VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. NONA PARTE.

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È assolutamente necessario, addirittura vitale, arrivare a vederci chiaro nella questione cosmologica e cosmogonica dell’essenza della Luna terrestre e dell’ottava sfera, in collegamento con entità spirituali come Lucifero e Jahve o Jehova. La questione è tutt’altro che peregrina, essendo collegata, tra le altre cose, al tipo di ‘Via’ spirituale che il discepolo dell’Iniziazione sceglierà è che, poi, sarà destinato a percorrere. Gli errori che si commettono in questo campo particolare hanno un prezzo altissimo e, anche se compiuti per ingenuità, e in buona fede, si pagano sempre ben cari: senza sconti.

Non vi è errore peggiore – e sotto certi aspetti errore più stupido – che l’affidarsi alle rivelazioni di una decadente ‘chiaroveggenza atavica’, nostra o altrui. Anzi, la scelta più scioccamente ingenua è proprio quella di rinunciare a servirsi del proprio raziocino, ed affidarsi, con infervorata sentimentalità, alle ‘rivelazioni’ dell’altrui atavica ‘veggenza’. Come abbiamo avuto modo di vedere, Rudolf Steiner a tale proposito parla molto chiaro circa i pericoli spirituali cui ci si espone affidandosi alle esperienze ‘immaginative’ di tale atavica ‘veggenza’, e rinunciando ad ogni autonomo esame critico, e al buon senso. La ‘Via del Pensiero Vivente’ è certamente un ‘trascendere’, un ‘andare oltre’ il livello dell’intelletto razionale – che è dire andare ‘oltre’ i limiti dell’anima razionale-affettiva – ma altrettanto certamente non un regredire a forme di coscienza emotive e istintive, prerazionali e subrazionali, proprie di una ancora molto primitiva anima senziente. Se un cotale regresso fosse la cosa giusta per l’evoluzione dell’uomo, a cosa mai sarebbero serviti oltre 2500 anni di Scienza e di Filosofia, da Pitagora, Socrate, Platone, Aristotele, e gli altri grandi della Grecia, e poi Leonardo, Copernico, Keplero, Bruno, Galileo, Newton, e giù giù sino a Goethe, e allo stesso Rudolf Steiner?! È ben vero che razionalità e dialettica devono essere superate, ma è pur certo che può essere superato unicamente ciò che è stato conosciuto, conquistato, posseduto e dominato. Ossia: autenticamente ‘realizzato’.

Questo, in fondo, fu il senso della mia risposta a chi nel maggio del 1996 mi andava affermando che la ‘Via del Pensiero’ di Massimo Scaligero era, a suo dire, una «Via incompleta e superata». Una simile affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto indicato da Massimo Scaligero, e dal fatto che, con ogni evidenza, chi esprime un tale giudizio di completo dis-valore nei confronti di tale ‘Via’, non ha sicuramente mai sperimentato l’essere originario del pensare. Lo stesso dicasi della medesima personalità, la quale nel n° 81-82 della rivista romana da lui diretta, scrisse che «il pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, quindi egoistica». Una tale apodittica affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto Rudolf Steiner scrive, non solo nelle sue opere ‘filosofiche’, ma anche – e questo è ben significativo – in una parte importante del quinto capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione), ove, alle pp. 276-279 dell’edizione del 1969, ove egli parla a lungo, e in maniera alquanto diversa dal suddetto svalutatore di essa, proprio dell’esperienza del ‘pensiero libero dai sensi’, ed è noto che fu proprio l’aver letto in quelle pagine la descrizione di tale esperienza, coincidente con la propria, ciò che convinse Massimo Scaligero, che da quella lettura rimase folgorato, a scegliere, nonché a consacrarsi con tutte le sue forze, e per tutta la vita, alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia. Evidentemente, una tale esperienza descritta da Rudolf Steiner è ignota a chi in maniera così improvvida la svaluta e la nega.

Non stupisce, quindi, che sia proprio costui ad editare e pubblicare – su questo particolare avrò da ritornare alla fine del presente studio – questi scritti di Orao. Evidentemente proponendoli abbastanza esplicitamente, sia pure non apertis verbis, come quella ‘via’ che, nel 1996, sempre a suo dire, «era più completa, superiore, e superatrice rispetto a quella ‘Via del Pensiero Vivente’, indicata da Massimo Scaligero». Ma, come ho detto, su questo punto ‘specialissimo’ avrò in séguito da ritornare.

Ora, invece, è il momento di riprendere ad esaminare la connessione profonda che vi è tra l’errore dell’identificazione della Luna terrestre con la famigerata ‘ottava sfera’ e l’errata identificazione di un’entità spirituale ostacolatrice, anche se non solo tale, come Lucifero con Jahve-Jehova. La situazione si presenta in maniera specularmente del tutto analoga a quella venuta in esistenza nella lotta tra le confraternite occulte americane e britanniche da una parte, e quelle indiane dall’altra, con Helena Petrovna Blavatsky che, cercando di districarsi, appartenne per un tempo alle prime, e poi si schierò, o meglio fu spinta, e finì, nelle mani delle seconde. Ambedue le parti appartenevano a quella che in occultismo si definisce essere ‘la via dei fratelli della sinistra’, ossia la via di individualità e gruppi che – in maniera veramente “sinistra” – perseguono, con metodi a dir poco molto ‘spregiudicati’, finalità non disinteressate di potenza particolare, e non le finalità che il Mondo Spirituale pone all’uomo nella sua non unilaterale universalità, ossia le finalità che lo Spirito pone all’Uomo, e all’Umanità. Infatti, sempre nel più volte citato ciclo I movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, GA-254, nella quinta conferenza, Rudolf Steiner entra molto nei particolari, ed afferma l’esatto contrario di quanto scrive Orao in Resurrezione. Così leggiamo alle pp. 86-89:

«Vediamo come in realtà dall’inizio dell’evoluzione terrestre l’intenzione di Lucifero e Arimane fosse quella di far sparire nell’ottava sfera l’intera evoluzione terrestre. Per contrastarli gli esseri appartenenti agli Spiriti della Forma dovettero creare un contrappeso. Quello da loro creato consiste nell’aver inserito per così dire nello spazio dell’ottava sfera qualcosa che vi si oppone.

Se vogliamo disegnarlo in modo esatto, dovremmo rappresentare la cosa in maniera che, se in un punto abbiamo la Terra, dobbiamo disegnare intorno l’ottava sfera come facente parte della Terra fisica. In fondo siamo ovunque circondati dalle immaginazioni nelle quali di continuo deve venir portato l’elemento minerale, materiale. Appunto per questo, ad opera di Jahve o Jehova , si ebbe il sacrificio, l’esplulsione delle forze lunari da cui risultò una sostanza molto più densa della solita sostanza fisica, mineralizzata e che Jahve stabilì nella Luna come azione contrastante. Si trattava di una sostanza molto solida, ed è ciò che Sinnett descrisse in modo particolare; una sostanza molto più fisica, più minerale di quella ovunque presente sulla Terra, affinché Lucifero e Arimane non la potessero disciogliere nel loro mondo immaginativo.

La Luna dunque ruota nello spazio come una materia solida, vitrea, dura soda, compatta, infrantumabile. Persino nelle descrizioni fisiche della Luna, se lette con sufficiente attenzione, si può trovare una certa corrispondenza con quanto è stato detto. Tutto quel che era disponibile sulla Terra venne tolto da lì e inserito nella Luna affinché vi fosse in misura sufficiente materia fisica che non potesse essere assorbita. Osservando la Luna  scopriamo che nell’universo si trova un materiale fisico molto più compatto di quanto si trovi in un qualunque punto della Terra. Dobbiamo dunque considerare Jahve l’entità che, già nell’ambito fisico, fece in modo che non tutto l’elemento materiale venisse assorbito da Lucifero e Arimane. A tempo opportuno il medesimo spirito provvederà a far sì che la Luna rientri nella Terra, quando questa sarà diventata abbastanza forte da accoglierla di nuovo, quando il pericolo si sarà allontanato grazie a un’adeguata evoluzione.

Questo nell’ambito minerale fisico esterno. Anche per quanto riguarda l’uomo si dovette creare un contrappeso alle intenzioni esistenti riguardo il capo umano. Proprio come all’esterno dovette venire condensata materia, affinché Lucifero e Arimane non potessero discioglierla con la loro alchimia, così pure nell’uomo andava contrapposto qualcosa all’organo che più subisce i loro attacchi. Jehova dovette dunque provvedere, come per l’ambito minerale, perché non tutto diventasse preda degli attacchi di Lucifero e Arimane.

Era necessario che nell’essere umano non potesse diventare preda di Lucifero e Arimane tutto quanto proviene dal capo. Si dovette fare in modo che non tutto si fondasse sul lavoro  del capo e sulle percezioni sensorie esterne, poiché lì Lucifero e Arimane avrebbero avuto partita vinta. Andava creato un contrappeso nell’ambito della vita terrena: in noi doveva esserci qualcosa del tutto indipendente dal capo; fu raggiunto grazie al lavoro degli Spiriti della Forma regolari: fu impresso nel principio terreno dell’ereditarietà il principio dell’amore; ossia nel genere umano vive ora qualcosa che è indipendente dal capo, che passa di generazione in generazione e che nella natura fisica umana ha il suo livello più basso.

Tutto quanto è connesso con la riproduzione e con l’ereditarietà; tutto quanto è indipendente dall’uomo, tanto che egli non vi possa intervenire con il suo pensare; tutto quel che la Luna è nel firmamento, nell’essere umano è il principio dell’amore che compenetra la riproduzione e l’ereditarietà. Da ciò nasce la lotta furibonda di Lucifero e di Arimane che attraversa la storia nei confronti di tutto quanto proviene da tale ambito. Lucifero e Arimane ci vogliono sempre imporre il dominio esclusivo del capo e dirigono i loro attacchi per la via indiretta del capo contro tutto ciò che esteriormente è solo parentela naturale. Tutto quanto sulla Terra è sostanza ereditaria non può infatti venire preso da Lucifero e Arimane. Ciò che la Luna è in cielo, sulla Terra fra gli uomini è l’ereditarietà. Tutto quel che si fonda sulla trasmissione ereditaria, tutto quel che l’uomo non penetra con il pensiero, quel che è connesso con la natura fisica, è principio jahvetico. Tale principio è attivo al massimo la dove opera la natura per così dire «naturale»; lì Jahve ha riversato al massimo il suo amore naturale, per creare un contrappeso alla mancanza d’amore, alla tendenza luciferica e arimanica verso la saggezza.

Si dovrebbero ora penetrare a fondo certi argomenti dibattuti di recente, partendo da altre prospettive, per mostrare come nella Luna e nell’ereditarietà umana siano state create dagli Spiriti della Forma barriere contro Lucifero e Arimane. Riflettendo più a fondo su tali cose, si troverà in questi accenni qualcosa di molto importante.  

Per comprendere almeno in parte tutto questo, si deve partire da una prospettiva ancora un poco diversa. Se si considera l’evoluzione umana secondo la mia Scienza Occulta, nel suo procedere attraverso Saturno, Sole e Luna, si vedrà che su Saturno, sul Sole e sulla Luna non si può parlare di libertà. L’essere umano è inviluppato in tessuto di necessità: tutto è necessario. Nell’uomo venne inserita la natura minerale: doveva diventare un essere compenetrato dall’elemento minerale per poter maturare verso la libertà. Di conseguenza poteva essere educato alla libertà solo nel mondo sensibile, terreno».   

Dopo aver “rotto le dighe” che separavano l’umano da una sorta di “trascendenza verso il basso”, aprendo il varco all’emergere dalla sfera subsensibile delle peggiori forze antispirituali e antiumane, gli Ostacolatori si servirono di un mezzo più raffinato – e più pericolosamente corruttore – per trascinare nel materialismo il pensare umano. Anche su questo punto, non facile per molti da scoprire e intelligere, Rudolf Steiner getta una vivida luce, che mostra quanto poco accorti siano gli umani: molti spiritualisti compresi. Così leggiamo alle pp. 92-93:

«Considerando il puro materialismo terrestre, l’uomo con il proprio pensiero è ben in grado di scoprire che non esistono gli atomi.. se dunque si rimane semplicemente sul piano di tale materialismo, [per i fini delle deità ostacolatrici] non si andrà molto lontano. Rendendolo invece occulto, si potrà certo corrompere il pensare umano. A tal fine la possibilità migliore era far passare come ottava sfera la Luna che venne creata come contrapposta all’ottava sfera. Se la gente ritiene infatti che la materia creata come contrappeso all’ottava sfera sia l’ottava sfera stessa, si va oltre ogni immaginabile materialismo terrestre. E questo avvenne con le affermazioni di Sinnett. Il materialismo viene così portato nel campo dell’occulto, e l’occultismo diventa materialismo. Ma presto o tardi la gente lo avrebbe scoperto. La Blavatsky, che vedeva a fondo nel divenire terreno, intuì qualcosa al riguardo, dopo aver scoperto gli intrighi di quella strana indivividualità di cui ho già parlato. Si accorse che non si poteva continuare così, si doveva fare altrimenti. Sotto l’influsso degli occultisti indiani di sinistra disse: si deve fare altrimenti, ma in un modo o nell’altro si deve creare qualcosa cui non sia tanto facile pervenire.

Per creare dal canto suo qualcosa che andasse oltre le affermazioni di Sinnet, aderì alle proposte degli occultisti che la ispiravano. Appartenendo alla sinistra, questi non miravano ad altro che ai loro interessi particolari. Miravano cioè a fondare sulla Terra un sistema di sapienza dal quale Cristo fosse escluso e ne fosse escluso anche Jahve. Nella teoria bisognava dunque celare qualcosa che a poco a poco avrebbe eliminato il Cristo e Jahve.

Decisero quindi: si guardi un po’ Lucifero (di Arimane non si parlava; lo si conosceva così poco che si usava lo stesso nome per entrambi). Egli è in effetti il grande benefattore dell’umanità, e porta agli uomini tutto quello che possiedono grazie alla testa, al capo: scienza, arte, in breve ogni progresso. Egli è il vero spirito di luce, a lui ci dobbiamo appoggiare. Che cosa fece Jahve in realtà? Da lui discese sugli uomini l’ereditarietà fisica. È un dio dio lunare, e introduce l’elemento lunare. Da ciò l’affermazione della Dottrina segreta: non ci si deve attenere a Jahve, poiché egli è soltanto il signore dell’elemento sensibile e di tutto il basso elemento terrestre; Lucifero è il vero benefattore dell’umanità. Tutta la Dottrina segreta è redatta in modo che questo vi traspaia e vi sia chiaramente enunciato. Perciò anche la Blavatsky dovette venir disposta, per motivi occulti, a nutrire odio per Cristo-Jahve. In ambito occulto infatti una tale posizione riveste lo stesso significato che ha nell’opera di Sinnett l’affermazione che la Luna è l’ottava sfera».

Un ultima citazione, tratta dalla sesta conferenza del medesimo ciclo, sintetizza bene quel che Rudolf Steiner vuol comunicare circa la falsificazione che nell’Ottocento venne operata attraverso personalità manovrate come Sinnett e la Blavatsky, della Società Teosofica, da parte di “sinistri” occultisti, che pescavano nel torbido per i loro non dichiarati fini. Ecco quanto possiamo leggere alle pp. 115-116:

«Quante volte nel nostro movimento si è detto che il nostro insegnamento non deve essere semplice teoria, ma vita reale! Facendone una semplice teoria lo si uccide; lo si consegna ad Arimane, il dio della morte. È il modo migliore per consegnargli quel che viene insegnato per rimuoverlo regolarmente dal mondo. Inoltre è un metodo molto simile, come si vede, a quello adottato dalle individualità che, diciamo, stavano dietro a Sinnett. Gli diedero una direzione precisa, che non era giusta, per guidarlo verso un certo orientamento falso: denigrare proprio ciò che è giusto. La Luna, che in quanto Luna fisica è un modo di paralizzare l’ottava sfera, viene dichiarata ottava sfera. Così l’ottava sfera viene appunto nascosta, eliminata. Più tardi ciò fu corretto da H.P. Blavatsky, dicendo che Jahve creò soltanto la sfera inferiore dell’esistenza, la sfera sensoria umana (mentre con la Luna egli creò un rimedio rispetto all’ottava sfera). Il metodo consiste dunque nel diffondere la nebbia del vilipendio su qualcosa, ponendolo così in una falsa luce».   

Se ben si osserva, in forma diversa – ma neanche poi tanto – è proprio quel che è accaduto nel caso delle “rivelazioni” che Orao comunica in Resurrezione: viene vilipesa un’elevatissima entità spirituale, un’entità della gerarchia degli Elohim, l’Eloha, o Eloah, Jahve, identificato in maniera errata, e oggettivamente menzognera, con una entità ostacolatrice come Lucifero. Viene falsata la corretta concezione della Luna – sulla quale Jahve, compiendo un plurimillenario sacrifico ha preso dimora – la cui funzione è proprio quella di paralizzare gli effetti negativi dell’azione di Lucifero e Arimane, i quali vorrebbero trascinare l’intera umanità, e l’evoluzione della Terra, nella spettrale ‘ottava sfera’, da essi dominata.  

Ma una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che sul piano occulto oggettivamente, risultano essere vere e proprie menzogne – errori che son presenti sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è necessario ricercare, e rendersene bene conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori. Ciò è tanto più necessario in quanto tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende. E si tratta di qualcosa che è bene conoscere – e conoscere appunto beneprima di intraprendere a percorrere l’aspro Sentiero della Conoscenza, perché dopo si rischia che le molte illusioni, e le risultanti deformazioni dell’anima, rendano impossibile l’abbandonare il falso sentiero. E non vi è nient’altro che possa generare illusioni senza numero quanto un’atavica, inferiore, ‘chiaroveggenza’. Questa un tempo –salvo alcune eccezioni volute dal Cielo e dai Numi per particolari ragioni, e che vedremo più in là – aveva avuta la sua funzione, e la sua ragion d’essere: ce l’aveva soprattutto in un tipo umano sempre meno affondato nella materialità corporea quanto più indietro si risale nel tempo. Ma oggi essa ha, per l’uomo compiutamente moderno, un carattere recessivo, e decisamente regressivo: è qualcosa che è saggio eliminare dalla propria anima, per la salute e la salvezza della medesima.

Rudolf Steiner esclude categoricamente che le comunicazioni della Scienza dello Spirito – frutto delle investigazioni dell’Iniziato chiaroveggente: investigazioni talvolta lunghe, difficili, e necessitanti di severi controlli – debbano essere accettate, e credute per fede. Anzi, egli vede un grande pericolo proprio nell’affermazione che quanto viene da lui comunicato debba essere accolto per fede, senza un controllo razionale, rinunciando al proprio sano raziocino. Infatti nella quinta conferenza del sopra più volte citato ciclo, alle pp. 96-97, Rudolf Steiner così si esprime:

«In tutti questi anni in cui ci siamo occupati di scienza dello spirito ho cercato di esporre le cose in modo che sia evidente a chi vi aderisce come le si possano comprendere pur senza essere ancora pervenuti alla chiaro veggenza. Ho cercato di non pubblicare nulla che non possa rientrare in tale ambito. Quindi solo chi favorisce che l’uomo passi nell’ottava sfera può avere qualcosa contro il movimento scientifico-spirituale. […] dobbiamo perciò osservare le cose che ci vengono presentate e non dire che fra di noi esse vengono accolte per fede nell’autorità. Non dovrebbe mai comparire la frase che le verità vengono accolte soltanto perché le dico io! Peccheremmo contro la verità, se dicessimo qualcosa di simile. È possibile che qualcosa si fondi sulla fiducia; ma non se ne può fare un principio, dovrebbe essere un motivo che ciascuno tiene per sé, mentre un altro potrebbe procedere meglio verificando invece di accettare per fiducia.

Proprio attraverso la verifica si vedrà come stanno le cose. Ogni qualvolta è apparsa fra noi la parola fiducia, ci si è trovati in pericolo: era un segno che eravamo entrati in un periodo in cui qualche pericolo ci minacciava. Il modo di comportarsi finora assunto deve avere fine, perché la scienza dello spirito non si fonda sull’autorità, ma sulla conoscenza. Il tempo in cui non dava problemi presentare la scienza dello spirito è passato».

La fede nell’autorità nel campo delle questioni spirituali, è il frutto del nefasto dominio bimillenario della teologia cattolica, la quale ha imposto – anche con estrema violenza – l’obbligo di credere quel che il supremo Oracolo – come veniva chiamata l’autorità del papa nel Settecento – imponeva doversi credere. Questa rinuncia all’esperienza diretta dello Spirituale, accompagnata dalla rinuncia all’uso del proprio personale raziocinio, e del sano buon senso, apre la strada alle peggiori infatuazioni, alle più crasse superstizioni, a tutte quelle “cabale” e macchinazioni, che il mio ottimo amico C., coraggioso asceta d’altra dottrina, definisce «essere le dinamiche tipiche del mondo settario», nonché «tratto caratteristico della mediocrità delle petites chapelles, delle parrocchiette». E infatti, Rudolf Steiner, quasi alla fine della stessa conferenza avverte, e al contempo ammonisce, a p. 98, che «L’odio è molto più diffuso di quanto si pensi; bisogna tenerne conto. La verità viene dunque sempre odiata, e quando vuole affermarsi sono già in atto artifici per far sì che si trasformi, si trasmuti in modo da servire alle potenze oppositrici. In alcuni tentativi, apparsi in mezzo a noi, dobbiamo appunto vedere lo sforzo per far sì che la verità che compare presso di noi venga capovolta, usata in altro modo». Appunto, quel che più volte su questo temerario blog, è stato chiamato ‘trasbordo ideologico inavvertito’.  

Se torniamo  all’aureo volumetto Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, grande amica di Marie Steiner, ed edito per la prima volta da “La Prora”, Milano, 1938, troviamo nella seconda parte di esso la trascrizione di una conferenza di Rudolf Steiner, da lui tenuta a Stoccarda il 13 dicembre 1909, conferenza che a me pare di grande momento, in quanto chiarisce a fondo proprio la questione della ‘chiaroveggenza’, atavica o meno, in rapporto all’autentica esperienza spirituale, e soprattutto sottolinea l’importanza di una salda formazione di pensiero. Anche nella suddetta conferenza, Rudolf Steiner nega decisamente che per accogliere i contenuti della Scienza dello Spirito, della concezione spirituale portata nel mondo dall’Antroposofia, siano necessari “atti di fede” di qualsivoglia tipo. Infatti, alle pp. 82-85, rispondendo alla domanda ch’egli si pone: «Che cosa ci comunica veramente l’antroposofia?», afferma:

«Ci comunica fatti, verità derivanti dalla sfera dei mondi spirituali soprasensibili; fatti che la coscienza chiaroveggente è in grado d’indagare in quei mondi spirituali.

È vero che chi riceve tali comunicazioni, senza essere egli stesso chiaroveggente, non può, a tutta prima, persuadersi dei fatti come tali per propria visione immediata; è vero che accoglie semplicemente le comunicazioni ma non può constatarle con la sua visione chiaroveggente; sarebbe però totalmente errato credere che l’uomo non chiaroveggente non possa esaminare e riconoscere le cognizioni oggi comunicate dall’antroposofia, e sarebbe falso affermare che le comunicazioni derivanti dalla coscienza chiaroveggente siano perciò da accogliersi unicamente per fede, sull’autorità di chi le espone. Se così fosse, se si dovessero semplicemente accettare per fede, queste comunicazioni sarebbero oltremodo imperfette, manchevoli. Fatti che si comunicano nel modo giusto richiedono certamente la chiaroveggenza per poter essere scoperti; ma, trovati e narrati che siano, anche da una sola persona, la semplice ragione umana scevra di preconcetti può comprenderli e vederne la verità con mezzi accessibili al piano fisico. Chiunque ascolti quei fatti può, prendendosi il tempo necessario, esaminarli con le facoltà del piano fisico, senza crederli per fede cieca; se sono verità storiche, potrà investigare tutti i documenti, tutte le scritture esistenti, e vi troverà confermati i dati ottenuti con la chiaroveggenza; quanto più le sue ricerche saranno esatte e accurate, tanto meglio troverà la conferma desiderata. Se invece sono verità della vita vissuta, come, ad esempio, la reincarnazione e il karma, e la descrizione della vita fra la morte e una nuova nascita, basterà osservare spregiudicatamente quel che la vita stessa offre, e quanto meglio lo si osserverà, tanto più si troverà confermato quel che ne dice il chiaroveggente. Ci sono insomma tutte le possibilità di constatare nel mondo fisico esteriore quel che si scopre nei mondi soprasensibili; e la ricerca di questa constatazione dev’essere per noi una necessità imprescindibile. Non dobbiamo affatto ripetere la frase: «Queste cose vanno credute per fede». No; quel che forse, da principio, solo pochi sono in grado d’investigare, dobbiamo provarlo al contatto con la vita; non dobbiamo affatto accettarlo per fede cieca, ma esaminarlo senza pregiudizi.

Naturalmente. In un certo senso, un tale esame è faticoso. Richiede uno sforzo di pensiero, e uno strenuo lavoro per trovare nel mondo fisico la conferma di quanto l’indagine soprasensibile comunica. E qui tocchiamo un punto importantissimo della nostra questione. «È necessario o almeno è bene che l’uomo attuale, oltre a nutrire l’aspirazione giustificatissima di penetrare da sé nei mondi spirituali, eserciti a fondo ed energicamente il proprio pensiero del piano fisico?». In altre parole: «Fa bene lo studioso di antroposofia a vincere l’inerzia di pensiero che abbondantemente porta con sé dal mondo extra-antroposofico, e ad elaborare seriamente il suo pensiero, a impadronirsi e a servirsi dei soli mezzi coi quali si può conoscere l’uomo, partendo dal mondo fisico?». (È persino difficile far capire con chiarezza e precisione alla coscienza attuale che cosa s’intenda con ciò!)».

In effetti – si potrebbe facilmente osservare – che anche per scoprire nuove leggi matematiche occorre avere un intuito matematico, che ben pochi posseggono. Ma una volta che una legge matematica è stata scoperta, ed adeguatamente esposta, non deve certo venir accolta per mistica fede: con un energico lavoro di pensiero, chiunque può verificare l’intero campo della matematica, che magari sarebbe impotente a scoprire con le sue sole proprie forze. Per scoprire il calcolo integro-differenziale, ci sono voluti un barone Gottfried Wilhelm von Leibniz in Germania e un sir Isaac Newton in Inghilterra; per definire il calcolo ottico parassiale, come caso particolare dell’ottica classica, e determinare gli elementi cardinali di un tale sistema ottico, è stato necessario, sempre in Germania, un Carl Gauss; per scoprire sperimentalmente e dimostrare teoricamente, con semplicità classica, il più perfetto metodo di controllo dei sistemi ottici mediante le frange di interferenza, è stato necessario in Italia un Vasco Ronchi;  ma di comprenderli a fondo, ed applicarli adeguatamente, è capace qualsiasi adolescente che in un buon liceo si appassioni alla materia, e studi con energia. Ma, sovente, gli umani temono e avversano la nobile fatica del pensare, come il caso che Rudolf Steiner, alle pp. 86-87, cita di uno che si era avvicinato all’Antroposofia, ma che rifuggiva, per turpe accidia, dallo sforzo di pensare, e che così commenta:

«Ecco un bell’esempio dell’inerzia di pensiero con la quale molti si accostano all’antroposofia. Non appena si sono acquistati una credenza, sono paghi, e schivano la fatica di elaborarsela passo passo in quelle rappresentazioni tutt’altro che comode da acquistare. Ma così facendo, non si può mai arrivare ad altro che a una fede cieca, mentre non si tratta più di fede cieca quando si disciplini realmente il proprio pensiero, e non si cerchi con avidità solo di acquistare le facoltà che conducono a un grado elementare di chiaroveggenza».

Rudolf Steiner con fervore indicò l’assoluta necessità di un tale energico lavoro di pensiero. Egli affermava che per quanto in vite passate uno possa essersi appropriato – per via di spontanea veggenza atavica o attraverso l’applicazione dei metodi dell’occultismo antico – di grandiose percezioni, non per questo nelle vita successiva esse verrebbero ricordate, a meno che non fossero state trasformate in pensieri. Mentre, oggi, ciò che, con le forze dell’anima cosciente, viene conquistato con il pensiero puro – quel pensiero puro-libero dai sensi, che abbiam visto essere svalutato nella citata rivista romana – è tale che connaturandosi con l’Io, diverrà parte della non più smarribile ‘memoria spirituale’ di tutte le future vite terrene. Su questo punto, Rudolf Steiner è del tutto esplicito. Inoltre, se continuiamo l’elaborazione meditativamente pensante di Filosofia e Antroposofia, alle pp. 91-95, espresso con parole che mostrano come, da questo punto di vista, la condizione umana sia – come da sempre afferma tutta la tradizione orientale – ‘suprema’ anche rispetto agli Dèi, troviamo:

«Perché gli Dei hanno creato gli uomini? Perché solo negli uomini potevano sviluppare certe facoltà che altrimenti non sarebbero mai venute ad esistenza. La facoltà di pensare, di rappresentarsi qualcosa in pensieri che siano legati al discernimento, questa facoltà può svilupparsi soltanto sulla nostra Terra; non esisteva prima; poteva sorgere solo pel fatto che fossero stati creati gli uomini. Se vogliamo usare un paragone, supponiamo di avere un chicco di frumento; possiamo guardarlo, ma, per quanto lo guardiamo, non ne nascerà una spiga; dobbiamo seminarlo nella terra e lasciarlo crescere, cioè lasciare che le forze della crescenza agiscano su di esso. Ciò che gli Dei avevano prima della formazione dell’uomo, può essere paragonato al chicco di frumento; perché potesse germogliare in forma di pensieri, doveva prima esser coltivato sul pian fisico per mezzo di uomini. Non c’è altra possibilità di coltivare pensieri dall’alto dei mondi spirituali, se non quella di farli germogliare in incarnazioni umane. Sicché ciò che gli uomini pensano quaggiù sul piano fisico è qualcosa di unico nel suo genere, che deve aggiungersi a quel che è possibile nei mondi superiori. L’uomo era effettivamente necessario; altrimenti gli Dei non lo avrebbero creato. Gli dei hanno fatto sorgere l’uomo per ottenere attraverso lui, anche sotto la forma del pensiero, quel che essi già possedevano. Quanto scende dai mondi spirituali, non potrebbe mai ricevere la forma del pensiero, se l’uomo non fosse in grado di dargliela. E l’uomo che sulla Terra non vuol pensare, sottrae agli Dei quello su cui hanno fatto conto, e quindi non può raggiungere ciò ch’è il vero còmpito e la vera destinazione umana sulla Terra. Lo può raggiungere soltanto in quell’incarnazione nella quale prende la determinazione di lavorare col pensiero.

Se si riflette su ciò, il resto ne vien fuori di conseguenza.

Le rivelazioni intorno al mondo spirituale, ai veri fatti del mondo spirituale, possono penetrare nell’anima umana nei modi più svariati. È certo possibile, e oggi nella maggior parte dei casi avviene realmente, che gli uomini giungano a una veggenza visionaria senza essere buoni pensatori; (è maggiore il numero di coloro che giungono alla chiaroveggenza senza essere pensatori che essendolo); ma c’è un gran differenza tra le esperienza che fa nei mondi spirituali un acuto pensatore e un uomo che non lo sia. È una differenza che si può esprimere così: «Le rivelazioni che provengono dai mondi superiori s’imprimono nel miglior modo in quelle forme di rappresentazioni che noi portiamo loro incontro come pensieri. È il miglior recipiente».

Ora, se non siamo pensatori, le rivelazioni devono cercarsi altre forme; ad esempio la forma dell’immagine. Infatti, il simbolo è la forma più frequente nella quale chi non è pensatore riceve le rivelazioni. I chiaroveggenti visionarî, che non siano anche pensatori, vi racconteranno in forma di simboli le rivelazioni che ricevono. Tali simboli son certo belli; però dobbiamo sapere che l’esperienza soggettiva è diversa nel caso che si ricevano rivelazioni essendo pensatori o non essendolo. Un non pensatore, che riceva una rivelazione, vede sorgere davanti a sé un simbolo, una figura che gli si manifesta dal mondo spirituale. Vede, ad esempio, una figura d’angelo, oppure una croce, un ostensorio, un calice; vede comparire uno di quei simboli nel campo soprasensibile, come un’immagine finita, e sa che questa è bensì una realtà, ma sotto forma di un’immagine. Già per la coscienza soggettiva le esperienze provenienti dal mondo spirituale sono sperimentate dal pensatore in un altro modo; si presentano diversamente, non in modo immediato come per il non pensatore. Il pensatore che riceva una rivelazione dal mondo spirituale, non la vede nel momento stesso in cui la riceve, ma un po’ più tardi; e nel momento in cui la vede, l’ha già afferrata col pensiero, può già distinguerla e sapere se è verità o menzogna. ciò che gli appare dal mondo spirituale, gli appare un po’ più tardi, ma già compenetrato di pensiero, così ch’egli è in grado di discernere se è illusione o realtà; egli, per così dire, riceve qualcosa prima di vederlo. Naturalmente lo riceve nello stesso momento in cui lo riceve il non pensatore, il chiaroveggente visionario; ma lo vede un poco più tardi, e, quando lo vede, l’apparizione è già compenetrata di pensiero, di giudizio, sì ch’egli può sapere se è una vana parvenza, se è una semplice oggettivazione dei suoi proprî desideri, o una realtà oggettiva. Questa è la differenza nell’esperienza soggettiva. Il chiaroveggente visionario non pensatore vede l’apparizione subito; il pensatore la vede un po’ più tardi; ma pel primo essa resterà quale l’ha vista, e così egli potrà descriverla; il pensatore invece potrà collocarla al suo posto fra le esperienze del mondo fisico abituale, e metterla in relazione con esse; poiché anche il mondo fisico è, come quella rivelazione, un’estrinsecazione del mondo spirituale.

Così potete già vedere che, se vi accostate al mondo spirituale armati dello strumento del pensiero, ne avrete grande sicurezza nel giudicare di quanto vi verrà comunicato».

E qui viene non solo da pensare quanta gratitudine il sincero ricercatore spirituale deve a Rudolf Steiner, al Maestro dei Nuovi Tempi, per averci portato la conoscenza del Mondo Spirituale in concetti. Chi conosca la letteratura ermetico-rosicruciana, e quella kabbalistica, dei secoli scorsi, sa bene come sia difficile – quasi al limite dell’impossibilità – il districarsi nel labirinto di simboli, dei quali è saturo il linguaggio immaginativo attraverso il quale veniva allora lasciato trapelare qualcosa della conoscenza del mondo spirituale. E grande è la gratitudine che l’audace cercatore dello Spirito deve a Massimo Scaligero per quanto ci ha donato in limpido pensiero, sia come contenuti che come metodo realizzativo. A questo proposito, non voglio trascurare di riportare quanto Massimo Scaligero scrive nel terzo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III edizione, Tilopa, Roma, 1979, ove parlando dell’esperienza del momento originario del pensiero, alle pp. 11-12, così si esprime:

«Come esperienza è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Vi è grandissima differenza tra l’impostare la ‘Via spirituale’ conoscitivamente come ‘Via del Pensiero’, ossia come un’attività conoscitiva del pensare, che non accetta presupposti di nessun tipo, se non il suo stesso essere allo stato puro, il suo stesso moto condotto sino al punto in cui esso diviene coscientemente automovimento e forma ‘vuota’, nel senso mahayanico, di se  medesimo, e, invece, una ‘via mistica’, basata su una emotività animica, e alimentata da una incontrollata ‘chiaroveggenza’ dalla quale, come abbiamo potuto constatare, può sorgere ogni sorta di errori, una via che si appoggia a discutibili ‘presupposti religiosi’, se non addirittura ‘confessionali’. Questo non voler rinunciare a non verificati presupposti religiosi – sedicenti ‘cristiani’, ma non per questo automaticamente ‘cristici’ – può portare non solo, sul piano conoscitivo, ad enormi, fatali, e distruttivi errori nell’ambito di una veggenza visionaria, scambiata per autentica percezione spirituale, ma altresì ad azioni oltremodo devianti e pericolose sul piano della volontà, ossia sul piano dell’agire morale. Di simili deplorevoli casi, ne abbiamo, purtroppo, gran copia nella storia del movimento antroposofico – cosa che, con grandissima facilità, potrei documentare ad abundantiam – ed eziandio anche nella storia del movimento antroposofico in Italia, e nelle stesse file di discepoli di Massimo Scaligero. E – il candido lettore mi creda – pesa molto sul cuore a chi scrive il doverlo fare nel caso specifico di quanto scrive Orao, perché si tratta di un caso di dimostrata, aperta, impostura, o come dicono, e praticano da circa venti secoli, i rappresentanti dell’ortodossia clericale, di una ‘pia frode’, a loro dire ‘lecita’, perché compiuta – sempre a loro dire, naturalmente – ‘a fin di bene’.  

Un problema in più – un problema che, invero, lascia non poco perplessi – è quello di stabilire a ‘quale’ Orao sia da attribuirsi una simile, davvero poco commendevole azione. Questo perché, nella rivista romana, della quale su questo temerario blog ho avuto modo più volte di occuparmi, l’eteronimo Orao è stato usato non univocamente. Per la precisione – per quel che chi scrive ha potuto verificare direttamente – tale eteronimo è stato usato sicuramente per due persone molto diverse, anche se tra loro, in qualche modo collegate e, a suo tempo, collaboranti. Per esempio, in alcuni numeri della suddetta rivista romana – ne cito solo alcuni dalle caratteristiche più evidenti, ma potrei citarne molti altri – già nel n° 1 del primo anno della suddetta rivista romana compare un articolo, firmato Orao, intitolato Forme dell’anima asiatica, che sicurissimamente, per contenuti, stile, e conoscenze linguistiche proprie dell’orientalismo accademico, non è attribuibile all’Orao, autore degli scritti pubblicati dalla casa editrice Tilopa, Resurrezione e Madre. Altri articoli, sempre firmati Orao, attribuibili solo all’Orao ‘accademico’, li vediamo – ne cito ancora a caso solo alcuni – nei nn° 2 e 5-6 della detta rivista romana, intitolati anch’essi, appunto, Forme dell’anima asiatica, mentre nel n° 4 appariva un altro articolo, sempre a firma Orao, intitolato La metànoia di Sundar, attribuibile con certezza alla stessa penna. Decenni dopo, nel n° 73-74 di detta rivista, appare un altro articolo, intitolato Scaligero e il Graal, a firma sempre Orao, che per contenuti e stile attribuibile solo, anch’esso, alla stessa fonte dei precedenti. Molti altri scritti, a firma Orao, apparsi su quella rivista, come esegesi e commento ad un’opera di Rudolf Steiner, sono invece per contenuti, linguaggio, e stile similissimi, attribuibili unicamente all’Orao, autore del libro di cui mi sto occupando. Ma siccome, da quel che mi si dice, ho  motivo di pensare che quest’ultimo Orao non sia più in vita da alcuni decenni, vi è da chiedersi se vi sia stata da parte di ‘qualcuno’ – difficile dire, e provare, oggi, chi egli sia – in alcuni punti degli scritti pubblicati, Resurrezione e Madre, – chiamiamola così per usare parole decenti – una ‘sapiente’, ‘diligente’, ‘opera redazionale’. Ma lasciamo, per adesso, da parte questo spinoso problema, e affrontiamo quanto scrive Orao, a p. 90, di Resurrezione:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ignoriamo, per ora, il discorso generale nel cui contesto quel paragrafo è inserito. Di quel contesto – alquanto problematico a dire il vero – vi sarebbe da occuparsi a lungo, et pour cause, ma consideriamo provvisoriamente soltanto il fatto che in questo paragrafo vengono attribuite a Rudolf Steiner parole precise, riguardanti l’amplesso tra uomo e donna, ossia l’atto sessuale stesso. Ora se vi è una cosa della quale – a quel che mi risulta – Rudolf Steiner non parla mai, un atto che non descrive mai, che non affronta mai, in nessuna forma, è proprio la sessualità. Massimo Scaligero, che sicuramente conosceva l’Opera di Rudolf Steiner molto più profondamente, e molto meglio, di Orao – di ambedue gli Orao – lo afferma abbastanza chiaramente in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972 – citerò da questa prima edizione, proprio perché la seconda, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee, ha subito un pesantissimo, quanto molto discutibile, “intervento redazionale” (per chiamare un tale atto indebito con un’espressione elegante, ovvero con un caritatevole eufemismo), sul quale ebbi modo di scrivere sul presente blog – ove nel XV capitolo, Magia sexualis, a p. 195, scrive:

«È difficile trovare in Steiner chiarimenti sul problema del sesso: né mi risulta esistere una sua specifica trattazione dell’argomento».

Ora, avendo io a disposizione l’intera Opera – pubblicata e non pubblicata: in lingua originale, tutta; e in larga parte anche in traduzioni italiane, francesi, e inglesi – di Rudolf Steiner, posso confermare quanto ha scritto Massimo Scaligero: di una specifica trattazione del problema della sessualità nell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi non ve n’è traccia. E penso che ciò sia per una ben meditata scelta dello stesso Rudolf Steiner. Per cui mi son chiesto da dove potesse saltar fuori quella citazione inserita in Resurrezione, e surrettiziamente attribuita a Rudolf Steiner. Intanto, il libro citato con quel titolo, La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, nella traduzione di Lina Schwarz, venne pubblicato nel 1947, a Roma, dalla Casa Editrice Moderna, ed è apparentemente di difficile reperibilità. Ma solo apparentemente. In realtà, e l’editore romano di Resurrezione ovviamente questo lo sa e si guarda bene dal dirlo al lettore, si tratta solo della prima edizione italiana – apparsa quando ancora non esisteva, neppure in tedesco, la catalogazione dell’Opera Omnia di Rudolf  Steiner –  del GA-293, che fu ripubblicato, ventitré anni dopo, nel 1970, sempre nell’ottima traduzione, immutata, di Lina Schwarz, dalla milanese Editrice Antroposofica, col titolo Arte dell’educazione. Volume I°, Antropologia. Ebbene, ho sfogliato il libro, che possiedo da decine di anni, varie volte, da cima a fondo, e da fondo a cima, pagina per pagina, e rigo per rigo, e di quelle parole di Rudolf Steiner, nelle quali si parla dell’amplesso tra uomo e donna, e del contatto diretto, o indiretto, con la prima Gerarchia di Troni, Cherubini, Serafini, non vi è traccia alcuna. Non ve n’è parola. In nessuna pagina. Addirittura quelle elevate entità spirituali non vengono mai neppure nominate, a nessun titolo, nell’intero libro di 212 pagine. Per scrupolo, sono andato a guardare il testo tedesco di detta opera, Allgemeine Menschenkunde als Grundlage der PädagogikVorträge und Kurse, gehalten für die Lehrer der Freien Waldorfschule in Stuttgart, Vierzehn Vorträge, GA 293, Rudolf Steiner Verlag Dornach, 1992, che ho letteralmente “arato” pagina per pagina, rigo per rigo, usando anche il potentissimo motore di ricerca Mötteli, e il risultato è stato identico: della questione dell’amplesso, e di quella elevata Gerarchia spirituale, non vi è traccia alcuna: neanche una parola.

In definitiva, è relativamente secondario accertare quale dei due ‘Orao’, oppure anche una terza persona, abbia compiuto un cotale scempio: alterare, manomettere, falsificare in maniera sacrilega, l’Opera di Rudolf Steiner. Invece, quel che ben più importa è che venga pubblicata, in maniera insana e improvvida, nonché diffusa nel mondo, una menzogna, i cui effetti distruttivi nella vita dei singoli individui, delle Comunità spirituali, e del mondo, non devono essere in nessun caso sottovalutati e trascurati.

È evidente che siamo di fronte ad un atto ben grave. Se nel campo della ‘veggenza immaginativa’, atavica o meno, di fronte a risultati dimostrati errati, è ancora possibile pensare, in taluni casi, di trovarsi di fronte a buona fede, ad un’illusa buona fede, mentre, in altri casi, è certo che siamo di fronte a simulazione e menzogna, di fronte alla consapevole alterazione della stessa opera scritta di Rudolf Steiner – come abbiamo visto essere avvenuto nel caso di dati della sua Cronaca dell’Akashao di fronte ad una citazione, da me constatata essere inesistente nell’opera poco sopra nominata, si deve parlare di cosciente menzogna, di voluta manipolazione della verità, di volontà d’inganno, di aperta impostura. E l’amore per la Verità, la lealtà nei confronti dello Spirito, e dei sinceri ricercatori spirituali, la gratitudine verso il Maestro, impongono che non si taccia, e risulta essere necessario – come afferma Rudolf Steiner nel ciclo Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, GA-192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, p. 257 – opporsi con ogni mezzo alla alterazione della Verità:

«Oggi non si può che chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto del quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito della menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il maggior nemico del vero progresso spirituale».

Ancora una volta devo porre fine alla eccessiva lunghezza di questa nona parte. Nel proseguo del presente studio, dovrò approfondire – sempre sulla scorta della parola di Rudolf Steiner – la questione della ‘chiaroveggenza’, della ‘Via del pensiero puro’, e alcune altre questioni ancora più gravi di quelle affrontate sinora, questioni che sono la necessaria conseguenza dell’errata impostazione dell’intera mistica ‘via dell’anima’ – perché tale, in effetti, è –  quella indicata da Orao in Resurrezione.   

3 pensieri su “VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. NONA PARTE.

  1. Buongiorno, innanzitutto un grande grazie a Hugo de Paganis per queste interessantissime riflessioni, che spero continueranno. Vorrei focalizzare qui di seguito l’attenzione su due passi di Steiner estratti dall’aggiunta alla seconda edizione (1918) della “Filosofia della Libertà” che mi sembrano in tema con l’argomento trattato nello studio di Hugo, in quanto secondo me utili come spunto per una domanda dal carattere pratico che mi sta molto a cuore.

    “Si troverà strano che qualcuno voglia cogliere in “meri pensieri” l’essere della realtà. Ma chi consegue veramente la vita nel pensare, arriva a vedere come, entro l’ambito di quella vita, alla ricchezza interiore e all’esperienza riposante su di sé e nello stesso tempo moventesi in se stessa non possa essere neppure paragonato, e tantomeno anteposto, il vibrare in puri sentimenti o il guardare l’elemento della volontà. Dipende appunto da questa ricchezza, da questa interiore pienezza dell’esperienza, il fatto che la sua controimmagine nell’abituale impostazione dell’anima appare morta, astratta. Nessun’ altra attività animica dell’uomo è così facile a misconoscersi quanto il pensare. Il volere, il sentire, continuano a riscaldare l’anima umana anche in seguito, nel rivivere lo stato d’animo originale. Troppo facilmente invece il pensare, nella rievocazione, lascia freddi: esso sembra inaridire la vita dell’anima. Ma questo è proprio soltanto l’ombra fortemente attiva della sua realtà intessuta di luce e immergentesi con calore nelle manifestazioni del mondo. Questo immergersi avviene con una forza fluente entro la stessa attività pensante, la quale è forza d’amore di natura spirituale.”

    E poi:

    “Chi cioè si rivolge al pensare essenziale, trova in esso tanto il sentimento quanto la volontà, e questi ultimi anche nel profondo della loro realtà; chi si distoglie dal pensare e si rivolge al “puro” sentire e volere, perde invece in questi la vera realtà. Chi vuole, nel pensare, sperimentare intuitivamente, deve anche riconoscere un diritto allo sperimentare secondo sentimento e secondo volontà. Invece la mistica del sentimento e la metafisica della volontà non possono ammettere che il pensare intuitivo sia capace di compenetrare l’esistenza, poiché verranno facilmente alla conclusione che soltanto esse stanno nella realtà, mentre chi pensa intuitivamente, privo di sentimento ed estraneo alla realtà, forma in “pensieri astratti” un quadro freddo ed inconsistente del mondo.”

    Ora, rapportando queste affermazioni alla pratica della concentrazione su un oggetto insignificante creato dall’uomo (esempio: uno spillo, un bottone et similia), ove per insignificante non intendo ovviamente inutile ma poco significativo per il sentimento umano, perché di solito non ci si entusiasma pensando a come è fatto uno spillo, di quali materiali è costituito, a cosa serve etc., a me sembra appunto che la cosa più difficile in questo tipo di pratica (secondo me di grandissimo valore tra l’altro anche per questo) sia riconoscere il sentimento essenziale incluso nel pensare; la volontà mi sembra più facile da sperimentare, perché appunto senza mettere in moto la volontà, anche comunemente intesa, la concentrazione non parte nemmeno. Sicuramente appare fin da subito che si tratta in primis di un esercizio di volontà sottile, soprattutto se protratto con costanza nel tempo per anni, in particolare in mezzo alle mille difficoltà della vita pratica quotidiana moderna. A me sembra inoltre che venga riconosciuto subito dal praticante anche quell’aspetto della pratica maggiormente legato al pensiero comune, soprattutto nella forma di comprensione per ciò che si sta pensando; si è cioè consapevoli di comprendere il significato di ciò che si sta pensando e la verità e necessità dei vari nessi logici. Appare invece molto meno l’aspetto che dovrebbe portare a sperimentare il sentimento nella sua essenzialità; su questo aspetto che mi sembra importante e anche in tema con lo studio di Hugo, chiederei, se possibile, un approfondimento, ringraziando in anticipo per l’eventuale risposta.

    • Gentilissimo Lemar, grazie anzitutto per la sua bella citazione tratta dalla Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, forse il testo che a molti di noi di Ecoantroposophia è il più caro, e quel passo è da me tra i più amati. E grazie altresì per la sua interessante domanda sulla Concentrazione, per di più da Lei messa in relazione proprio con la Filosofia della Libertà, e in particolare con quell’importantissimo passo. Perché è proprio lì il punto cruciale di tutta l’Ascesi del pensiero, ed è lì che si dimostra, come apparirà in un articolo che sto preparando, che la Via del Pensiero è la la Via del sublime eroismo, e non la “via del sublime egoismo”, come, con tono sommessamente apocalittico, e superficiale plausibilità, avvertono taluni che cercano affermare, citando, staccandole dal loro contesto, e strumentalizzandole, alcune frasi di Massimo Scaligero.

      La Concentrazione è fondamentalmente una operazione volitiva: è una intensa azione del volere nel pensare. E’ lo stabilire un “asse di luce” tra il pensare cosciente in alto e il volere, coscientemente voluto, in basso. Il più delle volte, nella vita quotidiana di molti, il volere agisce – come diretto da una sorta di “pilota automatico” – incoscientemente, in stato di sonno profondo. Nella Concentrazione, invece, il volere viene portato ad agire coscientemente nel pensare, così come nell’Ascesi della volontà, a sua volta, il pensare viene coscientemente portato ad immergersi nel volere. E’ verissimo che nella pratica della Concentrazione, il sentire non viene chiamato in causa. Ma dovrei dire, più che il sentire, l’emotività, ossia la superficiale, periferica, eccitabilità dell’anima, normalemente incapace di “concentrarsi” volitivamente su un oggetto, se a tale azione essa non venga passivamente attratta da un interesse emotivo. Una tale emotività deve venire spazzata via, con rude spartana energia. Ma il sentire – l’autentico sentire – è un’altra cosa.

      E’ verissimo che il sentire non viene chiamato in causa, ma si tratta di capire perché. Massimo Scaligero sottolinea più volte come l’autentico sentire sorga dalla radicale estinsione di quella emotività, la quale è soltanto la caricaturale deformazione del verace sentire. Ma questo sentire – che non deve intervenire nell’esecuzione della Concentrazione – in realtà risulterà esserne il risultato: uno dei più bei risultati. Mentre normalmente, il fare appello all’emotività porta facilmente a situazioni animiche di recitazione, di menzogna, di ipocrisia, la Concentrazione che, invece, la appello unicamente alla più energica attenzione volitiva nel pensare, ha come risultato a posteriori il sorgere di un novello sentire: diversissimo dall’automatica, passiva, emotività. E – mi creda gentile Lamar – questa è un’esperienza, molto concreta, che può sorgere rapidamente a chi si dedichi con intensa alacrità ad un energico lavoro di Concentrazione, e al contempo allo studio concentrativamente meditativo delle opere di pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

      Ancora una volta, La ringrazio per la Sua bellissima domanda, e Le faccio i miei migliori auguri per una luminosa realizzazione!

      Hugo de’ Paganis

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