LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SESTA PARTE.

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Continuiamo il presente studio, che vorrebbe portare ad una maggiore comprensione delle immani forze che operano nell’attuale tragica situazione dell’uomo e dell’umanità, ossia delle forze che sono attive nell’attuale ‘guerra occulta’ tra Michele e gli Spiriti delle Tenebre, i quali sconfitti nei Cieli, e scaraventati nel terrestre, si avventano sull’uomo per portarlo a perdizione. Ma questa è, appunto, la natura del Male, e la comprensione della sua funzione ci riporta all’essenza dell’insegnamento di Mani, alla missione umana e cosmica del Manicheismo. Prima di affrontare il mistero del Male delle origini, è savio ricordare – una volta di più – la pericolosità dell’attuale situazione, nella quale l’essere umano si aggira stordito e inconsapevole. A tale proposito giova riportare le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che si trovano in chiusura di uno dei suoi più importanti cicli di conferenze, ciclo tenuto poco dopo la fine del primo conflitto mondiale. Il tema affrontato da Rudolf Steiner è collegato con quello della soluzione del problema sociale, che oggi, forse ancora più drammaticamente di allora, assilla il singolo uomo, e le comunità. Ho trascritto quel testo letteralmente: ho solo sostituito alla parola ‘triarticolazione’ quella di ‘tripartizione’, che fu adoperata in Italia, col consenso del suo autore, sin dalla primissima edizione del suo libro sulla questione sociale. Del resto, ‘tripartizione’ fu la parola costantemente usata, et pour cause, da Massimo Scaligero nelle sue opere, ed ha una diretta connessione con la ‘tricotomia’ di Paolo di Tarso, con la ‘tripartizione’ della struttura occulta dell’uomo in corpo, anima, e spirito. Per cui leggiamo in Rudolf Steiner, La missione di Michele, GA-194, Editrice Antroposofica, Milano 1981, pp. 218-219:

«La missione di Michele

Conferenza tenuta a Dornach il 15 dicembre 1919

Se il corso del mondo proseguirà come è avvenuto per la vita spirituale, venuta da oriente ma in corso di degenerazione, allora la vita spirituale, che a un estremo all’inizio, era stata la verità più elevata, precipiterà all’altro estremo nella menzogna più terribile. Nietzsche dovette esporre come già i greci si preservarono dalla menzogna nella vita mediante la loro arte. L’arte è in effetti la creatura divina che preserva gli uomini dalla caduta nella menzogna. Se questo primo ramo della civiltà sarà seguito solo unilateralmente, questa corrente [sc. la corrente spirituale] sfocerà nella menzogna. Negli ultimi cinque o sei anni [sc. durante la prima guerra mondiale] si è mentito in seno all’umanità civile, più che in tutti gli anni della storia del mondo; quasi mai venne detta la verità nella vita pubblica, quasi nessuna parola corsa per il mondo era vera. Mentre questa corrente sfocia nella menzogna, la corrente centrale sfocia nell’egoismo. Una vita economica come la angloamericana, che dovrebbe approdare al dominio del mondo, se non si adatta a lasciarsi compenetrare dalla vita spirituale indipendente e dalla vita statale indipendente, sfocerà nel terzo abisso della vita umana, nel terzo dei tre. Il primo abisso è la menzogna, degenerazione dell’umanità attraverso Arimane; il secondo è l’egoismo, degenerazione dell’umanità attraverso Lucifero; il terzo è la malattia e la morte sul piano fisico, la malattia e la morte della civiltà sul piano culturale.

Il mondo anglo americano può raggiungere il dominio del mondo: senza la tripartizione, con tale dominio riverserà malattia e morte sulla civiltà del mondo, poiché queste sono il dono degli Asura, così come la menzogna è un dono di Arimane e l’egoismo un dono di Lucifero. Dunque il terzo abisso che si pone degnamente accanto agli altri due, è un dono delle potenze asuriche.

Questi fatti ci devono infondere entusiasmo e fuoco per cercare le vie per illuminare quanti più uomini è possibile. Illuminare l’umanità è oggi compito di chi ha compreso la realtà. Dobbiamo fare tutto il possibile per contrapporre alla stoltezza che si crede saggezza, e pensa di aver agito magnificamente, tutto quanto possiamo acquisire dall’aspetto pratico della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». 

Queste le parole – attuali oggi come non mai – del Maestro dei Nuovi Tempi, dette in chiusura del ciclo sulla ‘missione di Michele’, missione che in definitiva viene a coincidere con urgenza che l’uomo fronteggi e risolva l’enigma del Male. Quindi, essa è anche la ‘missione dell’uomo’. Questo ci riporta all’essenza del Manicheismo. Ora, già nella seconda conferenza (II capitolo del libro), La missione del Manicheismo, tenuta nel 1906 a Parigi, trascritta da Édouard Schuré in Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, tradotta da Bruno Roselli, e pubblicata da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 31-32, leggiamo:

«L’occultismo cristiano procede in gran parte dai manichei la cui tradizione è sempre viva e il cui fondatore, Mani, visse sulla terra trecento anni dopo Gesù Cristo.

L’essenziale dell’insegnamento manicheo poggia sulla dottrina del bene e del male. Per l’opinione comune, il bene e il male sono due assoluti irreduttibili, di cui l’uno (il bene) deve distruggere l’altro (il male). Per i manichei, al contrario il male è una parte integrante del cosmo; esso collabora alla sua evoluzione e deve infine essere assorbito, trasfigurato dal bene. La grande originalità del manicheismo è di studiare la funzione del male e del dolore».

Nel capitolo XII, là dove si parla degli strati che costituiscono l’interno della Terra, a p. 164, viene data da Rudolf Steiner una breve descrizione – non più di un accenno – dello strato più interno, il nono ed ultimo, con le seguenti parole:

«L’ultimo strato è dotata di una sostanza dotata d’azione morale, ma opposta a quella che deve elaborarsi sulla Terra; poiché la sua sostanza, la forza ad essa inerente, è la separazione, la discordia, l’odio. È qui che nell’Inferno di Dante, si trova Caino, il fratricida. Tale sostanza è l’opposto di tutto ciò che tra gli uomini è buono e bene. Il travaglio dell’umanità per stabilire la fraternità sulla Terra neutralizza e depaupera, in proporzione diretta, il potere di tale sfera. È la forza dell’amore che trasformerà, in ragione della sua spiritualizzazione, il corpo stesso della Terra. Questa nona sfera è l’origine sostanziale di ciò che appare sulla Terra nella magia nera, cioè nella magia fondata sull’egoismo».

Ho preferito trascrivere la traduzione eseguita da Bruno Roselli, e pubblicata nel 1940 dai Fratelli Bocca, e non la traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, senza data, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano. 18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré, perché nella versione pubblicata dalla Tilopa di Roma, si trova aggiunta, a p. 121, sùbito dopo il paragrafo da me trascritto, la seguente frase, che non si trova nell’originale francese, né nel testo tedesco edito dal Lascito, come si può constatare, nel volume GA-94, pp. 109-110. Tale frase, che non corrisponde affatto allo stile di Rudolf Steiner, e nemmeno a quello di Schuré, così recita:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Il testo tedesco letteralmente dice:

Neuntens: Diese letzte Schicht besteht aus einer mit moralischer Aktivität ausgestatteten Substanz, aber ihre Moralität ist entgegengesetzt derjenigen, die sich auf der Erde entfalten muß. Denn ihr Wesen, die mit ihr verbundene Gewalt, das ist: die Trennung, die Zwietracht und der Haß. Hier in der Danteschen Hölle befindet sich Kain, der Brudermörder. Diese Substanz ist entgegengesetzt allem, was unter Menschen gut und schön ist. Die Bemühung der Menschheit zur Verbreitung der Brüderlichkeit auf der Erde vermindert in entsprechendem Maße die Macht dieser Sphäre. Es ist die Macht der Liebe, die in dem Grade, wie sie sich vergeistigen wird, sogar den Leib der Erde umbilden wird. Diese neunte Schicht ist der substantielle Ursprung von dem, was auf der Erde als schwarze Magie erscheint, das heißt als Magie, die auf den Egoismus begründet ist.

Non vi è traccia di quella frase aggiunta. Qualunque sia il valore di questa arbitraria interpolazione al testo originario, ho ritenuto preferibile attenermi con rigorosa fedeltà alla parola di Rudolf Steiner, riportata dallo Schuré. 

Nel XIV capitolo della traduzione di Bruno Roselli, edita dalla benemerita, scomparsa, casa editrice Fratelli Bocca, capitolo intitolato Redenzione e Liberazione, ritroviamo un argomento sul quale si era soffermata Hella Wiesberger, e che avevo affrontato nel precedente studio. In questo capitolo, troviamo nominati in particolare sia il mistero della morte, che il mistero del male, che sono collegati in modo precipuo al tema del presente studio. Infatti, alle pp. 169-171, leggiamo:

«Vi sono sette segreti della vita dei quali non si è mai parlato, sino ad oggi, fuori delle confraternite occulte. Solo all’epoca attuale se ne può parlare liberamente. Essi vengono chiamati anche i sette segreti inesprimibili o indicibili e sono: il segreto dell’abisso, il segreto del numero (che si può studiare nella filosofia pitagorica), il segreto dell’alchìmia (che si può comprendere dalle opere di Paracelso e di Jakob Böhme), il segreto della morte, il segreto del male (al quale accenna l’Apocalisse), il segreto della Parola o del logos, e il segreto della felicità di Dio, che è il più occulto.

Tenteremo di parlare del quarto segreto, quello della morte.

Ricordiamoci che sul pianeta che ha preceduto la nostra Terra, sull’antica Luna, abbiamo distinto tre regni naturali, molto diversi dai regni terrestri. Il nostro regno minerale non esisteva ancora. Esso è nato dalla condensazione, dalla cristallizzazione del minerale-pianta lunare. Il nostro mondo vegetale è sorto dalla pianta-animale lunare. E ciò che costituisce attualmente il mondo animale proviene da ciò che fu sulla Luna l’animale-uomo. Vediamo, dunque, come ciascuno di questi regni lunari compì sulla Terra una discesa verso la materializzazione.

La stessa cosa può dirsi per gli esseri che sulla Luna erano al di sopra dell’animale-uomo: gli spiriti del fuoco. Gli uomini di quel tempo aspiravano quel fuoco come noi, oggi, aspiriamo l’aria; per ciò il fuoco è rimasto, nelle leggende e nei miti, come la prima manifestazione degli dei. Nel Faust, Goethe vi allude quando dice: «Facciamo un po’ di fuoco perché gli spiriti possano rivestirsene». Tali spiriti del fuoco dell’antica Luna, nella fase terrestre, s’incarnano nell’aria. Pertanto anch’essi sono discesi verso una maggiore materialità, verso l’aria che noi attualmente inspiriamo ed espiriamo. Essi sono la sostanza stessa dell’aria che vive attorno a noi, in noi ed avviluppa la Terra della sua atmosfera.

Ora, se tali spiriti sono così discesi sino all’aria, se i regni lunari si sono così involuti, ciò fu affinché l’uomo potesse elevarsi, grazie ad essi, sino alla divinità. S’è compiuto, infatti, un doppio movimento in seno a ciascuno dei regni lunari, la parte inferiore discendendo mentre quella più affinata s’elevava. Così l’animale-uomo fu scisso in due gruppi, dei quali l’uno, sotto l’influenza della respirazione e dell’azione degli spiriti del fuoco che si prolungano negli spiriti dell’aria, lavorò per l’elaborazione del proprio cervello, mentre l’altro discendeva verso il regno animale. Tale scissione si ritrova persino nella costituzione dell’uomo, la cui parte inferiore s’avvicina all’animale, mentre la parte superiore si eleva verso gli spiriti. Secondo che l’uno o l’altro carattere fosse più o meno pronunciato, si formarono a poco a poco, due specie di uomini: una legata, per mezzo della sua natura inferiore alla Terra; l’altra più sviluppata e svincolata dalla Terra. I primi regredirono verso gli animali; gli altri poterono ricevere in sé la scintilla divina, la coscienza dell’io. […] L’espressione fisica correlativa a questa evoluzione fu lo sboccio e la crescita del cervello umano, che divenne un tempio ove Dio poté abitare».

Dalle parole di Rudolf Steiner emerge la ‘legge del sacrificio’. Si tratta dello stesso sacrificio che ritroviamo in India sin dai tempi più antichi, ossia nei testi sacri dei Veda, nei quali dal sacrificio di Prajapati nasce l’Universo, e sorge Ṛtà, l’ordine cosmico. Lo stesso sacrificio lo ritroviamo in Grecia nel mito di Dioniso dilaniato dai Titani, e in Egitto in quello di Osiride assassinato e fatto a pezzi da Set-Tifone. Quella del sacrificio fu ritenuta essere la legge, Dharma, che ‘regge’, ‘sostiene’, la manifestazione cosmica. Infatti, il sanscrito Dharma ha la stessa radice del latino firmus: ciò che è saldo, stabile, incrollabile. Vedremo che questo sacrificio è duplice: da una parte, è il sacrificio di ciò, involvendosi, ‘scende in basso’, ossia il sacrificio di ciò che è ‘inferiore’; ma è eziandio il ‘sacrificio’ di ciò che, evolvendosi, ‘ascende in alto’, ossia di ciò che è ‘superiore’, ma che poi va incontro a ciò che, sacrificandosi, è rimasto in una condizione ‘inferiore’ allo sopo di permettere a ciò che è ‘superiore’ di ‘ascendere in alto’. Del resto, questo è il senso – o almeno, uno dei sensi – della ‘lavanda dei piedi’ dell’Iniziazione cristiano-gnostica descritta da Rudolf Steiner in moltissimi dei suoi cicli di conferenze, in particolare nella sua esegesi del Vangelo di Giovanni. Nel ‘sacrificio’ di ciò che, involvendo, ‘rimane indietro’, in una condizione ‘inferiore’, avremo la spiegazione dell’origine del Male, mentre nel ‘sacrificio’ di ciò che da una condizione ‘superiore’, acquisita evolvendo, va incontro a ciò che è ‘inferiore’, per ‘risollevarlo’, ‘trasformarlo’, ‘trasmutarlo’, avremo l’essenza dell’insegnamento di Mani e la missione del Manicheismo: la redenzione del Male.

Quanto all’origine e alla funzione del Male, nel divenire cosmico, Rudolf Steiner così ne parla nel proseguo della sua esposizione, pp. 171-175, mettendone in evidenza la natura non assoluta, anzi relativa, e finalizzata:

«Ma se si fosse realizzata soltanto questa evoluzione, sarebbe mancato ancora qualcosa: avremmo avuto minerali, piante, animali e persino uomini dal cervello sviluppato e capaci di giungere alla forma umana attuale, ma qualcosa sarebbe rimasto allo stato lunare. Sull’antica Luna non vi era nascita, né morte.

Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dalla nascita attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; essi erano rispetto a lui ciò che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello rispetto alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e, se la sua evoluzione sulla Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore dell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi nello specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei propri pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Iehovàh.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Iehovàh erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la loro evoluzione sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei di Iehovàh avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per gli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei iehovici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto tempo che Iehovàh.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III, 5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quella di aver coscienza di sé, di scegliere e di essere libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Iehovàh, sarebbe rimasto impersonale.

Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Iehovàh, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero, che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega san Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza, come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo  tre principi inseparabili e necessarî alla sua evoluzione: Iehovàh, Lucifero il Cristo».

Ma Rudolf Steiner, nel medesimo ciclo di conferenze da lui tenute a Parigi nel 1906, dopo aver affrontato il mistero dell’origine e del significato del Male, in funzione della formazione della coscienza e della realizzazione della libertà dell’uomo, affrontò pure nell’ultima conferenza, che rappresenta il XV capitolo del libro trascritto da Édouard Schuré, nella traduzione di Bruno Roselli ed edito dai Fratelli Bocca nel 1940, intitolato L’Apocalisse, il problema della ‘trasformazione’ del Male in Bene, della sua ‘trasfigurazione’, della sua alchemica ‘trasmutazione’, ossia della trasformazione della ‘tenebra’ in ‘luce’, della ‘materia’ in ‘spirito’. E questa viene ad essere la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, così leggiamo alle pp. 188-190:

«Analogamente, ciò che l’uomo possiede oggi nell’intimo della sua anima – i suoi pensieri, i suoi sentimenti – si esteriorizzerà e diverrà il suo ambiente. L’avvenire riposa in seno all’uomo: a lui la scelta di farne un avvenire di bene o di male. E come l’uomo ha lasciato dietro di sé, nel passato, ciò che costituisce il mondo animale odierno, così ciò che oggi è il male in lui formerà in avvenire, una specie di umanità degenerata. Attualmente, possiamo più o meno nascondere il bene od il male che sono in noi: verrà un giorno in cui non lo potremo più, in cui saranno scritti in modo indelebile sulla nostra fronte, sul nostro capo e persino sulla faccia della Terra. Allora, l’umanità si scinderà in due razze. Come incontriamo oggi delle rocce o degli animali, incontreremo allora degli esseri di puro male e di bruttezza. Oggi, solo il chiaroveggente legge negli esseri la loro bontà o la loro bruttezza morale; ma quando i caratteri somatici dell’uomo saranno l’espressione del suo carma [sc. Karma], gli uomini si distingueranno da se stessi, secondo la corrente alla quale manifestamente apparterranno; secondo che in essi la natura inferiore sarà stata vinta o avrà, invece trionfato sullo spirito. Tale distinzione comincia, a poco a poco, ad operarsi. Quando s’attinge nel passato la comprensione dell’avvenire e quando si vuole lavorare a realizzare l’ideale di tale avvenire, se ne vedono profilarsi i segni. Una nuova razza si formerà, che sarà l’anello tra gli uomini attuali e gli uomini spirituali dell’avvenire.

Occorre distinguere tra l’evoluzione delle razze e quella delle anime. È lasciato alla libertà di ciascuna anima di svilupparsi sino alla forma esteriore che avrà il proprio carattere del bene che incarnerà; si apparterrà liberamente a tale razza, per uno sforzo dell’anima individuale; la razza non sarà più una costrizione per le anime, ma lo scopo della loro elevazione.

Il senso della dottrina manichea è che le anime si preparano sin d’ora a tramutare in bene il male che apparirà nella sua pienezza soltanto nella sesta epoca. Occorrerà, infatti, che le anime umane siano molto possenti a far uscire il bene, per mezzo di una alchimia spirituale, dal male che si manifesterà.

Quando l’evoluzione del pianeta terrestre ripasserà, in senso inverso, per le fasi anteriori della sua involuzione, si verificherà dapprima una riunione della Terra con la Luna, poi di nuovo di questo globo misto col Sole. Ora, la riunione con la Luna segnerà il punto culminante del male sulla Terra, e l’unione successiva col Sole segnerà, per converso, l’avvento della felicità, il regno degli eletti».

Per l’uomo attuale, ossia per l’uomo del XXI secolo, nato in Occidente, e cresciuto all’interno di una civiltà materialistica, tecnologica, e intellettualistica, la cosmogonia manichea sicuramente non è di facile accostamento e comprensione. Mani parlava ad uomini antichi, nati per lo più in Oriente, che disponevano in parte ancora di una chiaroveggenza istintiva, uomini che ancora pensavano per immagini, e non per concetti astratti, uomini per i quali il linguaggio immaginativo toccava ancora corde profonde dell’anima, e risvegliava più facilmente le risonanze di una memoria spirituale. In effetti, non è certo con l’arido, e cerebrale, pensiero intellettualistico dell’uomo attuale, che si può cogliere il significato profondo della cosmogonia manichea. Ma, a tal fine, ci giunge in aiuto la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia conquistata e donataci dal Maestro dei Nuovi Tempi, il quale per la prima volta al mondo ha tradotto l’esperienza della concreta percezione spirituale nell’umano linguaggio concettuale. Come fece notare Simone Hannedouche, amica e discepola di Déodat Roché, a sua volta seguace entusiasta dell’Antroposofia, in due conferenze, Manès et le Manichéisme, e Le Catharisme Résurgence du Manichéisme, da lei tenute presso la sede della Association de Science Spirituelle, e pubblicate nei Cahiers d’Études Cathares, Ire Série, 5e année, 1954, N° 20 e N°21, 1955, la parola di Rudolf Steiner ha portato una grande luce anche su questo problema. Infatti nella prima conferenza Simone Hannedouche afferma:

«La Cosmogonia di Mani che Sant’Agostino ricostruisce sulla base della «Epistola del Fondamento» –  oggi perduta – e che si ritrova nei Kephàlaia (i Capitoli) attribuiti a Mani stesso, o a suoi discepoli immediati, è abbastanza difficile da comprendere in ragione della sua complessità e soprattutto del suo carattere immaginativo; poiché Mani si rivolgeva a popolazioni orientali che pensavano ancora per immagini. Ma riferendoci all’evoluzione cosmica, spiegata ai pensatori occidentali da Rudolf Steiner, potremo constatare la stupefacente concordanza che esiste tra le due, e l’una ci aiuterà a comprendere l’altra».

La cosa è per noi tanto più stupefacente in quanto i Kephàlaia manichei furono trovati a Medinet Madi, nel Fayyûm egiziano, solo nel 1931: sei anni dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Tradurrò e trascriverò – per utilità del volenteroso lettore – alcuni passi della bella sintesi che Simone Hannedouche fa della sorprendente concordanza tra l’immaginativa cosmogonia manichea e la concettualmente rigorosa cosmologia propria della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Così leggiamo nella prima conferenza-articolo:  

«Bisogna dapprima fare lo sforzo di pensare lo Spirito prima dell’apparizione dello spazio e del tempo: un oceano senza limiti di entità spirituali in incessante attività di pensiero; attività naturalmente invisibile ad occhi umani. Ma quel che occorre sottolineare, è che, benché distintegli uni dagli altri, questi esseri spirituali non sono separati, divisi: essi costituivano veramente un oceano agitantesi di pensieri creatori.

Ora, può accadere – ed è accaduto – che una parte di quest’oceano si separi dal resto, senza barriera separatrice naturalmente, divenendo in qualche maniera più ricettiva: una sfera immensa di essenza spirituale si offre all’attività delle entità circostanti. Si concepisce che, spiritualmente, si produce la separazione: uno «spazio» si pre-forma nello Spirito. Questa essenza spirituale, ancora appena distinta, è, secondo Rudolf Steiner, l’essenza dei Troni, e, l’immensa sfera ch’essa offre all’attività ambiente, è il periodo che la Scienza Occulta denomina come quello di Saturno.  Essa ruota su se stessa per permettere ad ogni gruppo di entità di pre-formare in successione le dodici parti del futuro corpo umano, e si stabilisce una successione: il tempo. Lo spazio a tre dimensioni non si formerà in realtà che sulla T erra. 

La Scienza Occulta indica poi come questa essenza saturnia, che può essere paragonata ad una specie di calore estremamente sottile, si sia condensata poco a poco restringendosi. Essa si scinde: una parte delle entità ricettive, troppo lente ad evolversi, tendono a ritardare l’evoluzione, ad appesantire il globo, mentre altre evolvono verso la pura luce. La sfera pimitiva passa così dal calore sottile allo stato di fumo, di vapore, si dice generalmente: di aria, poi secondo la medesima tendenza, allo stato liquido, e infine allo stato solido della nostra Terra attuale. La separazione iniziale si è dunque accentuata al punto di giungere ad una «Terra» completamente isolata in se stessa, e la cui materia densa è il contrario stesso dello Spirito; e poiché questa materia è, in origine, essenza di volontà spirituale (i Troni), essa manifesta ormai una tendenza estrema a mantenere questo isolamento, a divenire un mondo indipendente, il contrario, il nemico dello Spirito primordiale. Se questo irradia  come la luce, la Terra solida, al contrario, è oscurità; è l’opposizione manichea della «Terra lucida» primitiva, e della «Terra pestifera» attuale. È altresì ciò che si può chiamare il Male cosmico per opposizione al Bene cosmico, e procedente dalla divinità creatrice.

Ora, il corpo dell’Uomo, in origine fatto di calore, ha partecipato a questa densificazione; se non è arrivato alla durezza cristallina delle nostre montagne primarie, è che esseri spirituali lo hanno protetto da ciò, la carne che lo costituisce è ancora compenetrata di vita; solo, la struttura di sostegno, lo scheletro, si è ossificato, e la testa, per lungo tempo aperta verso l’alto, si è richiusa, isolando così il pensiero. Questo pensiero che la vita divina non attraversa più, questo pensiero «umano», è alla base di ciò che noi chiamiamo coscienza; esso è la condizione della nostra libertà nei confronti degli dèi. […] Il male cosmico ha dunque come risultato – e come scopo – quello di realizzare delle individualità umane, coscienti, e libere:  

«Le forze del male non esistono nel cosmo per portare gli uomini ad azioni delittuose. Esse esistono invece per suscitare nell’uomo, quand’egli sia chiamato a sviluppare l’anima cosciente, l’inclinazione ad accogliere la vita spirituale  nel modo», Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, V conferenza , tenuta a Dornach, il 26 ottobre 1918, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p.105.

[HdP: per la sua importanza rispetto al tema della funzione del Male nell’evoluzione dell’uomo e del mondo nel Manicheismo, trascrivo qui il corrispondente testo tedesco di Rudolf Steiner: «diese Kräfte des Bösen, um den Menschen zu verbrecherischen Handlungen zu führen, sondern sie sind im Weltenall dazu vorhanden, um, wenn der Mensch aufgerufen ist zur Bewußtseinsseele, in ihm die Neigung hervorzurufen, das geistige Leben so zu empfangen», Rudolf Steiner, Zeitgeschichtliche Betrachtungen, GA-185, Rudolf Steiner Verlag, Dornach. 1982, p. 111]

La coscienza della nostra solitudine, di quel che si chiama oggi l’assurdità della condizione umana, ci condurrà in effetti a ricercare e a ritrovare lo Spirito. Ma innumerevoli esseri hanno accettato nel nostro interesse di lasciarsi stregare [ensorceler in francese] nella materia, se altri hanno rallentato la loro evoluzione per non abbandonarci interamente, non è altro che giusto che l’uomo, dotato di un vantaggio inestimabile, li restituisca, poco a poco, nella misura dei suoi progressi, alla loro condizione spirituale prima, e, a sua volta, li aiuti nella loro evoluzione, giacché tutto evolve: è il debito cosmico dell’Uomo nei confronti dei regni inferiori. Tuttavia non vi è  soltanto il male cosmico: tutti abbiamo in noi la tendenza a isolarci nella nostra individualità personale, non soltanto dagli dèi, ma anche dai nostri fratelli umani: l’egoismo, l’incomprensione, la frenesia di voler tutto riportare a sé, è il male umano. Bisognerà vincere  anch’esso, e risollevare coloro che vi si abbandoneranno: questa redenzione, lenta ma necessariamente totale degli uomini malvagi e dei regni inferiori che si sono sacrificati per noi, è la ragion d’essere del manicheismo».  

Possiamo dire che questo pensiero dell’operare alla salvezza di coloro che per noi si sacrificarono, affinché ascendessimo ad una condizione spirituale più alta, sia l’essenza cristica stessa del Manicheismo, così come lo è della concezione del Mahâyâna del Bodhisattva, il quale è talmente interiormente ‘libero’ da decidere coraggiosamente di ‘rimandare’, sine die, la propria stessa ‘liberazione’, e la stessa beatitudine del Nirvâṇa, sino a che «l’ultimo filo d’erba, e l’ultimo granello di sabbia del Gange, non abbiano raggiunta l’Illuminazione, e la Liberazione prima di lui». È la Via della ‘Grande Compassione’, Mahâkaruṇa, che scaturisce dalla della ‘Sapienza Trascendente’, Mahâprajñâ, : la Via del Bodhisattva Avalokiteśvara. È l’impulso cristico del Graal, che nel Parzifal di Wagner fa pronunciare le parole finali: «Salvezza al Salvatore». Ma proseguiamo con la trascrizione delle parole di Simone Hannedouche:

«Ciò [sc. la redenzione e il risollevamento di coloro che, sacrificandosi per noi, sono caduti in una condizione inferiore] non si farà senza lotte, e la resistenza sarà violenta: è per questo motivo che Mani presenta la sua cosmogonia  come un combattimento che comincia con la manifestazione: da lì viene l’accusa di dualismo assoluto. Egli non parla di ciò ha preceduto tale lotta, egli insiste sull’esistenza effettiva del male, che Sant’Agostino negherà.

Il primo Eterno esiste prima di tutto ciò che è esistito ed esisterà: questo Dio unico è al di sopra di tutto, è il Padre della Grandezza (Zervan, il Tempo senza limiti) e dai lui procedono le «emanazioni divine». […]

La cosmogonia di Mani ci pone immediatamente nella fase di evoluzione che R. Steiner chiama la fase solare; l’elemento di calore si condensa, la luce si svincola verso l’alto, mentre che il «fumo», l’aria, si accumula verso il basso. Durante l’evoluzione del mondo solare, gli Arcangeli si costituiscono un corpo gassoso, ma lo lasciano, secondo un ritmo regolare, per irradiare nello spazio la Saggezza divina. È allora che si stabilisce un antagonismo: Lucifero l’entità ribelle, sedotto da Satana, il principe delle tenebre, vuole restare presente in questo corpo gassoso ed impadronirsi per se stesso della Saggezza divina, per rinchiuderla in sé e non irradiarla; mentre Colui che chiamiamo il Christo, si offre alle entità divine superiori perché, attraverso di Lui, esse possano irradiare la Saggezza. Due «regni», secondo l’espressione manichea, sono così in presenza; quello del Principe delle Tenebre la cui «sostanza» è l’aria e quello dell’Entità di Luce. E il desiderio nasce nel  Principe delle Tenebre di «conquistare con i suoi demoni quella regione straniera e sfolgorante, e di assimilarsela inghiottendola in sé», H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Civilisation du Sud, S.A.E.P., Paris, p. 76.

Di fronte alla minaccia di un tale assalto, il Padre della Grandezza invia la propria «anima», quell’«io» che Mani chiama l’Uomo primordiale, ma questo Messaggero viene divorato dai Demoni. È facile riconoscere qui l’azione dei Cherubini che, dal circolo dello Zodiaco circondante la sfera solare, proiettano nella parte gassosa l’immagine delle quattro forme primordiali, l’Aquila, il Toro, il Leone, e l’Angelo, la cui armonia l’Uomo futuro realizzerà. Il Padre della Grandezza «mescola» così all’oscurità, quel lievito di potenza divina, di vita, che a poco a poco trionferà delle forze di condensazione inerenti all’elemento oscuro che diventerà materia.

E, difatti, per salvare l’Uomo primordiale  così «inghiottito», il Padre della Grandezza suscita una seconda creazione, lo «Spirito Vivente», che interviene in una nuova fase dell’evoluzione: l’antica Luna, secondo la Scienza Occulta di Rudolf Steiner. – L’aria è divenuta acqua e, in quel nuovo abisso, Lucifero è caduto con i suoi angeli, trascinando l’Uomo primordiale. Ma lo Spirito Vivente «chiama»: la Scienza Occulta spiega che ad ogni condensazione risponde uno svincolamento di un elemento più puro: il suono corrisponde all’acqua. Essi si separano più nettamente di quanto non abbiano fatto la luce e l’aria nel Sole: due astri si distaccano, l’uno, luminoso, l’altro, oscuro: è ciò che Mani indica con la chiamata dello Spirito Vivente e la risposta dell’Uomo primordiale che sale dall’abisso. Lo Spirito Vivente tende allora la mano destra all’Uomo primordiale ch’egli trae fuori dall’oscurità: questo segno di saluto si è conservato nella stretta di mano manichea. 

Ma se l’Uomo primordiale irradia come un nuovo Sole al di sopra dell’abisso, la sua anima è rimasta mescolata agli elementi densificati: essa è, in effetti, quella sostanza luminosa derubata e conservata da Lucifero. Lo Spirito Vivente organizza allora la fase seguente dell’evoluzione della Terra con il «rozzo corpo degli Arconti». Noi riconosciamo la struttura della Terra con i suoi continenti, i suoi oceani, ed altresì la disposizione del Cosmo con i dieci firmamenti, le dieci gerarchie (contando quella dell’uomo) e le otto terre, cioè gli otto pianeti dell’Omoforo, il corpo, il corpo portatore dell’uomo, porta sulle sue spalle: Terra, Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove e Saturno.

E, come terzo inviato, il «Messaggero», che forma il nostro «sé spirituale» (secondo Steiner), incaricato di liberare poco a poco la luce rimasta prigioniera nella materia mediante la trasmutazione di questa in spirito: ma sorge un nuovo contrattempo: la bellezza della forma luminosa del Sé spirituale suscita il desiderio di «Az», la materia concupiscente. Essa costruisce dei corpi della stessa forma, li riempie di materia, e Lucifero porta le anime ad introdurvisi «per conoscervi il bene e il male». E le anime sedotte si ritrovano prigioniere di quei corpi di carne e legati alla Terra mediante la procreazione carnale. La minaccia è grave: diviene necessario un quarto inviato: è Gesù-Splendore, Gesù Glorioso, l’Uomo-Dio, che noi chiamiamo il Christo. Questi «risveglia Adamo, gli apre gli occhi lo fa alzare ed ergersi… gli rivela l’origine infernale del suo corpo, la sorgente celeste del suo spirito, gli disvela la «gnosi», la scienza di tutte le cose, di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che è, e di tutto ciò che sarà», H. Ch. Puech, op. cit., p. 82.

A partire da questo momento, grazie alle forze solari del Christo ch’egli può prendere in sé, è l’uomo che condurrà la lotta contro il male, liberare la propria anima, e riconquistare il proprio corpo spirituale così come i suoi principi spirituali sino all’Io primordiale. I tre sigilli dell’iniziato manicheo sono i segni di questa evoluzione, ma l’uomo, perfezionandosi, purificandosi attraverso vite successive, libera la «sostanza divina inghiottita, che emerge e si libera dell’Oscurità al tempo stesso che esaurisce la vita della materia», H. Ch. Puech, op. cit., p. 83. Le peripezie di questa lotta, indicate sino al completamento della fase terrestre fisica, concordano con quelle che annuncia Giovanni nell’Apocalisse. In quel momento, la «Statua umana» sarà completata: il sé spirituale nel corpo spirituale, ma la realizzazione completa dell’Uomo, spirito della decima gerarchia, e la redenzione del male proseguiranno in fasi di evoluzione che Mani non precisa più e che dobbiamo ricercare nella Scienza dello Spirito.

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Certamente, il manicheismo è all’opera sin dalla venuta del quarto inviato, il «Gesù-Glorioso», ma esso non si rivela che nel terzo secolo della nostra era con l’incarnazione di Mani. Prima del Christo, erano gli dèi di luce stessi che intervenivano per impedire alle anime di sprofondare totalmente nell’abisso; ora che esse hanno la forza di salvare se stesse, prima che l’Uomo abbia piena coscienza del suo potere, è Mani che interviene ogni volta che un pericolo grave minaccia l’evoluzione umana. […] È per questo che il suo nome personale rimane ignorato: egli è «Manas, Mani», il Sé spirituale e i suoi discepoli lo venerano come il Paraclito, lo Spirito Consolatore promesso dal Christo, lo «Spirito Santo».

Nel mito del Graal, nel suo precipitare dai Cieli, dal mondo della Luce, in séguito alla lotta con l’Arcangelo Michael, Lucifero perdette la pietra verde ch’egli portava col suo diadema sulla fronte. Da questa pietra verde venne poi ricavato il Graal, il Sacro Calice nel quale Giuseppe d’Arimathea raccoglierà parte del sangue del Christo. Il Graal fu portato in Occidente – fatto estremamente significativo – e dato in custodia prima a Titurel, poi ad Anfortas, e custodito nella inaccessibile Sacra Rocca, nel Castello del Graal. Infine, fu Parzifal a divenire Re e Custode del Graal. Per chi conosca la ‘leggenda del Graal’, così come essa venne sapientemente raccontata da un Iniziato come Wolfram von Eschenbach, non vi è alcun dubbio circa il fatto che, nella saga da lui riportata, si abbia a che fare con una forma iniziatica, e profondamente spirituale, di Cristianesimo che nulla doveva all’imperante, e arrogante, ortodossia  cattolica, che proprio in quegli anni, nella cosiddetta ‘crociata contro gli albigesi’, procedeva a sterminare i catari, da essa definiti, dal suo punto di vista con ragione, ‘manichei’. Anzi, molti studiosi hanno visto nella ‘spiritualità misterica’ che aleggia nella trilogia di Wolfram von Eschenbach – il Titurel, il Willehalm, il Parzifal – una forma di spiritualità ‘catara’ e ‘manichea’. La cosa è per me assolutamente certa, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner parla di Parzifal come del rinato Mani. Alla base dell’impresa del Graal vi è la restituzione dello stato primordiale dell’uomo in forma novella, la ricostituzione dell’Androgine Celeste, della Coppia Univoca, la redenzione del Male mediante la sua trasmutazione in Bene, la trasformazione della Tenebra in Luce.   

Nel mito, riportato da vari autori, il Graal è sia una ‘pietra’ – la gemma perduta da Lucifero nella sua caduta dai Cieli – sia un ‘vaso’, un ‘calice’ nel quale venne raccolto sul Golgotha il sangue del Christo – ed è singolare che il nome ‘Mani’ – che in sanscrito significa ‘gemma’, ‘pietra preziosa’, come nel caso della ermetica e alchemica ‘pietra filosofale’, autrice di ogni mirabile ‘trasmutazione’ – e che in siriaco ‘Mana’ significhi ‘vaso’, ‘ricettacolo’, e che Agostino di Ippona, che nella sua gioventù era stato ‘uditore’ manicheo per nove anni, riferisca che per i suoi antichi compagni di fede il nome ‘Manicheus’ – come anche veniva trascritto il suo nome nelle fonti latine –  significasse «pietra vivente» o «vaso vivente» (in siriaco Manî Hayyâ, e Mana Hayyâ). Questo ci riporta al tema del Graal, e della sua impresa. Il lettore avrà modo, nel proseguo del presente studio, di vedere la connessione profonda di queste considerazioni col tema che tanto ci preme approfondire.

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