VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. UNDICESIMA PARTE.

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Negli incontri che ebbi con Hella Wiesberger – incontri che iniziarono nell’aprile del 1985, e che si protrassero sino al novembre del 2013,  quando andai a trovarla per l’ultima volta assieme all’eleusino amico Trittolemo, circa un anno prima che lei passasse la Soglia – due furono gli argomenti principali affrontati e sviluppati nei nostri incontri. In relazione alla doverosa fedeltà a Rudolf Steiner, alla missione ch’egli, a prezzo della sua stessa vita, ha compiuto sulla Terra, per Hella Wiesberger fondamentali erano questi due punti: il mettere al centro la ‘Via del Pensiero’, così come essa viene indicata ed esposta nella Filosofia della Libertà, e nelle altre opere ‘filosofiche’, ed un preciso atteggiamento nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner.

Più volte, Hella Wiesberger mi ricordò – e ne ho accennato in parti precedenti del presente studio – come lo studio assiduo, lo studio meditativo, ‘rituale’, non intellettuale, di una, ma anche di ognuna di esse, di tre opere scritte di Rudolf Steiner, come Teosofia, Iniziazione, e Scienza Occulta, rappresenti per il discepolo dell’Iniziazione, una Via, un Sentiero di Conoscenza, cui dedicarsi con continuità per tutta la vita. Ognuna di quelle tre opere, singolarmente, ma ovviamente anche insieme, è un Sentiero percorribile con devozione, con fedeltà, al quale il discepolo può consacrarsi, per l’intera vita, con tutte le sue forze. Tre Sentieri diversi per venire incontro a tre diverse tipologie di anime. Ma, da questo punto di vista, la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, costituisce – secondo quel che mi disse Hella Wiesberger – una ‘Via’ ancora superiore alle altre tre: la ‘Via’ che più si addiceva ad una personalità spirituale eccezionale come Marie Steiner. Una volta di più, voglio sottolineare la radicalità e la centralità della ‘Via del Pensiero’ esposta nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, egli stesso così scrive nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, che in questo caso amo citare dall’edizione del 1932, quella che fece fare a Massimo Scaligero la svolta decisiva della sua vita interiore, pubblicata a Bari da Giuseppe Laterza e Figli, pp. 225-226:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per se vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Pochi hanno, poi, riflettuto sulle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Prefazione alla terza edizione della sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 11-12, parole che dimostrano il suo profondo rispetto per la scienza – per la reale scienza, non per quel dilettantismo che sovente, allora come oggi, indisturbato impera – dimostrano altresì la sua scientifica metodicità nella sperimentazione spirituale diretta, il suo antimisticismo, il suo costante richiamarsi all’esperienza vivente del pensiero, alla Filosofia della Libertà:   

«L’autore di questo libro non descrive nulla di cui non possa testimoniare per esperienza propria, per quella specie di esperienza che può esser fatta in questo campo. Perciò egli esporrà unicamente cose che in questo senso ha sperimentate lui stesso.

 Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno esser conquistati con sforzo. A ciò si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono venir sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso.

Il libro non può essere giudicato secondo i criteri della scienza usuale, se il punto di vista per un tale giudizio non si desume dal libro stesso. Se però il critico adotta questo punto di vista, vedrà che l’esposizione non è mai in contrasto con i veri metodi scientifici. L’autore sa di non aver voluto, nemmeno con una sola parola, entrare in conflitto con la sua coscienziosità scientifica.

Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Che questa sia la ‘Via Regia’ – come la definirebbero due miei amici di elevato rango spirituale, seguaci di una antichissima ‘Via’, ma che stimavano al più alto grado Massimo Scaligero, e che ora sono nei ‘Campi Elisi’ – è cosa per me assolutamente certa. Questa – e non altra – è la ‘Via delle Vie’, la ‘Via Aurea’, portataci in dono dal Maestro dei Nuovi Tempi, smarrita da molti suoi inadeguati discepoli, la ‘Via’ da molti indegni, sedicenti  ‘seguaci’ deformata, tradita e sfigurata, la ‘Via’ ritrovata e rimessa al centro del Sentiero iniziatico da Massimo Scaligero. Questa è, inoltre, la ‘Via’ dell’assoluta certezza interiore – l’unica – di fronte a quella inesauribile fonte di errori, illusioni, inganni e autoinganni, smarrimenti, dis-trazioni, deviazioni, suggestioni, infatuazioni, seduzioni, fanatismi, che è la natura inferiore, che il ricercatore della conoscenza spirituale si trova sul suo cammino come generatrice intralci e ostacoli, che tendono a paralizzare l’impresa spirituale, e talvolta a distruggere o pervertire l’incauto che alla sua mefitica, venefica, fonte si abbeveri.

L’aurea ‘Via del Pensiero’, per chi, con cuore puro e volontà risoluta, la percorra è la ‘Via del sublime eroismo’, e non – come, con troppa facile disinvoltura affabulano, taluni che staccano dal contesto, e dall’intenzione, frasi di Massimo Scaligero – la ‘via del sublime egoismo’. Che la ‘Via del Pensiero’ sia una ‘Via’ assolutamente completa, non necessitante di presupposti di nessun tipo, e soprattutto non di tipo mistico o confessionale, ch’essa sia una ‘Via’ a sé sufficiente risulta, con adamantina chiarezza dalle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Seconda aggiunta alla seconda edizione del 1918, della sua Filosofia della Libertà, pp. 216-218:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri venga richiesta da tale pensare sperimentato. Esso richiede di non venir rinnegato nel processo conoscitivo come esperienza poggiante su se medesima, e di non vedersi contestata la facoltà di sperimentare, insieme con la percezione, anche la realtà, in luogo di dover cercare quest’ultima soltanto in un mondo giacente al di fuori di questa esperienza, in un mondo chiuso da disserrare, di fronte al quale l’attività pensante dell’uomo avrebbe un valore puramente soggettivo.

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente a vivere nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue pure che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre a ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo percettivo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «filosofia della libertà» è la base filosofica di tali miei scritti posteriori. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Esattamente cinquant’anni fa, l’amico L., colui che pochi mesi dopo mi fece incontrare personalmente Massimo Scaligero, in una lettera – che conservo come un dono del Cielo, e un caro cimelio – mi scrisse  un pensiero, trasmessogli da Massimo Scaligero perché me lo comunicasse, una breve frase che per me è un prezioso tema di meditazione, ed una mirabile sintesi dell’essenza della ‘Via del Pensiero’, e di conseguenza della stessa Scienza dello Spirito. Essa così diceva:

«La Via è dominare in modo cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

La meditazione di questo pensiero, racchiudente in poche parole, come ho detto e lo ribadisco, l’essenza aurea della ‘Via’, può portare molto lontano l’ardito praticante interiore, che si dedichi con tutte le sue forze alla realizzazione del momento originario del pensiero, alla realizzazione del pensiero vivente. Ma un tale pensiero – vissuto, asceticamente attuato, e non solo meramente ‘capito’ – può essere anche la ‘pietra di saggio’ per distinguere l’autentica, oggettiva, percezione spirituale, dagli ambigui risultati della ‘chiaroveggenza visionaria’, della quale ci stiamo occupando nell’esame del libro Resurrezione di Orao.

Negli ultimi incontri ‘rituali’ di meditazione insieme, che alcuni di noi avevamo periodicamente con Massimo Scaligero, ma anche negli incontri più allargati, che poi sono stati trascritti dall’amica M. come Seminario solare, egli insisteva ripetutamente su quello ch’egli chiamava ‘realismo eterico’, o ‘realismo del pensare’, o ‘realismo christico’, e lo contrapponeva non solo al realismo primitivo del materialismo storico-dialettico, o al realismo positivista dell’ideologia scientista, o a quello economico, ma anche a quello proponentesi come ‘spiritualista’religioso o mistico che fosse – sino a quello di gran parte del sedicente ‘esoterismo’ circolante, e infine anche al ‘realismo antroposofico’ di tanti seguaci della Scienza dello Spirito, che non riescono a superare il dualismo tra ‘pensare’ ed ‘essere’, che già 2500 anni fa, in Italia, i Pitagorici e gli Eleati, e in India, gli asceti dello Yoga, e i seguaci del Buddha Shakyamuni, avevano superato.

Il difficile, arduo, aspro, cammino della ‘Via del Pensiero’ vuole condurre l’audace sperimentatore alla lucida, cosciente, esperienza del ‘momento genetico’ sia del pensiero che della percezione: ‘momento genetico’, o ‘momento dinamico’, che nell’essenza è identico sia nel pensiero che nella percezione. Non vi è altra possibilità di superamento del ‘realismo’. Si tratta di passare dalla passiva, tramortita, coscienza del ‘fatto’, all’attiva, dinamica, ben ‘sveglia’, coscienza dell’ ‘atto’. Questo sia nell’esperienza sensibile che in quella sovrasensibile. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ si può essere in presenza di percezioni che, come ‘fatto’, si impongono magari anche con caratteri di grandiosità, ma non si è coscienti del momento ‘dinamico’, del momento ‘genetico’, ‘formativo’, della percezione stessa. Ma anche nel sogno si è nell’identica situazione: le immagini del sogno possono presentarsi appunto con caratteri di grandiosità, ma esse sorgono da una ignota scaturigine, e non si è punto coscienti  della loro ‘genesi’. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ non si è liberi, come non si è liberi nel sogno: si assiste passivi al fatto compiuto, ma non si è coscienti del suo compiersi. Nella Filosofia della Libertà è detto a chiare lettere che non può essere libera un’azione, se chi la compie non è cosciente delle cause che lo spingono all’azione: se egli non è il cosciente, attivo, e libero, autore e creatore dei motivi della propria azione.

Da questo punto di vista, deve essere fatta una certa differenza tra ‘chiaroveggenza atavica’ e ‘chiaroveggenza visionaria’. Al livello attuale della sua evoluzione, il formarsi della percezione sensibile, e quella del sogno, non sono coscienti. Essi si presentano all’uomo come un ‘fatto’ del quale egli non è cosciente del loro ‘farsi’, rispetto al quale loro compiersi in fieri. Ma questo appartiene ancor oggi alla spontaneità dell’evoluzione naturale dell’uomo. Solo chi si inoltra concretamente nel Sentiero iniziatico arriva a superare quella incoscienza. Ma anche la ‘chiaroveggenza atavica’ – entro certi limiti – può trovarsi esattamente nella medesima situazione. Persone che in altre vite hanno fatto un percorso spirituale o che, per particolari motivi, ricevono dal Cielo e dai Numi, particolari ‘doni’, possono possedere una elevata ‘veggenza spontanea’. Tali persone, per un loro peculiare destino, e se posseggono un cuore puro, una elevata moralità, coi loro ‘doni’ possono aiutare a volte altre persone in momenti difficili. A volte il Cielo e i Numi, vedendo la temerarietà di qualche loro animoso combattente, che spesso può finire in guai spiacevoli e in situazioni veramente pericolose, possono decidere di aiutarlo, proprio attraverso persone di questo genere. Alcuni anni fa, a me pure è capitato di ricevere più volte un simile prezioso aiuto i situazioni difficili ed estreme, e ne sono grato al Cielo e a quelle persone. Lo stesso Rudolf Steiner accenna all’esistenza di tali personalità, e della loro possibilità di essere dei benefici ‘aiutatori’, sia nel libro L’Iniziazione che nella Scienza Occulta.

A questo punto, non sarà senza importanza riportare quanto, a tale proposito, scrive Rudolf Steiner in L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, traduzione di Emmelina de Renzis, Gius. Laterza e Figli, 1926, pp. 70-71 – proprio nel capitolo dedicato all’Iniziazione, e alle ‘prove’ dell’anima – così scrive:

«Occorre però far notare che vi sono delle persone capaci di eseguire tali azioni incoscientemente, sebbene non abbiano seguito nessuna disciplina occulta. Tali «aiutatori del mondo e dell’umanità» attraversano la vita benedicendo e beneficando; a loro, per ragioni che qui non è il caso di spiegare, sono state concesse delle doti che sembrano soprannaturali. Ciò che li distingue dal discepolo dell’occultismo è il fatto, che quest’ultimo agisce coscientemente, con piena visione dell’intiero insieme; egli consegue, per mezzo appunto della disciplina, ciò che ai primi è stato donato dalle potenze superiori per il bene del mondo. Questi uomini benedetti da Dio meritano sincera venerazione, ma non per questo il lavoro della disciplina dovrà essere considerato come superfluo».

Nella ‘spontanea veggenza atavica’ vi è la possibilità dell’errore, non la necessità automatica, ossia non la certezza dell’errore. Se le persone che dal Cielo hanno ricevuto simili mirabili ‘doni’ hanno un cuore puro, elevata moralità, e sono disinteressate, difficilmente errano. Personalmente, ho incontrato, e scrupolosamente verificato, innumerevoli volte che, invece, errano molto di più, scivolando in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, molti occultisti, e addirittura molti seguaci della Scienza dello Spirito, i quali per presunzione, vanità, ambizione, ‘maestrite acuta’, immoralità, scivolano facilmente, e inavvertitamente, nella più medianica, allucinatoria  ‘chiaroveggenza visionaria’. Le persone, cui alludevo più sopra, spesso per ragioni morali – in gran parte condivisibilissime – diffidano dagli ambienti occultistici, e se ne tengono ben lontani, e difficilmente errano nelle loro ‘percezioni’, anche se originate da facoltà ‘ataviche’. Come dar loro torto, vedendo gl’indegni spettacoli ai quali dànno luogo, molti, troppi, occultisti, sedicenti ‘maestri’, ‘ierofanti’, e sedicenti ‘iniziati’!

Ma al di là di queste particolari personalità – molto rare quando siano autentiche, e ancor più rare da incontrarsi – le quali per destino hanno ricevuto dal Cielo i loro ‘doni’,  il discepolo dell’Iniziazione non potrà basarsi altro che sullo sviluppo cosciente delle forze interiori col seguire una rigorosa Ascesi del Pensiero. Questo oggi – a causa di una ancor maggiore caduta del pensiero umano nell’astrazione, nella cerebralità – è ancor più necessario di un secolo fa, allorché Rudolf Steiner parlava ad un tipo umano meno irrigidito, meno fisicizzato, di quanto lo sia oggi l’essere umano recluso in un mondo sempre più meccanico, sempre più ossessivamente tecnologico, in definitiva sempre più arimanico. Ed oggi, ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner, è necessario – assolutamente necessario – scorgere tutti i pericoli insiti in una ‘chiaroveggenza visionaria’, frutto dei uno scivolamento, avvertito o inconsapevole, in una medianica dipendenza dalla natura corporea. Dipendenza che può benissimo fornire al compiaciuto incauto visioni grandiose e poteri vari: appunto medianici. Che, poi, si pagheranno molto cari. Ma già oltre un secolo fa, Rudolf Steiner parlava a tale proposito, come abbiamo visto, un linguaggio estremamente chiaro, che può da taluni essere volutamente trascurato, o dimenticato, ma non equivocato. Infatti sempre in Filosofia e Antroposofia, più volte citato in questo studio, leggiamo alle pp. 110-112 :

«Così dobbiamo renderci conto che chi compenetra col pensiero i fatti del mondo spirituale, può anche comunicarli in modo che chi abbia acquistato i pensieri qui, sul piano fisico, possa applicare gli stessi pensieri anche a quanto viene comunicato dai mondi superiori. Allora può comprenderlo. Ognuno deve riconoscere che la cosa più importante non è ricevere comunicazioni dai mondi superiori, ma il modo come si ricevono; un modo rispondente alle condizioni terrene. Ognuno deve badare a che le comunicazioni dei mondi superiori non gli vengano trasmesse diversamente. Certo, è comodo limitarsi a credere a quel che viene comunicato; ma è molto dannoso. Chi vuol semplicemente credere, è come chi si contenta di farsi raccontare che esiste un lume, mentre ha bisogno di avere il lume per illuminare la sua stanza; per questo occorre avere il lume; non basta la sola credenza. Così è importante afferrare prima di tutto la forma del pensare solido, coscienzioso, per ricevere prima attraverso questa forma le comunicazioni del mondo spirituale. Queste possono essere ottenute solo da chi possiede la chiaroveggenza, ma, una volta ottenute, possono essere comprese da ognuno che le accolga nel modo giusto.

Se si pensa così, tutti i pericoli che altrimenti possono andar congiunti all’indagine spirituale, saranno eliminati. I pericoli sorgono non appena qualcuno sviluppa facoltà chiaroveggenti senza arricchire al tempo stesso la sua mente e la sua conoscenza coi mezzi del pensiero. Molti sono avidi di carpire ad ogni costo notizie al mondo spirituale, senza procedere con ogni cura a sviluppare conoscitivamente quel ch’è necessario conquistare sul piano fisico. Non c’è Dio che possa afferrare il mondo in pensieri, se non s’incarna sulla Terra fisica. Potrà afferrare il mondo in altra forma; ma per afferrarlo in questa forma, deve incarnarsi sulla Terra. Se pensiamo a ciò, potremo comprendere che sviluppare facoltà senza adoperarle nel modo giusto porta con sé gravi pericoli. Chi sviluppa una certa chiaroveggenza visionaria e non l’adopera nel modo giusto, in quanto si trattiene sul piano astrale senza essere capace di trasportare le sue esperienze giù sul piano fisico, si espone al pericolo che tra le sue visioni e il piano fisico si spalanchi un abisso».   

Prima di proseguire a trascrivere quanto Rudolf Steiner dice in questa sua, al massimo grado preziosa, conferenza, vorrei sottolineare come nel libro di Orao si esiga un ‘credere’, una ‘fede’, come passo preliminare al cammino iniziatico. O meglio come condizione preliminare al cammino sedicente ‘iniziatico’, che Orao propone. E ciò sin dalle prime parole del libro Resurrezione, dove – come abbiamo visto – già a p. 7, è detto:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Ciò – e anche questo lo abbiamo visto e documentato – è contraddetto non solo dalle parole di Rudolf Steiner, che nella sua infanzia e nella sua adolescenza non aveva ricevuto affatto una educazione religiosa, ma anzitutto, e soprattutto, dalla sua stessa vita, visto ch’egli, nel suo cammino iniziatico, come lui stesso affermò, non partì affatto dai Vangeli, ma dalla Scienza, dalla Filosofia, dall’esperienza del momento originario del pensiero sperimentato, percorrendo nell’anima, vivendola come evento interiore, la ‘teoria della conoscenza’. Come ogni vera Scienza, la Scienza dello Spirito è ‘priva di presupposti’, compresi quelli mistici, religiosi, o confessionali.  

Quel che Orao scrive, diviene una pre-condizione inaccettabile per chi si accosti alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, provenendo dalle ‘Vie’ orientali, dallo Yoga, dall’Induismo, dallo Zen, dal Buddhismo, dal Taoismo, o dalle ‘Vie’ iniziatiche occidentali, che si rifacciano al Mondo Classico, alle ‘Vie’ orfiche, pitagoriche, ermetiche, platoniche, o alle ‘Vie’ kabbalistiche. Ma non così la pensava, evidentemente, Massimo Scaligero – che proveniva da ‘Vie’ orientali, e da una visione del mondo ‘pagana’ – il quale in una delle versioni dattiloscritte da lui redatte delle:

REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE

Secondo la moderna

SCIENZA DELLO SPIRITO

Così scrive sin dall’incipit :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito di cui gli esercizi sono espressione non è una religione bensì un metodo di conoscenza , che dà modo al religioso, cristiano o buddhista o islamico ecc., di ritrovare le fonti vive della propria religiosità e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé sperimentalmente i processi interiori in cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria presente verità».

Determinate distorsioni della verità, che ho avuto il penoso còmpito di evidenziare e documentare – mi è stata rivolta persino l’accusa di essere “pedante”, accusa che molto volentieri accetto come un involontario elogio – sono il frutto di una irregolare vita dell’anima, la conseguenza inevitabile di un ‘metodo’ e di ‘pratiche’, che non sono quelle indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero come azioni interiori scaturenti, in maniera rigorosa e coerente, dalla rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente. Distorsioni della verità, e fallaci ‘visioni’ scaturenti da una fallace ‘veggenza visionaria’, hanno come causa sempre una dipendenza diretta o indiretta della vita dell’anima dalla natura corporea, come mostra chiaramente Rudolf Steiner nella precedentemente citata Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E, proprio in quella Appendice, Rudolf Steiner dà come unico criterio di certezza e di verità nella percezione spirituale l’esperienza del pensiero puro, ossia l’esperienza del dinamico momento genetico del pensare, attivo al di fuori e indipendentemente da qualsiasi coinvolgimento corporeo, momento di quel ‘pensiero-folgore’, presente in maniera identica, al contempo, nella formazione del concetto nel pensare e nella generazione del percepito nell’atto del percepire. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nell’explicit del citato opuscolo dattiloscritto:

«Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro. Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il p o t e r e  d i  r e a l i z z a z i o n e da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica. Con la relazione stabilita dall’esterno.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la r e a l e  f o r z a  del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche; ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che come forza vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente” o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi. Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli scelga prima di una tale l i b e r a z i o n e  del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte».   

Una volta di più è necessario ribadire che l’Antroposofia, in quanto rosicruciana Scienza dello Spirito, non parte da nessun documento religioso. Su questo Rudolf Steiner è quanto mai esplicito. Vale la pena riportare, per abbondare nella misura a beneficio del risveglio di molti addormentati – usiamo per una volta un’espressione kantiana – in un ‘sonno dogmatico’, un passo del ciclo L’occultismo dei Rosacroce, 10 conferenze tenute a Budapest dal 3 al 12 giugno 1909, ciclo contenuto nella GA-109, tradotto in italiano da Iberto Bavastro, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica a Milano nel 2001. Nella quarta conferenza, del 6 giugno 1909, alle pp. 41-42 leggiamo:

«Vorrei essere compreso bene: l’occultista non giura su alcun documento o autorità; per lui solo i fatti del mondo spirituale sono decisivi; i documenti però ridiventano poi per lui preziosi in modo imparziale. La scienza dello spirito non è edificata su alcun documento religioso, ma direttamente sull’indagine dei fatti spirituali. Il fondamento della scienza dello spirito è l’indagine oggettiva; se poi i documenti religiosi contengono anch’essi fatti simili, a maggior ragione l’occultista potrà nel modo giusto riconoscerne il valore».  

Naturalmente, questo principio metodico fondamentale della Scienza dello Spirito, vale nei confronti dei documenti di tutte le religioni, e non solo di quelli della Cristianità. Vi è però una differenza: i Veda, le Upanishad, i Sutra del Tripitaka buddhista, sia mahayana che theravada, l’Yi King, il Tao Teh King, i classici del Taoismo, del Confucianesimo, sono stati trasmessi pressoché intatti nel corso di vari millenni, non alterati dalla faziosità partigiana, che nelle confessioni cristiane è giunta ad alterare. modificare e, a volte sopprimere, molte parti del Nuovo Testamento, Vangeli compresi. Le confessioni cristiane, sedicenti ortodosse, hanno agito con furia distruttiva, in molti casi addirittura con furia omicida, non solo nei confronti delle antiche Religioni e dei Misteri del Mondo Classico, definiti dispregiativamente ‘pagani’, ma anche nei confronti dello Gnosticismo, del Manicheismo, dell’Arianesimo, del Bogomilismo, del Catarismo, sino a giungere a sopprimere pressoché tutta la letteratura di quelle correnti spirituali, oltre che a bruciare sui roghi i loro seguaci. Ma torniamo a quel che Rudolf Steiner dice in Filosofia e Antroposofia, dove alle pp.112-115, egli getta ulteriore luce su quanto di illusorio, ingannevole, fallace, vi è nella ‘veggenza visionaria’, fa ben comprendere l’origine di molti errori:

«Supponiamo che qualcuno abbia visioni importantissime, appartenenti al piano astrale, e supponiamo pure ch’esse siano una realtà (poiché possono essere una realtà anche le visioni del chiaroveggente che non è un pensatore). Ma tra quest’uomo e ciò che sta dietro il piano fisico, si spalanca un abisso. Dietro il piano fisico, come di là da una cortina, sta il vero e proprio mondo spirituale: il piano fisico è Maja. Ora colui che è chiaroveggente visionario non è in grado di far sparire il piano fisico; quest’ultimo sparisce solo per chi è in grado di eliminarlo coi mezzi del pensiero. Solo così si penetra di là dal piano fisico; sicché solo con la chiaroveggenza pensante si può comprendere il mondo spirituale, nascosto dal piano fisico. L’abisso si spalanca qui, e il piano fisico sussiste come Maja. L’impossibilità di attraversarlo dipende dal fatto che il cervello non è in grado di togliersi di mezzo.

Chi abbia imparato a pensare giustamente, non impiega direttamente il suo cervello per pensare. L’attività del pensiero lavora intorno al cervello, ma non lo adopera direttamente. Sarebbe un assurdo voler affermare che il cervello pensa. […] Dunque, non è il cervello quel che pensa. E se non si è monisti o materialisti, nel senso moderno della parola, è anche facile rendersene conto. L’attività pensante non ha affatto bisogno, a tutta prima, di adoperare il cervello come suo strumento. Dove il pensiero diventa puro, il cervello non è chiamato a collaborare. Lo è soltanto dove si formano immagini del mondo sensibile. Se vi rappresentate un circolo disegnato col gesso, lo fate attraverso il cervello; ma se pensate un circolo, scevro di elementi sensibili, il circolo stesso è l’elemento attivo che prima conforma il cervello. Se l’uomo possiede una chiaroveggenza visionaria, egli rimane nel suo corpo eterico e non raggiunge nemmeno il cervello fisico; perciò non può mai varcare l’abisso. Perché appunto qui l’immagine chiaroveggente si collega con quel che sta dietro il piano fisico.

Chi sdegna di lavorare col pensiero, sviluppa facoltà che non afferrano il loro oggetto, che non penetrano veramente nel mondo spirituale. E ne nasce, come conseguenza, un disaccordo tra quel che l’uomo sviluppa continuamente nel suo corpo eterico, e quel ch’egli è come uomo; ne nasce una continua disarmonia, in quanto il cervello non si adegua alle facoltà chiaroveggenti. Il cervello di quell’uomo è grossolano, perché egli non si è curato di affinarlo e nobilitarlo per mezzo del pensiero. È grossolano; contiene qualcosa che presenta all’uomo degli ostacoli per cui egli non può penetrare con le sue visioni fino alla vera realtà spirituale; sicché, invece di avvicinarsi alla verità, egli se ne allontana, e così perde ogni possiblità di giudicare i fatti spirituali. Un uomo siffatto potrà vedere forse molte cose, ma non avrà mai la garanzia ch’esse corrispondano alla realtà. Un giudizio può averlo soltanto chi sia capace si distinguere tra visione e realtà. Né può chi non abbia il discernimento che si acquista unicamente con il lavoro sul piano fisico. Se si disdegna il faticoso lavoro di pensiero, arduo a conquistarsi, si ondeggerà sempre nel vuoto.

Questo dobbiamo imprimerci nell’anima. Allora non potranno più accadere le cose che altrimenti sempre si ripetono, e cioè che taluni, sviluppando in sé una chiaroveggenza visionaria, erigono una barriera tra sé e il mondo reale, e poi vivono nelle loro fantasie, ch’è quanto dire non sapersi più orientare nel mondo fisico e non essere perfettamente in senno. La chiaroveggenza puramente visionaria conduce facilmente a ciò. Il senno va conquistato lavorando nel solo modo atto a svilupparlo, cioè mediante il pensiero nel piano fisico».

Rudolf Steiner non avrebbe potuto più chiaramente, e inequivocabilmente, descrivere l’origine, e la natura delle ‘erranze visionarie’ di Orao. Massimo Scaligero, come potei constatare di persona, aveva una robusta formazione scientifica e filosofica, e sulla vastità, illimitata profondità, esattezza, e rigore della sua percezione spirituale non ho mai avuto alcun dubbio, avendomene egli date innumerevoli prove e conferme. Mentre la stessa cosa non si può proprio dire di Orao, nelle cui opere, Resurrezione e Madre, abbondano inesattezze, clamorosi errori, aperte contraddizioni tra quanto in tali scritti viene apoditticamente ex cathedra ed ex tripode dogmaticamente affermato, e quanto comunica Rudolf Steiner, cosa che, invece, non ho mai riscontrato in Massimo Scaligero: né nella sua opera scritta, né nelle sue comunicazioni orali fatte in incontri personali o in cerchie più allargate. In quel che scrive Orao non ritrovo né esattezza, né scientificità, e neppure un pensiero essenzialmente ‘logico’

Quanto sia importante, invece, e addirittura indispensabile, per chi è chiamato ad esporre risultati di una propria, autonoma, facoltà di ‘percezione spirituale’, una severa educazione sulla base di una rigorosa formazione scientifica – cosa alla quale il benevolo lettore è pregato di portare adeguata attenzione, essendo un fatto per niente da sottovalutare – risulta, per esempio, da quanto scrive Rudolf Steiner nell’Introduzione al libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 16-17:

«L’erudizione e la cultura scientifica non sono condizioni necessarie al dischiudersi di questo “senso superiore”. Esso può aprirsi tanto nell’uomo semplice quanto nel dotto. Anzi, ciò che ai nostri tempi per lo più si considera come la “sola” scienza, può spesso essere piuttosto d’intralcio che di aiuto. Per sua natura, essa ammette come “realtà” unicamente quel che cade sotto i sensi ordinari. Per quanto grandi siano i suoi meriti riguardo al riconoscimento di tale realtà, quando dichiara valido per ogni sapere umano quel che è necessario e salutare per il suo dominio, essa crea una quantità di preconcetti che precludono l’accesso alle verità superiori. […]

Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

Ma vi è un punto che devo rilevare, a proposito degli scritti di Orao che sono stati pubblicati, un punto che per me ha una importanza veramente decisiva. Il secondo argomento fondamentale dei ripetuti colloqui tra Hella Wiesberger e me – il secondo argomento al quale accennavo all’inizio di questa undicesima parte del presente studio – è quello di un ‘atteggiamento particolare’ da tenere costantemente nei confronti  della figura e dell’Opera spirituale di Rudolf Steiner. Hella Wieberger mi parlava di atteggiamento di devota modestia nei confronti di tale grandiosa Opera, di un ‘ritrarsi’, di un ‘tirarsi indietro’ – in tedesco ‘sich zurückziehen’ – per far ‘parlare’ l’Opera stessa di Rudolf Steiner. È quell’atteggiamento di ‘devota venerazione’ nei confronti della Verità e della Conoscenza, del quale parla Rudolf Steiner sin dalle prime pagine del libro Iniziazione, e che spinge il discepolo dell’Iniziazione a voler ‘servire’ l’Opera che ‘incarna’, o ‘veicola’ tale Verità e Conoscenza. È lo stesso atteggiamento di ‘devota venerazione’ che visibilmente traspariva quando il Maestro dei Nuovi Tempi parlava dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti, dei Maestri della Rosacroce. Questa ‘devota venerazione’, assieme all’amore per la Verità, costituisce quella che è la autentica ‘moralità dello Spirito’

Vi sono vari esempi luminosi di questa ‘devota venerazione’ che si attua, e si manifesta, attraverso quel ‘ritrarsi’ per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato dei Nuovi Tempi. Un primo luminoso – oserei dire addirittura ‘abbagliante’ – esempio è proprio Marie Steiner, la fedele compagna e la più stretta collaboratrice di Rudolf Steiner. Di lei Rudolf Steiner disse a Tatiana Kisseleff, che «non si poteva scrivere una biografia, perché Marie Steiner era un ‘essere cosmico’. Al massimo si poteva stendere una cronaca degli eventi esteriori della sua vita». Ebbene, lei che – secondo la testimonianza di Adolf Arenson – nella Mystica Aeterna «‘operava’», al dire di Rudolf Steiner «all’altare d’Oriente con una ‘funzione cosmicamente giustificata’», si cancellò come personalità per ‘servire’, ‘curare’, ‘proteggere’ devotamente l’Opera dell’Iniziato Solare. Io posseggo tutte le opere di Marie Steiner, nelle quali ella si fa ‘ancella’ fedele e devota della di lui Opera. Ma mai – ripeto: mai – lei propone frutti della sua personale ‘veggenza’, che pure aveva – ne ho varie testimonianze nelle biografie di lei che posseggo – vastissima e profonda. I suoi scritti sono introduzioni alle opere di Rudolf Steiner, oppure propri componimenti poetici, molto belli peraltro, o considerazioni sulla letteratura e l’arte della sua epoca, o considerazioni sulle vicende felici o dolorose del movimento antroposofico. Mai Marie Steiner dette insegnamenti, esercizi, o pratiche, che non fossero quelli che Rudolf Steiner aveva donato al mondo. E proprio sulla difesa dell’Opera di Rudolf Steiner contro il saccheggio e la deformazione che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, ed altri, ella dimostrò di essere una lottatrice formidabile.  

Un altro esempio è quello di Michael Bauer, discepolo tra i più fedeli e progrediti di Rudolf Steiner. Egli, che pure aveva avuto grandiose esperienze spirituali, nei suoi scritti – anche di lui ho le opere – mai parla dei risultati della sua ‘veggenza’, ma – sempre e solo – fa parlare l’Opera di Rudolf Steiner. Altro esempio ancora, è quello di Giovanni Colazza: sicuramente il più avanzato, intimo, e caro, dei discepoli che Rudolf Steiner aveva in Italia. Eppure, anche lui, che era un autentico Iniziato e un Maestro, mai volle parlare dei risultati della sua veggente indagine spirituale, o dette un insegnamento che non provenisse da Rudolf Steiner. Giovanni Colazza nelle conferenze tenute a Roma nel Gruppo Novalis nell’inverno del 1945, nelle quali fece l’esegesi del libro Iniziazione, disse sùbito, esplicitamente, che lui avrebbe dato sempre e solo quello che Rudolf Steiner aveva indicato come insegnamento, esercizi, e pratiche interiori. Vale la pena di riportare direttamente dal dattiloscritto originale della trascrizione di quelle conferenze – quanto è stato pubblicato, decenni dopo la sua dipartita, dalla romana casa editrice Tilopa, ha subito pesanti e, a mio avviso, molto discutibili, interventi redazionali da parte dell’editore – quanto Giovanni Colazza disse già nella prima conferenza, quella del 4 gennaio 1945:

«Io seguirò più o meno il libro, ma naturalmente, in quasi diciotto anni di ulteriore attività, il Dottore ha dato molto, specialmente su certi punti, che serve di schiarimento e di integrazione a questo libro; aggiungerò poi altri insegnamenti del Dottore che si trovano sulla stessa direzione e che sono estremamente utili per ottenere dei reali risultati.

Naturalmente se io espongo queste cose in modo personale, tengo a dire che non ci metto niente di mio, vale a dire niente che il Dottore non abbia detto; di questo potete essere sicuri, in quanto su questo punto sono sempre stato intransigente con me stesso e con gli altri».

E lo studio delle conferenze che di lui son giunte sino a noi, conferma pienamente questa sua severità e rigore, questa sua ‘intransigenza’, nel ‘ritrarsi’, nel ‘tirarsi indietro’, per far parlare l’Opera di Rudolf Steiner.   

Lo stesso rigore lo possiamo constatare nell’Opera di Massimo Scaligero. Egli più volte disse che la sua Opera era ‘prima’ e ‘dopo’ quella di Rudolf Steiner: ‘prima’, perché voleva essere la ‘chiave’ per penetrare nell’essenza della Scienza dello Spirito, la ‘Via del Pensiero’ recataci da Rudolf Steiner, ossia la ‘chiave’ per ritrovare quel filone aureo del suo insegnamento che molti antroposofi hanno smarrito per superficialità, incuria, inadeguatezza, sentimentalità, intellettualismo, vanità, tradimento; ‘dopo’, perché voleva essere la ‘chiave’ della fedeltà all’aureo insegnamento, la fedeltà, appunto, alla ‘Via di Michele’, alla ‘Via del Pensiero Vivente’, alla ‘Via’ della concreta realizzazione, attraverso gli esercizi, la costante pratica della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone della liberazione del pensiero, la fedeltà alla Filosofia della Libertà. Ma mai, veramente mai, nella trentina di libri ch’egli pubblicò, volle ‘sostituirsi’ al Maestro dei Nuovi Tempi, ‘correggere’ le comunicazioni,  ‘completare’ i risultati delle investigazioni spirituali, di Rudolf Steiner. Mai, veramente mai, egli – che pure aveva una illimitata capacità di penetrante percezione spirituale, e ne ebbi molte prove – portò risultati della sua pur eccezionale ‘veggenza’ spirituale, e meno che mai egli insegnò qualcosa che fosse in contraddizione, o anche semplicemente ‘diverso’ da quello che insegnava Rudolf Steiner. Come, invece, fa Orao nei suoi scritti, Resurrezione e Madre. Mai, e poi mai, ho trovato negli scritti di Massimo Scaligero errori, menzogne, fumisterie, affabulazioni, finzioni, o imposture, come invece ho dovuto rilevare, e documentare, molte volte nei suddetti scritti di Orao

Prendendo come criterio di discriminazione spirituale quell’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla grandiosità della rivelazione di Rudolf Steiner – atteggiamento interiore che non esclude punto, anzi esige un ben sveglio senso critico, grande coraggio conoscitivo, e coerenza di fronte alla Verità – che mi indicava Hella Wiesberger, e che si traduce in quel ‘sich zurückziehen’, in quel ‘ritrarsi’, ‘tirarsi indietro’, ‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, che è la verace moralità dello Spirito, è inevitabile concludere che l’atteggiamento, la  disposizione dell’anima di Orao, nei suoi scritti, nel suo presumere – compiendo enormi errori, e giungendo sino alla falsificazione, e all’impostura – di ‘correggere errori’ sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, di ‘completare’ un’Opera ‘carente’, e sotto certi aspetti – a suo dire – ‘superata’, sia molto lontano da quello proprio, invece, di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Giovanni Colazza, dello stesso Massimo Scaligero. Vedremo, nel proseguo del presente studio, a quali risultati veramente ‘stupefacenti’ conduca una tale – sit venia verbo – ‘presunzione’, e come le ‘rivelazioni’ della sua peculiare ‘chiaroveggenza’ vadano direttamente in rotta di collisione con le comunicazioni di Rudolf Steiner, che le smentiscono clamorosamente.   

4 pensieri su “VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. UNDICESIMA PARTE.

  1. Gentilissimo Hugo,
    che sviluppo ha poi avuto la sua traduzone del Quinto Vangelo di Rudolf Steiner di cui parla nella 12a parte di quesro suo straodinario e fondamentale studio? E’ in qualche modo reperibile? Io e, credo, molti altri, ne saremmo veramente interessatì.
    Lascio questo commento nella 11a parte perché nella successiva non è apparentemente possibile rilasciare commenti.
    Grazie
    Uther pendragon

    • Gentilissimo Uther Pendragon,
      purtroppo le vicende, che avvennero a cavallo della fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta dello scorso secolo, furono per me estremamente difficili e dolorose, e mi determinarono, dopo l’ostracismo e le persecuzioni messe in atto da coloro che nella mia città e a Roma operavano a realizzare il famigerato “trasbordo ideologico inavvertito”, a pro’ della nota potenza straniera transtiberina, a non proseguire nella traduzione, anche perché impegnato in difficili circostanze logistiche e di lavoro. Il testo me lo leggevo nell’originale tedesco, e ad altri invece interessavano le mistiche “rivelazioni”, provenienti da una ambigua fonte, i cui effetti deleteri si son visti, poi, nel procedere del tempo. attualmente sono impegnato molto in altre traduzioni, e studi. Se in futuro ne avrò il tempo e l’agio, vedrò di riprenderne la traduzione.

      Hugo de’ Paganis

  2. Grazie della sua gentile risposta.Risalta ancora una volta il grande rammarico per le occasioni perdute, davvero innumerevoli, che potevano contribuire a costruire quella comunità che tanto auspicava il Dottore. Ma questo deve renderci più inflessibili e determinati nella fedeltà al nostro maestro. Ed il suo blog è un punto fermo per chi questa comunità cerca di cotruirla comunque, al di là di qualsiasi ostacolo gli possa venir contrapposto.
    Grazie davvero Hugo
    Uther Pendragon

    • Gentile Uther Pendragon,
      La ringrazio per le cortesi parole, che incoraggiano a proseguire le battaglie intraprese.
      In realtà, naturalmente, il blog non è mio, se non nel senso che mi è molto caro. Su Ecoantroposophia, io sono solo un ospite per la generosità degli amici che hanno creato e portano avanti, con passione e sacrifici, questo temerario blog.

      L’arte – e devo questo all’insegnamento di Massimo Scaligero – è trasformare le difficoltà in occasioni. io non sono affatto pessimista: credo nella “magia” della volontà realizzante. Essere coscienti, conoscere, il Vero, e Volere il Bene, è fonte di illimitata forza, e del vero coraggio! Siamo condannati a vincere, ci diceva Massimo Scaligero,perché noi abbiamo il pensiero!: il pensiero volitivo, che insistendo nell’incessante ri-crearsi trasmuta in pensiero-folgore: questo supera ogni difficoltà, traforma la tenebra in luce, e il male in bene!
      Avremo la temerarietà di voler realizzare lo Spirito, di realizzare il Pensiero Vivente!

      Hugo de’ Paganis

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