in den niederen Erkenntnissen ist, es wohl auch zumeist in höheren Dingen bleiben. Diese Tatsache erzeugt in dem, der sich – durch geistige Berufung – zum Aussprechen über die geistigen Gebiete des Daseins veranlaßt fühlt, das Gefühl einer ins Unermeßliche gehenden Verantwortung. Sie legt ihm Bescheidenheit und Zurückhaltung auf. Niemanden aber soll sie abhalten, sich mit den höheren Wahrheiten zu beschäftigen».

Vedremo come Hella Wiesberger metta bene in evidenza la radicalità – al contempo audace e consequenziale – della posizione conoscitiva che Rudolf Steiner pone a fondamento necessario dell’intera Scienza dello spirito. Infatti, a p. 29 del suo sopra citato scritto, leggiamo:

«Di fronte alle teorie della conoscenza correnti a quell’epoca, egli stimò che il loro punto di partenza non era realmente privo di presupposti (voraussetzungslos), e che dunque fosse necessaria «un’analisi dell’atto della conoscenza spinto sino ai suoi elementi ultimi (auf die letzten Elemente zurückgehende Analyse des Erkenntnisaktes, per apportare la dimostrazione che «tutto quanto occorre addurre per la spiegazione e comprensione del mondo è raggiungibile al nostro pensiero». (Rudolf Steiner, Verità e scienza, Proemio d’una filosofia della libertà, Prefazione, in Saggi filosofici, traduzione di Lina Schwartz, R. Carabba Editore, Lanciano, 1932, p. 142). Questa idea si trova già nel suo primo saggio datato dell’estate 1879 allorché, tra la fine delle scuole superiori e l’inizio dei suoi studi al Politecnico di Vienna, egli intraprese a trasporre alla propria maniera la Dottrina della scienza di Fichte» (In Beiträge… Nr. 30, estate 1970)».

Nella sua trattazione, al contempo lucidissima e rigorosa, Hella Wiesberger ci dà – traendoli dallo spirito che anima l’intera Opera di Rudolf Steiner – gli elementi per giungere a calcare un terreno conoscitivamente sano, e soprattutto sicuro, nel campo dell’esperienza spirituale. Ecco che cosa l’Autrice scrive, alle pp. 30-31 del suo libro, ove metterò in evidenza alcune parole importanti di Rudolf Steiner:

«Nei suoi diversi successivi sguardi retrospettivi sulle sue prime investigazioni fondamentali egli mise sempre in rilievo, che a quel tempo la questione fondamentale era: In quale misura si può dimostrare che nel pensiero umano la realtà dello spirito è l’elemento attivo? E per risolvere questa questione egli si era posto il còmpito di investigare la natura del pensare umano stesso. A tal fine egli aveva messo da parte anche tutto quello che gli poteva giungere di visioni di un mondo spirituale, giacché:

«persino quando visioni soggettive, per quanto convincenti e intense esse possano essere, dovessero sorgere davanti all’anima, non si ha alcuna giustificazione di accordar loro in qualsiasi modo, attraverso il loro sorgere soggettivo, valore oggettivo sino a che non si sia in grado di gettare un ponte verso il mondo spirituale, rispettando il rigore scientifico indispensabile».

Egli dice di avere esaminato tutte le vie possibili per trovare una risposta alla domanda: «Qual è in realtà la vera essenza del pensare umano?», fino a che egli non si sia reso conto che il pensiero umano non può essere compreso correttamente altro che da colui che vede le sue manifestazioni superiori di questo qualcosa che si svolge «in maniera indipendente dall’organizzazione corporea». Già «nella corrente vita quotidiana» si trova un «elemento sovrasensibile» dal momento in cui l’uomo si eleva al reale (wirklichen) pensare, al pensiero puro, ove egli non viene determinato da nient’altro che dai motivi propri al pensiero stesso, e non da ciò che sotto forma di una necessità naturale emana da processi corporei come gli istinti, gl’impulsi della volontà etc. (Conferenza pubblica tenuta a Stoccarda il 25 maggio 1921, pubblicata in Beiträge… Nr. 116, nel 1996)». 

Hella Wiesberger mette in evidenza come, per Rudolf Steiner, il Sentiero della Conoscenza, che deve condurre il discepolo dell’Iniziazione all’esperienza diretta della realtà spirituale, non può partire altro che dall’esperienza del pensiero puro – unico criterio di assoluta certezza di realtà in tale dominio – e proseguire esclusivamente mediante l’illimitata intensificazione volitiva della stessa esperienza del pensiero puro. Allontanarsi da questo criterio, e modello di certezza, significa venire riafferrati dalle forze della natura corporea, e scivolare – proprio per l’inavvertito coinvolgimento nei dinamismi di tale natura corporea – nell’esperienza visionaria, nella medianità, non importa quanto grandiose, commoventi, e convincenti, possano apparire le esperienze, che in tali patologiche condizioni si presentano. Così, alle pp. 31-32 della sua opera, possiamo leggere:

«Egli aveva così ottenuto la prova che la teoria della conoscenza permette di penetrare nella realtà dell’elemento spirituale esattamente come nell’elemento sensibile. E vide in ciò la giustificazione della rivendicazione dell’esatta scientificità per l’edificazione ora, secondo il «modello del pensiero puro» dei gradi della conoscenza superiore, Immaginazione, Ispirazione, Intuizione:

«Quando nei miei scritti scientifico-spirituali io espongo quei processi conoscitivi che, attraverso l’osservazione e l’esperienza spirituali, possono condurre a rappresentazioni del mondo spirituale, così come i sensi e l’intelletto, che è loro legato, lo fanno nei riguardi del mondo sensibile e della vita umana che in esso si svolge, ciò non può, secondo la mia concezione, essere giustificatamente presentato come scientifico altro che se viene fatta la dimostrazione che il processo del pensiero puro dimostra  esser già, esso stesso, il primo gradino di quei processi, attraverso i quali vengono ottenute conoscenze sovrasensibili. Penso di aver recato questa dimostrazione nei miei primi scritti» (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».

Per chi conosca la letteratura e i rari documenti realmente provenienti dalle antiche cerchie autenticamente iniziatiche, non può che stupirsi della grandiosità della coraggiosa impresa – che potrebbe apparire a taluni persino temeraria – compiuta da Rudolf Steiner. Basti pensare anche soltanto a pochi testi provenienti dalla corrente ermetico-rosicruciana, come l’Amphitheatrum Sapientiae Aeternae di Heinrich Khunrath, alle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz anno 1459, all’Aureum Saeculum Redivivum di Adrian von Mynsicht, pubblicato sotto l’eteronimo di Hinricus Madathanus Theosophus, e ripubblicato all’interno dei tre quaderni degli allora Gold- und Rosenkreutzer, ossia le Geheime Figuren der  Rosenkreuzer, aus dem 16ten und 17ten Jahrhundert, Altona, 1785-1788, per rendersi conto di quanto criptico fosse il linguaggio immaginativo e simbolico usato all’interno della cerchia ermetico-rosicruciana, e quanto immenso sia stato lo sforzo di Rudolf Steiner di tradurre, e donare al mondo, la conoscenza spirituale in concetti. Il lettore che abbia una qualche pratica di quel tipo di letteratura ermetico-rosicruciana può misurare tutta la distanza che la separa da testi di Rudolf Steiner come Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, L’Iniziazione. Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori?, La scienza occulta nelle sue linee generali, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, La soglia del mondo spirituale di Rudolf Steiner. S’egli non ci avesse donato quei testi, anche il solo tentare di accedere, e ancor più di percorrere, l’arduo e aspro sentiero dell’Iniziazione – posso affermarlo senza illusione veruna – sarebbe stata un’impresa disperata per molti di noi. A questo proposito, possiamo valutare l’importanza di quel che scrive Hella Wiesberger alle pp. 46-47 di questa sua opera:  

«Se si riflette all’abbondanza dei risultati d’indagine che sono stati diffusi nel corso di oltre due decenni, si può misurare l’enorme lavoro spirituale ch’egli ha dovuto compiere per trasporre in un linguaggio concettuale moderno i fatti sovrasensibili che erano stati investigati (um die erforschten übersinnlichen Tatsachen in die moderne Gedankensprache umsusetzen). Ma ciò era assolutamente necessario al fine di poterli comunicare pubblicamente, poiché soltanto sotto questa forma essi potevano essere accettati, messi in dubbio, o persino rifiutati in tutta libertà dalla coscienza ordinaria».

L’importanza di quest’opera di Hella Wiesberger nasce proprio dall’esser essa basata su di un solido fondamento conoscitivo, rigorosamente scientifico. Sulla base di esso – e soprattutto sulla base delle opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, in primis la sua Filosofia della Libertà – viene mostrato quanto di assolutamente nuovo il Maestro dei Nuovi Tempi ha portato al ricercatore spirituale come criterio di certezza, di verità, e di libertà. Nella sua opera, l’Autrice così descrive, a p. 17, l’eccezionalità del tentativo di Rudolf Steiner:

«A partire da questa comunità con l’«emancipazione della coscienza umana superiore e del suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder, del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39, Dornach, 1953), ottenute grazie al pensiero libero dai sensi, Rudolf Steiner era giunto a stabilire le preventive condizioni necessarie per affrancare l’esoterismo in maniera sana dall’epoca in cui era tributario di certe cerchie. Prima non si poteva raggiungere il mondo delle realtà spirituali altro che con una coscienza attenuata  e sotto la direzione di una guida spirituale che occorreva accettare in maniera incondizionata l’autorità assoluta. Grazie all’atto pionieristico di Rudolf Steiner, ogni candidato serio può giungervi con una condizione chiara, e sotto la propria responsabilità piena e libera».

Procedendo nella sua lucida esposizione della novità assoluta che la Via indicata da Rudolf Steiner ha – come caratteristica peculiare di ‘Via dell’anima cosciente’ – rispetto a tutte le passate Vie d’Oriente e d’Occidente, Hella Wiesberger mette in evidenza come le opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io preferirei addirittura chiamare, more hermetico‘filosofali’, non siano la mera giustificazione ‘epistemologica’ dell’Antroposofia, bensì sono l’autentica Via Regia’ della realizzazione iniziatica: sono la stessa ascetica Via del Pensiero Vivente, operante attraverso la resurrezione del conoscere dallo stato di catalessi e di morte in cui nella nostra epoca si trova, ossia la resurrezione dell’essere originario del pensare-folgore, del potere trasfigurante e trasmutante dell’idea. Così scrive a p. 25  l’Autrice nel secondo capitolo, Rudolf Steiner come istruttore del discepolato esoterico: della sua opera:

«L’opera e la biografia di Rudolf Steiner sono inseparabili. Tutto quello ch’egli ha insegnato, egli lo ha acquisito personalmente; la stessa cosa è per la sua principale opera filosofica, la Filosofia della Libertà, la quale, come precisò lui stesso, «riflette in ogni sua riga un’esperienza personale»  (Lettera a Rosa Mayreder, del 4 novembre 1894, in Briefe II, GA-39 ). Ciò ch’egli ha sviluppato riguardo alla natura del pensiero puro, essendo un punto di partenza filosofico personale, lo designò vent’anni più tardi come il punto di partenza indispensabile anche per tutti coloro che «nella propria anima compiono una evoluzione occulta». Lo formulò in una maniera semplice ma estremamente incisiva nei termini seguenti:

«Si prese per un grande motto il detto di un grande enciclopedista del XVIII secolo: «O uomo, abbi il coraggio di servirti della tua ragione!» Oggi vi è un detto ben più grande che deve afferrare le anime: O uomo, abbi il coraggio di considerare i concetti e le tue idee come gli inizi della chiaroveggenza!».

Nessun uomo potrebbe accedere realmente alla chiaroveggenza se mediante i suoi concetti e le sue idee non avesse già nell’anima un «briciolino» («ein Winziges») di chiaroveggenza che in séguito può essere sviluppato «all’infinito». Per questa ragione è estremamente importante comprendere come in realtà l’inizio della chiaroveggenza sia qualcosa «assolutamente quotidiano»: «è sufficiente afferrare la natura sovrasensibile dei concetti e delle idee», è sufficiente rendersi conto come questi non provengano dal mondo sensibile, bensì come sia a partire dai mondi spirituali ch’essi penetrano nell’anima. (Helsingfors, 29 maggio 1913, GA-146). 

Egli stesso sviluppò la sua scienza e la sua etica della libertà a partire dalla conoscenza della natura sovrasensibile dei concetti e delle idee, e grazie «all’emancipazione della coscienza umana superiore e al suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39) che ne discende, egli poté realizzare l’individualismo etico anche nel campo della ricerca occulta. Il suo còmpito particolare era di attenersi rigorosamente all’investigazione individuale. Sin dall’inizio della sua azione nel campo della Scienza dello Spirito, egli insisté sul fatto che ciò che in tale campo proverrà da lui seguirà una linea che era stata inaugurata dalla Filosofia della Libertà (Dornach, 27 ottobre 1818, GA-183), questa sottolineatura si congiunge con l’affermazione espressa nel medesismo periodo riguardo al pensare in quanto idea centrale della Filosofia della Libertà:

«Io vedo in questo pensare puro la prima manifestazione ancora umbratile dei gradi della conoscenza spirituale (Ich sehe in diesem reinen Denken die erste noch schattenhafte Offenbarung der geistigen Erkenntnisstufen (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».  

Fatta questa lunga – ma assolutamente necessaria – metodica premessa conoscitiva, è il momento di riprendere l’esame del libro di Orao: Resurrezione. E, ad uno sguardo spregiudicato, non può sfuggire l’enorme differenza, non solo di metodo, ma anche di contenuti, tra quel che scrive Orao da una parte, e quello che scrivono e dicono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero dall’altra. La posizione personale di Orao può essere senz’altro rispettabilissima, ma – in quanto soggettiva – riguarda unicamente Orao, l’individuale percorso, giusto o errato che sia, scelto da Orao: che non è affatto quello indicato da Rudolf Steiner, da Massimo Scaligero, e da tutta la Scienza dello Spirito. In definitiva, quella di Orao è una via mistica, individuale, personale, non uno scientifico Sentiero conoscitivo, avente valore universale, da tutti ugualmente verificabile e, allo stesso tempo, da tutti sperimentabile con identici risultati.

Che quella di Orao sia una posizione mistica – e non una posizione conoscitivamente priva di presupposti, come esige Rudolf Steiner nelle sue opere ‘filosofali’ – risulta sin dalle prime pagine del suo scritto, in un punto già citato nella prima parte di questo articolo, là dove dice:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Abbiamo visto come questa cogente, assoluta, necessità di partire dai Vangeli, per avviarsi all’attività autocosciente, sia una opinione tutta personale di Orao, e come essa venga radicalmente smentita proprio dal fatto che Rudolf Steiner non partì punto dai Vangeli – anzi non partì affatto dal Cristianesimo storico e confessionale, bensì, – come gl’ingiunse il suo Maestro – entrando nella pelle del drago della scienza moderna, a quel tempo largamente positivistica e materialistica, egli ne portò a radicalità le istanze di oggettività, e di empirica sperimentabilità, mostrando quanto, invece, insufficientemente scientifica, perché non totalmente priva di presupposti, fosse la scienza del suo tempo. Da questo punto di vista, anche il misticismo cristiano, in quanto via del sentire, e come tale non privo di presupposti, è soggettivo, e non scientifico. Ad ulteriore riprova della radicale ‘scientificità’, dell’assoluto, asciutto, ‘non misticismo’ del sentiero conoscitivo percorso da Rudolf Steiner, è interessante riportare la testimonianza di Friedrich Rittelmeyer, di colui che fu posto alla direzione della Christengemeinschaft, della Comunità dei Cristiani, proprio da Rudolf Steiner. Friedrich Rittelmeyer nel suo Meine lebensbegenung mit Rudolf Steiner – Il mio incontro con Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart, 1983, p. 63, così riferisce un aspetto veramente particolare della biografia del fondatore dell’Antroposofia:

«Più tardi, occasionalmente, Rudolf Steiner mi parlò in maniera più semplicemente umana delle sue ricerche nella Cronaca dell’Akasha. Allora soltanto ebbi un’idea del rigore con il quale egli verificava le sue facoltà, e rendeva sicuri i risultati che otteneva. Egli diceva, per esempio,  essere una circostanza provvidenziale il fatto di non aver conosciuto dalla Bibbia le apparizioni del Risorto prima di esservi stato condotto attraverso le proprie investigazioni. Quando era bambino, egli veniva inviato a scuola dall’altro lato della frontiera austro-ungarica, e suo padre in quanto «libero pensatore», non aveva alcun interesse, lo lasciava indifferente il fatto che la sua «istruzione religiosa» ne soffrisse. Fu così che, a tutta prima, che mediante la ricerca spirituale egli aveva potuto sperimentare e constatare tutto quello che era accaduto dopo la morte del Christo. Solo in seguito egli aprì la Bibbia, poté riconoscere chele relazioni dei Vangeli si accordano in tutti i loro dettagli con le immagini ch’egli aveva ottenute, salvo che nei Vangeli, così come li possediamo oggi, vi è mescolato un tratto materialistico, a causa di una mancanza di comprensione. Questo tratto materialistico si ritrova, per esempio, nella maniera in cui vengono riferiti i discorsi sul ritorno del Christo. In molti campi, Rudolf Steiner condusse le sue ricerche, apparentemente per anni, prima di dirne non fosse altro che una parola. Talvolta gli mancavano alcuni dettagli, che in lungo lasso di tempo non arrivava a trovare».

Leggendo, e rileggendo coscienziosamente, ossia non con sentimentale emotività e superficialità, ma con attenta osservazione, e riflessione pensante, uno scritto di Orao come Resurrezione,  non si può non avvertire quanto esso sia lontano, sia come contenuti che come metodo, dall’impostazione conoscitiva, rigorosamente ‘scientifica’, che regna nell’intera Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo potuto vedere come il punto di partenza di Orao, assolutamente personale non sia privo di presupposti: ciò oramai è evidente. Non può non lasciare alquanto perplessi leggere un intero paragrafo, in parte in questo studio già citato, che Orao scrive alle pp. 7-8 di Resurrezione, ove metterò in evidenza talune affermazioni che destano molto stupore, tanto sono discutibili, affermazioni che non possono essere,  se non per negligenza o sentimentalità, troppo facilmente trascurate o tralasciate:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre. Così, dopo i Vangeli, sorsero gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina, fino alla grandiosa rivelazione di Rudolf Steiner relativa ai quattro Vangeli, e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste».

Lo scrivere di Orao, qui, è in parte piuttosto sibillino, ma tenendo conto dell’ampia premessa metodologica da me fatta più sopra, è possibile nondimeno giungere a vedere con chiarezza quel che, in maniera certo a tutta prima non evidente, è sottinteso tra le righe. Anzitutto, i Vangeli, così come ci sono giunti – ossia in una redazione definitiva, che risale al quinto e sesto secolo della nostra era – sono stati oggetto una ampia opera di manomissione da parte della Chiesa cattolica, sia latina che greca, con tagli, censure, interpolazioni varie. Già a cavallo tra il quarto e quinto secolo, un Padre della Chiesa come Girolamo operò in maniera per così dire ‘ortopedica’ nel suo ‘tradurre’ i testi biblici. Ed è noto com’egli venisse incaricato dal vescovo di Cesarea di tradurre l’originale testo aramaico del Vangelo di Matteo posseduto dagli dagli Ebioniti, una corrente pauperistica del Cristianesimo primitivo, ma, rendendosi conto che tale Vangelo originale di Matteo era in realtà un testo iniziatico, misterico, ch’egli non comprendeva, e che, tuttavia pur ritenendolo autentico,  reputava pericoloso, e scandaloso per i cristiani, si rifiutò di tradurlo: in pratica tale pericoloso Vangelo originale di Matteo fu fatto sparire. Si può leggere, su questa vicenda, quel che ne dice Rudolf Steiner nel ciclo Da Gesù a Cristo. GA-131, 11 conferenze tenute a Karlsruhe tra il 4 e il 14 ottobre 1911, pubblicate dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2011.

Tenendo conto di quanto in maniera ingiuriosa e calunniosa scrissero contro gli Gnostici, contro Mani e i Manichei, Ireneo di Lione col suo scritto Adversus haereses, Contro gli eretici, Epifanio di Salamina col suo Panarion, e molti altri controversisti; tenendo conto come con l’affermarsi del potere politico e mondano della Chiesa cattolica, sia latina che greca, l’intolleranza dell’ortodossia contro ogni voce diversa, regolarmente qualificata come ‘eretica pravità’, venisse metodicamente perseguitata, e punita col rogo; tenendo conto dello sterminio dei Catari, contro i quali fu indetta in Francia una sanguinosa crociata di sterminio, è difficile pensare che ‘Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre’.

Gli Iniziati, specialmente nel Medioevo si guardavano bene dallo scrivere qualsiasi cosa, proprio per il fatto che le Chiese cristiane avversavano rabbiosamente il principio dell’Iniziazione, ed operarono con ogni mezzo ad estirparlo. Lo stesso Rudolf Steiner riferendosi al passaggio dall’antica Iniziazione, coltivata nei centri dei Misteri del Mondo Classico, alla nuova forma dell’Iniziazione, così scrive, nel capitolo Presente e futuro dell’ evoluzione cosmica e umana della Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, a p. 329:

«Si costituì così, presso questi nuovi iniziati, una conoscenza che abbracciava tutto ciò che formava il contenuto dell’antica iniziazione; ma al centro di questa scienza risplendeva la conoscenza superiore dei misteri dell’evento del Cristo. Tale sapere non poteva filtrare che in piccola parte nella vita generale, essendo quello il tempo in cui le anime umane del quarto periodo dovevano rafforzare le loro capacità di intelletto e di sentimento; perciò la conoscenza a quel tempo si può dire che fosse un sapere molto segreto».

Quella dei mistici, poi, era una via che – salvo rarissime eccezioni, e solo nel caso di personalità di rango spirituale superiore – non portava punto alla Conoscenza. Sia ben chiaro che la Via dell’Iniziazione cristiano-gnostica, che descrive Rudolf Steiner, non è affatto la via del misticismo cristiano. E nel caso di alcune mistiche medievali, come Hildegarda di Bingen, Mechtilde di Magdeburgo, Teresa d’Avila, Rudolf Steiner, nel Corso di medicina pastorale, con parole impietose, mette bene in evidenza i lati ambigui, equivoci, di una certa mistica cattolica che, per esempio, nei casi citati sfociava in patologiche situazioni – Rudolf Steiner dixit – di  un vero e proprio erotismo astrale, che con la Conoscenza autenticamente spirituale nulla ha a che fare. In casi di personalità appunto di rango superiore come Meister Eckhart, Miguel de Molinos, o San Giovanni della Croce, si ebbero vere e proprie persecuzioni. Del resto, la stessa Mistica fu sempre mal tollerata dalla Chiesa cattolica. Comunque, lo ripeto ancora una volta, la Mistica, come viene per lo più intesa, non è Conoscenza,  e non è Iniziazione.

Un dato storico incontrovertibile è che la Chiesa cattolica ha sempre proibito – sino al XIX secolo inoltrato – ai laici la lettura della Bibbia in generale, e dei Vangeli in particolare. Ne proibì la traduzione nelle lingue volgari, nonché il possesso di esse da parte dei laici. Questi dovevano ascoltare esclusivamente la lettura del Vangelo, e la relativa spiegazione nell’omelia, che il sacerdote faceva dall’altare, e di questo soltanto i fedeli si dovevano accontentare. Uno dei motivi – uno tra molti altri – della feroce, spietata, persecuzione dei Catari e dei Valdesi da parte della Chiesa cattolica fu proprio la traduzione ch’essi facevano dei Vangeli, e il fatto di farli conoscere a chiunque volesse ascoltare la Parola del Salvatore. Rudolf Steiner più volte sottolineò come fine precipuo della Chiesa cattolica – la quale è quanto di più antiniziatico e antimistico sia mai esistito ed esista – fu, e tuttora è, la narcosi e la distruzione dell’anima cosciente: per essa i fedeli devono considerarsi parte di un ‘gregge’ e, come docili ‘pecorelle’, farsi guidare dai ‘buoni pastori’ al suo sicuro ‘ovile’. Gli esseri umani vengono considerati in perenne minorità spirituale, mai spiritualmente adulti, mai capaci di accedere in maniera libera e autonoma alla sfera dell’esperienza spirituale diretta. Unica mediazione verso lo spirituale è per il fedele, che sia in comunione con la Chiesa ovviamente, il rito sacramentale del quale la Chiesa stessa si arroga il monopolio esclusivo, così come il diritto e il potere di escludere, mediante il rituale della scomunica (che è un vero e proprio rito di magia nera), da tale comunione chiunque faccia una ‘αἵρεσις’‘hàiresis’, una ‘scelta’, diversa da quella conforme alla sua pretesa ortodossia, divenendo cosi un ‘eretico’: da estirpare con ogni mezzo dal mondo.

Rudolf Steiner, nelle conferenze di Neuchâtel su Christian Rosenkreutz, tenute nel 1911, parla di come già nel Medioevo fosse ormai caricaturale l’immagine del Cristianesimo confessionale rispetto a quello che l’Impulso-Christo aveva portato nel mondo. Mal si vede, dunque, come – stando a quel che scrive Orao – da tali «scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre»,  e come si possano porre i Fioretti di San Francesco, che non sono opera del Santo di Assisi, bensì sono una ‘ortopedizzata agiografia’ su di lui, e sull’originario impulso francescano, al fine di ricondurre la sua opera e il suo impulso – alla bisogna, anche con mezzi violenti, come poi in effetti avvenne nella lotta tra ‘conventuali’ e ‘spirituali’ – nell’àmbito dell’ortodossia cattolica, o le Lettere di Santa Caterina, accanto alla Scienza Occulta, o all’esegesi sui Vangeli di Rudolf Steiner. Ma, soprattutto, lascia oltremodo perplessi – sia per i contenuti che per il metodo – quanto, in maniera criptica, viene alluso da Orao con le parole «e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste». È evidente che qui Orao si propone di ‘proseguire’, di ‘completare’, ed eventualmente ‘correggere’, sulla base della sua personale esperienza e della sua pretesa autorità, quel che – a suo personalissimo giudizio, naturalmente – Rudolf Steiner avrebbe lasciato di incompleto, o di errato, non solo come risultati nel campo dell’indagine spirituale, ma anche e soprattutto, come vedremo, in quelli che sono le successive tappe, i gradini, dell’Iniziazione, sia di quella cristiano-gnostica, sia di quella rosicruciana. A proposito di questa non dichiarata, ma abbastanza esplicita per chi voglia vedere, sua ‘magistrale’ finalità, Orao usa moltissima prudenza, e inizialmente parla – direbbe Paolo di Tarso – per aenygmata. Ma il candido lettore vedrà che riusciremo ben a disvelar l’arcano. Nel proseguo di questo studio, vedremo poi cosa pensare circa la scientifica correttezza di quella esperienza, e cosa circa l’autorità che Orao si arroga pretendendo di ‘proseguire’, di ‘correggere’, e di ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner.

Che nel suo libro vi siano molti errori, anche gravi, lo abbiamo potuto constatare facendo un’analisi serena di quel che scrive. Si tratta di errori nell’identificare tra loro una serie di individualità della storia spirituale dell’umanità. Altri sono errori riguardanti la cosmologia e la cosmogonia della nostra Terra nel corso della sua evoluzione. Un errore particolarmente grave è quello di identificare Lucifero con Jahve, ossia di fare di Lucifero uno dei sette Elohim solari, e di affermare che Jahve avrebbe posto in atto una ‘ribellione’ nei confronti del Logos,  e a tal fine abbia poi scelto come propria ‘dimora’ l’attuale Luna terrestre. Abbiamo potuto vedere – e a tale riguardo Rudolf Steiner usa un linguaggio esplicito, assolutamente inequivocabile – che in realtà quello di Jahve fu un sacrificio, un plurimillenario sacrificio, e niente affatto una ribellione, compiuto al fine di aiutare l’uomo nella sua evoluzione terrestre, sacrificio che lo portò scegliere come propria ‘dimora’ la Luna. Le affermazioni di Orao sono frutto della sua personale ‘esperienza interiore’, ossia della sua personale ‘chiaroveggenza’: una ‘chiaroveggenza’ ben errata. Tali risultati sono non solo diversi, ma – come abbiamo potuto verificare, e soprattutto documentare – addirittura diametralmente opposti a quelli che possiamo leggere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner.

L’indagine spirituale è impresa ardua, e va condotta con tenace metodicità, e severo rigore scientifico. Gli errori, anche gravissimi, sono sempre possibili, se non ci si attiene a tale rigoroso metodo, a tale severa scientificità. Anche su questo punto cruciale, Rudolf Steiner è affatto esplicito, e mai ambiguo. A questo riguardo, voglio trascrivere un’altra importante testimonianza di Friedrich Rittelmeyer. Testimonianza particolarmente importante proprio perché egli, teologo protestante aderente alla Chiesa luterana, al suo incontro con l’Antroposofia era ancora saturo di tutti i pregiudizi che la sua formazione teologica, filosofica, e scientifica gli avevano trasmesso. Per cui nei suoi primi incontri personali, egli pose tutta una serie di domande a Rudolf Steiner: domande, nate tutte dalla sua diffidente prudenza. A tali domande, Rudolf Steiner rispose sempre con pacata serenità, con cordialità, e con una mai affettata modestia. Le risposte che furono date alle molte domande di Rittelmeyer, nel corso del tempo, convinsero quest’ultimo della serietà e della fondatezza della Scienza dello Spirito, e lo spinsero infine ad una sincera, completa, entusiastica adesione all’Antroposofia. In uno di questi incontri, egli pose a Rudolf Steiner una domanda, per noi molto importante. La leggiamo alle pp. 56-58 del suo libro, più sopra citato: 

«Non siamo tuttavia che nel 1913. Quando Rudolf Steiner ritornò a Norimberga [dove risiedeva Friedrich Rittelmeyer], all’inizio dell’inverno, avevo molte domande da sottoporgli. Gl’incontri si svolgevano sempre così: per un’intera ora io ponevo le mie domande una dopo l’altra, così come le avevo preparate. Egli rispondeva sempre volentieri. Il tesoro di conoscenze dal quale egli attingeva mi stupiva sempre di più.  E la cosa più sorprendente per me era che egli non avesse mai provato a impressionarmi nei suoi confronti (Und das Erstaunlichste war mir, daß er niemals vorher mit ihm zu imponieren gesucht hatte). Non diceva mai di più di quel che non fosse necessario per rispondere alla domanda. Qualche volta, rarissimamente, arrivava questa risposta: «Non ho ancora esaminato questo punto» – «Posso porre una domanda?», cominciavo spesso. «Domandate quel che volete», rispondeva volentieri. Restituiva così la domanda: ci si sentiva interrogati noi stessi: «Sapresti tu porre la domanda? Sai tu quali domande vorresti porre?». Quanto ho rimpianto in séguito di non aver saputo interrogare più intelligentemente! Avrei potuto apprendere tante cose interessanti, che avrei potuto poi assimilare ed elaborare in tutta libertà. Giacché Rudolf Steiner non chiedeva mai di essere approvato. Egli raccontava e lasciava agire quel che diceva. Giunse l’occasione nella quale, sorpreso dalla sicurezza delle sue risposte, gli chiesi: «Non vi siete mai ingannato nel corso delle vostre ricerche, e non siete mai stato poi a correggervi? (Haben Sie sich eigentlichin Ihren Forschungen niemals getäuscht und sich nachträglich korrigieren müssen?)»  – «Quel che non sapevo in maniera sicura, non l’ho mai detto (Was ich nicht sicher wußte, habe ich niemals gesagt. Non ero ancora soddisfatto: «Intendo, vi è capitato, in séguito a ricerche più approfondite, di rettificare per voi stesso le prime impressioni e i primi risultati ottenuti?»  – «Sì, ma allora vi è una ragione a ciò, e si tratta di riconoscerla. Se per esempio io La incontro nella nebbia, e non La riconosco, la nebbia è una realtà, che dovrà pure essere considerata». Non mi ritenevo ancora soddisfatto. «Non vi è mai capitato di essere obbligato a dirvi: là mi sono ingannato?». Rifletté tranquillamente un istante. «Sì», disse, «sugli esseri umani qualche volta mi sono ingannato. Ma nel caso degli esseri umani, la vita porta dal di fuori elementi che non si possono prevedere»

Nel corso della conversazione, giunsi, stupito, a domandare: «Se è così, perché dunque non lo dite semplicemente agli uomini?». – «Perché non esiste ancora nell’umanità, facoltà di assimilazione per tali verità». Queste parole egli le pronunciò calmo, con oggettività, senza veruna vanitosa affettazione di tragedia. Si trattava di verità per le quali, lo si può capire, è necessaria all’umanità una lunga educazione prima ch’essa sia matura per esaminarle spregiudicatamente».

Rudolf Steiner, la cui modestia era pari alla sua coscienziosità scientifica, ammetteva senza problemi di potersi sbagliare, e proprio per questo faceva verifiche, a volte per anni, al fine di accertarsi che ogni singolo risultato delle sue indagini spirituali corrispondesse a realtà, ed ogni sua parola comunicata ad altri corrispondesse a verità. Massimo Scaligero stesso ammetteva di poter incorrere, come chiunque, in errori, e per questo adoprava estrema prudenza nell’esprimersi su specifiche questioni di ordine spirituale. Ed abbiamo più sopra visto come Rudolf Steiner, nella sua Teosofia, alludendo alle difficoltà che incontra un veggente, al quale non può essere sufficiente la semplice ‘veggenza’, occorrendogli, necessariamente ed obbligatoriamente, anche ‘scienza’, affermi: «Questo fatto, in chi per vocazione spirituale (geistige Berufung) si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza». Ora, quella che qui Rudolf Steiner chiama ‘geistige Berufung’, ‘vocazione spirituale’, è qualcosa che ha a che fare con una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale, e non è, non può essere, il risultato di una velleità personale. Una cotale ‘vocazione’, in quanto risultato di una ‘chiamata’ dall’Alto, non è cosa che possa essere improvvisata sulla base delle soggettive rappresentazioni illusorie, che un soggetto umano infervorato può farsi su se stesso. In questo campo, è facile cadere nella simulazione, che in molti casi può essere anche sincera, o addirittura nella vera e propria impostura. Nella storia delle comunità spirituali – religiose, mistiche ed esoteriche – di simulazione e impostura ve ne è una straordinaria abbondanza. E il movimento antroposofico, purtroppo, non fa affatto eccezione a cotale malvezzo.

Massimo Scaligero stesso – così mi raccontò in colloquio, che avemmo negli anni ottanta del trascorso secolo, suo cugino Amleto Scabelloni – dopo l’incontro che ebbe con Giovanni Colazza, incontro che determinò la scelta definitiva della Via iniziatica cui consacrare l’intera vita, era estremamente contrario a scrivere libri. Amleto Scabelloni mi riferì di una lunga conversazione, svoltasi in una passeggiata a Monteverde, nella quale Massimo Scaligero toccò temi spirituali elevati e delicati, e alla fine della conversazione gli disse testualmente: «Su queste cose, io non scriverò mai niente!». In questo seguiva l’esempio del suo Maestro, Giovanni Colazza, che era egli pure estremamente contrario a scrivere. Tuttavia – sono testimone di quanto Massimo Scaligero mi disse personalmente – un giorno, dietro un ‘atto d’imperio’ del Mondo Spirituale, negli anni cinquanta del secolo scorso, Massimo Scaligero cominciò a scrivere. Nacque, prima, Iniziazione e Tradizione nel 1956, poi, L’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile nel 1959, e il Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen nel 1960, e poi tutti gli altri, sino a Iside-Sophia, la dea ignota, uscito nel 1980, le cui bozze egli stava rivedendo la notte della sua dipartita, tra il 25 e il 26 gennaio 1980.

Massimo Scaligero scrisse sempre, e solo, su richiesta del Mondo Spirituale, e mai per una velleità, o per una vanità personale. Dunque scrisse per ‘vocazione’: come ‘risposta’ ad una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale stesso. Nei testi che scriveva, egli controllava che vi fosse, sin nei minimi particolari, l’aderenza più stretta al ‘dettato’ che gli giungeva dallo Spirito. Anche di questo sono testimone delle parole che Massimo Scaligero mi disse. Agire diversamente significa scivolare consapevolmente, o inavvertitamente, nella ‘prevaricazione’ antispirituale, e, di conseguenza, scivolare nell’irrealtà, nell’illusione, nella soggettività, nella menzogna, nell’inavvertita dipendenza dalle condizioni della psiche e della corporeità, nella medianità.

Nel proseguo di questo studio, dovrò affrontare alcune questioni, ancor più gravi sia per la loro intrinseca natura, sia per le conseguenze che inevitabilmente comportano.  È il caso di dire che la Verità è di chi La cerca e La conquista. Il ricercatore deve possedere, e sviluppare ben oltre l’ordinario, spregiudicatezza, amore per la Verità, e coraggio di conoscenza. Egli deve cercare la Verità, non l’apparenza, la Verità, non l’illusione, la Verità non la menzogna. Perché vi fu Chi disse (Giovanni, 14, 6): ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, egò eimì he hodòs kaì he alètheia kaì he zoèIo Sono la Via, la Verità, e la Vita.

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