VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SETTIMA PARTE.

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Il giovanissimo Rudolf Steiner, finite con l’Abitur, la nostra “maturità”, le scuole superiori, la Realschule, una sorta di Istituto Tecnico Industriale, ch’egli aveva frequentato a Wiener-Neustadt, si iscrisse, nell’autunno del 1879, alla Technische Hochschule, il Politecnico di Vienna, per seguire i corsi di biologia, chimica, fisica, matematica, botanica, zoologia, mineralogia, come materie specialistiche della sua preparazione universitaria. Suo padre avrebbe voluto che diventasse un ingegnere ferroviario, ma – per nostra fortuna – la volontà del Cielo e il Destino decisero ben diversamente. Già nell’estate di quell’anno, tra la fine della maturità e l’iscrizione al Politecnico di Vienna, l’ancora diciottenne Rudolf Steiner si era totalmente immerso nella ‘filosofia dell’Io’ di Johann Gottlieb Fichte, la cui Dottrina della Scienza, egli intraprese ad elaborare in un suo primissimo saggio, rimasto allo stato di frammento, pubblicato nei Beiträge zur Gesamtausgabe, Veröffentlichungen aus dem Archiv der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Nr. 30. Sommer 1970, pp. 26-34 .  

La cosa ha per noi notevole importanza, perché ci mostra il percorso interiore – percorso ‘interiormente operativo’, naturalmente: non meramente intellettuale – del giovanissimo Rudolf Steiner. Nel viaggio ch’egli ogni giorno compiva dalla stazione di Insersdorf, dove lavorava suo padre, per andare a Vienna, conobbe presto un anziano Kräutersammler, un raccoglitore di erbe medicinali, profondamente iniziato nella tradizione rosicruciana, del quale Rudolf Steiner non volle mai fare il nome. Si deve ai pertinaci sforzi ostinati – in questo caso benedetti dal Cielo – se l’ormai anziano Emil Bock riuscì, percorrendo instancabile tutta la zona attraversata dalla ferrovia, riuscì a scoprire che si trattava di Felix Kogutzki, nato il 1° agosto 1833 a Vienna, e morto nel 1909 a Trumau, un villaggio di montagna a sud di Vienna. Emil Bock descrisse la sua ‘fortunata’ scoperta nel suo libro, Rudolf Steiner. Studien zu seinem Lebensgang und Lebenswerk, Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart, 1961, pp. 15-38. Fu questo anziano raccoglitore di erbe, che Rudolf Steiner definisce come ‘l’emissario’, ‘l’inviato del Maestro’, a metterlo in contatto con quest’ultimo. Hella Wiesberger trascrisse e pubblicò in Rudolf Steiner-Marie Steiner von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, e Briefwechsel und Dokumente 1901-1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, Rudolf Steiner Verlag, Dornach,1967 e 2002, – come ho scritto nelle prime parti di questo studio – gli appunti che Rudolf Steiner scrisse nel settembre 1907 a Barr, in Alsazia, per Édouard Schuré che lo ospitava. Alcuni punti di tale scritto ci sono utili per comprendere il percorso da lui compiuto  nel ‘Sentiero della conoscenza’, com’egli lo chiama nell’ultimo capitolo del suo libro Teosofia, percorso estremamente diverso – anzi del tutto divergente – rispetto a quello che abbiamo visto porre da Orao come necessario per la realizzazione iniziatica. Infatti, leggiamo:

«Prestissimo venni indirizzato a Kant. All’età di quindici, sedici anni, studiai intensissimamente Kant e, prima di passare al Politecnico di Vienna, mi occupai con un interesse del tutto particolare dei successori ortodossi di Kant, degl’inizi del XIX secolo, che sono stati totalmente dimenticati dalla storia ufficiale delle scienze in Germania, e che non sono quasi più citati. Poi vi si aggiunse uno studio approfondito di Fichte e di Schelling. A quell’epoca – e ciò fa già parte delle influenze occulte esteriori – si realizzò la piena chiarezza riguardante la rappresentazione del tempo. Questa conoscenza, senza alcun rapporto con gli studi e interamente diretta a partire dalla vita occulta, era la seguente: esiste una evoluzione regrediente, quella occulto-astrale, che interferisce con quella progrediente. Questa conoscenza è la condizione di ogni contemplazione spirituale.

Poi venne l’incontro con l’emissario d. M. [del Maestro].

Dann kam die Bekanntschaft mit dem Agenten d. M. [des Meisters].

Poi uno studio intensivo di Hegel. […]

Certo, imparai a conoscere il culto della Chiesa per il fatto che venni chiamato a servire in occasione delle cerimonie cultiche come cosiddetto Ministrant (chierichetto), ma non vi era da nessuna parte, persino nei preti che ho conosciuto, autentica devozione e religiosità. Per contro, fui continuamente testimone di certi lati oscuri del clero cattolico.

Den kirchlichen Kultus lernte ich zwar kennen, indem ich zu Kultushandlungen als sogenannter Ministrant zugezogen wurde, doch war nirgends, auch bei den Priestern nicht, die ich kennen lernte, eigentliche Frömmigkeit und Religiosität vorhanden. Dagegen traten mir fort und fort gewisse Schattenseiten des katholischen Klerus vor Augen.  

Non incontrai subito il M. [Maestro], ma dapprima un emissario da lui inviato, che era pienamente iniziato nei segreti dell’efficacia di tutte le piante e dei loro rapporti con il cosmo e la natura umana. Il commercio con gli spiriti della natura era per lui affatto naturale, e ne parlava senza entusiasmo, cosa che risvegliava tanto più entusiasmo».

È di estremo interesse leggere quanto comunicò Rudolf Steiner in una conferenza autobiografica: l’unica ch’egli fece nella sua vita, essendone stato costretto dalle calunnie che Annie Besant, Presidente della Theosophical Society di Adyar, diffondeva su di lui. Questa conferenza venne tenuta di fronte alla prima assemblea della neofondata Società Antroposofica, dopo il distacco dei teosofi tedeschi, discepoli di Rudolf Steiner, dalla Società Teosofica, a causa delle enormità, diffuse dalla Presidenza di Adyar della Theosophical Society, sulla venuta dell’«Istruttore del mondo», che sarebbe rinato nel giovinetto Jiddu Krishnamurti, definito «reincarnazione del Cristo», la fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e della susseguente infatuazione sentimentale e ritualistica.

Annie Besant, divenuta nel 1907 Presidente della Società Teosofica, nel dicembre del 1912, aveva tenuto un discorso all’Assemblea Generale della Società Teosofica, ad Adyar, nel quale a proposito di Rudolf Steiner – cito, come documentazione, direttamente il testo inglese apparso in The Theosophist, organo ufficiale della suddetta Società – la Besant diceva:

«The German General-Secretary, educated by the Jesuits, has not be able to shake himself sufficiently clear of the fatal influence to allow liberty of opinion within his Section», ossia, «Il Segretario Generale della Sezione Tedesca, essendo stato educato dai Gesuiti, non è stato capace di affrancarsi sufficientemente da quella influenza fatale, perché in seno alla sua Sezione potesse regnare la libertà d’opinioni».

Lo stesso anno, prese la palla al balzo un gesuita tedesco, il R.P. Otto Zimmermann S.J., il quale nella rivista Stimmen aus Maria-Laach, stampata a Freiburg im Breisgau, nel 1912, quaderno 6, raccogliendo varie dicerie, aveva trattato Rudolf Steiner da prete spretato. Lo fece nella recensione del libro del suo degno confratello italiano, il R.P. Giovanni Busnelli S.J., Manuale di Teosofia, il quale, egli pure, parla di lui come di «un ex-prete cattolico». Il che – essendo, da sempre, il servizio informazioni della Compagnia di Gesù quanto di più efficiente, e benissimo informato, sia mai esistito – mostra l’assoluta malafede dei metodi della Societas Jesu. Sempre nel 1912, fu fatta correre la voce a Monaco, che il giovane Rudolf Steiner avrebbe fatto parte del seminario gesuita di Bojkowitz in Boemia; altre voci lo allocavano a Karlsburg, nei pressi di Vienna.

Se ti tien conto che Rudolf Steiner non ebbe quasi una vita privata, per la gran quantità di persone con le quali sin dalla giovinezza egli fu nelle più svariate relazioni, della folla di seguaci che lo attorniavano a partire dalla maturità, e che della sua vita pubblica si conosce, in maniera ben documentata, pressoché tutto, ci si rende conto della falsità e della malafede di simili gratuite affermazioni.

A parte la smentita a simili calunniose menzogne, la suddetta conferenza autobiografica, tenuta il 4 febbraio 1913 – nella quale Rudolf Steiner parla di sé in terza persona – è estremamente interessante perché esplicita meglio, dice qualcosa di più circa i suoi contatti giovanili, avvenuti alla fine della sua adolescenza, con l’«inviato del suo Maestro», Felix Kogutzki, e con il suo innominato «Maestro» stesso. Infatti, nella trascrizione di quella memorabile conferenza,  della quale metto in evidenza parte del testo tedesco per la sua importanza, possiamo leggere:

«Già durante primo anno di studio universitario al Politecnico [1879-1880], avvenne qualcosa affatto eccezionale. In conseguenza di una concatenazione straordinaria di circostanze, il ragazzo [Rudolf Steiner] fece la conoscenza di una personalità singolare, di una personalità sprovvista di ogni erudizione ma disponente di un sapere profondo ed esteso, di una saggezza profonda e vastissima. Chiamiamo questa personalità col suo nome di Battesimo «Felix». Questo Felix conduceva una vita da contadino in un piccolo villaggio di montagna, decentrato e isolato. La sua camera era piena di libri sulla mistica e sull’occultismo. Aveva assimilato in profondità la sapienza occulta, e passava la maggior parte del tempo a raccogliere piante selvatiche. Percorreva tutta la regione per trovare dei semplici e sapeva spiegare la natura profonda di ogni pianta a partire dai suoi rapporti occulti. Ci se ne poteva rendersene conto, quando accettava di essere accompagnato nelle sue passeggiate solitarie, fatto rarissimo, tuttavia non impossibile. Quest’uomo era ricolmo di una sapienza occulta straordinariamente profonda. Quando, carico di un ricco fardello di erbe che aveva raccolte e seccate, egli si recava nella capitale contemporaneamente al ragazzo, ci si poteva intrattenere con lui su argomenti profondissimi. Conversazioni estremamente importanti si svolgevano allora con quest’uomo, che in Austria si chiamava ein Dürrkräutler, un raccoglitore di semplici, un uomo che raccoglie e secca piante selvatiche per venderle alle farmacie. Quella era la sua professione esteriore; la sua vocazione interiore, invece, era di un tutt’altro ordine. Non deve essere tralasciato di menzionare il fatto che amava tutto nel mondo e diventava amaro solo – ma questo sia menzionato solo in termini di storico-culturali – quando parlava di questioni clericali, e di ciò che anche lui doveva sopportare in rapporto a questioni clericali; non era certo amorevolmente incline verso di esse.

Das war der äußere Beruf des Mannes, der innere war freilich ein ganz anderer. Es darf nicht unerwähnt bleiben, daß er alles in der Welt liebte und nur bitter wurde – das sei aber nur kulturhistorisch erwähnt –, wenn er auf klerikale Verhältnisse zu sprechen kam und auf das, was auch er durch die klerikalen Verhältnisse auszustehen hatte; dem war er nicht liebevoll geneigt.

Poco tempo dopo accadde ancora qualcos’altro. Il mio Felix in certo qual modo non era altro che l’annunciatore di un’altra personalità, la quale si servì di un mezzo per stimolare, nell’anima del ragazzo, che già viveva nel Mondo Spirituale, le cose regolari e sistematiche di cui si deve essere consapevoli nel Mondo Spirituale.

Mein Felix war gewissermaßen nur der Vorherverkünder einer anderen Persönlichkeit, die sich eines Mittels bediente, um in der Seele des Knaben, der ja in der spirituellen Welt darinnenstand, die regulären, systematischen Dinge anzuregen, mit denen man bekannt sein muß in der spirituellen Welt.

Ora, quella personalità, che era altrettanto aliena nei confronti di ogni forma di clericalismo, e ovviamente non aveva assolutamente  nulla a che fare con esso, si servì in realtà  delle opere di Fichte, al fine di connettere con esse certe considerazioni, dalle quali risultarono poi cose, nelle quali potrebbero essere cercati i germi per la «Scienza Occulta», che in séguito scrisse il ragazzo una volta divenuto uomo.

Es bediente sich jene Persönlichkeit, die nun wieder so fremd wie möglich allem Klerikalismus gegenüberstand und damit selbstverständlich gar nichts zu tun hatte, eigentlich der Werke Fichtes, um gewisse Betrachtungen daran anzuknüpfen, aus denen sich Dinge ergaben, in welchen doch die Keime zu der «Geheimwissenschaft» gesucht werden könnten, die der Mann, der aus dem Knaben geworden ist, später schrieb.

E gran  parte di ciò che divenne la «Scienza Occulta» fu poi discusso in relazione alle proposizioni di Fichte. Altrettanto poco appariscente di Felix era, nella sua professione esteriore, quell’uomo straordinario.

Und manches, aus dem die «Geheimwissenschaft» geworden ist, wurde damals in Anknüpfung an Fichtes Sätze erörtert. Ebenso unansehnlich im äußeren Berufe war jener ausgezeichnete Mann wie Felix auch».

Una descrizione poetizzata, ma interessante, e importante, perché basata su comunicazioni fattegli direttamente da Rudolf Steiner, è quanto scrisse Édouard Schuré nella sua Introduzione alla bella edizione italiana de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, traduzione di Ida Levi Bachi, Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, 1932, nella quale, alle pp. 14-15, a proposito dell’incontro col Maestro, così scrive:

«Fu a diciannove anni che l’aspirante ai Misteri incontrò la sua guida – il Maestro – da lungo presentito.[…]

Il maestro di Rudolf Steiner era uno di quegli uomini potenti che vivono, sconosciuti dal mondo, sotto la maschera di un stato civile qualunque, per compiere una missione conosciuta soltanto dai pari loro nella confraternita dei maestri rinunciatori. Non agiscono apertamente sugli avvenimenti umani. L’incognito è la condizione della loro forza, ma la loro azione non è perciò meno efficace. Poiché suscitano, preparano e dirigono coloro che agiranno agli occhi di tutti. […] Ma come cominciare questo compito immenso e temerario? Come vincere o meglio domare e convertire il grande nemico, la scienza materialistica di oggi somigliante a un drago formidabile, armato di tutte le scaglie e disteso sul suo immenso tesoro? Come domare il gran drago della scienza moderna e attaccarlo al carro della verità spirituale?».

La risposta ad una cotale domanda cruciale non poteva essere certo desunta dal misticismo religioso, o dalle tradizioni degli Ordini Occulti, oramai sempre più decadenti. La risposta data a Rudolf Steiner dal suo innominato Maestro, fu di un’audacia così temeraria da superare persino l’immagine taoista e ch’an del mitico e fascinoso ‘cavalcare la tigre’. E quella risposta fu l’indicazione di un còmpito di una mai prima udita, e insuperata, radicalità. Così Édouard Schuré evoca, alle pp. 19-20, l’indicazione del severo impegno, dell’audace missione, che il Maestro additò al giovanissimo Rudolf Steiner:

«Seguendo i suoi studi, Rudolf Steiner si ricordò della parola del suo maestro: «Per vincere il drago, bisogna entrare nella sua pelle». Penetrando nella corazza del materialismo contemporaneo, si era impadronito delle sue armi».     

Questa immagine della lotta contro il drago venne ripresa dal poeta Arturo Onofri, autore peraltro di un’opera poetica intitolata Vincere il drago!, nella bella Prefazione ch’egli – dichiarandosi con essa apertamente discepolo dell’Antroposofia – volle anteporre alla traduzione italiana della Scienza Occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner, tradotta da Emmelina de’ Renzis ed Emma Battaglini, e pubblicata nel 1924 a Bari da Gius. Laterza e Figli Editori, ove sin dalle prime parole, a p. VI, è detto:

«Tra le più alte personalità spirituali che negli ultimi decenni sono apparse in armi contro il drago del materialismo moderno, primeggia in armonia e potenza interiori la personalità di Rudolf Steiner, la cui opera capitale si presenta qui, primamente tradotta, ai lettori italiani».

Che l’immagine usata da Édouard Schuré non sia affatto una sua personale letteraria fantasia, bensì che essa sia autentica e provenga direttamente da Rudolf Steiner e, prima di lui, dalla ignota personalità che gli fu Maestro, è garantita dalla testimonianza di Marie Steiner, sua instancabile e coraggiosa compagna d’armi spirituale in mille battaglie, la quale, nel 1947, così scrisse nella sua Prefazione alle conferenze, tenute a Lugano il 16 e 19 settembre 1911, Der Christus-Impuls im historichen Werdegang – L’Impulso-Christo nel divenire storico, ora in Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’ Umanità, GA-130, Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 12-13:

«Rudolf Steiner si impose in piena coscienza il compito di sollevare a se stesso tutte le obbiezioni che i materialisti critici potessero essere in grado di opporre alle rivelazioni dello spirito, badando inflessibilmente a non discostarsi mai da questa linea. Per definire questo comportamento egli usò la seguente espressione: infilarsi nella pelle del drago drago Das nannte er in die Haut des Drachen hineinkriechen. Questa ardua lotta gli appariva un dovere, perché, se così non fosse stato, non si sarebbe arrogato il diritto di combattere fino infondo a favore dell’umanità quella difficile battaglia che è la vittoria dello spirito sull’astratta intellettualità».

Ancora una volta, questa lunga premessa – storica e metodologica – ha lo scopo di mostrare il reale, verace, percorso interiore di Rudolf Steiner, di introdurre – come vedremo sùbito – all’essenza della Via del Pensiero, come Via dell’Io e dell’anima cosciente, e di mostrare poi con la maggior chiarezza possibile l’inconciliabile diversità che vi è tra una tale ‘scientifica’ Via del Pensiero e, invece, contenuti’ e metodi’ così come risultano dalla esposizione che ne fa, nel suo scrivere, Orao in Resurrezione.

Da quanto da me esposto più sopra, risulta come Rudolf Steiner non sia partito affatto da quei presupposti ‘religiosi’ e ‘cristiani’, che Orao, in Resurrezione, come abbiamo visto, dichiara, sin dalla prima pagina, esser essi, necessariamente, gl’irrinunciabili e obbligatori ‘punto di partenza’ e ‘punto di arrivo’ di colui che ricerca la Conoscenza spirituale. Il punto di partenza di Rudolf Steiner è il nudo atto del conoscere, assolutamente scevro di presupposti. Per questo motivo, la Scienza dello Spirito è una ‘Via dell’Io’. Un punto nel quale Rudolf Steiner parla con la più desiderabile chiarezza è nel secondo capitolo della Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato L’essere dell’uomo, dove – alle pp. 57-58 dell’edizione del 1969 – così scrive:

«Nell’anima cosciente comincia a rivelarsi la vera natura dell’io. Ché mentre attraverso la sensazione e l’intelletto l’anima si abbandona ad altre cose, come anima cosciente essa afferra la sua propria essenza. Quindi l’io non può essere percepito dall’anima cosciente in altro modo che per mezzo di una certa attività interiore. Le rappresentazioni degli oggetti esterni si formano così come gli oggetti vanno e vengono, e queste rappresentazioni continuano a lavorare nell’intelletto per forza propria. Ma quando l’io deve percepire se stesso, non basta che esso semplicemente si offra; per attività interiore, deve prima estrarre dalle sue profondità la propria essenza, per poterne acquistare coscienza. Con la percezione dell’io – con l’autoconoscenza – comincia un’attività interiore dell’io. Per questa attività la percezione dell’io nell’anima cosciente ha per l’uomo un tutt’altro significato che l’osservazione di tutto quanto si avvicina a lui attraverso i tre elementi corporei e gli altri due elementi animici. La forza che svela l’io nell’anima cosciente è quella stessa che si manifesta ovunque altrove nel mondo; solo nel corpo e nelle parti costitutive inferiori dell’anima essa non appare direttamente, ma si rivela per gradi nei suoi effetti. La sua manifestazione più bassa è quella che si ha nel corpo fisico; poi, per gradini, si sale fino al contenuto dell’anima razionale. Si potrebbe dire che ad ogni gradino che si sale cade uno dei veli che rivestono l’arcano. Con ciò che riempie l’anima cosciente l’arcano entra senza veli nel sacrario dell’anima. Tuttavia appare qui soltanto come una goccia del mare spirituale che tutto compenetra; e qui innanzi tutto l’uomo deve afferrare la spiritualità. La deve riconoscere in se stesso, poi potrà trovarla anche nelle sue manifestazioni. Ciò che così penetra, come una goccia, nell’anima cosciente è quello che la scienza occulta chiama spirito. L’anima cosciente si collega così con lo spirito, il quale è la parte nascosta di tutto ciò che è manifesto. Se l’uomo vuole afferrare lo spirito in tutto il mondo manifesto, deve farlo nello stesso modo in cui afferra l’io nell’anima cosciente. Deve rivolgere al mondo manifesto l’attività che lo ha condotto alla percezione dell’io».

A questo punto, diventa per noi evidente il motivo per cui l’occulto Maestro dell’ancora giovanissimo Rudolf Steiner «si servì in realtà  delle opere di Fichte, al fine di connettere con esse certe considerazioni, dalle quali risultarono poi cose, nelle quali potrebbero essere cercati i germi per la «Scienza Occulta», che in séguito scrisse il ragazzo una volta divenuto uomo», perché «gran parte di ciò che divenne la «Scienza Occulta» fu poi discusso in relazione alle proposizioni di Fichte».

Infatti, possiamo leggere queste folgoranti, incandescenti parole nell’Opera del grande Filosofo dell’Io:

«L’Io pone se stesso, ed è, in virtù di questo semplice posizione mediante se stesso; e viceversa: l’Io è, e pone il suo essere in virtù del suo semplice essere. È allo stesso tempo colui che agisce e il prodotto della sua azione; l’ elemento attivo e ciò che viene prodotto dall’attività; l’agire (Handlung) e l’atto (Tat) sono una, e la medesima cosa; ed è per questo motivo: Io sono espressione di una Tathandlung, di un atto in atto», in J. G. Fichte, Grundlage der gesamten Wissenschaftslehre – Fondamento dell’intera dottrina della scienza (1794), Sämtliche Werke, hrsg, von I. H. Fichte, 1. Band, Berlin, 1845, p. 96.

Vi è un incolmabile abisso tra la ‘Scienza Occulta’, come ‘Via dell’Io per l’anima cosciente’ di Rudolf Steiner e quanto si può trovare, invece, in opere dell’ambiguo Occultisme francese dell’Ottocento come Dogma e rituale dell’Alta Magia di Eliphas Levi, alias l’abbé Alphonse Louis Constant, Saggio sulle scienze maledette di Stanislas de Guaita, Trattato elementare di Scienza Occulta, Trattato metodico di Scienza OccultaTrattato metodico di magia pratica  di Papus, alias il Dr. Gérard Encausse. Ma vi è altresì un abisso – come vedremo meglio tra poco – tra la spirituale ‘Via dell’Io’, che l’ignoto Maestro indicò al giovanissimo neofita Rudolf Steiner, e la mistica ‘Via dell’anima’ indicata da Orao. Ad un inavvertito lettore, questa differenza, che fortemente sottolineamo, potrà sembrare essere sottile, speciosa, e di poco conto e, invece, è una differenza veramente abissale, cruciale, che decide dell’esito di tutta la ‘Via’: una differenza che il ricercatore spirituale deve aver ben chiara prima di intraprendere la ‘Via’ stessa. Da questo punto di vista è emblematico il fatto che un autentico Iniziato come Giovanni Colazza, fedele discepolo di Rudolf Steiner, e venerato Maestro di Massimo Scaligero, intitolasse la conferenza da lui tenuta a Milano l’8 dicembre 1940, trascritta da Fanny Podreider, e ripubblicata anni fa su questo stesso blog, s’intitolasse proprio La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente.

Vi è un aureo libretto, Rudolf Steiner, Filosofia e Antroposofia, trad. it. di Lina Schwarz, “La Prora”, Milano, 1938,  ripubblicato poi dai Fratelli Bocca, Milano, 1939, di 125 pagine, che comprende due parti: Filosofia e Antroposofia e I còmpiti e gli scopi della scienza dello spirito, che andrebbe bene, ripetutamente e molto a fondo, meditato dal ricercatore spirituale. Secondo la Nota apposta a p. 121 dalla traduttrice e curatrice italiana, «Delle due conferenze che compongono questo volumetto, la prima fu ritoccata e pubblicata dallo stesso Steiner, mentre l’altra (Stoccarda, 13 novembre 1909) è quale risulta da uno stenogramma non riveduto dall’autore». La prima parte – che riproduce sotto forma di articolo, ora facente parte della GA-35, una conferenza tenuta a Stoccarda il 17 agosto 1908 – comporta, alle pp. 11-12, una breve Avvertenza dello stesso Rudolf Steiner, della quale ci interessa in modo particolare il primo paragrafo, nel quale è detto:

«Le considerazioni contenute in Filosofia e Antroposofia riproducono, in sostanza, una conferenza da me tenuta nel 1908 a Stoccarda. Per antroposofia intendo un’indagine scientifica del mondo spirituale, che rileva tanto l’unilateralità della sola scienza naturale, quanto quella del solito misticismo, e sviluppa nell’anima che aspira alla conoscenza, prima ch’essa tenti di penetrare nel mondo soprasensibile, le forze che non sono ancora attive nella coscienza ordinaria e che dànno la possibilità di una tale penetrazione».

Sin dall’inizio della sua trattazione in Filosofia e Antroposofia, Rudolf Steiner pone sùbito in evidenza, con grande chiarezza, quali sono i due ostacoli, i due scogli di naufragio, contro i quali l’inesperto e poco avvertito navigante dello spirito rischia fortemente di andare a scontrarsi: la scienza naturale materialistica e il misticismo religioso. Egli così inizia a p. 13:

«Una vita psichica sanamente sviluppata urta, per naturale necessità, contro due scogli di cui deve vincere la resistenza se, nel gran mare della vita, non vuole andare alla deriva come una barca senza timone in balìa delle onde. Questo andare alla deriva porta infine l’uomo a un’incertezza interiore e, in un modo o nell’altro, alla rovina; oppure gli toglie la possibilità d’inserirsi nell’ordinamento del mondo in modo conforme alle vere leggi della vita, così ch’egli diviene un ostacolo per quell’ordine, invece che un fattore di progresso».

Non ho qui lo spazio per riprodurre tutte le incisive considerazioni che Rudolf Steiner fa per descrivere queste due inevitabili difficoltà che come superbi ostacoli si ergono contro gli sforzi del ricercatore spirituale. Ma vi è un punto delle sue considerazioni, dopo ch’egli ha descritto dal punto di vista della concezione spirituale del mondo, propria dell’Antroposofia, l’evoluzione del pensiero filosofico in relazione al problema degli ‘universali’, che tanto occupò i pensatori medievali, e a quello del ‘dualismo spirito-materia’, che si ricollega direttamente alle indicazioni che lo sconosciuto Maestro dette al suo giovanissimo neofita, quella sottile, segreta, connessione interiore che vi è tra la ‘Filosofia dell’Io’ di J.G. Fichte e lo sbocciare della ‘Via dell’Io’ nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner. Infatti, alle pp. 63-65, possiamo leggere:

«Quando la somma di tutte le cose si dissolve nel pensiero puro, se non è possibile arrivare ad una realtà estrinseca, partendo dal pensiero puro stesso, deve sopravanzare quella parte che Aristotele chiama materia.

Qui Aristotele può essere integrato da Fichte. Secondo Aristotele, si può arrivare anzitutto alla formula: «Tutto quanto ci circonda, anche quel che appartiene a mondi invisibili, rende necessario che si contrapponga al lato formale della realtà qualcosa di materiale». Ora, per Aristotele, il concetto di Dio è pura attualità, è atto puro; vale a dire, è tale che in esso l’attualità, cioè il dar forma, ha al tempo stesso la forza di produrre la sua propria realtà, dunque di non essere qualcosa a cui sta di fronte la materia, ma qualcosa che, nella sua pura attualità, è insieme piena realtà.

L’immagine di questa pura attualità si trova nell’uomo stesso, quando, a mezzo del pensiero puro, egli assurga al concetto dell’«Io». Nell’Io, egli giunge a quello che Fichte chiama la Tathandlung. Giunge nel suo interno a qualcosa che, vivendo nell’attualità, produce insieme con quest’attualità la sua materia. Quando afferriamo l’Io nel pensiero puro, abbiamo un triplice Io: un Io puro, che appartiene agli universali ante rem, un Io, nel quale siamo noi stessi, che appartiene agli universali in re, e un Io, che noi comprendiamo, che appartiene agli universali post rem. Ma qui c’è anche un fatto speciale: per quanto riguarda l’Io, quando si assurga ad afferrarlo davvero, questi tre «Io» vengono a coincidere. L’Io vive in sé, in quanto produce il suo concetto puro e può vivere nel concetto come realtà. Per l’Io non è indifferente quel che il pensiero puro fa, perché il pensiero puro è il creatore dell’Io. Qui il concetto dell’elemento creatore coincide con l’elemento materiale, e basta riconoscere che in tutti gli altri processi conoscitivi noi urtiamo, a tutta prima, contro un limite, ma nell’Io, no; questo lo abbracciamo nel suo essere intimo, in quanto lo afferriamo nel pensiero puro.

Così si può dare una base teorica alla proposizione che anche nel pensiero puro è raggiungibile un punto nel quale realtà e soggettività coincidono completamente, e nel quale l’uomo sperimenta la realtà. Se prende le mosse da qui, e feconda il suo pensiero in modo che, partendo da qui, il suo pensiero torni a uscire da se stesso, egli afferra le cose da se stesso. Esiste dunque nell’Io, afferrato con un atto puro di pensiero e così al tempo stesso creato, qualcosa grazie a cui varchiamo il confine che, per tutto il resto, dev’esser posto tra forma e materia».

Naturalmente, in Aristotele, e per gli Elleni in genere, parole come ὕλη, hyle‘materia’ e σχῆμα, schèma, forma sensibile, μορϕή, morphè, modo in cui una cosa si presenta, εἶδος, eidòs, forma intelligibile, ‘forma’, hanno un tutt’altro senso, e significato ben diverso, che non quelli che sono poi invalsi a partire dal materialismo illuministico settecentesco, e dal materialismo positivista ottocentesco. Tant’è che Aristotele correla – e a rigor di termini identifica – ‘materia’ e δύναμις, dynamis, potentia, ‘potenza’ da una parte, e ‘forma’ e ἐνέργεια, enèrgheia, actus, ‘atto’ dall’altra. Ma non ho qui lo spazio per approfondire questo importante aspetto della filosofia del grande Stagirita, anche se il farlo potrebbe essere illuminante  per alcuni aspetti essenziali, ascetici, pratici, della ‘Via del Pensiero’. Per cui rimandiamo a più opportuno momento. Invece, è importante riprendere alcune considerazioni che Rudolf Steiner fa in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 66-68 :

«Per riconoscere l’Io come quel quid mediante il quale è possibile comprendere l’immergersi dell’anima umana nella piena realtà, bisogna badare di non cercare il vero Io nella coscienza ordinaria che di esso si ha. Se, cadendo in tale confusione, volessimo dire come il filosofo Cartesio: «Io penso, dunque sono», verremmo a trovarci confutati dalla realtà ogni qualvolta ci addormentiamo. Poiché nel sonno si è, sebbene non si pensi. Ma è altrettanto certo che soltanto attraverso il pensiero puro il vero Io può essere sperimentato. Poiché il vero Io emerge appunto nel pensiero puro, e solo in esso. Chi pensa soltanto, non arriva che all’idea dell’Io; chi vive quel che nel pensiero puro può essere vissuto, nello sperimentare l’Io per mezzo del pensiero trasforma in contenuto della propria coscienza una realtà ch’è, al tempo stesso, forma e materia. Ma, per la coscienza ordinaria, all’infuori di quest’Io non c’è nulla che introduca nel pensiero materia e forma al tempo stesso. Ogni altro pensiero non è, a tutta prima, immagine di una realtà completa. Ma in quanto nel pensiero puro si ha il vero Io come esperienza, s’impara a conoscere che cosa sia la piena realtà; e partendo da questa esperienza, si può procedere oltre ad altri campi della piena realtà.

Ciò tenta di fare l’antroposofia. Essa non si arresta alle esperienze della coscienza ordinaria; tende a un’investigazione della realtà per mezzo di una coscienza  trasformata. Elimina, agli scopi della sua investigazione, la coscienza ordinaria, ad eccezione dell’Io sperimentato nel pensiero puro, e la sostituisce con un’altra coscienza che opera, spiegata in tutta la sua ampiezza, come la coscienza ordinaria riesce a operare soltanto quando sperimenta l’Io nel pensiero puro. Per raggiungere questo, l’anima deve acquistare la forza di sottrarsi a tutte le percezioni esteriori e a tutte le rappresentazioni che nella vita ordinaria s’insinuano nell’interiorità dell’uomo in modo da potersi ridestare poi nella memoria».

Quella che qui, in Filosofia e Antroposofia, ci delinea Rudolf Steiner, è una delle sintesi più chiare, ed esplicite, la sintesi scientificamente forse più rigorosa, e particolarmente incisiva, che sia mai stata data della ‘Via del Pensiero Vivente’, della ‘Via dell’Io’. In essa Rudolf Steiner non fa mai appello a presupposti mistici, a concetti religiosi. Essa è una ‘Via’ ugualmente accettabile, percorribile, sperimentabile, dall’occidentale come dall’orientale, da chi abbia una provenienza cristiana, o buddhista, o induista, o taoista, o altra provenienza religiosa, ma anche da chi abbia abbandonato le fedi tradizionali, abbia una formazione severamente scientifica, o sia giunto persino ad una concezione del mondo ‘agnostica’, per aver constatato, e vissuto nell’anima, l’insoddisfazione sia per le aride risposte offerte da una scienza ‘insufficientemente scientifica’, sia per le ‘consolatorie’, ‘sentimentali’, ‘illudenti’ risposte offerte dalle ormai esangui tradizioni religiose e mistiche.

Ma la ‘Via dell’Io’, la ‘Via’ indicata da Rudolf Steiner per l’epoca dell’anima cosciente, dimostra apertamente di essere una ‘Via’ estremamente ‘esigente’, una ‘Via eroica’. Al punto tale che sarebbe da applicare alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia autentica, il detto di Thomas William Rhys Davids, il grande studioso e promotore del Buddhismo, a cavallo tra fine Ottocento e inizi del Novecento, fondatore della benemerita Pali Text Society, il quale affermava crudamente che: «Buddhism has no milk for babies», ossia che il Buddhismo non ha latte per i bambini, ma si rivolge ad anime coraggiose, eroiche, capaci di esigere tutto dalla propria volontà. Questo principio vale ancor più per la Scienza dello Spirito, la quale esige rigorosamente l’abbandono di tutti i presupposti, di tutti gli illusori appoggi, e di voler sperimentare il momento originario del conoscere, di attuare coraggiosamente l’esperienza autentica del pensiero puro. Infatti, alle pp. 73-75, di Filosofia e Antroposofia, così scrive Rudolf Steiner: 

«L’uomo aspira a raggiungere una conoscenza della vera realtà. Il primo passo verso un possibile appagamento di questa sua aspirazione è il riconoscimento che una tale conoscenza non può provenirgli né dall’osservazione della natura, né da una vita interiore mistica nel senso ordinario. Poiché tra l’una e l’altra, come abbiamo mostrato al principio di queste considerazioni, si spalanca un abisso che prima di tutto dev’essere colmato mercè l’accennata trasformazione della coscienza. Nessuno può giungere alla conoscenza della vera realtà, se non ha riconosciuto che per questa conoscenza i mezzi conoscitivi soliti non bastano, e che occorre anzi tutto sviluppare i mezzi necessarî a questa conoscenza. L’uomo sente che in lui giace sopito molto di più di quel che la sua coscienza abbraccia nella vita e nella scienza ordinaria. Istintivamente chiede una conoscenza che per questa coscienza è inaccessibile e, per raggiungerla, non deve temere di trasformare le forze che nella coscienza ordinaria sono rivolte al mondo dei sensi, al punto che possano afferrare un mondo soprasensibile. Prima di giungere alla possibilità di afferrare la vera realtà, occorre formarci lo stato d’animo che possa avere affinità col mondo soprasensibile. Quel ch’è accessibile alla coscienza ordinaria dipende dall’organismo umano che, con la morte, si disgrega; quindi è comprensibile che la conoscenza propria a questa coscienza non possa saper nulla del lato soprasensibile, del lato eterno nella natura umana. Solo la coscienza trasformata penetra nel mondo in cui l’uomo vive quale essere soprasensibile, quale essere che dalla decomposizione dell’organismo sensibile non viene toccato».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner smentisce, una volta di più, la gravissima, falsa, dis-orientante, affermazione apparsa agli inizi di questo novello secolo e millennio, in una rivista romana, essere «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», affermazione che, come vedremo, ben si coniuga con quelle altrettanto errate, false, e dis-orientatanti, che Orao fa in Resurrezione.

Questa è la ‘Via’ nella quale si deve imparare a ‘morire prima di morire, senza morire’: la ‘Via’ del coraggio assoluto, del rigore radicale, della sincerità, della dedizione incondizionata alla Verità. Verità, per amore della quale si deve avere la forza e il coraggio di tutto sacrificare: istinti, passioni, debolezze, velleità, preferenze, ostinatezze, opinioni, dogmi, tutto l’effimero, tutto il contingente. Avere tanta forza, e tanto temerario coraggio, da far morire la propria natura inferiore, effimera e traseunte, perché  finalmente nasca l’Io. Perché – come più volte ha ammonito Massimo Scaligero –  «non basta che l’Io sia: è necessario essere l’Io, attuare l’Io».

Siamo veramente molto lontani – e lo può scorgere chiaramente chiunque abbia uno sguardo acuto, un pensare coraggioso, veramente spregiudicato, e sincero amore per la Verità –  sia come metodo che come contenuti, dal mondo mistico, soggettivo, personale, emotivo, psichico, che emerge dalle pagine del libro Resurrezione di Orao: la sua non è la ‘Via dell’Io’, non è la ‘Via dell’anima cosciente’, la ‘Via del Pensiero Vivente’, instancabilmente, e in mille modi diversi, indicata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. I risultati e le conseguenze della ‘veggenza’ soggettiva, scaturenti da una cotale via errata, generatrice di molte pericolose illusioni, vengono stigmatizzate molte volte – e, come vedremo, con parole dure, persino ironiche – da Rudolf Steiner. Ma poiché, una volta di più, ho esaurito lo spazio ragionevolmente spettante a questa settima parte, sono costretto nuovamente ad appellarmi all’indulgenza, nonché alla pazienza, del benevolo lettore, e rimandare al proseguo di questo mio studio la disamina dettagliata, e documentata, di una serie di gravi errori, delle conseguenze spirituali degli errori, nonché delle fallaci, illusorie e illudenti, ‘vie’ che Orao trasmette coi suoi scritti al ricercatore spirituale.  

8 pensieri su “VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SETTIMA PARTE.

  1. Buonasera signor Hugo, vorrei focalizzare l’attenzione su un passo da lei riportato in questa settima parte del suo studio, in quanto porta direttamente ad una serie di domande che mi sono fatto molte volte, per le quali la risposta nel corso della mia vita non mi è mai sembrata sempre univoca e semplice e che pertanto le suggerisco con l’intento di fornire qualche spunto per eventuali riflessioni future. La ringrazio in anticipo per l’attenzione.

    “Per riconoscere l’Io come quel quid mediante il quale è possibile comprendere l’immergersi dell’anima umana nella piena realtà, bisogna badare di non cercare il vero Io nella coscienza ordinaria che di esso si ha. Se, cadendo in tale confusione, volessimo dire come il filosofo Cartesio ”Io penso, dunque sono”, verremmo a trovarci confutati dalla realtà ogni qualvolta ci addormentiamo. Poiché nel sonno si è, sebbene non si pensi. Ma è altrettanto certo che soltanto attraverso il pensiero puro il vero Io può essere sperimentato. Perché il vero Io emerge appunto nel pensiero puro, e solo in esso.”

    Qui si distingue nettissimamente tra l’ordinario pensiero riflesso, il tipico pensiero astratto raziocinante dello stato di veglia (che ogni notte si spegne per riaccendersi al mattino) e il pensiero puro, la cui esperienza consapevole è da conquistarsi, aggiungo io.
    Ora, quando dormiamo o ci troviamo nella fase di sonno con sogni o in quella di sonno profondo, ossia senza sogni. Entrambe le fasi suggeriscono una serie di domande in relazione al senso dell’io.

    Sonno con sogni: in questa fase è comunque presente una forma di autocoscienza, anche se attenuata rispetto a quella chiara di veglia; è inoltre presente una forma di coscienza del “mondo” onirico che ci circonda; in breve, c’è un “io” e un “tu”, anche se onirici e attenuati; ora, la cosa interessante è che sia il personaggio con il quale ci identifichiamo nel sogno, ossia il nostro “io” che funge da nostro alter ego nel sogno, sia tutti gli altri personaggi del sogno cui diamo del “tu” e che costituiscono il “mondo” in cui il nostro “io” si muove nel sogno, siamo in realtà noi stessi, perché noi stessi li abbiamo creati e li manovriamo. Da dove ci viene questo potere di sdoppiamento? Questo potere di creare un soggetto ed un oggetto? Un “io” ed un mondo apparentemente “altro” rispetto a questo “io”? Non è forse il pensiero che fornisce i concetti di soggetto ed oggetto e poi li mette in relazione? Questo fenomeno tipico del mondo onirico può suggerirci per analogia qualcosa rispetto alla nostra esperienza di veglia?

    Sonno senza sogni: in questa fase non c’è più un’autocoscienza, nemmeno onirica, non c’è più un “io” e un “tu”, non c’è più “io” e “mondo”, nemmeno oniricamente intesi. Apparentemente non ci siamo più; dico apparentemente perché, a ben riflettere, chiunque si metta a dormire sa benissimo che non cesserà per questo di essere; si potrebbe obbiettare che lo sappiamo solo per esperienza, perché sappiamo bene che dopo il sonno ci svegliamo e ci ricordiamo di questo fatto; ma a mio parere a ben vedere non è così, perché anche il neonato, che non ha alcuna esperienza del mondo e non ha memoria delle cose del mondo, dopo il suo primo giorno di vita si addormenta beato, senza nessuna paura; non ha alcuna paura perché in cuor suo sa che sarà; per non parlare poi del fatto che al risveglio sappiamo benissimo che durante il sonno profondo c’eravamo, non abbiamo cessato di esistere; lo sappiamo in modo non cosciente, chiaramente, ma istintivamente sappiamo che c’eravamo. Nessuno, penso, crede seriamente che durante la notte cessi ogni volta di esistere per poi ricomparire dal nulla il mattino; inoltre spesso diciamo : ”stanotte ho dormito proprio bene”; come potremmo dirlo, se non ci fossimo? Chi non c’è non può stare né bene né male, perché non c’è un soggetto che sperimenti alcunché; invece in qualche modo sappiamo che c’eravamo e stavamo bene. Per altro il sonno profondo è associato universalmente al ristoro e ad una certa “beatitudine”; si dice: “guarda come dorme beato!” Ma se c’è un ristoro ed una beatitudine ci deve per forza anche essere il soggetto che si riposa e che si gode la beatitudine notturna. Da dove ci viene questo sentimento di esserci anche quando non siamo coscienti nel senso della veglia?

    Un materialista ricondurrebbe tutto al corpo, sia nel sonno che nel sogno che nella veglia; direbbe: “noi siamo il nostro corpo, anzi il nostro cervello, anzi le correnti elettriche nel nostro cervello e le reazioni biochimiche del nostro corpo; siamo questo, per cui poiché di notte il corpo c’è e il cervello funziona, sappiamo di esistere”. E’ un approccio, ma sappiamo bene quanto sia fallace il materialismo e non solo in merito a questo tema; accantonando quindi per ora il materialismo (una critica approfondita del quale – dal punto di vista gnoseologico – sarebbe comunque sempre utile), ha senso secondo lei – ed eventualmente fino a che punto- dire che questo sentimento profondo ci viene dal pensare, anche se non può trattarsi del pensiero astratto raziocinante tipico dello stato di veglia? Del resto se il pensiero è davvero l’arto dell’io, allora perché non potrebbe essere così? La ringrazio per l’attenzione; un saluto.

    • Gentilissimo Lemar, Lei è veramente – me lo lasci dire – “terribilissimo”, ossia fa domande, come direbbe il mio amato Dante, che fan “tremar le vene e i polsi”, dalla loro importanza! Ma tant’è, visto che la domanda è stata formulata, mi proverò a rispondere per quel che le mie forze mi consentono.

      Anzitutto è necessario intendersi bene sui termini. O meglio su come certi termini si usano nella Scienza dello Spirito. Secondo la “teoria della conoscenza”, che sta alla base della Scienza dello Spirito, viene fatta una notevole differenza tra coscienza e autocoscienza, e, francamente, non è sempre agevole spiegare in poche parole semplici in cosa consista una tale differenza.
      L’uomo comune, nell’ordinaria vita di veglia ha coscienza, ma raramente possiede anche autentica autocoscienza. E questo per l’immediatezza con la quale egli si identifica con la serie di esperienze sensorie, emotive, e istintive, dalle quali difficilmente distingue la propria attività pensante. Questa attività pensante è spesso un mero riflesso sia della sua esperienza sensoria, sia delle emergenze emotive e istintive, le quali emergono da zone ripettivamente sognanti e dormienti della sua poco consapevole anima. Egli comincia ad avere “autocoscienza”, allorché con una energica azione volitiva nel pensare, si distacca sia dalla passiva esperienza sensoria, che da quella, altrettanto passiva, esperienza emotivo-istintiva. Diviene autocosciente nella misura in cui egli giunge a sperimentare sempre più nel pensare il momento dinamico del pensare e del percepire medesimo. Ma come ho avuto modo di dire in altro articolo, la cosa non è un immediato “dato” di natura – immediatamente “dato”, per la spontaneità con la quale la natura invera in lui l’ordinario percepire e pensare, gli ordinari sentire e volere. L’autocoscienza che si realizzi nel pensare e nel percepire, è il risultato di un volitisvo sforzo, di quell’addestramento interiore che gli antichi Greci avrebbero chiamato “àskesis”, e i Romani “exercitium”. Dunque, l’autocoscienza è il frutto – in un forma o nell’altra, di una certa Ascesi. Va da sé, come essa sia cosa ardua e tutt’altro che facile da conquistare.

      Nel sogno – rigorosamente parlando – l’essere umano ha senz’altro “coscienza”, ma non ha “autocoscienza”, almeno non nel significato che la Scienza dello Spirito dà, secondo la propria teoria della conoscenza, a questo termine. Rudolf Steiner fa degli esempi calzanti nella sua Scienza Occulta di come nel sogno l’essere umano abbia coscienza ma non autocoscienza. Addirittura, si può avere nell’esperienza del sogno uno sdoppiamento della personalità, come per esempio quando nel sogno un insegnante pone una domanda alla quale l’allievo interroganto non sa rispondere, e alla quale risponde poi, invece, l’insegnante stesso. E’ ovvio che allievo e insegnante sono due diversi “alter ego” del sognante medesimo, il quale ha bensì coscienza delle immagini del sogno, ma non ha coscienza alcuna di come, da fonte ignota, tali immagini scaturiscano. Naturalmente per l’Iniziato, come per l’occultista avanzato, la cosa si pone diversamente. Ma stiamo parlando dell’uomo ordinario.

      Nel sonno profondo non vi è, ovviamente, nessuna forma di autocoscienza, tuttavia vi è una forma ottusissima, estremamente attenuata di coscienza, tant’è che l’essere animico continua a svolgere funzioni vegetative e animali nelle profondità dell’organismo corporeo. Anche in questo caso, diversa è l’esperienza dell’Iniziato, e quella dell’occultista avanzato. Le confermo la concretezza del senso di “beatitudine”, di “felicità”, che il sonno procura. Ne parla moltissimo un grande asceta dell’India – l’unico che abbia indicato l’esperienza dell’Io – Shri Ramana Maharshi, e lo fa in tutte le sue opere, e in moltissimi colloqui che di lui sono trascritti: è l’esperienza dell’ànanda, della beatitudine, cosciente nell’Iniziato e nell’Illuminato, incosciente nell’uomo comune, il quale però ne riceve come una sorta di risonanza nella vita di veglia, allorché questi si dèsta dal sonno.

      Quanto all’esperienza scientifica autentica, essa – se condotta sino alle sue ultime istanze – conduce molto lontano dalle conclusioni del materialismo: glielo posso assicurare. Personalmente, vengo da una formazione scientifica. Quella filosofica e storico-religiosa me la sono data da solo con i miei studi. Ma la mia formazione scientifica è avvenuta nel campo dell’Ottica come Scienza della Visione, secondo la “scuola storica” del Prof. Vasco Ronchi ad Arcetri. In tale scuola si approfondiva moltissimo – anche attraverso rigorosi protocolli sperimentali – la formazione della percezione non solo nel processo visivo, ma in tutta la sua estensione. Gli studi di ottica fisiologica dimostrano – e in questo le lezioni di molti anni del Prof. Vasco Ronchi sono state per me preziose – che colui che percepisce – l’Io, l’anima, la psiche, comunque la si voglia chiamare – non è e non può essere il corpo, il cervello, il sistema nervoso centrale o periferico. Le esperienze a tal proposito condotte ad Arcetri non lasciano alcun dubbio in proposito. Ora non posso certo svolgere – Lei lo comprenderà facilmente – una analisi critica del materialismo scientifico in un breve commento. Ma le assicuro che ho studiato – teoricamente e sperimentalmente il problema – per cinque decenni, facendo tale problema altresì parte delle materie d’insegnamento che per decenni sono stato tenuto a svolgere. Mi creda quanto più si approfondisce rigorosamente la scienza, tanto più il materialismo appare quell’ingenuo, sciocco, dilettantismo che è.
      La saluto cordialmente!

      Hugo de’ Paganis

  2. Buongiorno signor Hugo, grazie ancora per la precisa risposta, molto utile. Particolarmente utile la distinzione tra coscienza e autocoscienza nel contesto del pensiero di Steiner. In effetti non si tratta soltanto di parole, ma di concetti che è sempre bene precisare, perché un concetto ben precisato ha il potere di indirizzare l’attenzione laddove è essenziale che vada indirizzata, un concetto poco definito invece può portare all’inerzia o peggio a disperdere energie preziose in direzioni poco favorevoli. Molto utile anche il ricordare che ne “La scienza occulta” si parla di questa tematica in relazione allo stato di sogno; quell’opera è così vasta e densa di informazioni e concetti che si tende a dimenticare che in essa si possono trovare risposte a questioni anche vicine a noi, alla nostra vita quotidiana; in effetti mi ero dimenticato di quel passo, che andrò sicuramente a cercare di nuovo.
    Anche io vengo da una formazione scientifica, anzi per la verità il mio tardivo approccio a Steiner lo devo unicamente al fatto che egli abbia tenuto quell’insieme di conferenze che va sotto il nome di “Impulsi scientifico-spirituali per il progresso della fisica”; se non l’avesse fatto io non avrei mai avuto lo stimolo ad approcciare questo pensiero. Concordo perfettamente con lei nel ritenere la scienza moderna ed il suo metodo una strada che, percorsa con serietà fino in fondo, possa portare a mostrare sperimentalmente l’inconsistenza e il fideismo del materialismo e aggiungo del riduzionismo, del culto del caso, dell’indeterminismo epistemico così diffusi negli ambienti scientifici odierni. Steiner aveva perfettamente ragione nel ritenere che queste credenze dovessero essere contrastate con quella stessa scienza di cui si facevano e fanno impropriamente scudo. E’ un’opera importantissima questa a mio parere appena iniziata, ancora tutta da svolgere e portare avanti; è il compito presente e soprattutto futuro delle generazioni che liberamente vorranno farlo proprio, in primis in occidente dove la scienza moderna è nata e dove ha subito e subisce le limitazioni fideistiche di cui sopra.
    Capirà quindi che trovo estremamente interessanti le sue affermazioni relative all’opera del Prof. Vasco Ronchi, perché riuscire a dimostrare sperimentalmente che colui che percepisce, il soggetto insomma, non è il sistema nervoso o il cervello ma “qualcosa” di non riconducibile ad esso è una cosa a mio avviso straordinariamente importante che meriterebbe di essere conosciuta in grande dettaglio.
    Sappia pertanto che qualora in futuro volesse dedicare uno studio apposito sul tema mi troverebbe sicuramente come un interessatissimo lettore.
    Cordiali Saluti.

    • Gentile Lemar, nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, le cito l’ultima edizione che ho a disposizione, per la sua più facile reperibilità, nel III capitolo, intitolato Sonno e morte, Rudolf Steiner parla dei vari stati di coscienza sperimentati dall’uomo – veglia, sogno, sonno profondo – abbastanza dettagliatamente. Del sogno, egli parla alle pp. 68-70 (nel caso avesse un’altra edizione l’ubicazione delle pagine varierebbe di poco), ove egli fa alcuni esempi molto interessanti, ad uno dei quali mi ero rifatto nella risposta alla sua seconda domanda.

      L’Ottica, come scienza della visione è un portato anche storicamente importante della “Scuola” storica dell’Istituto Nazionale di Ottica di Arcetri, fondato e diretto per molti decenni – dalla fine degli anni 20 sino alla seconda metà degli anni 70 del secolo scorso – dal Prof. Vasco Ronchi, che Massimo Scaligero conobbe di persona, e che lo definì “un coraggioso”. Vasco Ronchi fu proposto ben sei volte come premio Nobel per la fisica, ma le sue posizioni scientifiche “radicali”, che demolivano in maniera documentata tutta una serie di “idoli” in voga in ambienti dilettantescamente “scientifici”, gli crearono inimicizie e ostacoli tutta la vita.

      L’Ottica – in quanto “scienza della visione” – è una disciplina “trinitaria”, che esamina i tre momenti del processo visivo: il fenomeno “fisico” estracorporeo, il fenomeno “fisiologico”, svolgentesi nella corporeità del soggetto che vede, il fenomeno “psicologico”, che porta il soggetto che sperimenta la visione, alla “genesi del mondo apparente”, secondo leggi precise, indagabili secondo protocolli precisi, sperimentali, e riproducibili. Di fisiologia della visione mi sono occupato – prima come discente e poi come docente – per quasi cinque decenni, e lo studio della percezione visiva mi ha aiutato moltissimo nella comprensione di opere di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e scienza, proemio ad una filosofia della libertà, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo. Ebbi modo di leggere, dattiloscritti, i cicli di conferenze di Rudolf Steiner sulla luce, sul calore, e sull’astronomia, decenni prima che venissero pubblicati dall’Editrice Antroposofica. la rigorosa formazione scientifica, accompagnata da una formazione filosofica, e da una storico-religiosa, non solo mi ha chiarito alquanto le idee, ma mi ha altresì reso immune da quelle forme di misticismo sentimentale, che hanno un’attrazione suggestiva sull’anima di molti che si accostano all’Esoterismo in generale, e all’Antroposofia in particolare.

      Ad una tale impostazione mi sforzerò di attenermi sempre, perché oltre essere una sana de-soggettivante disciplina dell’anima, è una necessità interiore per chi senta essere un dovere voler conoscere e difendere la Verità. Come scriveva, nell’Ottocento, un ermetista della bella Terra di Scozia: Omnia vincit veritas!.

      Hugo de’ Paganis

  3. Buonasera signor Hugo, la ringrazio per tutte queste informazioni. Immagino che nelle biblioteche nazionali o in quelle universitarie si possa trovare qualcosa di questi esperimenti e di queste lezioni del Prof. Vasco Ronchi, o almeno ad Arcetri. Perché ho intenzione, con calma e per quanto possibile, di approfondire l’argomento, almeno nei suoi tratti essenziali. Prima di venire a conoscenza dell’opera di Vasco Ronchi grazie a questo blog, l’unica figura di cui fossi a conoscenza di cui ho studiato buona parte dell’opera (non tutta), occupatasi di queste tematiche, era quella di Marco Todeschini (1899-1988), che con la sua “psicobiofisica”, detta anche “teoria delle apparenze”, studiando la “circuitistica” dei vari sistemi sensori (non solo di quello visivo), giunse alla conclusione che il soggetto è nettamente distinto dai sistemi sensori che gli comunicano l’informazione e anche dal cervello stesso e dal corpo intero; lo stesso nome di “psicobiofisica” ricorda i tre momenti dell’ottica da lei citati, dove “fisico” sta in relazione all’oggetto esterno, il “bio” sta in relazione agli apparati sensori e al loro funzionamento, nonché al corpo umano nel suo complesso nel suo interagire con l’oggetto dei sensi, il “psico” sta in relazione al soggetto percipiente che nella visione di Todeschini letteralmente “crea” il mondo che ci appare, ma lo fa non arbitrariamente bensì a partire appunto dalle informazioni che gli giungono dall’esterno, estremamente scarne in quanto nel suo schema esse sarebbero in definitiva spazio in movimento, essenzialmente relazioni spaziali; al che si potrebbe anche facilmente osservare ed aggiungere che una qualunque relazione è in primis et ante omnia un atto di pensiero, per altro. Un altro fisico italiano che si era occupato in parte di questi problemi, ma credo con minore sistematicità è Antonio Garbasso con un lavoro del 1910 citato da Arturo Reghini in un articolo intitolato “Trascendenza di Spazio e Tempo”, ma non l’ho mai approfondito direttamente; egli giungerebbe tra le altre cose alla conclusione che le nozioni di spazio e tempo non sarebbero affatto quegli apriori indicati come tali da Kant, ma sarebbero da riferirsi proprio all’ottica e afferma che l’esclusività e la realtà assoluta dell’esistenza dello spazio e del tempo sarebbero sperimentalmente scartate. Comunque, per chiudere, grazie ancora.
    Cordiali Saluti.

    • Gentilissimo Lemar,
      Reputo gran ventura, dono di un benevolo Destino, il fatto che il percorso della vita mi abbia portato a ricevere una formazione scientifica rigorosa, in particolare attraverso l’insegnamento del Prof. Vasco Ronchi, e di una serie di “allievi” qualificati della sua scuola come le sue due figlie Dott.ssa Lucia Ronchi Rositani e Dott.ssa Laura Ronchi Abbozzo, l’Ing. Eddo Mario Bartoli, l’Ing. Guidarelli, il Prof. Sergio Villani. Oggi purtroppo la storica “Scuola di Arcetri” non esiste più, e dopo la vile “defenestrazione” del Prof. Ronchi, secondo un invalso, deprecabile, “stile politico”, coloro che subentrarono di fecero un dovere di eseguire una scellerata damnatio memoriae nei confronti suoi e della sua opera. Ne dispersero financo la preziosa biblioteca. Tuttavia le sue opere si possono trovare in molte biblioteche pubbliche. Il Prof. Ronchi aveva una formazione umanistica, oltre che scientifica, completa, parlava numerose lingue europee, e curò l’editio princeps delle opere di Galileo Galilei, e coltivava l’opera del suo discepolo, Evangelista Torricelli, del quale possedeva importanti manoscritti.

      Opere fondamentali di Vasco Ronchi, che Lei potrebbe cercare – nelle biblioteche o presso gli editori o su Amazon – sono:

      Ottica, scienza della visione, Zanichelli, Bologna, 1955.
      Optics, The Science of Vision, New Edition, Dover Publ., New York, 1991.
      Sui fondamenti dell’acustica e dell’ottica, Leo Olschki Ed., Firenze, 1967.
      Storia della luce, Zanichelli; Bologna, 1952.
      New Optics Leo Olschki Ed., Firenze 1971.
      Storia della luce.Da Euclide a Einstein, Editori Latersa, Roma-Bari, 1983.
      La Genesi del “mondo apparente”, Leo Olscki Ed., Firenze 1985.

      Conosco bene l’articolo di Arturo Reghini, da Lei citato, in quanto penso di possedere quasi interamente la sua opera. E conosco Marco Todeschini. Vasco Ronchi veniva da un’epoca nella quale in Italia gli studi umanistici, e filosofici in senso idealista, erano molto forti, e nella sua formazione scientifica raccolse l’eredità di Paolo Ignazio Porro. Luigi Pasqualini (direttore delle Officine Galileo), il generale Eugenio Righi (direttore del laboratorio di precisione del Regio Esercito) e lo stesso Antonio Garbasso (col quale Ronchi si laureò in Fisica alla Scuola Normale di Pisa) fondarono il Laboratorio di ottica e di meccanica di precisione a Firenze e la Vetreria del R. Esercito a Roma.

      Ronchi scrisse molto su Galileo e i suoi telescopi; studiò inoltre le opere concernenti l’ottica di, tra gli altri, Leonardo da Vinci, Giovanni Keplero, Evangelista Torricelli, Francesco Maria Grimaldi, Robert Hooke, Isaac Newton, Ruggero Giuseppe Boscovich, Johann Wolfgang Goethe, Giovanni Battista Amici. Nel 1939 pubblicò a Bologna la sua Storia della luce; una seconda edizione notevolmente ampliata apparve nel 1952, e pochi anni dopo il volume fu tradotto in francese (1956) e infine in inglese (1970). Un’ultima versione italiana apparve nel 1983 (Roma-Bari).

      Per anni, ho studiato la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, tenendogli accanto le opere di Vasco Ronchi. Sulla fisiologia della visione e sulla formazione della percezione – in particolar modo, di quella visiva – ho potuto chiarirmi alquanto le idee: teoricamente e sperimentalmente. Secondo me, il partire dal sentiero della Scienza, come del resto fece Rudolf Steiner, dà una più solida base alla ricerca spirituale, Le sue opere scientifiche e filosofiche vengono in gran parte neglette – a torto – dagli ambienti antroposofici, ed invece sono la “chiave aurea” della ‘Via’ spirituale. Lo stesso Massimo Scaligero – del quale Le raccomando vivamente lo “studio” de La logica contro l’uomo – che conosceva personalmente Vasco Ronchi, e lo reputava un coraggioso, mi indirizzò ad una tale severa formazione di pensiero. Seguire quella strada non potrà che giovarLe, mi creda!

      Un cordiale augurio.
      Hugo de’ Paganis

  4. Gentilissimo Lemar,
    momentaneamente Hugo ha problemi di accesso dal pc ma ti risponderà presto appena possibile! Nel frattempo ti ringraziamo per le tue interessantissime argomentazioni. Attendo infatti anche io con grande interesse il proseguio di questa vostra conversazione.

  5. Buongiorno signor Hugo, grazie ancora per tutte queste informazioni ed in particolare per gli utilissimi riferimenti bibliografici, di cui farò tesoro. Sospettavo che Garbasso fosse in qualche modo collegato con Ronchi, ma non ne ero certo.
    Sul rapporto tra percezione e pensiero in relazione al fatto che il soggetto pensante e percipiente non sia identificabile con il cervello e con gli apparati sensori, una delle obiezioni tipiche di chi crede il contrario è più o meno questa:
    “Tutto ciò che noi pensiamo non può essere che un’elaborazione a posteriori, svolta dal nostro cervello, di ciò che prima ci è arrivato dai nostri sensi; le idee ed i concetti non esistono di per sé, non hanno vita a sé se non come elaborazione e sintesi di dati che provengono dagli apparati sensori e in particolare, per l’uomo, dalla vista; senza questo input non ci sarebbe pensiero, che quindi non può avere una vita indipendente da ciò che viene dal mondo dei sensi e quindi in definitiva da ciò che è fisico, ossia mondo degli oggetti, sistema nervoso, cervello umano”.
    Ora, se è vero che il pensiero ordinario di veglia lavora principalmente sul “materiale” fornito dai sensi e dalla vista in particolare (ma un cieco dalla nascita pensa eccome), a mio parere è sbagliato dire che il pensiero si limiti ad essere questo. Esempio, immaginiamo una circonferenza; se andiamo in mezzo al mare, lontano dalla terra e guardiamo tutto intorno a noi ruotando di 360 gradi, ne ricaviamo l’idea di circonferenza; se ben ricordo Steiner fa proprio questo esempio o uno simile; ora, quello che vediamo non è in realtà una circonferenza, in ogni posizione del capo (ad esempio per ogni grado, se ruotiamo il capo di un grado alla volta) ciò che vediamo è soltanto, semplificando, un piano diviso in due: nella parte inferiore c’è un colore blu, nella parte superiore un colore azzurro; il segmento di demarcazione fra le due aree, che per di più ai nostri occhi oltre ad una certa lunghezza ha anche una certa altezza e che quindi non è veramente un segmento, perché i segmenti sono monodimensionali e non bidimensionali, non è una circonferenza; siamo noi che mettiamo in relazione questi pseudo segmenti visti in differenti posizioni con un concetto nuovo, quello di circonferenza; questo è un atto di pensiero, perché questa circonferenza non è presente nella percezione, è un nostro atto che aggiunge qualcosa al semplice percepito, qualcosa che non c’era; non solo il concetto che ne deriva, ma già l’atto stesso di pensarlo è un qualcosa che non è presente nella percezione sensoria pura e semplice, anche se viene da essa stimolato. Ora, qualcuno potrebbe dire: “non è vero che in natura non sia reperibile una circonferenza bella e fatta, perché potrebbe esistere una circonferenza perfetta, ad esempio un motivo circolare sulle ali di una particolare specie di insetto , come una farfalla”; va bene, ma intanto non sarebbe mai una circonferenza, perché la circonferenza di un cerchio è una curva monodimensionale che si sviluppa su un piano bidimensionale ed una qualunque circonferenza visibile dagli occhi, comprese quelle disegnate sulla lavagna da un professore di matematica, ammesso tra l’altro che le disegni correttamente, non sono mai veramente curve monodimensionali, possiedono sempre un certo spessore, altrimenti non le vedremmo; quando si disegna un punto, in realtà ciò che appare ai nostri occhi non è veramente adimensionale; analogamente quando si disegna un segmento orizzontale, ciò che appare ai nostri occhi non è mai veramente monodimensionale, ha sempre una certa altezza, è un rettangolo dotato di lunghezza e altezza molto piccola, ma presente. Solo il pensiero può formare i concetti di punto adimensionale, linea infinita monodimensionale e via dicendo; il mondo dei sensi non li fornisce; inoltre, tornando all’esempio della circonferenza sulle ali della farfalla, dedurre da questo un concetto valido per tutte le circonferenze e non solo per quella che si trova davanti agli occhi in quel momento, è un atto di pensiero; non è percezione sensoria, è altra cosa. Immaginare due triangoli equilateri affiancati e aventi le stesse dimensioni non significa vedere con l’immaginazione il concetto di triangolo, perché il concetto di triangolo non è quei due triangoli che sto immaginando, già solo per il fatto che i triangoli sono due mentre il concetto è uno, poi perché li immagino costituiti da segmenti che mi rappresento necessariamente dotati di un certo spessore, oltre che di lunghezza, mentre il segmento vero è monodimensionale, poi perché esistono anche triangoli isosceli, scaleni etc e sono infiniti in dimensioni e posizioni relative; il concetto è altra cosa rispetto alle sue innumerevoli rappresentazioni, il cui materiale è tratto sicuramente dal mondo dei sensi; ma il concetto è un’altra cosa. E poiché è un’altra cosa, non può identificarsi con i sensi o con gli apparati ad essi collegati, come il sistema nervoso o il cervello. Tutte le cosiddette leggi di natura sono atti di pensiero, i modelli fisici sono atti di pensiero, il concetto stesso di materia è un atto di pensiero. Quindi chi afferma con troppa fretta che “il pensiero è conseguenza della materia” dà a mio parere per scontate troppe cose che invece scontate non sono. Cordiali Saluti.

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