LEGGERE CON MAGGIOR ATTENZIONE TESTI QUALI TEOSOFIA O LA SCIENZA OCCULTA (di F. Giovi)

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«Leggere con maggior attenzione testi quali Teosofia o La Scienza Occulta, ascoltare il più possibile soltanto sé stessi e quello che si sente vero nelle parole del Dottore, e imparare a fare a meno delle ‘opinioni’ degli altri».

Questo è un consiglio, non un’opinione. Confesso che tra un’opinione e un cobra, senza esitazione scelgo il cobra (tra l’altro ai serpenti la meditazione, a modo loro, piace… ma questa è un’altra storia): di solito, nei tanti gruppi che ho frequentato, quando qualcuno con voce esitante ed educata chiedeva la parola con la magica formula: «Forse non ho capito bene, ma vorrei esprimere la mia opinione…» fiondava un istante dopo una cretinata più grossa d’un elefante impazzito ed altrettanto catastrofica, poiché nessuno aveva il coraggio di imbrigliare la cosa.

Un giorno provai a contrastare tale fenomeno in un gruppo di studio indipendente, con la massima diplomazia di cui ero capace a quel tempo: «Ma dai! Chiudi la bocca e non dire scemenze!». Ebbene, una dozzina di volti ruotarono nella mia direzione manifestando irritazione e tristezza, quasi avessi lordato il Santissimo: solo l’opinionista zittito mi guardò e disse: «Scusa».

Si, l’anima umana è davvero complicata. Non credo che un’individualità entrata nel percorso della Scienza dello Spirito scelga l’una o gli altri (lettura o esercizi): con buona pace per l’idea primitiva e personale della libertà, è l’Antroposofia che attrae te o, se preferisci, sono impulsi pre-natali che ti dirigono ad essa.

E, non di rado, si veicolano dapprima alla brama: in alcuni come brama di conoscenza, in altri persino come brama di potenza. Mi sembra meschino guardare queste cose, quando si fanno strada nell’anima, con la lente del moralismo. L’anima dice a se stessa: «Ho bisogno di queste cose». Dice il Dottore: “Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento”. Il “bisogno” è potente ed elementare (hai una fame nera: hai bisogno di mangiare; cammini, zaino in spalla, da otto ore: hai bisogno di fermarti). L’aspetto sostanziale sta semplicemente nell’intensità del bisogno. Chi di sete sta morendo non s’attarda a selezionare le bevande, similmente chi trova la Scienza dello Spirito come ciò che ha sempre cercato come senso della propria vita, afferra di essa quanto, al momento, gli è più vicino.

Fintanto che il ricercatore permane (immerso) nella corrente del karma, la sua azione è assistita da una saggezza sovrapersonale. Spesso si dice: “il peso del karma” o frasi consimili, tutte allusive alla gravità del destino. Non voglio contestarle, da un certo punto di vista sono oro colato, ma l’incontro con i contenuti dello Spirito modifica molte cose nell’anima. Ne cito una, drammatica e decisiva: quella che in precedenti note ho chiamato “assunzione di responsabilità”. Se essa è radicale, il karma muta, per così dire, professione: passa da tutore ad accompagnatore. Allora nella sfera dell’Io devi sostenerti da solo, solo tue diventano le sconfitte, le vittorie e le scelte: tessi tu stesso il tuo destino e divieni cosciente (o semi-cosciente) dell’abisso che si apre a destra e a sinistra intorno a te. Per l’uno sono impressioni diversificate di forze interiori, per l’altro lampi immaginativi, il terzo avverte tempeste ed angosce, mentre il quarto purtroppo sente solo paura e si contrae o scappa in tutti i modi possibili. Chi non scappa, a volte tra mille turbamenti, concepisce che la propria evoluzione dipende, ora, dalla sua attività, e inizia a completare ciò che la ‘natura’ ha abbandonato in corso d’opera: fa gli esercizi, magari oscillando tra un sentimento di pochezza “Domine non sum dignus”e il prometeico impulso del “Che importa. Io li faccio lo stesso”.

Sono consapevole che il disegno tratteggiato è assolutamente incompleto, frammentario: ma è per qualcuno l’itinerario reale, e non è del tutto necessario che si svolga oggi in un fiato: spesso le consapevolezze salgono lente da luoghi profondi.

Gli esercizi non sono “un problema”. Non portano danni all’anima, spaccature alla psiche, ingestibilità alla coscienza morale: casomai è proprio il contrario. Se si impara a dominare le forze dell’anima che spesso e volentieri (sempre!) scorazzano indipendenti e selvatiche, è tutta la struttura umana che, semmai, si riarmonizza: dove prima c’era il caos inizia l’ordine. Inoltre aiutano non poco le ‘letture’ di testi il cui contenuto non si ferma al riflesso del mondo sensibile ma dovrebbe essere “risvegliatore della vita spirituale del lettore, non una somma di comunicazioni” (purtroppo la “somma di comunicazioni” s’è ampliata a dismisura e viene concepita come qualcosa di assai positivo!).

I continui avvertimenti lugubremente ammonitori sulla incalcolabile serie di danni che l’operatore si troverebbe a subire tre minuti di disciplina voluta, e che sento da oltre cinquant’anni, sono queruli, noiosi e inutili. Stare attenti, ma in nome di tutti gli dei, da che cosa? Non c’è uno tra gli accademici avvoltoi che abbia tentato davvero una disciplina forte e vera. Non uno che abbia sperimentato qualcosa che non sia la propria, onanistica, elucubrazione. Farsi sordi ai canti sirenici delle acque infere, leggere assai lentamente qualche testo di Steiner e di Scaligero con cuore aperto, volontà di comprendere e pensiero disciplinato.

Lasciare che singole frasi o parole vibrino nell’anima: questo è lo schema del meditare. I pensieri suscitati dalla lettura, se sperimentati nell’anima, sono il miglior viatico per il lungo cammino che ci aspetta. Se poi l’anima avverte che la vita nella lettura sta inaridendosi, che non giunge più fino al cuore, allora potrebbe essere giunto il momento di darsi una scrollata da cane bagnato e di iniziare, con attenta cura, gli esercizi di fondamento. Credo non vada dimenticato che il pensiero ordinario è strutturalmente funzionale alla sfera ahrimanica, cioè al mondo dei sensi, e quando astrae da questo mondo s’intrappola nella rete luciferica che chiamiamo astrazione; dire questo è corretto, ma è pure straordinariamente scorretto non aggiungere l’indicazione che è possibile formarsi pensieri coscienti in cui agisce l’elemento puro del volere voluto dall’Io e non dagli dèi degli ostacoli. La concentrazione e poi la meditazione paralizzano l’azione di Lucifero e di Ahrimane: ciò è, in un certo senso, sperimentabile per l’asceta. Nella concentrazione la determinazione univoca rivolta all’oggetto spinge a realizzare l’inutilità dei pensieri più acuti, dei giudizi, di tutto il pensiero ordinario. Ci si incammina sulla via di liberare il pensare dai pensieri. Poi sarà possibile giungere allo spirituale che pensa in noi: questa è la via di Michael.

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