QUALCUNO MI CHIEDE L’IMPOSSIBILE (di F. Giovi)

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Qualcuno mi chiede l’impossibile. Io vorrei… ma m’è impossibile: ho dimenticato la bacchetta (magica) in un supermercato. Se potessi prendere ora un appuntamento in via Giovanni Cadolini N. 7, informerei con molto rispetto Massimo che alcuni termini usati nei suoi libri hanno incocciato teste dure – naturalmente chi mi legge ne è escluso – causando qua e là scintille.

Come per esempio la parola “risalire” e naturalmente “imagine sintesi”. Sono termini che vanno bene per pochi e maluccio per tanti. Con il “risalire” qualcuno pensa di poter cogliere con lo sguardo interiore il pensare nel momento anteriore al pensato: cosa che può avvenire, ma non tentando di (metaforico) guardarsi alle spalle per acchiappare il ‘prima’ dei pensieri.

Con il termine “imagine sintesi” abbiamo altre difficoltà, almeno due: la prima consiste nel fatto che Massimo è tremendamente preciso (ad esempio se scrive “Scienza dello Spirito” si riferisce a qualcosa che si distingue interiormente da quello che, ad un livello di esperienza piú ordinario è indicato genericamente come antroposofia) e usando la parola “imagine” (con una sola emme) nuovamente distingue riferendosi ad una piú profonda evocazione d’immagine che ascende piuttosto dal “cuore” che dallo sforzo (iniziale) di costruire immagini nel buio tosto della nostra testa, sforzo oculare compreso.

Non è che desse per scontato che fossimo quasi Iniziati, ma parlava all’elemento più elevato di noi: quello che potenzialmente può, e poco alla nostra miseria che crede di non farcela mai. Non giudicava il ‘basso’ ma parlava all’alto: all’IO presente a nostra insaputa. Io sono un ottuso patentato e per questo, forse, non faccio testo. Posso però affermare che molto di quello che mi indicò, seppure con estrema semplicità verbale, l’ho compreso veramente 10, 20 e più anni dopo: sempre attraverso una corrispondente esperienza.

Con la parola “sintesi” si riferisce al potere di sintesi interno ai concetti e alle idee: potere che c’è, che usiamo continuamente (“Maria, passami il cucchiaio” e Maria di solito non ti lancia il tritacarne ma ti porge, tra tutti i cucchiai possibili, quello più adatto al tuo pasto) ma che non sperimentiamo mai in sé, o meglio potere che s’accende con ogni concetto – è la sua forza – ma immediatamente svanisce per la coscienza ordinaria in cui permane al massimo l’eco: l’astrazione/rappresentazione.

Morale: ricostruire l’oggetto della concentrazione ed enucleare e mantenere con l’immagine pure il suo significato (concetto) è già afferrare di continuo la sintesi, ordinariamente perduta: all’inizio fare più di questo è impossibile, ed è già un atto di notevole difficoltà. Molti hanno provato nel tempo a far confluire diverse rappresentazioni in una sorta di unità superiore: non ci sono mai riusciti o hanno prodotto una fantasia psichedelica che non sposta il limite astratto di un centimetro. Non avendo compreso che la concentrazione non è un percorso tra A e B che si finisce in dieci minuti, ma corrisponde a un’ascesi di molti anni di duro lavoro.

Ogni indicazione che trovi in un testo spirituale è polisenso, come scrive papà Dante a Cangrande della Scala: ad ogni mutamento dell’anima e della coscienza risponde con un nuovo significato: «Tuttavia l’ignoranza della gente formula giudizi azzardati, allo stesso modo in cui crede il Sole della dimensione di un piede».
Date un’occhiata a quali profondità alludono le belle parole della dott.ssa Karen Swassjan quando nella recensione della Logica contro l’Uomo aprì uno spiraglio al significato di alcune frasi dello Steiner che trovate in un volumetto con il quale mai ci si confronta – trattasi di Verità e Scienza, libriccino indicato dal Dottore pure nella Scienza Occulta, V capitolo, insieme alla Filosofia della Libertà, quale via operativa e sicura per l’esperienza spirituale.

Del resto: se la concentrazione è intensificazione insistente del movimento tale che esso divenga forma del proprio contenuto, mi si spieghi come si possano davvero pensare 2, 5, 10 immagini contemporaneamente e quale sia il senso di incollarle insieme se non quello di svilire l’esercizio ad una visualizzazione da circo. È palesemente impossibile (patologie psichiche a parte)! Questi tentativi, legittimi solo nell’ignoranza del primo approccio, divengono poi esperimenti da mad doctor dei b-horror movie anni ’50.

Allora: brutale scopo della Concentrazione è portare tutta l’attenzione (in senso letterale ed assoluto) in un solo punto di pensiero. È impossibile farlo immediatamente. È possibile farlo a poco a poco per gradi. Si inizia dall’apprendimento di un decente controllo sul flusso dei pensieri e lo chiamiamo “controllo del pensiero”: è il primo esercizio dei famosi 5. Questo è il lavoro duro, lungo e faticoso: protratto e duro quanto dura l’inerzia e la ribellione dell’anima. Quando ciò viene realizzato, il pensiero stesso tende a rallentare e persino ad arrestare a momenti il proprio flusso inferiore.

Passiamo alla seconda fase: dopo una brevissima considerazione riassuntiva – discorsiva, immaginativa o mista – dell’oggetto, si tiene nella luce dell’attenzione totalmente voluta e concentrata, l’immagine dell’oggetto (che già contiene la sua sintesi!!): la prima, l’ultima, una qualsiasi, un qualcosa di stilizzato: non ha alcuna importanza (la struttura formale dell’oggetto è proprio un niente che serve a mantenere la continuità della focalizzazione). L’opera non esige più lotte e fatiche: nel silenzio dei pensieri la richiesta è fornire attenzione e continuità all’immagine: è in questa quieta semplicità che l’attenzione può separarsi completamente dal sé corporeo per darsi o “abbandonarsi” del tutto all’oggetto di pensiero. In piena destità e continuità per cinque secondi o tre minuti. Allora tutto cambia: l’universo si rovescia!

Rammentiamo all’infinito che di solito questi passaggi celano un lavoraccio individuale di anni o di moltissimi anni. Poi, subito o dopo – qui regna l’imprecisione – succede che rimane il flusso e cade il “senso dell’immagine”, ossia quello che l’umano ordinario attribuisce ai pensieri, oppure cade l’immagine e rimane un “nulla pieno” o un “segno di luce” e, al posto di immagini, pensieri o rappresentazioni e compagnia cantante c’è una forza (fortissima) che fluisce come fluiva il pensiero, ma questa è forza-pensiero: quello che viene prima del pensiero. Ed è vivente.

La “conditio sine qua non” indiretta è la potenza del volere che, praticando con regolarità e rigore, s’accende e sale, saturando il pensare… sino a far ‘saltare il banco’: il vero segreto sta tutto nella volontà che sino a quel momento non va vista o cercata: non perché non si ‘deve’ ma perché non si può: tentarlo è da scemi. Sarebbe un vero guaio confonderla – come si fa di solito – con il suo effetto corporeo che rimanda sempre ad un a-posteriori del tutto fisico-sensibile.
Il mio parere è che il Grande Ostacolo (tolto l’ovvio della grande confusione dilettantesca e della carenza di seria disciplina giornaliera) stia nel fatto che la Via appaia troppo semplice per le complicate menti contemporanee, in primis quelle antroposofiche, che in una certa misura conoscono la strada ma non smettono mai di godersi i propri pensieri. Tutto qua.

Un pensiero su “QUALCUNO MI CHIEDE L’IMPOSSIBILE (di F. Giovi)

  1. Credo che il semplice mal si confaccia ai complicati, esigendo troppa fatica per non presentarsi come un recidivo bussare.

    Può dimenticare tutte le bacchette che vuole… Lei è quella del rettificare.

    “A chi giudica eccessiva questa visione bisogna rispondere con l’osservazione che, dove la forma supera minimamente il contenuto, l’associazione perde il suo significato spirituale e diviene un falso. Nel migliore dei casi essa è un’illusione e comunque un capestro per l’evoluzione animica dell’associato.”

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